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Onorevoli Colleghi! -- 1. La Camera dei deputati ha
approvato l'8 febbraio 1995 a grandissima maggioranza (475
favorevoli, 3 contrari, 16 astenuti) una risoluzione
sull'infanzia che sollecita la definizione di una organica
politica per l'infanzia. Sulla base di tale risoluzione, a
luglio si è insediata e ha iniziato i propri lavori la
Commissione speciale in materia d'infanzia che consegna ora
all'aula un primo risultato concreto, con il breve articolato
volto a definire finalmente le "infrastrutture" istituzionali
per garantire un progetto organico di politiche per la tutela
e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva. Infatti:
a) nella dichiarazione mondiale sulla
sopravvivenza, la protezione e lo sviluppo dell'infanzia (30
settembre 1990) lo Stato italiano si era impegnato a cooperare
sul piano internazionale e a predisporre un piano d'azione
nazionale. La cooperazione alla tutela e allo sviluppo
dell'infanzia nel mondo è avvenuta in modo scarso e
frammentario ovunque e anche in Italia, soprattutto dopo le
note vicende di corruzione e inefficienza. Il piano d'azione
non è mai stato approvato né predisposto;
b) manca in Italia un coordinamento delle azioni
delle pubbliche amministrazioni sia centrali che periferiche
in materia di minori. E, talora, le attività sono molto
carenti, oppure contraddittorie fra i vari ministeri. Anche
l'impegno al rapporto nazionale sui progressi nell'attuazione
della convenzione sui diritti dell'infanzia (confermato nella
legge di ratifica del 1991) non ha trovato piena rigorosa
attuazione, proprio per la gelosia e la "falsa" autonomia fra
ministeri: presentato in ritardo (marzo '94 invece che "entro"
giugno '93), coordinato dagli esteri (e senza coinvolgi-
mento "politico" di governo e ministri) il rapporto è stato
discusso dall'apposito Comitato a Ginevra il 31 ottobre e il
1^ novembre scorsi, evidenziando proprio quei limiti che sono
a fondamento della istituzione della Commissione speciale e
della approvazione di "disposizioni per un piano d'azione
nazionale";
c) né esiste in Parlamento una sede permanente di
indirizzo e controllo unica e omogenea; giacciono nelle varie
commissioni molteplici proposte di legge.
Non si tratta tanto o soltanto di cambiare od aggiungere
norme. Lo stesso dibattito legislativo può servire a
evidenziare quanto non si può o non si deve "normare", quanto
necessita prevalentemente di una riforma intellettuale e
morale, quanto va definito solo come "quadro" per regioni ed
amministrazioni pubbliche.
2. Per infanzia si intende tutto il periodo dalla nascita
alla "maggiore" età (come recita la Convenzione
internazionale). Al di là delle varie fasi e fasce di età, ben
oltre la tutela, definiamo le/i bambine/i come "soggetti in
età evolutiva" per sottolineare uno sviluppo temporale (ma non
necessariamente lineare), non solo fisico (ma anche
psicologico, sociale, intellettuale), la cui maturazione
dipende molto dal contesto.
In tale sviluppo, nel superamento di talune "immaturità",
nel diventare adulti crescono anche sordità a stimoli esterni,
automatismi di spazio-tempo, perdite di senso, abbandoni e
disattese, vuoti. Intervenire sui bambini, con i bambini,
significa potenzialmente prevenire molte malattie nostre e dei
nostri amici.
Tentare di "aiutare" la vita dei bambini e accettare di
imparare (o reimparare)
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spezzoni di vita dei bambini sono due obiettivi con valore
universale.
Diciamo che le generazioni dovrebbero mettersi nella
condizione di imparare sempre qualcosa l'una dall'altra. E dai
bambini possiamo soggettivamente reimparare la maturità del
gioco e oggettivamente comprendere la non compensabilità,
l'impossibile monetizzazione di alcuni danni.
Basta con interventi di emergenza dopo il clamore di eventi
drammatici subiti dai bambini! Basta con interventi episodici,
settoriali, scoordinati! Basta con leggi solo e soltanto sulla
carta protettive, basate sulla concezione "generale e
astratta" del maschio adulto medio!
3. La condizione dell'infanzia è conseguenza di assetti
economici, sociali, culturali, giuridici. Non accettarla
passivamente significa voler modificare profondamente quegli
assetti, rompere apparenti equilibri dati e dinamiche
apparentemente oggettive. Il degrado della condizione
dell'infanzia è la faccia più visibile di un degrado sociale
complessivo in cui i bambini sono vittime più di altri -
viventi e ambienti - per la loro fragilità (la naturale
dipendenza da altri), per la loro vulnerabilità (una
"variabile" dipendente da altri) e anche per la loro
indispensabilità (la riproduzione e il futuro della vita). I
bambini sono un misuratore biologico dello sviluppo
sociale.
Contemporaneamente il bambino è portatore esclusivo, in
proprio, autonomo, di diritti, per quanto troppo poco possa
farli valere personalmente.
Parlare di "soggetto in evoluzione" aiuta anche a dar conto
della differenza fra le varie fasi e fasce di età.
La tutela e la protezione non sono sufficienti a dar conto
di questa complessità. I bambini vanno ascoltati di più e
guardati di meno; i bambini vanno valorizzati anche per
"difenderli". Per questo si parla di sviluppo, evoluzione.
La stessa nozione di cittadinanza si amplia. Per il bambino
è decisivo il poterfare, mentre è marginale sia il diritto che
il dovere di fare.
Ed è un suo "diritto" anche l'esperienza non programmata,
lo sporcarsi, l'agibilità delle strade, l'acquisizione delle
sfumature, degli ammiccamenti, dell'ironia, la partecipazione
attiva e autonoma alla vita comunitaria.
Soprattutto è un suo diritto partecipare alle decisioni che
lo riguardano (articolo 12 della Convenzione internazionale)
anche se pochissimi (singoli, associazioni, istituzioni)
sembrano rendersi conto dello "scossone" giuridico che ciò
comporta.
Non più solo "tutela", non solo più "autodeterminazione";
va tendenzialmente superata la contrapposizione tra apparente
autonomia (i Kiddy libbers) e dipendenza (i Child
savers) con l'acquisizione dell'obiettivo di una evoluzione
libera, di uno sviluppo critico, di una crescita consapevole.
In molte realtà (anche italiane) vi sono interessantissime
esperienze per valorizzare i bambini e la loro capacità
decisionale, vero antidoto a logiche plebiscitarie.
Da ultimo è bene citare l'esempio della Carta dei bambini
per l'ambiente stesa in 26 articoli ad ottobre da 800 delegati
"infanti" (10-12 anni), provenienti da 85 differenti paesi del
Mondo sotto il patrocinio dell'UNEP (oltre tutto la
Convenzione di New York non parla di diritto all'ambiente)!
4. In Italia il disagio dell'infanzia è quantitativamente
forte e qualitativamente crescente, derivante da cause
molteplici, come tutte le indagini confermano, soprattutto per
quanto riguarda i circa dieci milioni di bambini sotto i
quattordici anni: calo dell'offerta dei servizi sanitari ed
assistenziali; dispersione scolastica; problemi
economico-finanziari; mancanza di servizi culturali e
ricreativi ed omologazione a quelli degli adulti; nuove
povertà, solitudini, emarginazioni; abusi fisici, lavorativi,
psicologici; coinvolgimento in attività sempre più
macrocriminali; tossico e teledipendenze. Nascono meno bambini
e crescono in più famiglie ristrette numericamente e
strutturalmente - funzionalmente fragili. Nel sud questi
squilibri si accentuano.
Garantire tempo e spazio individuali e collettivi per
un'infanzia felice e sana è un impegno decisivo di una riforma
intellettuale e morale del ruolo delle pubbliche istituzioni:
ospedali educati ed amici e
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pediatri colti e critici; cogestioni "civilmente
riconosciute" tra anziani e bambini fuori e dentro gli ambiti
familiari; riforma dell'"ingiustizia" minorile; reciproco
arricchimento della sempre più diffusa multirazzialità; aree
infantili, cioè lente e socievoli, del traffico; la sfida del
10 per cento di aree protette "nelle" città entro il
duemila.
Assumere la priorità dei bambini significa anche assumere
una chiave di lettura per definire la sostenibilità degli
spazi e dei tempi urbani: lo sguardo, le aspettative, il ritmo
delle bambine e dei bambini che nelle case, nelle scuole e
nelle strade delle città in qualche modo vivono. Bambine e
bambini sono cioè anche gli indicatori ecologici della qualità
della vita urbana. Essi richiedono nuovi alfabeti e nuove
percezioni del tempo e dello spazio.
Il soggetto "infanzia" è quello che pone più radicalmente
la questione di spazi ecologici e di tempi autonomi, di
intreccio fra interesse collettivo e sviluppo individuale, di
mobilità come socialità e relazioni come solidarietà. Il
negoziato che la minoranza-bambini impone rende comunque
migliore la con-vivenza di ciascuno.
Già la vita dell'uomo adulto italiano è schiacciata da
un'iperpartecipazione al lavoro e da una forte marginalità
delle altre sfere della vita.
Le donne tendono inoltre ad essere terribilmente vincolate
dalle attività domestiche.
Un piano di progressiva liberazione e autogestione di tempo
ha l'obiettivo di una più equilibrata partecipazione
dell'individuo a tutte le sfere della vita: lavorativa,
familiare ed anche comunitaria-relazionale,
formativo-culturale, ludico-ricreativa,
associativo-politica.
Problemi e soluzioni sembrano apparentemente molto simili
per adulti e bambini. E unico è certo lo slogan da
introiettare: è il tempo della manutenzione; manutenzione dei
rapporti interpersonali e sociali, manutenzione del territorio
e delle risorse, dei beni e dei servizi. Riparare ("ridurre il
danno") più e oltre che costruire.
Riconquistare la città. Accorgersi nuovamente dei suoi
beni, suoni, odori, abitanti. Risparmiare, riconnettere,
riutilizzare, riconoscere, recuperare, qualificare sono i
verbi chiave, anche per un uso equo del tempo, riferito non al
cittadino utente, ma alla comunità locale e ai bambini come
anello di congiunzione intergenerazionale della e nella
comunità.
Pensare una città più amica del tempo dei bambini e delle
bambine è un buon modo per immaginarla adatta a tutti e più
democratica.
5. La Commissione speciale competente in materia d'infanzia
ha avviato la funzione propriamente legislativa con l'esame,
in sede referente, delle proposte di legge a carattere
pluridisciplinare presentate a firma dei colleghi dei gruppi
dei popolari, dei democratici, dei progressisti. Si è subito
deciso di richiedere all'Assemblea uno stralcio di alcune
disposizioni favorendone un iter legislativo accelerato
e prioritario; si tratta delle norme relative al tema
dell'istituzione di quelli che in tutte e tre le proposte sono
definiti come "osservatori sulle condizioni dell'infanzia e
dell'adolescenza" (articoli 132, 133 e 134 delle eguali
proposte di legge Andreatta e Sbarbati, articoli 118, 119, 120
e 121 della proposta di legge Calzolaio e altri).
Le ragioni dello stralcio sono principalmente due.
La prima si riferisce ad un'esigenza che da tempo unifica
l'"universo" di coloro che si occupano d'infanzia: serve un
fondamento normativo e un congruo finanziamento per uno
strumento centrale di documentazione, analisi, coordinamento
delle politiche per l'infanzia.
Vi è una seconda più profonda, meno contingente ragione che
consiglia un approccio soft, non presuntuoso e
onnicomprensivo, alla elaborazione di norme nuove o solo
aggiornate in materia d'infanzia. Occorre riflettere se vi è
già la sufficiente esperienza istituzionale collettiva per
atteggiarsi a "legislatore" organico e se davvero servirebbe
già un testo unico, uno "statuto" dei minori. Infatti si
rischiano errori tradizionali (pan-normativismo, organicismo)
ed errori specifici (incoscienza
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del limite della legge su dinamiche personali, logica
esclusivamente protettiva).
Pertanto, nel loro insieme, le proposte di legge in esame
dovrebbero per ora essere considerate una sorta di
"canovaccio" al quale continuamente riferirsi e rispetto alle
quali chiedere via via altri "stralci".
Del resto tutte e tre le proposte di legge prendono spunto
da un'elaborazione comune, dal lavoro avviato in particolare
dai ministri Bompiani e Contri, da articolati predisposti dal
mondo dell'associazionismo. Sono tutte e tre troppo lunghe,
con troppi articoli e troppi articoli di principi.
Senza prosopopea, è stato anche già riconosciuto in molte
sedi e in diverse occasioni, che nella proposta di legge 2191
si sia cercato di affrontare in modo più incisivo alcune
questioni terminologiche, culturali, istituzionali; fin
dall'intestazione che collega tutela e sviluppo e revoca in
dubbio il discutibile titolo anagrafico dei "minori".
6. L'idea di "osservare" le condizioni dell'infanzia nel
nostro paese non è recente né originale. Da più parti, almeno
a partire dagli anni ottanta, è stata avanzata la proposta di
un Osservatorio nazionale a carattere permanente; e alcune di
queste parti, come il Comitato italiano per l'Unicef, hanno
nel frattempo realizzato per intanto una loro seria
"osservazione" con rapporti ricchi di dati, analisi,
suggerimenti. Sul piano strettamente istituzionale cito gli
elaborati preparati dal Consiglio nazionale dei minori fra il
1985 e il 1990, dalla Commissione interministeriale nel 1990 e
il dibattito sulle leggi 176 e 216 del 1991.
All'inizio della XI legislatura, con il Governo Amato, con
decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 luglio
1992, delega di funzioni al Ministro senza portafoglio per gli
affari sociali (sorto con la X legislatura, governo Goria
1987; mentre il Dipartimento affari sociali è istituito con
decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 13 febbraio
1990, n. 109), venne ufficialmente prevista la costituzione
presso la Presidenza del Consiglio di un "Osservatorio
nazionale sui problemi dei minori".
Conseguentemente, con decreti furono istituiti tre diversi
gruppi di lavoro (modifiche in materia civile e penale,
armonizzazione diritto interno e convenzioni internazionali,
priorità legislative) e fu predisposta una bozza di "Statuto
dei diritti e dei doveri del minore". I relativi materiali
sono ancora utili. Esiste già in qualche modo pure una precisa
disposizione legislativa nell'articolo 9 della legge 23
dicembre 1993, n. 559 sull'utilizzo della riserva Fondo lire
UNRRA (un precario fondo di 500 milioni l'anno) "per il
finanziamento del Centro nazionale per la tutela
dell'infanzia". Nel decreto di delega al ministro Ossicini
(governo Dini; decreto del Presidente del Consiglio dei
ministri 26 gennaio 1995) la previsione dell'osservatorio è
riconfermata.
All'effettiva istituzione "decretizia" dell'Osservatorio si
è giunti recentemente, dopo la decisiva presa di posizione
della Camera dell'8 febbraio 1995.
Con decreto del 20 marzo 1995 il ministro Ossicini ha
istituito presso il Dipartimento per gli affari sociali
l'"Osservatorio nazionale sui problemi dei minori" (con quel
fondo precario di 500 milioni annui di cui sopra) articolato
in due sezioni per la programmazione e per la documentazione
(la seconda appunto con il Centro nazionale a Firenze, per il
quale il 16 ottobre è stata stipulata la convenzione fra
Istituto degli Innocenti e Dipartimento affari sociali).
A maggio l'Osservatorio si è insediato ed ha iniziato i
propri lavori in quattro gruppi: adozione internazionale;
mass-media; violenza; servizi; ma lo stesso ministro, a
luglio, ha sollecitato il Parlamento a legiferare, ritenendo
"di grande valenza una iniziativa della Commissione speciale
competente in materia d'infanzia intesa all'approvazione di
una legge istitutiva dell'osservatorio, con relative congrue
risorse e con indicazione specifica dei compiti e degli
obiettivi".
Di tale legge e di tale indicazione c'è effettivamente
bisogno se si riesaminano le riflessioni, i materiali, gli
atti della vicenda dell'Osservatorio per l'incertezza e la
genericità (e talora l'enormità) delle funzioni che gli
vengono potenzialmente
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attribuite; per gli accenni forse discutibili anche al
coordinamento amministrativo, alla sperimentazione
progettuale, alla predisposizione normativa; per le differenze
e le perplessità sullo strumento stesso degli Osservatori, con
rischi di sovrastrutture burocratiche; per la dubbia
collocazione istituzionale (centrale e/o regionale;
parlamentare e/o governativa; ministeriale e/o
interministeriale; ecc.); infine per i pochi e incerti
finanziamenti.
L'Osservatorio non può diventare la panacea di tutte le
attuali carenze di una organica politica per l'infanzia.
Si tratta comunque di uno strumento parziale e limitato; di
certo oggi urgente, indispensabile, "propedeutico" anche ad
altri strumenti e ad altre politiche.
Del resto, nella vita amministrativa italiana esistono
svariati osservatori nazionali (e probabilmente ancor più
regionali e locali), per lo più istituiti nell'ultimo
decennio, talora con legge (più raramente con decreti del
Presidente della Repubblica o decreti ministeriali), sul cui
funzionamento sembra non esistano studi approfonditi e
omogenei.
Talora assetto e funzioni non si differenziano da quelli di
comitati nazionali o di altri uffici; sicché è difficile
ricostruire una tipologia.
Nel testo si assume la "funzione" Osservatorio, strutturato
con strumenti plurimi.
Infatti, non vi sono esperienze di Osservatorio
parlamentare, nell'ordinamento italiano.
E, d'altra parte, non vi è un luogo permanente che
garantisca organiche funzioni "parlamentari" (di controllo
almeno) per il soggetto "in età evolutiva" visto che sono
precluse funzioni di rappresentanza democratica diretta "del"
soggetto (minore).
Ora c'è, per la durata della XII legislatura, la
commissione speciale. E quando sarà conclusa l'attuale
legislatura? Abbiamo pensato ad una Commissione bicamerale
inedita e ristretta, considerando utile una sede parlamentare
permanente per il monitoraggio sui progressi dell'attuazione
della Convenzione di New York (e sui nuovi diritti da
adottarsi), per il raccordo istituzionale con le esperienze di
"democrazia in erba" (consigli dei ragazzi, sindaci difensori
ideali dell'infanzia, forme di consultazione-ascolto dei
minori, ecc.), per l'espressione di pareri sulla rispondenza
di progetti di legge ai dettati della Convenzione o
sull'impatto di altre leggi sul mondo infantile.
E' questa una funzione "rappresentativa" non esecutiva, un
dovere democratico per "riconoscere" un titolare di diritti
(che non tutti e non solo possono essere fatti "valere" da
altri), "cittadino" non votante con il quale si amplia la
stessa nozione di cittadinanza e si instaura un vincolo
democratico estraneo al tradizionale circuito
interessi-voti.
Il riferimento internazionale potrebbe forse essere "the
House Select Committee on Children, Youth, and Families"
istituito unanimemente dal Congresso USA il 29 settembre 1982
come comitato temporaneo e poi riconosciuto in ogni
legislatura fino al 31 marzo 1993 con una composizione fra 25
(1983/1987), 30 (1987/1991), 36 rappresentanti (1991/1993)
senza responsabilità legislativa, senza costosi apparati, con
compiti di ricerca, proposta, raccolta, coordinamento.
E tale sede ovviamente non preclude ma anzi reclama anche
uno strumento "governativo", con compiti del tutto diversi e
anche di coordinamento amministrativo, realizzando, come
detto, la funzione "Osservatorio" attraverso una distribuzione
di competenze, rispettando esigenze di autonomia e
sperimentazione (separando, ad esempio, la documentazione
legislativa, nazionale e internazionale, dalla documentazione
"amministrativa" in materia statistica, di ricerca,
giurisdizionale, di assistenza, di formazione, ecc.),
consapevoli di avviare un processo lungo e complesso che si
dovrà ancora intrecciare con la funzione legislativa, di
indirizzo e di controllo del Parlamento italiano.
7. Le proposte di legge in esame dedicano all'Osservatorio
governativo il titolo VI; tutte auspicano (nella relazione)
l'istituzione di analoghi osservatori a livello regionale;
solo la 2191 parla anche di Osservatorio parlamentare.
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C'è un'altra proposta, non assegnata, che connette
all'infanzia lo strumento Osservatorio, la n. 2092
proponendone l'istituzione sulla delinquenza minorile presso
il Ministero di Grazia e Giustizia; inoltre c'è una legge di
un anno fa che avrebbe attivato un altro Osservatorio in
materia di "minori", la n. 370 del 10 giugno 1994 che lo ha
istituito sulla dispersione scolastica presso il Ministero
della Pubblica Istruzione.
Se l'istituendo Osservatorio mantiene il riferimento
complessivo all'infanzia, dovrà in qualche modo relazionarsi
ai due fenomeni citati, delinquenza minorile e dispersione
scolastica (e ad altri settori, in particolare alla sanità o
alla cooperazione allo sviluppo); e più in generale, dovrà
organizzarsi come vero organo istituzionale governativo, di
tutto il governo, di ogni Ministero.
Le proposte di legge in esame descrivono funzioni, organi e
regolamento di attuazione dell'Osservatorio governativo in
modo quasi identico.
Il testo unificato riconferma due obiettivi: in primo
luogo, deve essere ripensato e organicamente coordinato il
complesso delle rilevazioni statistiche per ottenere un
miglioramento dell'analisi delle cause attraverso la
comparazione delle diverse variabili che incidono sulla
condizione dei bambini (e relazionandosi ad altre strutture
come CENSIS, ISTAT); non serve tanto un nuovo "servizio
produttore di dati", ma un luogo "colto" e critico di
integrazione arricchimento, di creazione di nuovi indicatori
della qualità della vita infantile.
In secondo luogo, deve essere garantito un meccanismo che
consenta all'informazione di trasformarsi in supporto per
l'azione (politica, programmatoria, eccetera) e di mettere in
collegamento il livello tecnico-scientifico con quello
politico-decisionale (non solo il Dipartimento, ma tutto il
Governo e il raccordo Stato-Regioni, Governo-Parlamento);
serve valorizzare il nesso fra documentazione (ricerca,
informazione) e attività; l'osservatorio a livello nazionale
contribuisce alla individuazione di indirizzi per le politiche
di settore assicurando supporto ad azioni concrete e
l'individuazione di percorsi formativi, la valutazione di
programmi.
La funzione "osservatorio" risponde anche a due impegni
internazionali dell'Italia (connessi ai due citati obiettivi):
le esigenze informative contenute nell'articolo 44 della
Convenzione dei diritti, ratificata anche dal nostro Paese e
il piano di azione da redarre per l'attuazione della
Dichiarazione mondiale sulla sopravvivenza, protezione e
sviluppo dei bambini sottoscritta il 30 settembre 1990 fra i
capi di Stato di varie nazioni tra cui l'Italia.
Sono impegni relativamente recenti che hanno trovato
richiami e prosecuzione nei recenti vertici del Cairo, di
Copenaghen e ora di Pechino.
Infatti le Nazioni Unite, nell'inserire l'esigenza di
fotografare e monitorare la condizione dell'infanzia, hanno
inteso fare della conoscenza dei fenomeni una presa di
coscienza politica e sociale per l'avvio dei processi di
cambiamento.
E lo stesso rapporto sull'attuazione della Convenzione
(prima biennale, poi quinquennale) va considerato un atto
continuamente aggiornato e adattato, elemento di riflessione e
coordinamento per l'attività di tutti i diversi soggetti che
concorrono a "politiche" per l'infanzia, per il piano d'azione
annuale organico la cui prima versione va concertata entro i
primi mesi del 1996.
In altri paesi (come l'Inghilterra) ci sono importanti
esperienze in tal senso.
Le quotidiane cronache di orrori e abusi verso i bambini, i
rischi di spettacolarizzazione del "danno" impongono di fare
in fretta. Anche le vicende estive lo hanno confermato;
dall'informazione sui bimbi di Bosnia ai dati nuovi sulle
famiglie povere.
Per quanto riguarda la copertura finanziaria, l'audizione
del Ministero del tesoro svoltasi a luglio ha mostrato
positivamente l'unanime volontà di individuare fondi adeguati
ed è stata l'occasione di verifica di reali disponibilità
finanziarie che possono attivarsi già con la prossima legge
finanziaria.
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A tal fine è opportuno accantonare nell'apposita tabella un
fondo adeguato.
Con ciò, sia chiaro, non si esauriscono certo le esigenze
di fondi statali pubblici per le politiche per l'infanzia che
si potranno attuare con una manovra finanziaria centrale
(prioritariamente, nello specifico, con un intervento
"assicurativo" per tutti i bambini, con il corposo
rifinanziamento e la revisione procedurale della legge n. 216
del 1991, con accantonamenti per la legge di ratifica della
Convenzione oltre che l'osservatorio, con il rilancio della
cooperazione italiana allo sviluppo dell'infanzia nel mondo,
eccetera) e con altri strumenti, a più livelli, in varie
forme.
8. Il testo unificato è composto da cinque articoli.
L'articolo 1 istituisce una Commissione bicamerale costituita
da venti deputati e venti senatori con compiti di indirizzo e
controllo sull'attuazione concreta degli accordi
internazionali e della normativa inerenti alla tutela e allo
sviluppo dei soggetti in età evolutiva.
L'articolo 2 istituisce presso la Presidenza del Consiglio
- Dipartimento per gli affari sociali - l'Osservatorio
nazionale per l'infanzia cui compete l'elaborazione dello
schema del piano di azione nazionale di interventi per la
tutela e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva di cui alla
dichiarazione mondiale sulla sopravvivenza, la protezione e lo
sviluppo dell'infanzia (New York 30 settembre 1990). Tale
schema di
piano ogni 2 anni viene presentato alla Commissione
parlamentare per l'infanzia perché questa esprima un motivato
parere e infine è approvato dal Governo. Il piano diviene
quindi parte integrante degli atti governativi di indirizzo
politico e di panificazione economico-finanziaria.
L'Osservatorio predispone, inoltre, annualmente la
relazione su progressi nell'attuazione della Convenzione sui
diritti del fanciullo, ratificata con legge n. 175 del 1991, e
svolge compiti di documentazione e di informazione sulle
attività istituzionali che garantiscano ai minori il diritto
di manifestare il loro pensiero e di partecipare ad ogni
attività che li riguarda.
Per le sue attività l'Osservatorio si avvale di un Centro
nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia istituito
dall'articolo 3 che, al comma 2, ne indica analiticamente i
compiti.
L'articolo 4 demanda all'emanazione di un successivo
regolamento il compito di disciplinare l'organizzazione
dell'Osservatorio di cui all'articolo 2 e prevede che le
regioni istituiscano osservatori o altri strumenti regionali
sui problemi dell'infanzia.
L'articolo 5, infine, stanzia, per il funzionamento
dell'Osservatorio e del Centro nazionale di documentazione, la
somma di 5 miliardi per il 1995 e di 10 miliardi per gli anni
1996 e 1997.
VALERIO CALZOLAIO, Relatore.
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