| Onorevoli Colleghi! -- Da moltissimi anni, ormai, i
tanti Governi che si sono succeduti adottano le loro manovre
di contenimento del fabbisogno statale all'insegna di
politiche fortemente restrittive. Con frequenza sempre più
ossessiva e provvedimenti sempre più gravi hanno certamente
tamponato le emergenze e, sino ad ora hanno anche evitato la
bancarotta del Tesoro. Un merito indiscutibile, ma non una
prospettiva per il futuro.
Tutti abbiamo la sensazione che il fisco è ad un punto in
cui ogni ulteriore aggravio deprime l'economia e riassorbe in
breve l'aumento illusorio delle entrate. Quanto ai tagli di
spesa, sono sicuramente possibili ulteriori economie e molte
razionalizzazioni. Ma dopo tanti anni di pressione diretta
sulla spesa sociale questo
settore non assorbe facilmente altri tagli indiscriminati. E'
tempo di politiche positive di trasformazione in modo da
offrire nuove possibilità e nuovi standard. Il Governo
Berlusconi aveva aperto queste prospettive mirando a favorire
il risanamento dello Stato con lo sviluppo dell'economia. Non
si deve qui ricordare come e perché ciò gli è stato
impedito.
Al contenimento del fabbisogno statale le regioni a statuto
speciale - ed in particolare modo la Sicilia - hanno
partecipato con pesanti riduzioni del loro bilancio. A partire
dal 1989 sono stati ridotti progressivamente tutti i
finanziamenti aggiuntivi che venivano versati alla regione per
spese di investimento: per la sanità, l'agricoltura, i
trasporti. Da anni, oramai, la regione riceve poco più della
metà dei finanziamenti
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correnti per la spesa sanitaria rispetto a quanto -
pro capite - viene assicurato alle altre regioni. Il
fondo di solidarietà per la Sicilia, poi, è stato cancellato
del tutto. Con buona pace di un preciso obbligo
costituzionale. Una media di 1.200 milioni di lire annue sono
una stima molto prudente dell'onere che da nove anni la legge
finanziaria impone al bilancio della regione Sicilia. In
aggiunta a quanto lo Stato deve ancora alla regione per
rispettare integralmente le norme statutarie sull'autonomia
finanziaria della regione.
Anche questo è un contenzioso che ormai - con sagacia
levantina - Tesoro e Finanze trascinano dall'epoca della
riforma tributaria (1971). Complessivamente, siamo ad una
cifra molto vicina di lire 20.000 miliardi che, ovviamente, è
destinata a crescere per il futuro. Non si aggiungono qui le
cifre e le difficoltà provocate dalla cancellazione
dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno.
Proseguire su questa strada significa condannare ancora per
moltissimi anni l'economia siciliana alla precarietà ed alla
marginalità. Senza un intervento qualificato che promuova lo
sviluppo dell'economia siciliana andremo incontro ad una nuova
fase di distacco dell'isola dal resto del Paese. Non
intervenire è insensato e demagogico. La regione non ha
bisogno di assistenza, ma di investimenti per lo sviluppo.
Anche per consolidare l'economia italiana con una grande
risorsa produttiva quale può essere la Sicilia.
Si propone, pertanto, un piano quinquennale di sviluppo
dell'economia siciliana. Il piano parte dall'osservanza
dell'obbligo di solidarietà nazionale fissato nell'articolo 38
dello statuto siciliano. Dal 1988 il Parlamento non approva la
legge di rifinanziamento quinquennale prevista dallo statuto.
Da allora l'ammontare del fondo è stato drasticamente ridotto
e - dal 1990 - definitivamente annullato. Per non perdere del
tutto un po' di pudore istituzionale, ogni anno la legge
finanziaria iscrive l'accantonamento - per cifre ormai
irrisorie - in tabella B. Ma sistematicamente non viene
approvata la norma di merito e quelle cifre vengono portate in
economia o stornate altrove. Non vogliamo rispolverare antiche
od, ormai, accantonate questioni sulla natura pattizia di
taluni statuti speciali. Anche lasciando da parte le sottili
questioni costituzionali, è una via sterile e pericolosa.
Ma è altrettanto sterile negare che lo statuto siciliano è
anche un patto costituzionale stabilito dalla collettività
nazionale con la popolazione di quella regione. Non può essere
disatteso ad libitum secondo la "prudente valutazione
del Governo".
Si propone, perciò, questo piano inteso a fornire alla
regione indirizzi e mezzi per sviluppare l'economia dell'isola
e - man mano - colmare il divario che esiste con il reddito
medio del resto d'Italia.
Solidarietà, dunque, come sviluppo e non come copertura di
inefficienze e sprechi. La formulazione del piano è affidata
alla regione. Per rispettare l'autonomia statutaria, ma anche
perché un intervento dirigistico dall'alto, inteso ad
uniformare i criteri di sviluppo della regione alle politiche
nazionali, rischierebbe di riprodurre ancora una volta i
guasti della industrializzazione forzata che conosciamo bene
in tutto il meridione d'Italia.
L'articolo 1 della presente proposta di legge definisce la
durata del piano ed il suo finanziamento. Questo è ancorato al
gettito delle imposte sugli olii minerali riscosso dalla
regione. Come era precedentemente per il progetto del fondo di
solidarietà. Le aliquote sono state, però, drasticamente
ridotte in modo da indurre un finanziamento pari a circa lire
1.200 miliardi nel primo anno, con un leggero incremento (2
per cento) in ciascuno degli esercizi successivi. Così da
adattare gradualmente il piano alla capacità di spesa della
regione.
Il riferimento è ora alle accise che hanno sostituito le
precedenti imposte di fabbricazione. Poiché il finanziamento è
stato contenuto in limiti molto lontani dalle precedenti
aliquote, le somme sono valutate al netto delle spese di
riscossione.
Con l'articolo 2 si propone di chiudere il contenzioso
relativo ai mancati versamenti del Fondo di solidarietà per
gli anni
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a partire dal 1991. Come ulteriore contributo al risanamento
del bilancio statale in luogo delle somme parametrate alle
imposte di fabbricazione.
L'articolo 3 definisce gli strumenti e gli indirizzi del
piano. Oltre al piano pluriennale la regione deve approvare
programmi annuali sui quali sia possibile esercitare - da
parte dello Stato e da parte della collettività nazionale - il
controllo sulle destinazioni e realizzazioni. I settori di
intervento indicati sono quelli tipici di una economia diffusa
basata soprattutto su strutture piccole e medie, ma
localizzate territorialmente e poco connesse. Un particolare
riguardo è posto per gli interventi volti a ridurre la
separatezza dell'isola. Sono favorite le aziende che esportano
i loro prodotti fuori dall'isola. In questo caso, trasporti e
comunicazioni devono costituire i punti nodali degli
interventi. Per stabilire pienamente la responsabilità della
regione nell'impiego delle somme versate dallo Stato, il
presidente della regione
invia al Presidente del Consiglio dei ministri un rendiconto
annuale degli impieghi e delle realizzazioni. Le somme sono
accreditate alla regione solo dopo l'adempimento di
quest'obbligo.
Con l'articolo 4 si propone di avviare a definizione la
rilevazione dei criteri stabiliti dall'articolo 38 dello
statuto per la definizione dell'ammontare quinquennale del
finanziamento stabilito dal fondo di solidarietà.
Infine, l'articolo 5 quantifica gli oneri per il bilancio
statale e indica i mezzi di copertura.
Onorevoli colleghi! Presentiamo questa proposta di legge
fiduciosi che il Parlamento vorrà non solo sanare lo sfregio
costituzionale posto dal mancato rifinanziamento del fondo di
solidarietà, ma convenire sulla necessità ed urgenza di
sostenere lo sviluppo dell'economia siciliana, invertendo la
politica miope dei tagli indiscriminati che stanno affossando
definitivamente quella regione.
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