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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


2967
DDL0179-0002
Progetto di legge Camera n. 179 - testo presentato - (DDL12-179)
(suddiviso in 12 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C179. TESTIPDL
...C179.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC179 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- La presente proposta di legge è
  presentata grazie al contributo del movimento dei consigli
  unitari CGIL-CISL-UIL, come atto di servizio nei confronti
  delle istanze di democrazia sindacale e di base espresse da
  tale movimento e per accelerarne l'esame parlamentare.
    Nel corso della XI legislatura, la XI Commissione della
  Camera dei deputati ha esaminato in sede referente le proposte
  di legge sulla rappresentanza sindacale presentata da diversi
  gruppi.  Riteniamo indispensabile ed utile che tale confronto
  tenga conto della elaborazione e delle proposte delle
  strutture sindacali ed in particolare
  delle strutture per così dire "destinatarie" delle
  norme all'esame del Parlamento: i consigli dei delegati.
    Il 27 febbraio 1993 i consigli unitari CGIL-CISL-UIL
  indicevano una manifestazione nazionale che vide la
  partecipazione di più di duecentomila lavoratori.  La protesta
  era indirizzata contro l'accordo del 31 luglio 1992, contro la
  politica di smantellamento dello stato sociale del governo
  Amato e per rivendicare regole certe e democratiche per la
  vita sindacale a partire dalle strutture di base.
    Da quell'iniziativa partì una campagna referendaria
  riguardante, fra l'altro, l'abrogazione di parti dell'articolo
  19 dello
 
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  Statuto dei lavoratori e del concetto di organizzazioni
  sindacali "maggiormente rappresentative", una dizione che, con
  il passare degli anni e l'accumularsi di leggi e normative, ha
  finito per delineare un vero e proprio monopolio della
  rappresentanza sindacale, sempre più istituzionalizzata e
  sempre meno verificata.
    Contemporaneamente il movimento dei consigli si adoperava
  per promuovere una legge d'iniziativa popolare sulla
  democrazia nei posti di lavoro.
    "Una legge" - come scrivevano i rappresentanti dei consigli
  - "non per frammentare ma per unificare; non per allargare i
  monopoli, ma per superarli; per ricostruire la rappresentanza
  sindacale su basi rinnovate e democratiche".
    A fine giugno 1993 sono state depositate circa
  settecentomila firme per i quesiti referendari e centomila
  firme per la proposta di legge d'iniziativa popolare.
    L'articolo 19 è il vero e proprio architrave dell'intero
  impianto normativo dello Statuto dei lavoratori.
    Infatti, l'articolo 19 definisce i criteri per la
  costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali,
  individuando così i destinatari di tutti i diritti previsti
  dagli articoli seguenti (e cioé quelli di indire assemblee,
  referendum,  di usufruire di permessi retribuiti e non,
  locali per riunioni, bacheche, eccetera).
    Il sistema dello Statuto attribuisce una ulteriore funzione
  alle rappresentanze sindacali, depositarie non solo di
  specifici spazi di contrattazione aziendale, ma anche e
  soprattutto della sostanziale tutela, ovviamente in sede
  sindacale, dei diritti fondamentali dei lavoratori sanciti
  dalla legge nella sua prima parte.
    Con lo Statuto dei lavoratori si chiude un decennio segnato
  da importanti interventi legislativi che segnano altrettante
  vittorie per il movimento operaio e che seguivano ed
  accompagnavano le dure lotte dei lavoratori e delle
  lavoratrici, dei braccianti del sud come degli operai delle
  grandi fabbriche del nord, lotte che toccarono il culmine
  nella stagione dell'autunno caldo.
    Lotte nelle quali nascevano i consigli, organismi di
  rappresentanza assolutamente nuovi.
    Caratteristica realmente innovativa di queste nuove
  strutture, una vera e propria rottura col passato, era la
  elezione diretta dei delegati da parte di tutti i lavoratori
  dei reparti o gruppi omogenei, fossero essi iscritti o non
  iscritti al sindacato, su scheda bianca, secondo il principio
  "tutti elettori, tutti eleggibili".  E così, mentre il
  Parlamento approvava lo Statuto (era il maggio 1970), per
  certi aspetti esso, ed in particolare l'articolo 19, già
  poteva considerarsi inadeguato, poiché altri e diversi erano
  gli strumenti di democrazia creati dalla spontaneità
  operaia.
    Di ciò si resero conto le organizzazioni sindacali e così
  nel patto federativo siglato da CGIL-CISL e UIL all'indomani
  dell'"autunno caldo" i consigli dei delegati venivano
  individuati come le strutture di base della federazione, "con
  poteri di contrattazione sui posti di lavoro", e veniva
  stabilito che alla loro formazione concorrono in primo luogo
  gli iscritti alle confederazioni e i lavoratori non iscritti
  che, su iniziativa delle stesse, per loro libera scelta,
  intendono parteciparvi: pertanto in tale organismo e, ove
  esiste, nell'esecutivo, deve essere assicurata la
  rappresentanza delle forze sindacali che operano nell'azienda
  stessa e che costituiscono la "Federazione".
    Negli anni che seguono non vengono pertanto elette
  rappresentanze aziendali dalle singole organizzazioni, e i
  contratti collettivi riconoscono ai consigli i diritti
  attribuiti dallo Statuto alle rappresentanze sindacali
  aziendali.
    Ciò costituisce un indubbio riconoscimento per i consigli,
  ma è nel contempo la predeterminazione del loro futuro declino
  e tendenziale scomparsa.
    Infatti, sia il loro rinnovo che la loro, stessa
  sopravvivenza, sono subordinati all'accordo delle tre
  confederazioni: è sufficiente che anche una sola disconosca il
  consiglio e decida di costituire una propria rappresentanza
  sindacale aziendale, che il consiglio stesso decade e ai suoi
  membri non viene più riconosciuto alcun diritto.
 
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    Ciò non a caso porta i consigli "sopravissuti" a combattere
  una battaglia per rinnovare le regole della democrazia
  sindacale a partire dai luoghi di lavoro.
    In un loro appello del 29 gennaio 1993 22 delegati di
  Torino, Milano, Brescia, Verona, Bolzano, Bologna, Roma,
  Napoli e Pesaro, scrivevano:
    "Le vicende sindacali degli ultimi dieci anni - dalla
  sconfitta politica di fronte al grande processo di
  ristrutturazione degli anni '80, all'ultimo contratto dei
  metalmeccanici, passando per l'accordo del 31 luglio 1992,
  fino alla manovra di politica economica e sociale del governo
  Amato - hanno reso consapevoli milioni di lavoratrici e di
  lavoratori del fatto che il loro punto di vista è ininfluente
  sulle scelte che il sindacato compie e che esso non attinge
  alle enormi risorse di mobilitazione messe a disposizione,
  mentre sono in gioco conquiste e diritti fondamentali del
  movimento sindacale e della vita materiale della gente: dalla
  scala mobile alla contrattazione, dalle pensioni alla sanità,
  fino al diritto al lavoro stesso.
    Siamo quindi di fronte ad una crisi profonda del sindacato,
  che è crisi di credibilità, di rappresentanza, ma soprattutto
  crisi di democrazia.
    E la questione della "democrazia sul posto di lavoro"
  diventa così oggi questione non più eludibile per la stessa
  democrazia del nostro Paese.  Se non la si affronta e se non la
  si risolve, la crisi del sindacato esploderà, contribuendo ad
  alimentare estremismi, corporativismi e leghismi di ogni
  genere.
    La crisi di democrazia del sindacato nasce dall'assenza di
  regole, di procedure democratiche che siano esigibili da tutti
  i lavoratori, iscritti e non iscritti ad un sindacato.
    Questa assenza consente ad un apparato politico
  autoreferenziale una legittimazione a decidere, nel bene e nel
  male, per tutti, al di sopra di ogni verifica del consenso,
  del mandato e della rappresentanza.  Questa autoreferenza,
  questa "irresponsabilità democratica", si fonda sulla potestà
  di esercitare il monopolio della rappresentanza e della
  contrattazione per tutto il mondo del lavoro, garantita alle
  confederazioni "maggiormente rappresentative" dall'articolo 19
  dello statuto dei lavoratori".
    Un monopolio che non trova oggi più il contraltare del
  potere informale, della democrazia sostanziale e della
  partecipazione unitaria dei lavoratori rappresentato dai
  consigli negli anni '70, gli anni, appunto, dello Statuto,
  oltre il fatto che milioni di lavoratori delle piccole e
  piccolissime aziende non hanno avuto e non hanno diritto di
  rappresentanza.  La questione che si pone è quindi quella di
  ridefinire il punto centrale della sovranità, di affermare il
  diritto di milioni di lavoratrici e lavoratori di essere la
  fonte del potere sindacale, il soggetto che ne motiva,
  sostiene e convalida le scelte.
    Insomma si tratta di dare ai lavoratori il diritto di
  voto.
    La proposta di legge dei consigli unitari in tema di
  rappresentanza sindacale vuole essere un contributo che si
  affianca alle proposte delle forze politiche di sinistra e
  sindacali che hanno l'obiettivo di spostare diritti e poteri
  dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori.
    Gli obiettivi che questa proposta di legge si propone sono
  i seguenti:
      1) tutelare la libertà di organizzarsi sindacalmente sul
  luogo di lavoro;
      2) garantire a tutti, nel settore privato e della
  pubblica amministrazione, l'elezione libera e periodica dei
  propri rappresentati;
      3) assegnare alla rappresentanza sindacale unitaria
  nell'unità di lavoro la funzione di agente contrattuale con il
  potere di stipulare accordi aventi efficacia  erga
  omnes;
      4) garantire alle lavoratrici e ai lavoratori il diritto
  di voto dirimente (assenso/dissenso) sugli accordi stipulati
  dalle loro rappresentanze a tutti i livelli.
    La proposta delinea un modello sindacale che veda sui
  luoghi di lavoro un ruolo e una attiva funzione sia della
  rappresentanza elettiva che delle associazioni sindacali.
 
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  E' esplicitato il diritto, costituzionalmente tutelato,
  per una associazione sindacale di contrattare per i suoi
  iscritti, nel caso si collochi all'esterno della
  rappresentanza unitaria.
    L'incentivo per motivare la partecipazione alla
  rappresentanza elettiva è definito dal potere che la legge
  assegna: quello di stipulare contratti collettivi validi per
  tutti.  Ne consegue che il consiglio non è più emanazione dei
  sindacati, dispone di una reale autonomia per negoziare le
  condizioni di lavoro, salariali e ogni altra questione
  attinente l'attività lavorativa.
    L'elezione non è attivata o negata da poteri esterni, ma
  viene indetta sia per iniziativa di una percentuale, non
  elevata, di lavoratori che di ogni singola associazione
  sindacale.  La rappresentanza eletta è proclamata dal comitato
  elettorale.
    Si tende ad istituire un rapporto virtuoso tra tutti gli
  istituti della democrazia, sia diretta che rappresentativa,
  con la più ampia tutela della minoranze e con regole certe di
  controllo da parte dell'insieme dei lavoratori sulle scelte
  della stessa rappresentanza elettiva: l'accordo aziendale deve
  infatti essere approvato anche dall'assemblea e, in caso una
  percentuale di lavoratori lo richieda, va sottoposto a
  referendum  globalmente abrogativo.  Sono infatti
  necessarie regole di democrazia che inducano
  alla responsabilità non solo i rappresentanti ma anche i
  rappresentati: per questo è decisivo lo strumento del
  referendum,  garante che i lavoratori siano pienamente
  responsabilizzati anche per la decisione finale.
    Ricordiamo anche la avvenuta presentazione nella XI
  legislatura di una proposta di legge di iniziativa popolare
  (atto Camera 2836), in quanto, al di là delle opinioni di
  ciascuno di noi su singoli aspetti di tale proposta, essa
  delinea un sindacato della democrazia di mandato.
    Riteniamo infine che la questione della democrazia sui
  luoghi di lavoro non sia una questione meramente "sindacale"
  anche se di rilievo, ma una grande questione sociale e
  democratica.  La democrazia sui luoghi di lavoro è metro e
  misura della democrazia reale nel nostro Paese e parte
  integrante della riforma delle istituzioni: non può dunque
  essere delegata dal Parlamento ad altri.
    Onorevoli colleghi, la presentazione di questa proposta di
  legge vuole anche essere da parte nostra un atto di
  solidarietà nel confronto del movimento unitario dei consigli
  dei delegati e dei lavoratori, che rivendicano di poter
  fruire, come diritto di cittadinanza, del diritto di elezione
  dei propri rappresentanti sul luogo di lavoro.
 
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