| Onorevoli Colleghi! -- Il Mezzogiorno d'Italia è stato
penalizzato da una politica che, come è da tutti riconosciuto,
ha accentuato gli squilibri tra nord e sud.
Negli anni sessanta è stato portato avanti un discorso di
industrializzazione che, lungi dal determinare sviluppo e
progresso ad ogni livello, ha prodotto, per la disattenzione
governativa verso il più importante settore dell'economia
locale, la crisi dell'agricoltura per la quale, sbagliando, si
è identificata l'evoluzione con la sola meccanizzazione, senza
programmare indirizzi colturali validi e concorrenziali,
tant'è che i piani di intervento (statale prima e regionale
dopo) si sono rivelati occasioni di colossali investimenti da
parte di ambienti industriali facilitati, ovviamente,
nella commercializzazione di beni non prodotti al
sud.
L'errata destinazione degli investimenti pubblici è stata
ed è oggetto di dibattiti che portano, purtroppo con molto
ritardo, alla conclusione che occorre riscoprire le vocazioni
prioritarie della economia delle regioni meridionali a
procedere ad interventi finalizzati alla razionale
utilizzazione delle risorse locali.
Tale conclusione, però, dovrebbe portare alla
ristrutturazione delle aziende in crisi, alla riqualificazione
del personale, all'uso di tecnologie avanzate. Senonché, anche
in questa occasione, si opera in maniera tale da aggiungere al
danno la beffa di soluzioni che aggravano la situazione di
disagio esistente nel Mezzogiorno d'Italia.
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Le partecipazioni statali, all'insegna di discutibili
princìpi di economicità, dopo essere state il principale
strumento di politiche errate e clientelari, si allontanano
dal sud, lasciando quali mute testimonianze di deprecabili e
costosissimi errori che appaiono voluti, strutture industriali
non attive che, in zone dove non esistono alternative
occupazionali, potrebbero essere ristrutturate e rese operanti
dopo una riqualificazione del personale.
In definitiva, quindi, le fabbriche, dalle quali doveva
dipendere il decollo della economia meridionale, producono,
nel migliore dei casi, cassa integrazione.
Questo desolante quadro di crisi viene aggravato dalla
legge 22 agosto 1985, n. 444, che appare discriminatoria in
quanto limita le assunzioni speciali nelle amministrazioni
dello Stato ai cassintegrati della Liguria, della Lombardia,
del Piemonte e della Sardegna. Con la presente proposta si
intende concedere la possibilità di essere assunti nelle
amministrazioni e nelle aziende dello Stato anche ai
lavoratori posti in cassa integrazione residenti nelle regioni
meridionali, avvalendosi dei procedimenti e delle modalità
stabiliti
dalla medesima legge n. 444 del 1985. In tal modo senza nulla
togliere ai lavoratori di altre parti d'Italia, si consentirà
ai cassintegrati meridionali di essere assunti come avviene in
zone altamente industrializzate del territorio nazionale:
tanto soprattutto in considerazione del fatto che per i
lavoratori in cassa integrazione del Mezzogiorno non sono
prevedibili possibilità di occupazione per la mancata
realizzazione di strutture alternative.
Ed occorre dare atto all'on. Paolo Agostinacchio di aver
presentato nella IX legislatura, precisamente il 9 ottobre
1985, la proposta di legge il cui testo viene qui
sostanzialmente riprodotto, allo scopo di riequilibrare la
inconcepibile discriminazione compiuta in danno delle sette
regioni meridionali nelle quali il problema della
disoccupazione è ugualmente grave. Non averlo sinora rilevato
comporta una gravissima responsabilità sociale dato che già il
2 luglio 1987, all'inizio della X legislatura, il problema e
la sua possibile risoluzione legislativa vennero riproposti
con la proposta di legge atto Camera n. 257 (nella X
legislatura) e n. 511 (nella XI legislatura).
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