| Onorevoli Colleghi! -- In materia di beni culturali
ed ambientali la legislazione italiana può essere considerata
all'avanguardia, perché la normativa che ne è alla base,
costituita dalla legge 1^ giugno 1939, n. 1089, e dal regio
decreto 5 settembre 1939, n. 1497, "resiste" da più di mezzo
secolo alla dinamica degli eventi civili o sociali e risponde
ancora nel modo migliore alla insensibilità della cultura,
agli attacchi della speculazione, all'oblìo del degrado, alla
irresponsabilità dei pubblici amministratori.
Tuttavia la consapevolezza più matura, l'attenzione più
ampia che - nonostante tutto - fasce sempre più estese e
profonde di cittadini dedicano alla salvaguardia dei
beni culturali ed ambientali, suggerisce l'opportunità e, in
non poche circostanze, l'urgenza di ricomprendere nel
patrimonio nazionale da tutelare anche tutte le testimonianze
culturali più recenti.
Alcuni gravissimi episodi di disattenzione e di
insensibilità culturale verso questo patrimonio, che non ha
potuto essere tutelato dalle norme vigenti, hanno permesso che
una sua parte andasse distrutta. L'apposizione infatti dei
vincoli di legge non solo non è automatica ma richiede
comunque, perché essi vengano applicati, il decorso almeno di
cinquant'anni dalla realizzazione dell'opera.
Ciascuno di Voi, onorevoli deputati, ha certamente dinanzi
a sé la visione plastica
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di opere di architettura moderna e contemporanea esistenti
nella sua regione e, consapevole delle più significative
testimonianze storiche ed estetiche che la cultura del
"costruito" ha lasciato, ritiene che queste opere non
dovrebbero essere cancellate per quanto esse documentano sia
in termini di storia civile che di organizzazione funzionale
ed artistica (anche l'architettura è arte, cioè documentazione
spirituale della creatività culturale dell'uomo) degli spazi
abitativi e d'uso civile, pubblico e privato della
comunità.
E ciascuno di Voi, onorevoli colleghi, comprenderà anche
come - non volendo ulteriormente appesantire i compiti immani
delle soprintendenze e del Ministero per i beni culturali e
ambientali, a sostegno della cui opera - in genere meritoria -
mancano risorse e personale adeguato (ed i proponenti
ritengono che vadano entrambi - anche in tempo di crisi
raddoppiati non solo per rispondere alla necessità di una
adeguata tutela ma per la valorizzazione ottimale dei
"giacimenti culturali" nazionali) - si pensi all'istituto
regionale come ente e sede più ravvicinati e funzionali per
effettuare il censimento e la tutela delle opere di
architettura moderna e contemporanea che sfuggono alle
normative vigenti.
Quanto precede va considerato sulla scorta di quanto
avviene da tempo nei Paesi europei (in particolare Olanda,
Germania ed Austria, dove oltre alle opere più celebrate del
Movimento moderno, si possono ammirare, perfettamente
conservati, anche i quartieri di case popolari degli anni '30
quali il "Kiefhoek" di Peter Uod a Rotterdam, il "Ferro di
cavallo" di Bruno Taut a Berlino-Britz, il "Weissenhog
siedlung" di Mies var der Rohe a Stoccarda ed il famosissimo
"Karl Marx Hof" di Carl Ehn a Vienna).
Il mondo culturale nazionale sostiene da anni la necessità
e l'urgenza di un inventario, con relativa catalogazione e
schedatura, delle opere - per la verità non poche - di
architettura moderna e contemporanea realizzate in Italia.
La sollecitazione trae ragione dal fatto che ogni qualvolta
si riaccende (per poi spegnersi rapidamente) il dibattito
sulla salvaguardia e rivitalizzazione del patrimonio
architettonico, soprattutto compreso nei centri storici, si
dedica il massimo interesse alle sole fabbriche aventi uno o
più secoli di vita.
"Qualche anno addietro - scriveva il professor Gerardo
Mazziotti suggerendo ai proponenti questa iniziativa
legislativa - in occasione di un viaggio di studio in
Germania, organizzato per studenti e docenti della facoltà di
architettura di Napoli, proposi di inserire la "Fuggerei" di
Ausburg nell'elenco delle opere di architettura che ci
proponevamo di visitare e studiare.
La "Fuggerei" è la più notevole e, probabilmente, la più
antica fondazione europea nel campo delle case popolari
essendo stata costruita nel 1514 dal ricco mercante bavarese
Jacob Fugger.
Ne ebbi conoscenza nel lontano 1949 da una lezione di Luigi
Piccinato a noi studenti del suo corso di urbanistica. Ci
illustrò, rimarcando il valore paradigmatico di questa
esperienza del 16^ secolo, gli aspetti urbanistici (un
impianto planovolumetrico di cortine edilizie rigorosamente
prismatiche ai lati di stradine perfettamente lineari, in
netto contrasto con l'intricato tessuto edilizio della città
medioevale; impianto di straordinario interesse perché
anticipava di qualche secolo i concetti "razionalisti del
Movimento moderno) gli aspetti sociali (alloggi salubri e
dignitosi destinati alle classi povere e bisognose confinate,
a quei tempi - verrebbe da domandarsi: solo a quei tempi? - in
tuguri ed ambienti malsani) gli aspetti architettonici (le
cellule abitative ed i loro contenitori murari realizzati con
il meglio della tecnologia disponibile) gli aspetti
sociologici (un quartiere "non dormitorio" non solo perché
dotato di una chiesa, di negozi e di un piccolo ospedale ma
anche perché concepito in modo che gli abitanti vi potevano
svolgere le loro attività produttive: tessitori, falegnami,
orafi, distillatori, disegnatori, quasi l'intera gamma dei
mestieri medioevali).
Ricordo che Piccinato non ci disse se la "Fuggerei" fosse
ancora esistente dopo mezzo millennio oppure no. E nell'arco
di 40 anni non ebbi occasione (che so, un
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articolo su una rivista di architettura o di urbanistica o
magari un viaggio ad Ausburg) per acquisire informazioni
aggiornate. Per cui mi premurai di avvertire i colleghi e gli
studenti (mentre il pullmann ci portava ad Ausburg) che,
probabilmente, non avremmo trovato nulla dell'antica
"Fuggerei"...
Invece, appena varcato il grande portone ligneo sulla
Jacobbestrasse, ecco l'epifania: illuminata da uno splendido
sole la Fuggerei ci apparve in tutta la sua pudica bellezza,
perfettamente conservata nelle condizioni del suo "primo
giorno" dalla Municipalità di Ausburg che, interpretando il
sentimento della comunità cittadina, l'ha assunta come
"memoria storica" da conservare gelosamente e,
conseguentemente, da manutenere accuratamente.
Ai numerosi visitatori che giornalmente si recano alla
"Fuggerei" questa continua ad offrire emozioni ineffabili di
serenità, di quiete, di sicurezza: stradine silenziose e
pulitissime; cortine edilizie perfettamente curate, con le
piccole finestre bianche, illeggiadrite da tendine e da vasi
con fiori, che punteggiano le pareti giallo-ocra sovrastate
dai grandi tetti di tegole rosse; i lumi a gas, le pluviali
esterne che segnano l'alternarsi delle tipologie abitative; le
piccole edicole votive che intendono arricchire, con molta
discrezione, la semplicità compositiva delle pareti murarie;
le alberature in mezzo ai prati verdi e la aiuole fiorite; la
fontana che scroscia senza posa in una atmosfera quasi
claustrale appena sfiorata dai rumori cittadini che vi
giungono ovattati...tutte queste "piccole e semplici cose"
fanno della "Fuggerei" l'occasione, raramente offerta, per
capire e valutare quanto possano l'amore per le proprie
memorie storiche e la capacità di conservarle a lungo.
Nessuna meraviglia quindi se le opere di architettura
moderna e contemporanea (in esse comprese quelle ritenute, a
torto, "minori" quali i quartieri popolari) sono tutelate in
Germania, ed in altri Paesi europei, al pari del patrimonio
storico ed artistico del passato. Non esistendo il
corrispondente delle sovrintendenze italiane ai beni culturali
la tutela del patrimonio architettonico, comprendente, giova
ripeterlo, le opere del passato remoto e del passato prossimo
e del presente, è affidata ai Gemeinden (i comuni), i quali,
alla luce di quanto è dato constatare ed ammirare, vi
provvedono in modo esemplare.
Per questo sollecitai, in più occasioni, l'amministrazione
dell'IACP di Napoli e quella comunale ad utilizzare parte dei
finanziamenti annuali della legge n. 457 del 1978 per
recuperare alcune realizzazioni di case popolari del periodo
19101935 (i rioni Nicola Amore, Vittorio Emanuele, Duca
d'Aosta, S.Erasmo ed altri) di grande interesse storico e
culturale e perciò meritevoli di un attento restauro
filologico. Insistevo sul fatto che questi rioni, ancorché di
proprietà dell'IACP, sono da considerare come "memorie
storiche" della comunità cittadina da salvaguardare come le
altre "memorie", anche se di maggiore valore artistico e
culturale, ricadenti nel centro storico della città".
* * *
Occorre difendere dunque gli episodi edilizi appartenenti
alla architettura moderna che ha come riferimento il Movimento
moderno ispirato da Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe,
Wright, Alvar Aalto, Taut, ed altri Maestri e quelli della
architettura "contemporanea" comprendente le opere realizzate
dagli inizi del secolo ai nostri giorni, quelle in corso di
realizzazione e da realizzare ispirate ai più diversi mondi
figurativi (razionalismo, neo-classico, neo- liberty,
eclettismo, post moderno, high tech...).
Affidandone però censimento e tutela alle regioni piuttosto
che ai nostri sgangherati ed indebitati comuni perché l'ente
regionale avendo dalla sua, carenze macroscopiche a parte,
l'istituzionale compito della programmazione, e risorse meno
dissestate, può forse meglio, ed in una visione di insieme,
attendere a questi nuovi compiti.
Abbiamo dinanzi agli occhi ed alla memoria il turbamento
indotto da una infinita serie di opere architettoniche andate
perdute in questi anni e che rischiano tuttora la scomparsa
grazie alla mancanza
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di qualunque cultura e sensibilità (gli unici argini al
momento, nella carenza di normative adeguate).
Ricordiamo, per tutti, la vicenda del complesso edilizio e
dei giardini della Mostra d'oltremare e del lavoro italiano
nel mondo a Napoli sottoposti a vincolo, sulla base anche
della insistenza parlamentare del primo dei proponenti, solo
nel 1991.
Non è che apposti (e quando apposti) i vincoli, questi
siano peraltro sufficienti. Basti dire non solo degli
stravolgimenti effettuati dall'ineffabile presidente della
Mostra d'oltremare prima dell'apposizione del vincolo (e ciò
testimonia solo la misura della sua sensibilità) ma anche di
quanto è accaduto dopo: alberi di alto fusto ed essenze
arboree distrutte a centinaia, piste di moto- cross
realizzate tra i viali e le aree verdi della Mostra,
degrado diffuso, orridi e costosissimi manufatti costruiti qui
e lì, cessione di aree a terzi nonostante reiterate denunce
alla procura della Repubblica di Napoli delle quali si attende
ancora l'esito...
Il lungo elenco delle distruzioni operate a Napoli vede tra
gli episodi più cinici la vergognosa vicenda delle serre
botaniche, che Carlo Cocchia realizzò nella Mostra d'oltremare
all'inizio della seconda guerra mondiale e riconosciute come
uno degli esempi più significativi della architettura
razionalista a Napoli, demolite una sera del dicembre 1980 per
fare spazio alla sistemazione di un campo di container
per ospitare i terremotati del 23 novembre. L'episodio è
rivelatore di una mentalità tuttora presente nelle pubbliche
istituzioni e nell'opinione di una parte della cultura
architettonica napoletana secondo la quale è da considerare
storica (e, quindi, meritevole di salvaguardia) solo
l'architettura del passato remoto e non quella del passato
prossimo, ossia la architettura moderna e contemporanea.
Ha scritto recentemente Renato De Fusco: "Evidentemente un
edificio è considerato storico solo se conta alcuni secoli e
non pochi decenni, quasi che la storia si fermi ad una certa
data e non comprenda tutto il passato e lo stesso tempo che
stiamo vivendo". Perciò, in mancanza anche di qualunque
vincolo, all'interlocutore che gli faceva presente che "un
capannone in cemento e vetro costruito alla Mostra durante il
fascismo", impediva la collocazione dei container il
burocrate della prefettura di Napoli non ebbe alcuna
esitazione a rispondere ordinando la demolizione delle
serre!
Migliore sorte non è toccata, in anni più recenti,
all'"Istituto dei motori" di Camillo Guerra costruito negli
anni '40 accanto alla Mostra d'oltremare e allo stadio S.Paolo
di Carlo Cocchia, realizzato a piazzale Tecchio negli anni
'50.
L'Istituto dei motori, indipendentemente dai suoi valori
estetici sui quali la critica architettonica nazionale si è,
in più occasioni, trovata su posizioni contrapposte,
rappresentava, in ogni caso, una memoria storica di un periodo
- il decennio tra il 1930 ed il 1940 - particolarmente fecondo
e rappresentativo della migliore produzione architettonica
napoletana. In un'altra città, questa opera di Camillo Guerra
sarebbe stata gelosamente conservata e restaurata, limitando
gli interventi di adeguamento alle nuove esigenze funzionali,
alla calibrata aggiunta di nuovi manufatti edilizi armonizzati
coll'esistente.
Operazione attuata (fatte ovviamente le debite proporzioni)
a Gotemburgo, dove Gunnar Asplund (probabilmente il maggiore
architetto svedese del Movimento moderno) lungi dall'abbattere
il vecchio edificio settecentesco del municipio vi ha aggiunto
nuovi corpi di fabbrica capaci di unificare le diverse
componenti formali in un'opera unitaria con una sua nuova
capacità espressiva. A Napoli invece no, perché qui tutto deve
essere azzerato: perciò lo si è demolito - con una plateale
scusa di dissesti insanabili - quasi si trattasse di una
fatiscenza o di un obbrobrio architettonico per sostituirlo
con un manufatto edilizio che la critica architettonica non ha
certo giudicato migliore del precedente.
Ma il nodo della questione non sta nelle migliori qualità
estetiche del nuovo
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rispetto al vecchio o viceversa, ma sta invece nel principio
etico-culturale secondo il quale certe opere architettoniche
del recente passato devono essere salvaguardate come memorie
storiche della comunità cittadina, addirittura
indipendentemente dalla sussistenza o non di valori artistici,
laddove vi sia significativa testimonianza, documentazione
reale e concreta di episodi di vita comunitaria.
Ed a proposito del decennio 1930-1940 basterà citare gli
edifici costruiti nel 1933 nell'ambito del piano di
ristrutturazione del rione Carità: la Posta centrale di
Giuseppe Vaccaro (deturpata da alcuni volumi tecnici sulle
coperture e dai condizionatori d'aria oscenamente sovrapposti
alle finestre della facciata su piazza Matteotti), il palazzo
delle Finanze e quello dell'INA di Marcello Canino, il palazzo
dei Mutilati di Camillo Guerra, il palazzo della Provincia di
Ferdinando Chiaromonte.
E poi le opere della Mostra d'oltremare del 1939, la
Piscina e le Serre botaniche di Carlo Cocchia, l'Arena flegrea
di Giulio De Luca, il teatro Mediterraneo di Nino Barillà, la
Torre del littorio di Luigi Ventura, la fontana dell'Esedra di
Luigi Piccinato.
E poi ancora le opere di Luigi Cosenza (il Mercato ittico e
la Villa oro), le stazioni della Cumana a Fuorigrotta di
Frediano Frediani (quella di piazzale Tecchio è stata
restaurata e non sostituita in occasione dei Mondiali del 1990
per iniziativa del primo dei proponenti in dura contestazione
dei progetti presentati...mentre quella di via Leopardi che
altrettanto rischiava di essere cancellata si spera non venga
ad essere sostituita dal solito scatolone in acciaio e vetro,
falsamente moderno, anche a seguito degli atti ispettivi
parlamentari in senso contrario.
Nell'estate del 1991 si diffuse a Napoli la notizia che
l'edificio del Mercato ittico alla via Marittima di Luigi
Cosenza doveva essere demolito per far luogo ad una strada
sopraelevata. E' probabile che anche grazie alla vibrata
protesta di un gruppo di intellettuali e del primo dei
proponenti il Mercato ittico, almeno per il momento, non verrà
demolito. Resta il fatto che, anche in questa circostanza come
in quella dello stadio S.Paolo, nessuna delle associazioni,
istituzioni e fondazioni che si mobilitano appena si propone
di demolire qualche vecchio e fatiscente caseggiato ricadente
nel centro storico, ha detto o fatto qualcosa di concreto in
difesa di quest'opera di Cosenza.
Opera che andrebbe sollecitamente sottratta alle sue
attuali condizioni di degrado per essere riportata a quelle
del suo "primo giorno", anche con diversa destinazione d'uso,
ove necessario.
Per quanto riguarda il "secondo martirio" del S.Paolo,
sconvolto da quell'orrenda gabbia di ferro che ne ha
profondamente alterato, cancellandola, la plasticità delle
strutture in cemento armato, non sono mancate, a tempo debito,
le denunce di una parte della cultura napoletana volte a
sollecitare la mobilitazione degli ordini professionali, di
Italia Nostra, dell'Istituto nazionale di urbanistica,
dell'Istituto nazionale degli architetti, dell'Associazione
nazionale ingegneri ed architetti italiani contro lo scempio
che si stava consumando su un'opera di architettura moderna di
particolare valore artistico; mobilitazione che,
inspiegabilmente, non c'e stata; il che, in una certa misura e
chissà se a causa di torbidi interessi di qualcuno, ha
avallato la squallida operazione di malaffare che interessa
più la magistratura che altri.
Mobilitazione delle forze culturali che, invece, c'è stata
a Firenze in difesa dello stadio di P.L.Nervi che, sottratto
alla follia ristrutturatrice dei Mondiali 1990, è stato
semplicemente restaurato e riportato alle originarie
condizioni del 1936 quando quest'opera nerviana segnò
l'ingresso della ricerca scultorea nell'architettura e venne
coniato appositamente il termine di architectural
sculpture.
Al breve e lacunoso elenco delle opere degli anni 1930 e
1940 andrebbero aggiunte quelle realizzate dal 1950 ad oggi:
la fabbrica della Olivetti a Pozzuoli, le nuove terme del
Solaro a Castellammare, lo stadio S.Paolo (ormai però
irrimediabilmente distrutto), la centrale telefonica e la
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Banca d'Italia a Benevento, la facoltà di scienze a Fisciano
(SA) e a Napoli la sede della Rai a Fuorigrotta, il centro
meccanografico del Banco di Napoli alla via Marconi, il
Polifunzionale scolastico di Marianella ed altre ancora.
La proposta di legge di tutela di questo patrimonio
culturale nasce dalla esigenza di porre le condizioni
necessarie perché queste ed altre opere non citate,
individuate e catalogate da un apposito comitato scientifico
di qualificati esponenti del mondo della cultura
architettonica, non subiscano l'affronto di essere violentate
(come lo stadio S.Paolo), oppure l'offesa di essere manipolate
ed alterate (come il palazzo della Posta centrale a Napoli e
le terme del Solaro a Castellammare) o addirittura la funesta
sorte di essere demolite (come le Serre botaniche alla Mostra
d'oltremare).
L'articolato che segue (composto da sei articoli) prevede,
a tale scopo, la istituzione di un "Provveditorato alle opere
di architettura moderna e contemporanea" costituito da un
comitato scientifico e dal personale tecnico ed amministrativo
di supporto, ed individua le risorse finanziarie necessarie
per la concreta salvaguardia delle opere sia pubbliche che
private.
Ci auguriamo, onorevoli colleghi, che il Vostro consenso
alla nostra proposta di legge, peraltro già presentata nella
XI legislatura (atto Camera n. 2847), possa esserci nella
comune consapevolezza di dover dotare le regioni italiane di
uno strumento utile alla salvaguardia dell'architettura
moderna e contemporanea, beni storici e culturali di rilevante
importanza in un quadro non monco ma complessivo del
patrimonio civile, artistico ed architettonico italiano.
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