| Onorevoli Colleghi! -- La presente proposta di legge è
presentata grazie al contributo del movimento dei consigli
unitari CGIL-CISL-UIL, come atto di servizio nei confronti
delle istanze di democrazia sindacale e di base espresse da
tale movimento e per accelerarne l'esame parlamentare.
Nel corso della XI legislatura, la XI Commissione della
Camera dei deputati ha esaminato in sede referente le proposte
di legge sulla rappresentanza sindacale presentata da diversi
gruppi. Riteniamo indispensabile ed utile che tale confronto
tenga conto della elaborazione e delle proposte delle
strutture sindacali ed in particolare
delle strutture per così dire "destinatarie" delle
norme all'esame del Parlamento: i consigli dei delegati.
Il 27 febbraio 1993 i consigli unitari CGIL-CISL-UIL
indicevano una manifestazione nazionale che vide la
partecipazione di più di duecentomila lavoratori. La protesta
era indirizzata contro l'accordo del 31 luglio 1992, contro la
politica di smantellamento dello stato sociale del governo
Amato e per rivendicare regole certe e democratiche per la
vita sindacale a partire dalle strutture di base.
Da quell'iniziativa partì una campagna referendaria
riguardante, fra l'altro, l'abrogazione di parti dell'articolo
19 dello
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Statuto dei lavoratori e del concetto di organizzazioni
sindacali "maggiormente rappresentative", una dizione che, con
il passare degli anni e l'accumularsi di leggi e normative, ha
finito per delineare un vero e proprio monopolio della
rappresentanza sindacale, sempre più istituzionalizzata e
sempre meno verificata.
Contemporaneamente il movimento dei consigli si adoperava
per promuovere una legge d'iniziativa popolare sulla
democrazia nei posti di lavoro.
"Una legge" - come scrivevano i rappresentanti dei consigli
- "non per frammentare ma per unificare; non per allargare i
monopoli, ma per superarli; per ricostruire la rappresentanza
sindacale su basi rinnovate e democratiche".
A fine giugno 1993 sono state depositate circa
settecentomila firme per i quesiti referendari e centomila
firme per la proposta di legge d'iniziativa popolare.
L'articolo 19 è il vero e proprio architrave dell'intero
impianto normativo dello Statuto dei lavoratori.
Infatti, l'articolo 19 definisce i criteri per la
costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali,
individuando così i destinatari di tutti i diritti previsti
dagli articoli seguenti (e cioé quelli di indire assemblee,
referendum, di usufruire di permessi retribuiti e non,
locali per riunioni, bacheche, eccetera).
Il sistema dello Statuto attribuisce una ulteriore funzione
alle rappresentanze sindacali, depositarie non solo di
specifici spazi di contrattazione aziendale, ma anche e
soprattutto della sostanziale tutela, ovviamente in sede
sindacale, dei diritti fondamentali dei lavoratori sanciti
dalla legge nella sua prima parte.
Con lo Statuto dei lavoratori si chiude un decennio segnato
da importanti interventi legislativi che segnano altrettante
vittorie per il movimento operaio e che seguivano ed
accompagnavano le dure lotte dei lavoratori e delle
lavoratrici, dei braccianti del sud come degli operai delle
grandi fabbriche del nord, lotte che toccarono il culmine
nella stagione dell'autunno caldo.
Lotte nelle quali nascevano i consigli, organismi di
rappresentanza assolutamente nuovi.
Caratteristica realmente innovativa di queste nuove
strutture, una vera e propria rottura col passato, era la
elezione diretta dei delegati da parte di tutti i lavoratori
dei reparti o gruppi omogenei, fossero essi iscritti o non
iscritti al sindacato, su scheda bianca, secondo il principio
"tutti elettori, tutti eleggibili". E così, mentre il
Parlamento approvava lo Statuto (era il maggio 1970), per
certi aspetti esso, ed in particolare l'articolo 19, già
poteva considerarsi inadeguato, poiché altri e diversi erano
gli strumenti di democrazia creati dalla spontaneità
operaia.
Di ciò si resero conto le organizzazioni sindacali e così
nel patto federativo siglato da CGIL-CISL e UIL all'indomani
dell'"autunno caldo" i consigli dei delegati venivano
individuati come le strutture di base della federazione, "con
poteri di contrattazione sui posti di lavoro", e veniva
stabilito che alla loro formazione concorrono in primo luogo
gli iscritti alle confederazioni e i lavoratori non iscritti
che, su iniziativa delle stesse, per loro libera scelta,
intendono parteciparvi: pertanto in tale organismo e, ove
esiste, nell'esecutivo, deve essere assicurata la
rappresentanza delle forze sindacali che operano nell'azienda
stessa e che costituiscono la "Federazione".
Negli anni che seguono non vengono pertanto elette
rappresentanze aziendali dalle singole organizzazioni, e i
contratti collettivi riconoscono ai consigli i diritti
attribuiti dallo Statuto alle rappresentanze sindacali
aziendali.
Ciò costituisce un indubbio riconoscimento per i consigli,
ma è nel contempo la predeterminazione del loro futuro declino
e tendenziale scomparsa.
Infatti, sia il loro rinnovo che la loro, stessa
sopravvivenza, sono subordinati all'accordo delle tre
confederazioni: è sufficiente che anche una sola disconosca il
consiglio e decida di costituire una propria rappresentanza
sindacale aziendale, che il consiglio stesso decade e ai suoi
membri non viene più riconosciuto alcun diritto.
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Ciò non a caso porta i consigli "sopravissuti" a combattere
una battaglia per rinnovare le regole della democrazia
sindacale a partire dai luoghi di lavoro.
In un loro appello del 29 gennaio 1993 22 delegati di
Torino, Milano, Brescia, Verona, Bolzano, Bologna, Roma,
Napoli e Pesaro, scrivevano:
"Le vicende sindacali degli ultimi dieci anni - dalla
sconfitta politica di fronte al grande processo di
ristrutturazione degli anni '80, all'ultimo contratto dei
metalmeccanici, passando per l'accordo del 31 luglio 1992,
fino alla manovra di politica economica e sociale del governo
Amato - hanno reso consapevoli milioni di lavoratrici e di
lavoratori del fatto che il loro punto di vista è ininfluente
sulle scelte che il sindacato compie e che esso non attinge
alle enormi risorse di mobilitazione messe a disposizione,
mentre sono in gioco conquiste e diritti fondamentali del
movimento sindacale e della vita materiale della gente: dalla
scala mobile alla contrattazione, dalle pensioni alla sanità,
fino al diritto al lavoro stesso.
Siamo quindi di fronte ad una crisi profonda del sindacato,
che è crisi di credibilità, di rappresentanza, ma soprattutto
crisi di democrazia.
E la questione della "democrazia sul posto di lavoro"
diventa così oggi questione non più eludibile per la stessa
democrazia del nostro Paese. Se non la si affronta e se non la
si risolve, la crisi del sindacato esploderà, contribuendo ad
alimentare estremismi, corporativismi e leghismi di ogni
genere.
La crisi di democrazia del sindacato nasce dall'assenza di
regole, di procedure democratiche che siano esigibili da tutti
i lavoratori, iscritti e non iscritti ad un sindacato.
Questa assenza consente ad un apparato politico
autoreferenziale una legittimazione a decidere, nel bene e nel
male, per tutti, al di sopra di ogni verifica del consenso,
del mandato e della rappresentanza. Questa autoreferenza,
questa "irresponsabilità democratica", si fonda sulla potestà
di esercitare il monopolio della rappresentanza e della
contrattazione per tutto il mondo del lavoro, garantita alle
confederazioni "maggiormente rappresentative" dall'articolo 19
dello statuto dei lavoratori".
Un monopolio che non trova oggi più il contraltare del
potere informale, della democrazia sostanziale e della
partecipazione unitaria dei lavoratori rappresentato dai
consigli negli anni '70, gli anni, appunto, dello Statuto,
oltre il fatto che milioni di lavoratori delle piccole e
piccolissime aziende non hanno avuto e non hanno diritto di
rappresentanza. La questione che si pone è quindi quella di
ridefinire il punto centrale della sovranità, di affermare il
diritto di milioni di lavoratrici e lavoratori di essere la
fonte del potere sindacale, il soggetto che ne motiva,
sostiene e convalida le scelte.
Insomma si tratta di dare ai lavoratori il diritto di
voto.
La proposta di legge dei consigli unitari in tema di
rappresentanza sindacale vuole essere un contributo che si
affianca alle proposte delle forze politiche di sinistra e
sindacali che hanno l'obiettivo di spostare diritti e poteri
dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori.
Gli obiettivi che questa proposta di legge si propone sono
i seguenti:
1) tutelare la libertà di organizzarsi sindacalmente sul
luogo di lavoro;
2) garantire a tutti, nel settore privato e della
pubblica amministrazione, l'elezione libera e periodica dei
propri rappresentati;
3) assegnare alla rappresentanza sindacale unitaria
nell'unità di lavoro la funzione di agente contrattuale con il
potere di stipulare accordi aventi efficacia erga
omnes;
4) garantire alle lavoratrici e ai lavoratori il diritto
di voto dirimente (assenso/dissenso) sugli accordi stipulati
dalle loro rappresentanze a tutti i livelli.
La proposta delinea un modello sindacale che veda sui
luoghi di lavoro un ruolo e una attiva funzione sia della
rappresentanza elettiva che delle associazioni sindacali.
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E' esplicitato il diritto, costituzionalmente tutelato,
per una associazione sindacale di contrattare per i suoi
iscritti, nel caso si collochi all'esterno della
rappresentanza unitaria.
L'incentivo per motivare la partecipazione alla
rappresentanza elettiva è definito dal potere che la legge
assegna: quello di stipulare contratti collettivi validi per
tutti. Ne consegue che il consiglio non è più emanazione dei
sindacati, dispone di una reale autonomia per negoziare le
condizioni di lavoro, salariali e ogni altra questione
attinente l'attività lavorativa.
L'elezione non è attivata o negata da poteri esterni, ma
viene indetta sia per iniziativa di una percentuale, non
elevata, di lavoratori che di ogni singola associazione
sindacale. La rappresentanza eletta è proclamata dal comitato
elettorale.
Si tende ad istituire un rapporto virtuoso tra tutti gli
istituti della democrazia, sia diretta che rappresentativa,
con la più ampia tutela della minoranze e con regole certe di
controllo da parte dell'insieme dei lavoratori sulle scelte
della stessa rappresentanza elettiva: l'accordo aziendale deve
infatti essere approvato anche dall'assemblea e, in caso una
percentuale di lavoratori lo richieda, va sottoposto a
referendum globalmente abrogativo. Sono infatti
necessarie regole di democrazia che inducano
alla responsabilità non solo i rappresentanti ma anche i
rappresentati: per questo è decisivo lo strumento del
referendum, garante che i lavoratori siano pienamente
responsabilizzati anche per la decisione finale.
Ricordiamo anche la avvenuta presentazione nella XI
legislatura di una proposta di legge di iniziativa popolare
(atto Camera 2836), in quanto, al di là delle opinioni di
ciascuno di noi su singoli aspetti di tale proposta, essa
delinea un sindacato della democrazia di mandato.
Riteniamo infine che la questione della democrazia sui
luoghi di lavoro non sia una questione meramente "sindacale"
anche se di rilievo, ma una grande questione sociale e
democratica. La democrazia sui luoghi di lavoro è metro e
misura della democrazia reale nel nostro Paese e parte
integrante della riforma delle istituzioni: non può dunque
essere delegata dal Parlamento ad altri.
Onorevoli colleghi, la presentazione di questa proposta di
legge vuole anche essere da parte nostra un atto di
solidarietà nel confronto del movimento unitario dei consigli
dei delegati e dei lavoratori, che rivendicano di poter
fruire, come diritto di cittadinanza, del diritto di elezione
dei propri rappresentanti sul luogo di lavoro.
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