Banche dati professionali (ex 3270)
Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


29545
DDL2435-0002
Progetto di legge Camera n. 2435 - testo presentato - (DDL12-2435)
(suddiviso in 27 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C2435. TESTIPDL
...C2435.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC2435 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli  Colleghi! -- Da diverso tempo e da fonti
  autorevoli, il sistema agroalimentare viene descritto come in
  una fase di cambiamento continuo.
    In questo cambiamento, in questa evoluzione, hanno un ruolo
  importantissimo i mutamenti della domanda finale dei
  consumatori ed il progresso tecnologico; ma un fattore
  peculiare è certamente costituito dall'evoluzione dei
  regolamenti, delle normative, dei trattati che interessano
  l'agricoltura, i mercati dei prodotti agricoli e dei prodotti
  agroindustriali.
    A nostro avviso, vanno richiamati, per memoria, tre
  scenari.
    Cominciamo dalla politica agricola dell'Unione europea.
    Dal 1992 è in vigore la cosiddetta riforma Mac Sharry, il
  cui funzionamento è limitato ai seminativi ed alle carni.
    Le conseguenze di questa riforma non sono state finora
  dannose per i redditi
  degli agricoltori.  Combinandosi le integrazioni al reddito
  con la progressiva debolezza della nostra moneta, in alcuni
  casi, anzi, si sono notati dei miglioramenti.  Tuttavia,
  l'introduzione dei pagamenti compensativi ha spostato la fonte
  di buona parte del sostegno agricolo dai consumatori al
  bilancio comunitario, esplicitandone molto nettamente
  l'ammontare.  Per questa ragione, oltre che per motivi
  derivanti da trattati, è opinione di molti che l'evoluzione
  della politica agricola comune (PAC) porterà ad una riduzione
  della spesa comunitaria per il comparto agricolo con un
  conseguente aumento della competitività nei mercati.
    Questo vale anche per i settori dell'ortofrutta e del vino,
  per i quali la riforma degli OCM non è ancora stata varata;
  resta il fatto che le proposte in campo sono orientate a
  ridurre la spesa dell'Unione europea, come del resto è
  avvenuto nel
 
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  settore del tabacco con i problemi di riconversione colturale
  che si sono creati.
    Un altro fattore è l'allargamento dell'Unione europea a
  quindici membri.  Ciò amplierà il mercato sia dal lato della
  domanda sia dell'offerta, aumentando per certe produzioni la
  concorrenza, influenzata, tra l'altro, dalle condizioni di
  favore garantite per un periodo transitorio ai nuovi
  entrati.
    Infine, a livello mondiale, il principale motore del
  cambiamento nei prossimi anni, sarà l'applicazione degli
  Accordi GATT, che porterà anche per i prodotti agricoli ad un
  allargamento senza precedenti dei mercati mondiali,
  contribuendo al processo di internazionalizzazione degli
  scambi, già da diversi anni sensibile nel comparto
  agroalimentare.
    Tra gli strumenti regolatori vorremmo ricordare le quote di
  produzione (che forse interesseranno anche il vino, in base
  alle recenti dichiarazioni dell'attuale Commissario
  all'agricoltura Fishler): strumento di per sé contrario alla
  vocazione ed alla capacità imprenditoriale (sul quale
  manteniamo serie perplessità) e che, tuttavia, già nelle
  attuali circostanze finisce per diventare elemento di garanzia
  per i produttori.
    In questo quadro competitivo, fra gli elementi determinanti
  il funzionamento del sistema agroalimentare, vi è il rapporto
  tra la fase agricola a monte e le fasi industriale e
  commerciale distributiva a valle.
    In questo rapporto assume un'importanza capitale la
  connessione con il territorio.  L'industria di trasformazione,
  infatti, tende ad approvvigionarsi di materia prima nel
  territorio in cui è localizzata, a patto che vengano
  rispettati alcuni parametri di convenienza economica.
    In particolare, i motivi che spingono l'industria ad
  approvvigionarsi al di fuori del territorio geografico di
  appartenenza sono, soprattutto, la presenza di una eccessiva
  frammentazione dell'offerta agricola, che viene considerata un
  grave ostacolo per l'efficienza del processo logistico
  (pensiamo alla raccolta del latte in montagna); la ricerca di
  alternative di approvvigionamento, con l'obiettivo di
  comprimere il potere contrattuale dei fornitori (pensiamo ai
  semilavorati ortofrutticoli); ed, ancora, il fattore prezzo,
  che di solito ha incidenza proporzionalmente maggiore per le
  imprese medio-grandi che utilizzano molteplici canali di
  approvvigionamento e per le imprese che commercializzano
  prodotti intrinsecamente poco differenziabili su elementi
  diversi dal prezzo (succhi concentrati, latte UHT, olio
  d'oliva).
    Vincoli rigidi per quanto riguarda l'approvvigionamento di
  materia prima, esistono nel caso delle produzioni a
  denominazione di origine (e qui desideriamo sottolineare,
  censurandolo, il comportamento dilatorio della Commissione in
  ordine al riconoscimento dei prodotti a denominazione di
  origine); ma, al di fuori di queste referenze, l'industria di
  trasformazione tende a scollegare l'immagine del prodotto
  finito dalla provenienza della materia prima.
    L'internazionalizzazione dei mercati facilita la tendenza
  delle grandi imprese di trasformazione e di distribuzione ad
  approvvigionarsi nelle aree dove i prezzi sono più
  convenienti; ad indurre una progressiva integrazione di nuovi
  Paesi, generalmente più poveri, nel circuito economico e
  commerciale dei Paesi ricchi, pur mantenendo livelli di
  produttività accettabili.
    Per completare il quadro, ricordiamo la tendenza presente
  da diversi anni nel sistema agroalimentare alla progressiva
  concentrazione dell'industria di trasformazione e delle
  imprese della distribuzione.
    Imprese di maggiori dimensioni sono certamente facilitate a
  differenziare gli approvvigionamenti di materia prima e poco
  interessate a valorizzare le produzioni agricole a livello
  locale.
    La tendenza a trattare la materia prima agricola come bene
  indifferenziato spiega anche l'orientamento presente nel
  sistema agroalimentare a rimandare a fasi sempre più avanzate
  della filiera le attività che attribuiscono valore aggiunto al
  prodotto.
    La volontà delle autorità di Bruxelles di ridimensionare le
  spese comunitarie per l'agricoltura; l'apertura delle
  frontiere comunitarie alle importazioni dai Paesi terzi
  imposta dagli Accordi GATT; il progressivo
 
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  minore interesse degli operatori a valle della filiera verso
  le produzioni nazionali, mettono, dunque, ormai, con sempre
  più labili difese, il produttore agricolo di fronte al
  mercato, un mercato di dimensioni mondiali.  Alcune difese, per
  un certo periodo, potranno essere invocate con riferimento
  alle caratteristiche qualitative e di salubrità sempre più
  richieste dal consumatore dell'Unione europea.
    L'industria e la distribuzione non potranno prescindere in
  assoluto dalle caratteristiche della materia prima e, per
  questo vi sono ancora spazi alla differenziazione del prodotto
  in termini di apporto controllato e limitato di pesticidi, di
  qualità certificata ed anche di tipicità.
    Nel settore della pesca, ad esempio, dove l'Unione europea
  è ormai arrivata al traguardo della soppressione degli aiuti
  sia ai pescatori che alle industrie di trasformazione,
  dobbiamo prendere atto che le industrie in Italia hanno
  pressoché tutte chiuso i battenti, salvo poche che, con
  prodotti di nicchia, fanno lavorazioni per conto di non più di
  tre marche commerciali.
    Di fronte ad un mercato così ampio e sempre più tentato da
  prodotti accettabili rispetto a caratteristiche di prezzo, il
  produttore non può difendere la propria posizione contrattuale
  da solo.
    In certi nostri dibattiti si ha la sensazione, invece, che,
  individuate le circa 300350 mila aziende agricole ritenute
  strutturalmente efficienti per la produzione, per queste il
  rapporto con il mercato di sbocco possa esaurirsi in un non
  disprezzabile accordo interprofessionale sui prezzi.
    Noi non concordiamo con questa idea che spesso finisce per
  completarsi con l'obiettivo di una ricerca di produzioni
  alternative  non food,  quasi che questo problema possa
  costituire interesse alternativo alle produzioni a maggior
  valore o per la generalità delle aziende.
    Crediamo che sia interesse di tutti partire certamente da
  una chiara conoscenza dell'apporto delle aziende alla
  produzione lorda valida (PLV) totale, distinguendo tra aziende
  marginali (ma non per questo ininfluenti sull'offerta dei
  prodotti) ed aziende efficienti; ma distinguendo anche,
  all'interno di queste ultime, quelle che hanno interesse a
  perseguire un mero beneficio fondiario da quelle che puntano
  alla formazione di un reddito.
    Crediamo che questa riflessione sia necessaria ai fini
  della definizione, anche da parte delle pubbliche istituzioni,
  della politica agraria che si vuole perseguire, poiché un
  efficientismo fine a se stesso sarebbe poco funzionale ad
  obiettivi organici di mercato e finirebbe, nel tempo, per far
  risalire problemi sociali già ora non superati neppure con le
  misure di accompagnamento della PAC.
    La concentrazione dell'offerta attraverso la costituzione
  di varie forme di organizzazioni di produttori è stato un
  comportamento che alcuni Stati dell'Unione europea hanno
  favorito con interventi legislativi fin dagli anni sessanta.
  Poco dopo anche la Comunità europea, attraverso alcuni
  regolamenti, ha incentivato la costituzione di organizzazioni
  di produttori.
    Ora, un elemento molto interessante per noi italiani, è che
  nell'Unione europea la stragrande maggioranza delle
  associazioni dei produttori è costituita in forma
  cooperativa.
    Nonostante l'abbondanza delle fonti informative anche non
  recenti, sembra che per noi italiani costituisca elemento
  interessante il fatto di conoscere la vastità di questa
  coincidenza tra cooperative ed associazioni dei produttori,
  poiché questa coincidenza non si è realizzata nel nostro Paese
  se non in forma marginale nel comparto ortofrutticolo.
  Infatti, l'associazione dei produttori è stata considerata
  come una sorta di organizzazione a sé stante, alternativa alla
  cooperativa ed alle altre forme societarie, senza la necessità
  reale di disporre del prodotto per la sua commercializzazione
  diretta.
    Negli altri Paesi europei sono state quasi sempre definite
  con chiarezza le forme societarie che potevano rivestire il
  ruolo di associazioni di produttori e, fra queste, la società
  cooperativa è stata sempre compresa.  Le linee guida sono
  sempre state, tuttavia, l'effettiva disponibilità delle
  produzioni.
 
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    In sostanza, l'organizzazione dei produttori definisce una
  sorta di modulo base di aggregazione dei produttori che,
  secondo i regolamenti comunitari, deve almeno fissare delle
  norme comuni per i propri associati in merito alle modalità di
  immissione del prodotto sul mercato e deve controllare che gli
  associati rispettino queste norme per tutto il prodotto.  Nel
  caso del settore ortofrutticolo l'associazione è tenuta a
  realizzare la vendita del prodotto degli associati in proprio
  nome e per proprio conto.
    Un primo nodo da sciogliere, dunque, concerne la
  legislazione italiana, con la modifica urgentissima della
  legge n. 674 del 1978 in due direzioni:
        a)  le associazioni dei produttori devono assumere
  una configurazione societaria idonea a svolgere operazioni
  commerciali sul mercato e devono detenere la reale titolarità
  del prodotto;
        b)  la società cooperativà, di conseguenza, deve
  poter essere riconosciuta idonea ad assumere le funzioni di
  associazione dei produttori.
    In Europa le cooperative hanno potuto assumere ovunque il
  ruolo di associazioni di produttori, tuttavia le loro attività
  non si limitano all'aggregazione della produzione.  Infatti,
  per valorizzare adeguatamente la produzione dei soci ormai non
  è più sufficiente raggiungere grandi concentrazioni di offerta
  ma occorre controllare altre attività a valle della filiera
  per incorporare valore aggiunto.
    La cooperazione agricola, nel momento in cui riesce a
  raggiungere un buon livello di integrazione verticale, offre
  la possibilità al produttore di restare protagonista e non
  subordinato al mercato.
    Evidentemente, l'integrazione verticale in molti casi non
  può prescindere da un buon livello di concentrazione di
  prodotto, dato l'elevato livello di investimenti richiesti per
  realizzare le attività connesse alla trasformazione, alla
  promozione dei prodotti, ai servizi logistici, eccetera.
  L'organizzazione cooperativa quando raggiunge questi livelli
  di sviluppo costituisce veramente un modo per tutelare le
  produzioni locali e mantenere un loro sbocco sul mercato.
    Normalmente è in questa fase che viene messo severamente
  alla prova il rapporto tra la cooperativa e la base sociale:
  in questa situazione è molto importante che il produttore si
  senta protagonista delle scelte della cooperativa.  Questo può
  accadere se esistono gli strumenti per informare e motivare
  sulle scelte.
    I maggiori costi previsti da una dettagliata e tempestiva
  diffusione delle scelte gestionali e delle loro motivazioni
  vengono senz'altro compensati da una migliore risposta della
  base sociale alla programmazione della cooperativa e da una
  maggiore responsabilità nel farsi carico dei rischi.
    Esiste una fisiologica mortalità delle imprese e la
  cooperazione, in questo senso, si mantiene largamente al di
  sotto degli indici registrati in periodi di normalità dei
  cicli economici.
    Su questi problemi si è concentrata l'attenzione che ha
  portato a generalizzare giudizi negativi, senza tenere conto
  di altre centinaia, migliaia di aziende cooperative che,
  invece, si sono consolidate, spesso anche senza l'intervento
  pubblico e che oggi rappresentano una realtà dalla quale è
  possibile partire per quei processi di riorganizzazione che le
  nuove regole di mercato impongono e che costituiscono un
  sicuro punto di riferimento per le produzioni locali nella
  filiera agroalimentare.
    La cooperativa che si integra verticalmente costituisce di
  per sè una forma di organizzazione della filiera, dal momento
  che riunisce gran parte delle attività della filiera stessa.
  La nascita di organismi interprofessionali è ormai invocata da
  più parti come la prossima frontiera di sviluppo delle forme
  di collaborazione lungo la filiera.
    Probabilmente un ruolo preciso per l'interprofessione verrà
  individuato negli OCM di prossima riforma, così come è stato
  fatto per l'OCM del tabacco anche se fino ad ora è stato
  interpretato in modo tutto italiano.  Ne danno prova le
  proposte sugli OCM dell'ortofrutta e del vino.  Del resto, la
  Commissione aveva espresso, in una comunicazione del 26
  ottobre 1990, un
 
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  chiaro orientamento verso lo sviluppo di organismi
  interprofessionali.
    Buona parte del mondo agricolo guarda con speranza
  all'interprofessione come possibilità di stringere accordi
  interprofessionali con le controparti della distribuzione e
  dell'industria: accordi nei quali si tratti la cessione di
  grandi quantitativi di prodotto attraverso le associazioni dei
  produttori a prezzi concordati e per periodi definiti.
    Dobbiamo evidenziare, però, che gli accordi
  interprofessionali per la vendita del prodotto non esauriscono
  il ruolo degli organismi interprofessionali, anzi, questi
  accordi non implicano neppure l'esistenza di un organismo
  interprofessionale per essere stipulati.
    In merito a questi accordi occorre sviluppare anche
  un'altra riflessione; abbiamo visto come l'orientamento dei
  mercati agroalimentari sia ormai irreversibilmente orientato
  verso l'internazionalizzazione degli scambi.  In questa
  situazione un accordo per la cessione del prodotto stipulato a
  livello nazionale difficilmente ha probabilità di successo in
  un mercato dove la formazione del prezzo avviene, ormai, a
  livello sovranazionale.
    Il nostro Paese si trova in una situazione ancora più
  critica per almeno due ragioni: in primo luogo l'Italia è
  deficitaria per gran parte delle derrate alimentari e si
  trova, pertanto, a fare i conti direttamente con la
  concorrenza del prodotto estero anche sul mercato interno; il
  secondo problema investe gli alti costi di produzione della
  nostra agricoltura, costi determinati dalle condizioni
  geografiche spesso sfavorevoli, dal costo del lavoro,
  dall'inefficienza delle infrastrutture, eccetera.  Una
  collocazione soddisfacente dei nostri prodotti sul mercato
  deve far leva sui valori di qualità e di tipicità che
  difficilmente possono rientrare nella logica degli accordi
  interprofessionali.  Questi ultimi, infatti, tendono per
  loro natura a trattare i prodotti come  commodity,  come
  prodotti altamente standardizzati e scarsamente
  differenziati.
    Da questo punto di vista soltanto imprese associative bene
  integrate possono in qualche modo mantenere alla parte
  agricola il controllo delle attività più lucrose della
  filiera.  In sostanza, è lo sviluppo e la promozione delle
  forme più evolute di organizzazione economica dei produttori
  che possono ancora costituire i fattori chiave di sviluppo
  della compagine agricola nel sistema agroalimentare.
    Questo assetto verticale ci consente di evidenziare
  un'ampia ricaduta a monte ed a valle, benefica per il nostro
  Paese sotto i vari aspetti occupazionali, reddituali e di
  valorizzazione delle risorse locali; è dimostrato, infatti,
  che ogni 100 lire di domanda di prodotto agricolo si travasa
  una attivazione a monte pari a 38 lire e che 100 lire di
  reddito agricolo determinano la formazione di 75 lire di altro
  reddito distribuito nei settori a valle.
    L'economia agricola ha, inoltre, come effetto secondario un
  insostituibile ruolo di tutela del territorio e la
  valorizzazione economica di pratiche positive come la
  produzione biologica o l'abbinamento con l'agriturismo,
  suscettibili di economie primarie ed integrative ad economie
  miste come il  part time.
    Dalla premessa si evince la necessità di una politica
  agroindustriale coerente con gli obiettivi della nuova PAC
  realizzando pienamente il ruolo di sussidiarietà che l'Unione
  europea assegna agli Stati membri.
    Pertanto, si propone la seguente proposta di legge che
  vuole dare finalità e criteri alla spesa programmata in
  agricoltura del prossimo triennio, attuando pienamente le
  finalità della legge n. 491 del 1993 sostitutiva del Ministero
  delle risorse agricole, alimentari e forestali.
 
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