| Onorevoli Colleghi! -- La proposta di riformare e
coordinare i sistemi degli orari delle città per migliorare la
qualità della vita è stata concretamente posta nell'agenda
politica dalla battaglia delle donne del PCI-PDS che con la
loro proposta di legge "Le donne cambiano i tempi" (del 1988)
avevano indicato la possibilità di costruire su iniziativa del
sindaco il "piano regolatore dei tempi". Questa proposta di
legge trovò una pratica applicazione e sperimentazione a
Modena, su iniziativa del sindaco Alfonsina Rinaldi.
Quando il Parlamento discusse ed approvò la legge n. 142
del 1990 sugli statuti comunali, il suggerimento di attribuire
al sindaco la facoltà di riorganizzare gli orari delle città
trovò accoglienza nell'articolo 36 della medesima legge. Lo
strumento legislativo, insieme con la battaglia e la
mobilitazione delle donne, ha conquistato nuovi alleati,
soprattutto sindaci, amministratori, sindacalisti, docenti
universitari. Si sono così avviate nel nostro Paese
sperimentazioni che riguardano ottanta comuni e sono state
elaborate nove leggi regionali.
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Tali esperienze sono partite dalle seguenti premesse. Le
nostre città soffrono di una organizzazione dei tempi sociali
che provoca momenti di congestione e di affollamento con
conseguente inquinamento e spreco di tempo (esempio: tutti
sulla strada alla stessa ora per andare in ufficio) alternati
a momenti di vuoto e deserto nell'uso delle strade o dei
servizi; un'organizzazione dei tempi sociali che vede la
coincidenza tra orari di lavoro ed orari dei servizi e dei
negozi, per cui, per utilizzare i medesimi, è necessario o
assentarsi dal lavoro oppure non partecipare alle attività
lavorative extradomestiche.
Inoltre, gli orari standardizzati dei servizi risultano
inefficaci rispetto alle domande dei cittadini/e ed
impediscono di valorizzare ed utilizzare nelle loro
potenzialità le risorse ambientali, culturali, paesaggistiche
delle nostre città. Queste ultime sono cresciute attorno ad un
modello temporale oggi in crisi ed in via di destrutturazione
- il modello industrialista, taylorista e fordista - che ha
proposto una organizzazione gerarchica dei tempi sociali
attorno al primato del tempo di lavoro; che ha imposto alle
città la scansione rigida ed uniforme dei tempi di lavoro; che
ha plasmato di sé la cultura urbanistica. In passato, ma anche
oggi, la cultura urbanistica prevalente individua il principio
ordinatore del funzionamento urbano nella divisione del
territorio per zone omogenee ciascuna destinata ad una
specifica attività. "Si tratta di una idea di ordine urbano
profondamente impregnata dallo schema di divisione del lavoro
del tipo uomo-capofamiglia-produttore di reddito,
donna-dipendente-responsabile del lavoro di riproduzione.
Secondo il criterio delle zone omogenee ci sono zone dove si
abita, vicino alle quali si collocano i servizi connessi
all'abitare (il commercio dei generi di prima necessità, i
servizi per l'educazione e l'assistenza, i servizi sociali,
eccetera) e zone dove si produce o si svolgono attività
direzionali e terziarie, vicino alle quali si collocano i
relativi servizi. Il lavoro delle donne è reso frenetico da
questo schema. La doppia presenza delle donne
(lavoro-famiglia) vuol dire anche doppia distanza: sommare lo
spostamento maschile per il lavoro allo spostamento femminile
per la riproduzione. Con una organizzazione dei tempi e delle
relazioni tra le funzioni (orari di apertura, turni, eccetera)
che è rimasta vischiosamente attaccata a quel modello
superato. Tanto più che le ragioni delle donne (del lavoro di
riproduzione e di cura) non hanno alcun peso nelle decisioni
in materia di infrastrutture e servizi di trasporto. L'analisi
costi-benefìci dà valore solo al tempo monetizzabile: la città
non è attrezzata per il tempo non monetizzabile delle donne"
(la citazione è tratta da un articolo di Maria Rosa Vittadini,
urbanista, docente di architettura all'università di
Venezia).
Oggi i modelli lavorativi sono in via di cambiamento. La
scansione rigida ed uniforme degli orari (otto ore per cinque
giorni alla settimana) è gradualmente sostituita da un modello
di orario flessibile ed intermittente che occupa i sabati e le
domeniche, le notti, e si snoda su fascie orarie giornaliere
molto diversificate tra loro. Questi mutamenti degli orari di
lavoro richiedono una armonizzazione con l'organizzazione
sociale e le scansioni temporali delle città, oltreché la
difesa dei diritti dei lavoratori interessati. Infatti, quegli
orari di lavoro diventano meno disagevoli se possono usufruire
di orari di apertura dei servizi, dei negozi, dei trasporti. I
sistemi degli orari delle città devono articolarsi su nastri
orari differenziati per favorire un incontro tra il lavoro e
gli altri tempi di vita e per arricchire e personalizzare le
modalità di uso delle città nel loro insieme.
Quali sono state le linee guida dei progetti di
riorganizzazione degli orari delle città?
A) Favorire un rapporto più diretto e personalizzato tra
cittadini, servizi e pubblica amministrazione, promuovendo una
cultura che riconosca i diritti degli utenti;
B) allargare i diritti di cittadinanza ed estendere in modo
equo per tutti un'ampia possibilità di utilizzo delle
opportunità sociali, culturali e formative presenti nella
città;
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C) ampliare le possibilità di uso della città attraverso la
desincronizzazione regolata degli orari dei servizi, delle
attività commerciali eccetera;
D) favorire un uso del territorio, degli spazi urbani, dei
trasporti, dei servizi, delle opportunità culturali e
formative che migliorino la qualità della vita nelle città.
E) rendere la città più disponibile nei confronti dei
bambini, degli anziani, dei portatori di handicap; più
accogliente nei confronti di chi è straniero.
Esse, concretamente, si sono tradotte in progetti che hanno
modificato gli orari di apertura dei servizi alle persone,
delle scuole medie superiori, dei negozi; hanno sveltito i
tempi per le certificazioni e per le pratiche burocratiche
attraverso l'applicazione alle pubbliche amministrazioni dei
processi di informatizzazione; hanno avviato interventi sul
traffico; hanno ampliato le opportunità culturali e
formative.
La proposta di legge che qui presentiamo nasce da una
valutazione delle sperimentazioni realizzate in ottanta città
italiane (tra le altre: Roma, Milano, Novara, Varese, Genova,
La Spezia, Savona, Livorno, Siena, Perugia, Ancona, L'Aquila,
Catania).
Nel corso di una audizione parlamentare promossa dal gruppo
progressista, gli amministratori e le amministratrici
coinvolte, gli esperti, le associazioni del volontariato, i
dirigenti sindacali che vi hanno preso parte, hanno posto la
necessità di una legge quadro sugli orari e sui tempi delle
città, che si ponga come sostegno ed incentivo alle
sperimentazioni.
La nostra proposta di legge interviene sui punti critici
che le esperienze avviate hanno messo in rilievo per dare ad
essi una soluzione positiva.
La presente proposta di legge:
1) definisce gli indirizzi cui deve essere finalizzata
una politica di riorganizzazione degli orari; sollecita tutti
gli atti legislativi ed amministrativi regionali e comunali
perché si armonizzino con le politiche di riorganizzazione dei
tempi. La proposta di legge suggerisce che la politica di
riforma e riorganizzazione dei tempi delle città sia intesa e
praticata come un parametro della qualità urbana, come un
punto di vista da cui partire per progettare una qualità
urbana rispettosa dei cittadini e delle cittadine in tutte le
fasi del ciclo di vita, capace di valorizzare le vocazioni
ambientali, paesaggistiche e culturali delle città
medesime;
2) rende cogente per il sindaco la responsabilità di
promuovere e coordinare il piano territoriale degli orari.
Esso deve essere realizzato attraverso una procedura negoziale
che coinvolga tutte le forze sociali ed i decisori che hanno
potere e competenze in merito agli orari delle città. La
nostra proposta di legge attribuisce, inoltre, al sindaco
poteri di intervento sugli altri decisori in merito agli orari
delle città qualora essi intendano sottrarsi al rispetto delle
linee del piano territoriale elaborate con procedura
democratica e negoziale. Il sindaco agisce utilizzando non un
potere impositivo ma una capacità ed un potere propositivi,
creando ambiti di collaborazione verso soggetti o enti esterni
alla amministrazione comunale;
3) definisce norme che sollecitano e valorizzano la
partecipazione popolare;
4) definisce le linee di indirizzo in merito agli orari
di apertura al pubblico dei pubblici servizi, delle attività
commerciali, dei calendari scolastici, eccetera.
Di particolare rilievo sono gli articoli 2, 11 e 12.
L'articolo 2 prevede che l'organizzazione degli spazi e dei
tempi delle città sia a misura delle esigenze dei bambini e
delle bambine che sono chiamati a collaborare con il
contributo delle loro idee attraverso forme di coinvolgimento
che i singoli comuni decideranno, di volta in volta, in
accordo con i genitori, le scuole, le associazioni dei bambini
e dei ragazzi.
L'articolo 11 prevede l'istituzione delle "banche dei
tempi". Le persone, i gruppi sociali che vogliono offrire una
parte del proprio tempo per impieghi sociali, per forme di
solidarietà, per aiutare l'ente locale
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ad utilizzare determinati servizi in modo più ampio, per
autorganizzare microasili o servizi di vicinato, possono
dichiarare questa loro disponibilità alle associazioni di
volontariato che otterranno dai comuni le attrezzature e le
risorse necessarie per sostenere queste reti di mutualità e di
reciproco aiuto. Lo scambio di tempo tra individui e gruppi
sociali consente di risparmiare denaro e di costruire una
società più solidale ed efficiente.
L'articolo 12 prevede l'istituzione di un Fondo per la
liberazione dei tempi delle città che attinge le sue risorse
dall'aumento da una quota dell'imposta di fabbricazione sulle
benzine e sul gasolio per autotrazione nella misura di lire 50
al litro.
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