| Onorevoli Colleghi! -- Gli ultimi Governi hanno perseguito
una politica economica recessiva sia pur diluita nel tempo
malgrado la grave crisi economica. Le conseguenze
sull'occupazione non si sono fatte attendere: il tasso di
disoccupazione è ormai prossimo a sfondare il 12 per cento ed
in alcune aree del nostro Mezzogiorno esso naviga intorno al
30 per cento, le integrazioni al reddito dei lavoratori
dipendenti licenziati o posti in cassa integrazione hanno
avuto un'impennata. La crisi riguarda le grandi come le
piccole imprese, l'industria come il terziario, il Nord come
il Sud.
Nell'attuale crisi si sommano più elementi critici. Non si
tratta solo di una fase bassa del ciclo economico un po' come
in tutto l'Occidente (bassa congiuntura amplificata
dalle debolezze strutturali della nostra economia e
dalla politica depressiva dei governi Ciampi e Amato), ma
anche delle crescenti difficoltà per gli Stati a correggere il
ciclo tramite una domanda pubblica tradizionale. Si estende
una difficoltà occupazionale di tipo strutturale legata alla
"delocalizzazione" delle produzioni verso aree a più basso
costo del lavoro ed all'aumento della produttività dovuto alle
nuove tecnologie microinformatiche.
Le innovazioni tecnologiche informatiche non hanno
determinato il classico andamento a fisarmonica sul terreno
occupazionale: prima una perdita di posti di lavoro in aziende
obsolete e poi, in una seconda fase, un rilancio occupazionale
in nuove attività tecnologicamente più avanzate.
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L'equazione "più investimenti = più occupazione" non è da
tempo più valida. Anzi, l'innesco di una nuova fase dinamica
del ciclo economico avverrà con ogni probabilità senza il
recupero dei quasi novecentomila posti di lavoro persi
nell'ultimo biennio.
E' altresì in crisi il modello di consumo privatistico,
dispersivo di energia e di preziose materie prime, un modello
non esportabile e per pochi. La stessa apertura dei Paesi
dell'Est al libero mercato non ha prodotto nessun elemento
propulsivo per le economie dell'Europa occidentale.
Più in generale il nostro modello di sviluppo impatta con i
suoi limiti naturali, la finitezza delle risorse naturali e le
gigantesche disparità territoriali, etniche e sociali che
determina.
In questo scenario il Governo italiano naviga a vista
riscaldando vecchie pietanze, coniugando il taglio dei redditi
popolari con la svalutazione della nostra moneta al fine di
favorire le esportazioni di settori oramai tecnologicamente
maturi, e con il rilancio delle grandi opere pubbliche che
provocano un'ennesima ed ulteriore cementificazione del
territorio, senza grandi benefìci per l'occupazione.
Viceversa riteniamo che sarebbe necessaria una svolta nella
politica economica, con la definizione dei settori strategici,
una politica industriale volta a favorire l'innovazione di
prodotto, lo sviluppo della ricerca e della formazione ed una
radicale revisione della politica delle privatizzazioni. Il
sostegno ai redditi popolari dovrebbe consentire un parziale
rilancio del mercato interno. Occorre anche distogliere le
migliaia di miliardi previsti per grandi opere pubbliche
inutili, se non dannose, a favore di interventi per la
riqualificazione delle principali città italiane e per il
risanamento ambientale del nostro territorio, ottenendo
oltretutto, a parità di finanziamento, una maggiore ricaduta
occupazionale.
In ogni caso la situazione sopra descritta per sommi capi
impone un intervento per una decisa e drastica riduzione
dell'orario di lavoro. Già in Germania i lavoratori
metalmeccanici hanno ottenuto la settimana di 35 ore. Lo
stesso Presidente della Commissione delle Comunità europee,
Delors, ha proposto una settimana lavorativa di 32 ore su
quattro giornate lavorative.
Questa drastica riduzione dell'orario implica non solo
numerosi problemi di riorganizzazione produttiva ma anche una
ristrutturazione degli orari di vita, degli uffici pubblici,
dei trasporti. E richiede a nostro avviso anche una
redistribuzione tra i sessi (e le classi sociali) del lavoro,
dovendo prevedere un intreccio più stretto tra tempo di lavoro
salariato, tempo dedicato a lavori ecologicamente e
socialmente utili, tempo per la formazione permanente,
eccetera.
L'intento di questa nostra proposta di legge è per ovvi
motivi molto più modesto e vuole indicare solo una tappa e un
aspetto della problematica più vasta richiamata: la riduzione
dell'orario di lavoro a 35 ore.
L'articolo 1 prevede tale riduzione e disposizioni per il
lavoro a turni, nonché per le attività particolarmente
usuranti.
L'articolo 2 prevede la distribuzione dell'orario di lavoro
settimanale e giornaliero in sede contrattuale, e regimi di
flessibilità di tali orari all'inizio e al termine della
prestazione giornaliera.
L'articolo 3 regolamenta le ferie e stabilisce che il
dipendente ha diritto ad usufruire di almeno due settimane di
ferie nel periodo di sua scelta.
L'articolo 4 detta norme restrittive per l'impiego di
lavoratori in ore straordinarie, mentre l'articolo 5
stabilisce le maggiorazioni salariali per il lavoro
straordinario.
L'articolo 6 prevede un ruolo attivo nella riduzione
dell'orario di lavoro da parte delle agenzie regionali per
l'impiego tramite la modulazione della fiscalizzazione degli
oneri sociali non più distribuiti "a pioggia", ma orientati a
premiare le aziende che, riducendo l'orario di lavoro a parità
di salario, ampliano il numero degli addetti, per consentire
loro di ammortizzare almeno parzialmente per un triennio i
costi di tale riduzione di orario. Lo stesso
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articolo impone annualmente alle imprese di presentare un
prospetto di tutti i trasferimenti pubblici ottenuti a
qualsiasi titolo ed un correlato "bilancio occupazionale". Le
agenzie regionali per l'impiego potranno contrattare con le
aziende un imponibile di manodopera a fronte dei benefìci
ottenuti.
L'articolo 7 regolamenta il lavoro notturno mantenendo
fermo il divieto di utilizzo di personale femminile.
L'articolo 8 definisce le attività particolarmente usuranti
per le quali possono essere contrattate ulteriori riduzioni di
orario.
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