| Onorevoli Colleghi! -- Da diverso tempo e da fonti
autorevoli, il sistema agroalimentare viene descritto come in
una fase di cambiamento continuo.
In questo cambiamento, in questa evoluzione, hanno un ruolo
importantissimo i mutamenti della domanda finale dei
consumatori ed il progresso tecnologico; ma un fattore
peculiare è certamente costituito dall'evoluzione dei
regolamenti, delle normative, dei trattati che interessano
l'agricoltura, i mercati dei prodotti agricoli e dei prodotti
agroindustriali.
A nostro avviso, vanno richiamati, per memoria, tre
scenari.
Cominciamo dalla politica agricola dell'Unione europea.
Dal 1992 è in vigore la cosiddetta riforma Mac Sharry, il
cui funzionamento è limitato ai seminativi ed alle carni.
Le conseguenze di questa riforma non sono state finora
dannose per i redditi
degli agricoltori. Combinandosi le integrazioni al reddito
con la progressiva debolezza della nostra moneta, in alcuni
casi, anzi, si sono notati dei miglioramenti. Tuttavia,
l'introduzione dei pagamenti compensativi ha spostato la fonte
di buona parte del sostegno agricolo dai consumatori al
bilancio comunitario, esplicitandone molto nettamente
l'ammontare. Per questa ragione, oltre che per motivi
derivanti da trattati, è opinione di molti che l'evoluzione
della politica agricola comune (PAC) porterà ad una riduzione
della spesa comunitaria per il comparto agricolo con un
conseguente aumento della competitività nei mercati.
Questo vale anche per i settori dell'ortofrutta e del vino,
per i quali la riforma degli OCM non è ancora stata varata;
resta il fatto che le proposte in campo sono orientate a
ridurre la spesa dell'Unione europea, come del resto è
avvenuto nel
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settore del tabacco con i problemi di riconversione colturale
che si sono creati.
Un altro fattore è l'allargamento dell'Unione europea a
quindici membri. Ciò amplierà il mercato sia dal lato della
domanda sia dell'offerta, aumentando per certe produzioni la
concorrenza, influenzata, tra l'altro, dalle condizioni di
favore garantite per un periodo transitorio ai nuovi
entrati.
Infine, a livello mondiale, il principale motore del
cambiamento nei prossimi anni, sarà l'applicazione degli
Accordi GATT, che porterà anche per i prodotti agricoli ad un
allargamento senza precedenti dei mercati mondiali,
contribuendo al processo di internazionalizzazione degli
scambi, già da diversi anni sensibile nel comparto
agroalimentare.
Tra gli strumenti regolatori vorremmo ricordare le quote di
produzione (che forse interesseranno anche il vino, in base
alle recenti dichiarazioni dell'attuale Commissario
all'agricoltura Fishler): strumento di per sé contrario alla
vocazione ed alla capacità imprenditoriale (sul quale
manteniamo serie perplessità) e che, tuttavia, già nelle
attuali circostanze finisce per diventare elemento di garanzia
per i produttori.
In questo quadro competitivo, fra gli elementi determinanti
il funzionamento del sistema agroalimentare, vi è il rapporto
tra la fase agricola a monte e le fasi industriale e
commerciale distributiva a valle.
In questo rapporto assume un'importanza capitale la
connessione con il territorio. L'industria di trasformazione,
infatti, tende ad approvvigionarsi di materia prima nel
territorio in cui è localizzata, a patto che vengano
rispettati alcuni parametri di convenienza economica.
In particolare, i motivi che spingono l'industria ad
approvvigionarsi al di fuori del territorio geografico di
appartenenza sono, soprattutto, la presenza di una eccessiva
frammentazione dell'offerta agricola, che viene considerata un
grave ostacolo per l'efficienza del processo logistico
(pensiamo alla raccolta del latte in montagna); la ricerca di
alternative di approvvigionamento, con l'obiettivo di
comprimere il potere contrattuale dei fornitori (pensiamo ai
semilavorati ortofrutticoli); ed, ancora, il fattore prezzo,
che di solito ha incidenza proporzionalmente maggiore per le
imprese medio-grandi che utilizzano molteplici canali di
approvvigionamento e per le imprese che commercializzano
prodotti intrinsecamente poco differenziabili su elementi
diversi dal prezzo (succhi concentrati, latte UHT, olio
d'oliva).
Vincoli rigidi per quanto riguarda l'approvvigionamento di
materia prima, esistono nel caso delle produzioni a
denominazione di origine (e qui desideriamo sottolineare,
censurandolo, il comportamento dilatorio della Commissione in
ordine al riconoscimento dei prodotti a denominazione di
origine); ma, al di fuori di queste referenze, l'industria di
trasformazione tende a scollegare l'immagine del prodotto
finito dalla provenienza della materia prima.
L'internazionalizzazione dei mercati facilita la tendenza
delle grandi imprese di trasformazione e di distribuzione ad
approvvigionarsi nelle aree dove i prezzi sono più
convenienti; ad indurre una progressiva integrazione di nuovi
Paesi, generalmente più poveri, nel circuito economico e
commerciale dei Paesi ricchi, pur mantenendo livelli di
produttività accettabili.
Per completare il quadro, ricordiamo la tendenza presente
da diversi anni nel sistema agroalimentare alla progressiva
concentrazione dell'industria di trasformazione e delle
imprese della distribuzione.
Imprese di maggiori dimensioni sono certamente facilitate a
differenziare gli approvvigionamenti di materia prima e poco
interessate a valorizzare le produzioni agricole a livello
locale.
La tendenza a trattare la materia prima agricola come bene
indifferenziato spiega anche l'orientamento presente nel
sistema agroalimentare a rimandare a fasi sempre più avanzate
della filiera le attività che attribuiscono valore aggiunto al
prodotto.
La volontà delle autorità di Bruxelles di ridimensionare le
spese comunitarie per l'agricoltura; l'apertura delle
frontiere comunitarie alle importazioni dai Paesi terzi
imposta dagli Accordi GATT; il progressivo
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minore interesse degli operatori a valle della filiera verso
le produzioni nazionali, mettono, dunque, ormai, con sempre
più labili difese, il produttore agricolo di fronte al
mercato, un mercato di dimensioni mondiali. Alcune difese, per
un certo periodo, potranno essere invocate con riferimento
alle caratteristiche qualitative e di salubrità sempre più
richieste dal consumatore dell'Unione europea.
L'industria e la distribuzione non potranno prescindere in
assoluto dalle caratteristiche della materia prima e, per
questo vi sono ancora spazi alla differenziazione del prodotto
in termini di apporto controllato e limitato di pesticidi, di
qualità certificata ed anche di tipicità.
Nel settore della pesca, ad esempio, dove l'Unione europea
è ormai arrivata al traguardo della soppressione degli aiuti
sia ai pescatori che alle industrie di trasformazione,
dobbiamo prendere atto che le industrie in Italia hanno
pressoché tutte chiuso i battenti, salvo poche che, con
prodotti di nicchia, fanno lavorazioni per conto di non più di
tre marche commerciali.
Di fronte ad un mercato così ampio e sempre più tentato da
prodotti accettabili rispetto a caratteristiche di prezzo, il
produttore non può difendere la propria posizione contrattuale
da solo.
In certi nostri dibattiti si ha la sensazione, invece, che,
individuate le circa 300350 mila aziende agricole ritenute
strutturalmente efficienti per la produzione, per queste il
rapporto con il mercato di sbocco possa esaurirsi in un non
disprezzabile accordo interprofessionale sui prezzi.
Noi non concordiamo con questa idea che spesso finisce per
completarsi con l'obiettivo di una ricerca di produzioni
alternative non food, quasi che questo problema possa
costituire interesse alternativo alle produzioni a maggior
valore o per la generalità delle aziende.
Crediamo che sia interesse di tutti partire certamente da
una chiara conoscenza dell'apporto delle aziende alla
produzione lorda valida (PLV) totale, distinguendo tra aziende
marginali (ma non per questo ininfluenti sull'offerta dei
prodotti) ed aziende efficienti; ma distinguendo anche,
all'interno di queste ultime, quelle che hanno interesse a
perseguire un mero beneficio fondiario da quelle che puntano
alla formazione di un reddito.
Crediamo che questa riflessione sia necessaria ai fini
della definizione, anche da parte delle pubbliche istituzioni,
della politica agraria che si vuole perseguire, poiché un
efficientismo fine a se stesso sarebbe poco funzionale ad
obiettivi organici di mercato e finirebbe, nel tempo, per far
risalire problemi sociali già ora non superati neppure con le
misure di accompagnamento della PAC.
La concentrazione dell'offerta attraverso la costituzione
di varie forme di organizzazioni di produttori è stato un
comportamento che alcuni Stati dell'Unione europea hanno
favorito con interventi legislativi fin dagli anni sessanta.
Poco dopo anche la Comunità europea, attraverso alcuni
regolamenti, ha incentivato la costituzione di organizzazioni
di produttori.
Ora, un elemento molto interessante per noi italiani, è che
nell'Unione europea la stragrande maggioranza delle
associazioni dei produttori è costituita in forma
cooperativa.
Nonostante l'abbondanza delle fonti informative anche non
recenti, sembra che per noi italiani costituisca elemento
interessante il fatto di conoscere la vastità di questa
coincidenza tra cooperative ed associazioni dei produttori,
poiché questa coincidenza non si è realizzata nel nostro Paese
se non in forma marginale nel comparto ortofrutticolo.
Infatti, l'associazione dei produttori è stata considerata
come una sorta di organizzazione a sé stante, alternativa alla
cooperativa ed alle altre forme societarie, senza la necessità
reale di disporre del prodotto per la sua commercializzazione
diretta.
Negli altri Paesi europei sono state quasi sempre definite
con chiarezza le forme societarie che potevano rivestire il
ruolo di associazioni di produttori e, fra queste, la società
cooperativa è stata sempre compresa. Le linee guida sono
sempre state, tuttavia, l'effettiva disponibilità delle
produzioni.
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In sostanza, l'organizzazione dei produttori definisce una
sorta di modulo base di aggregazione dei produttori che,
secondo i regolamenti comunitari, deve almeno fissare delle
norme comuni per i propri associati in merito alle modalità di
immissione del prodotto sul mercato e deve controllare che gli
associati rispettino queste norme per tutto il prodotto. Nel
caso del settore ortofrutticolo l'associazione è tenuta a
realizzare la vendita del prodotto degli associati in proprio
nome e per proprio conto.
Un primo nodo da sciogliere, dunque, concerne la
legislazione italiana, con la modifica urgentissima della
legge n. 674 del 1978 in due direzioni:
a) le associazioni dei produttori devono assumere
una configurazione societaria idonea a svolgere operazioni
commerciali sul mercato e devono detenere la reale titolarità
del prodotto;
b) la società cooperativà, di conseguenza, deve
poter essere riconosciuta idonea ad assumere le funzioni di
associazione dei produttori.
In Europa le cooperative hanno potuto assumere ovunque il
ruolo di associazioni di produttori, tuttavia le loro attività
non si limitano all'aggregazione della produzione. Infatti,
per valorizzare adeguatamente la produzione dei soci ormai non
è più sufficiente raggiungere grandi concentrazioni di offerta
ma occorre controllare altre attività a valle della filiera
per incorporare valore aggiunto.
La cooperazione agricola, nel momento in cui riesce a
raggiungere un buon livello di integrazione verticale, offre
la possibilità al produttore di restare protagonista e non
subordinato al mercato.
Evidentemente, l'integrazione verticale in molti casi non
può prescindere da un buon livello di concentrazione di
prodotto, dato l'elevato livello di investimenti richiesti per
realizzare le attività connesse alla trasformazione, alla
promozione dei prodotti, ai servizi logistici, eccetera.
L'organizzazione cooperativa quando raggiunge questi livelli
di sviluppo costituisce veramente un modo per tutelare le
produzioni locali e mantenere un loro sbocco sul mercato.
Normalmente è in questa fase che viene messo severamente
alla prova il rapporto tra la cooperativa e la base sociale:
in questa situazione è molto importante che il produttore si
senta protagonista delle scelte della cooperativa. Questo può
accadere se esistono gli strumenti per informare e motivare
sulle scelte.
I maggiori costi previsti da una dettagliata e tempestiva
diffusione delle scelte gestionali e delle loro motivazioni
vengono senz'altro compensati da una migliore risposta della
base sociale alla programmazione della cooperativa e da una
maggiore responsabilità nel farsi carico dei rischi.
Esiste una fisiologica mortalità delle imprese e la
cooperazione, in questo senso, si mantiene largamente al di
sotto degli indici registrati in periodi di normalità dei
cicli economici.
Su questi problemi si è concentrata l'attenzione che ha
portato a generalizzare giudizi negativi, senza tenere conto
di altre centinaia, migliaia di aziende cooperative che,
invece, si sono consolidate, spesso anche senza l'intervento
pubblico e che oggi rappresentano una realtà dalla quale è
possibile partire per quei processi di riorganizzazione che le
nuove regole di mercato impongono e che costituiscono un
sicuro punto di riferimento per le produzioni locali nella
filiera agroalimentare.
La cooperativa che si integra verticalmente costituisce di
per sè una forma di organizzazione della filiera, dal momento
che riunisce gran parte delle attività della filiera stessa.
La nascita di organismi interprofessionali è ormai invocata da
più parti come la prossima frontiera di sviluppo delle forme
di collaborazione lungo la filiera.
Probabilmente un ruolo preciso per l'interprofessione verrà
individuato negli OCM di prossima riforma, così come è stato
fatto per l'OCM del tabacco anche se fino ad ora è stato
interpretato in modo tutto italiano. Ne danno prova le
proposte sugli OCM dell'ortofrutta e del vino. Del resto, la
Commissione aveva espresso, in una comunicazione del 26
ottobre 1990, un
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chiaro orientamento verso lo sviluppo di organismi
interprofessionali.
Buona parte del mondo agricolo guarda con speranza
all'interprofessione come possibilità di stringere accordi
interprofessionali con le controparti della distribuzione e
dell'industria: accordi nei quali si tratti la cessione di
grandi quantitativi di prodotto attraverso le associazioni dei
produttori a prezzi concordati e per periodi definiti.
Dobbiamo evidenziare, però, che gli accordi
interprofessionali per la vendita del prodotto non esauriscono
il ruolo degli organismi interprofessionali, anzi, questi
accordi non implicano neppure l'esistenza di un organismo
interprofessionale per essere stipulati.
In merito a questi accordi occorre sviluppare anche
un'altra riflessione; abbiamo visto come l'orientamento dei
mercati agroalimentari sia ormai irreversibilmente orientato
verso l'internazionalizzazione degli scambi. In questa
situazione un accordo per la cessione del prodotto stipulato a
livello nazionale difficilmente ha probabilità di successo in
un mercato dove la formazione del prezzo avviene, ormai, a
livello sovranazionale.
Il nostro Paese si trova in una situazione ancora più
critica per almeno due ragioni: in primo luogo l'Italia è
deficitaria per gran parte delle derrate alimentari e si
trova, pertanto, a fare i conti direttamente con la
concorrenza del prodotto estero anche sul mercato interno; il
secondo problema investe gli alti costi di produzione della
nostra agricoltura, costi determinati dalle condizioni
geografiche spesso sfavorevoli, dal costo del lavoro,
dall'inefficienza delle infrastrutture, eccetera. Una
collocazione soddisfacente dei nostri prodotti sul mercato
deve far leva sui valori di qualità e di tipicità che
difficilmente possono rientrare nella logica degli accordi
interprofessionali. Questi ultimi, infatti, tendono per
loro natura a trattare i prodotti come commodity, come
prodotti altamente standardizzati e scarsamente
differenziati.
Da questo punto di vista soltanto imprese associative bene
integrate possono in qualche modo mantenere alla parte
agricola il controllo delle attività più lucrose della
filiera. In sostanza, è lo sviluppo e la promozione delle
forme più evolute di organizzazione economica dei produttori
che possono ancora costituire i fattori chiave di sviluppo
della compagine agricola nel sistema agroalimentare.
Questo assetto verticale ci consente di evidenziare
un'ampia ricaduta a monte ed a valle, benefica per il nostro
Paese sotto i vari aspetti occupazionali, reddituali e di
valorizzazione delle risorse locali; è dimostrato, infatti,
che ogni 100 lire di domanda di prodotto agricolo si travasa
una attivazione a monte pari a 38 lire e che 100 lire di
reddito agricolo determinano la formazione di 75 lire di altro
reddito distribuito nei settori a valle.
L'economia agricola ha, inoltre, come effetto secondario un
insostituibile ruolo di tutela del territorio e la
valorizzazione economica di pratiche positive come la
produzione biologica o l'abbinamento con l'agriturismo,
suscettibili di economie primarie ed integrative ad economie
miste come il part time.
Dalla premessa si evince la necessità di una politica
agroindustriale coerente con gli obiettivi della nuova PAC
realizzando pienamente il ruolo di sussidiarietà che l'Unione
europea assegna agli Stati membri.
Pertanto, si propone la seguente proposta di legge che
vuole dare finalità e criteri alla spesa programmata in
agricoltura del prossimo triennio, attuando pienamente le
finalità della legge n. 491 del 1993 sostitutiva del Ministero
delle risorse agricole, alimentari e forestali.
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