Banche dati professionali (ex 3270)
Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


30182
DDL2485-0002
Progetto di legge Camera n. 2485 - testo presentato - (DDL12-2485)
(suddiviso in 8 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C2485. TESTIPDL
...C2485.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC2485 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli  Colleghi! -- In materia di beni culturali
  ed ambientali la legislazione italiana può essere considerata
  all'avanguardia, perché la normativa che ne è alla base,
  costituita dalla legge 1^ giugno 1939, n. 1089, e dal regio
  decreto 5 settembre 1939, n. 1497, "resiste" da più di mezzo
  secolo alla dinamica degli eventi civili o sociali e risponde
  ancora nel modo migliore alla insensibilità della cultura,
  agli attacchi della speculazione, all'oblìo del degrado, alla
  irresponsabilità dei pubblici amministratori.
    Tuttavia la consapevolezza più matura, l'attenzione più
  ampia che - nonostante tutto - fasce sempre più estese e
  profonde di cittadini dedicano alla salvaguardia dei
  beni culturali ed ambientali, suggerisce l'opportunità e, in
  non poche circostanze, l'urgenza di ricomprendere nel
  patrimonio nazionale da tutelare anche tutte le testimonianze
  culturali più recenti.
    Alcuni gravissimi episodi di disattenzione e di
  insensibilità culturale verso questo patrimonio, che non ha
  potuto essere tutelato dalle norme vigenti, hanno permesso che
  una sua parte andasse distrutta.  L'apposizione infatti dei
  vincoli di legge non solo non è automatica ma richiede
  comunque, perché essi vengano applicati, il decorso almeno di
  cinquant'anni dalla realizzazione dell'opera.
    Ciascuno di Voi, onorevoli deputati, ha certamente dinanzi
  a sé la visione plastica
 
                               Pag. 2
 
  di opere di architettura moderna e contemporanea esistenti
  nella sua regione e, consapevole delle più significative
  testimonianze storiche ed estetiche che la cultura del
  "costruito" ha lasciato, ritiene che queste opere non
  dovrebbero essere cancellate per quanto esse documentano sia
  in termini di storia civile che di organizzazione funzionale
  ed artistica (anche l'architettura è arte, cioè documentazione
  spirituale della creatività culturale dell'uomo) degli spazi
  abitativi e d'uso civile, pubblico e privato della
  comunità.
    E ciascuno di Voi, onorevoli colleghi, comprenderà anche
  come - non volendo ulteriormente appesantire i compiti immani
  delle soprintendenze e del Ministero per i beni culturali e
  ambientali, a sostegno della cui opera - in genere meritoria -
  mancano risorse e personale adeguato (ed i proponenti
  ritengono che vadano entrambi - anche in tempo di crisi
  raddoppiati non solo per rispondere alla necessità di una
  adeguata tutela ma per la valorizzazione ottimale dei
  "giacimenti culturali" nazionali) - si pensi all'istituto
  regionale come ente e sede più ravvicinati e funzionali per
  effettuare il censimento e la tutela delle opere di
  architettura moderna e contemporanea che sfuggono alle
  normative vigenti.
    Quanto precede va considerato sulla scorta di quanto
  avviene da tempo nei Paesi europei (in particolare Olanda,
  Germania ed Austria, dove oltre alle opere più celebrate del
  Movimento moderno, si possono ammirare, perfettamente
  conservati, anche i quartieri di case popolari degli anni '30
  quali il "Kiefhoek" di Peter Uod a Rotterdam, il "Ferro di
  cavallo" di Bruno Taut a Berlino-Britz, il "Weissenhog
  siedlung" di Mies var der Rohe a Stoccarda ed il famosissimo
  "Karl Marx Hof" di Carl Ehn a Vienna).
    Il mondo culturale nazionale sostiene da anni la necessità
  e l'urgenza di un inventario, con relativa catalogazione e
  schedatura, delle opere - per la verità non poche - di
  architettura moderna e contemporanea realizzate in Italia.
    La sollecitazione trae ragione dal fatto che ogni qualvolta
  si riaccende (per poi spegnersi rapidamente) il dibattito
  sulla salvaguardia e rivitalizzazione del patrimonio
  architettonico, soprattutto compreso nei centri storici, si
  dedica il massimo interesse alle sole fabbriche aventi uno o
  più secoli di vita.
    "Qualche anno addietro - scriveva il professor Gerardo
  Mazziotti suggerendo ai proponenti questa iniziativa
  legislativa - in occasione di un viaggio di studio in
  Germania, organizzato per studenti e docenti della facoltà di
  architettura di Napoli, proposi di inserire la "Fuggerei" di
  Ausburg nell'elenco delle opere di architettura che ci
  proponevamo di visitare e studiare.
    La "Fuggerei" è la più notevole e, probabilmente, la più
  antica fondazione europea nel campo delle case popolari
  essendo stata costruita nel 1514 dal ricco mercante bavarese
  Jacob Fugger.
    Ne ebbi conoscenza nel lontano 1949 da una lezione di Luigi
  Piccinato a noi studenti del suo corso di urbanistica.  Ci
  illustrò, rimarcando il valore paradigmatico di questa
  esperienza del 16^ secolo, gli aspetti urbanistici (un
  impianto planovolumetrico di cortine edilizie rigorosamente
  prismatiche ai lati di stradine perfettamente lineari, in
  netto contrasto con l'intricato tessuto edilizio della città
  medioevale; impianto di straordinario interesse perché
  anticipava di qualche secolo i concetti "razionalisti del
  Movimento moderno) gli aspetti sociali (alloggi salubri e
  dignitosi destinati alle classi povere e bisognose confinate,
  a quei tempi - verrebbe da domandarsi: solo a quei tempi? - in
  tuguri ed ambienti malsani) gli aspetti architettonici (le
  cellule abitative ed i loro contenitori murari realizzati con
  il meglio della tecnologia disponibile) gli aspetti
  sociologici (un quartiere "non dormitorio" non solo perché
  dotato di una chiesa, di negozi e di un piccolo ospedale ma
  anche perché concepito in modo che gli abitanti vi potevano
  svolgere le loro attività produttive: tessitori, falegnami,
  orafi, distillatori, disegnatori, quasi l'intera gamma dei
  mestieri medioevali).
    Ricordo che Piccinato non ci disse se la "Fuggerei" fosse
  ancora esistente dopo mezzo millennio oppure no.  E nell'arco
  di 40 anni non ebbi occasione (che so, un
 
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  articolo su una rivista di architettura o di urbanistica o
  magari un viaggio ad Ausburg) per acquisire informazioni
  aggiornate.  Per cui mi premurai di avvertire i colleghi e gli
  studenti (mentre il pullmann ci portava ad Ausburg) che,
  probabilmente, non avremmo trovato nulla dell'antica
  "Fuggerei"...
    Invece, appena varcato il grande portone ligneo sulla
  Jacobbestrasse, ecco l'epifania: illuminata da uno splendido
  sole la Fuggerei ci apparve in tutta la sua pudica bellezza,
  perfettamente conservata nelle condizioni del suo "primo
  giorno" dalla Municipalità di Ausburg che, interpretando il
  sentimento della comunità cittadina, l'ha assunta come
  "memoria storica" da conservare gelosamente e,
  conseguentemente, da manutenere accuratamente.
    Ai numerosi visitatori che giornalmente si recano alla
  "Fuggerei" questa continua ad offrire emozioni ineffabili di
  serenità, di quiete, di sicurezza: stradine silenziose e
  pulitissime; cortine edilizie perfettamente curate, con le
  piccole finestre bianche, illeggiadrite da tendine e da vasi
  con fiori, che punteggiano le pareti giallo-ocra sovrastate
  dai grandi tetti di tegole rosse; i lumi a gas, le pluviali
  esterne che segnano l'alternarsi delle tipologie abitative; le
  piccole edicole votive che intendono arricchire, con molta
  discrezione, la semplicità compositiva delle pareti murarie;
  le alberature in mezzo ai prati verdi e la aiuole fiorite; la
  fontana che scroscia senza posa in una atmosfera quasi
  claustrale appena sfiorata dai rumori cittadini che vi
  giungono ovattati...tutte queste "piccole e semplici cose"
  fanno della "Fuggerei" l'occasione, raramente offerta, per
  capire e valutare quanto possano l'amore per le proprie
  memorie storiche e la capacità di conservarle a lungo.
    Nessuna meraviglia quindi se le opere di architettura
  moderna e contemporanea (in esse comprese quelle ritenute, a
  torto, "minori" quali i quartieri popolari) sono tutelate in
  Germania, ed in altri Paesi europei, al pari del patrimonio
  storico ed artistico del passato.  Non esistendo il
  corrispondente delle sovrintendenze italiane ai beni culturali
  la tutela del patrimonio architettonico, comprendente, giova
  ripeterlo, le opere del passato remoto e del passato prossimo
  e del presente, è affidata ai Gemeinden (i comuni), i quali,
  alla luce di quanto è dato constatare ed ammirare, vi
  provvedono in modo esemplare.
    Per questo sollecitai, in più occasioni, l'amministrazione
  dell'IACP di Napoli e quella comunale ad utilizzare parte dei
  finanziamenti annuali della legge n. 457 del 1978 per
  recuperare alcune realizzazioni di case popolari del periodo
  19101935 (i rioni Nicola Amore, Vittorio Emanuele, Duca
  d'Aosta, S.Erasmo ed altri) di grande interesse storico e
  culturale e perciò meritevoli di un attento restauro
  filologico.  Insistevo sul fatto che questi rioni, ancorché di
  proprietà dell'IACP, sono da considerare come "memorie
  storiche" della comunità cittadina da salvaguardare come le
  altre "memorie", anche se di maggiore valore artistico e
  culturale, ricadenti nel centro storico della città".
                           *  *  *
    Occorre difendere dunque gli episodi edilizi appartenenti
  alla architettura moderna che ha come riferimento il Movimento
  moderno ispirato da Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe,
  Wright, Alvar Aalto, Taut, ed altri Maestri e quelli della
  architettura "contemporanea" comprendente le opere realizzate
  dagli inizi del secolo ai nostri giorni, quelle in corso di
  realizzazione e da realizzare ispirate ai più diversi mondi
  figurativi (razionalismo, neo-classico, neo- liberty,
  eclettismo,  post moderno,  high tech...).
    Affidandone però censimento e tutela alle regioni piuttosto
  che ai nostri sgangherati ed indebitati comuni perché l'ente
  regionale avendo dalla sua, carenze macroscopiche a parte,
  l'istituzionale compito della programmazione, e risorse meno
  dissestate, può forse meglio, ed in una visione di insieme,
  attendere a questi nuovi compiti.
    Abbiamo dinanzi agli occhi ed alla memoria il turbamento
  indotto da una infinita serie di opere architettoniche andate
  perdute in questi anni e che rischiano tuttora la scomparsa
  grazie alla mancanza
 
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  di qualunque cultura e sensibilità (gli unici argini al
  momento, nella carenza di normative adeguate).
    Ricordiamo, per tutti, la vicenda del complesso edilizio e
  dei giardini della Mostra d'oltremare e del lavoro italiano
  nel mondo a Napoli sottoposti a vincolo, sulla base anche
  della insistenza parlamentare del primo dei proponenti, solo
  nel 1991.
    Non è che apposti (e quando apposti) i vincoli, questi
  siano peraltro sufficienti.  Basti dire non solo degli
  stravolgimenti effettuati dall'ineffabile presidente della
  Mostra d'oltremare prima dell'apposizione del vincolo (e ciò
  testimonia solo la misura della sua sensibilità) ma anche di
  quanto è accaduto dopo: alberi di alto fusto ed essenze
  arboree distrutte a centinaia, piste di moto- cross
  realizzate tra i viali e le aree verdi della Mostra,
  degrado diffuso, orridi e costosissimi manufatti costruiti qui
  e lì, cessione di aree a terzi nonostante reiterate denunce
  alla procura della Repubblica di Napoli delle quali si attende
  ancora l'esito...
    Il lungo elenco delle distruzioni operate a Napoli vede tra
  gli episodi più cinici la vergognosa vicenda delle serre
  botaniche, che Carlo Cocchia realizzò nella Mostra d'oltremare
  all'inizio della seconda guerra mondiale e riconosciute come
  uno degli esempi più significativi della architettura
  razionalista a Napoli, demolite una sera del dicembre 1980 per
  fare spazio alla sistemazione di un campo di  container
  per ospitare i terremotati del 23 novembre.  L'episodio è
  rivelatore di una mentalità tuttora presente nelle pubbliche
  istituzioni e nell'opinione di una parte della cultura
  architettonica napoletana secondo la quale è da considerare
  storica (e, quindi, meritevole di salvaguardia) solo
  l'architettura del passato remoto e non quella del passato
  prossimo, ossia la architettura moderna e contemporanea.
    Ha scritto recentemente Renato De Fusco: "Evidentemente un
  edificio è considerato storico solo se conta alcuni secoli e
  non pochi decenni, quasi che la storia si fermi ad una certa
  data e non comprenda tutto il passato e lo stesso tempo che
  stiamo vivendo".  Perciò, in mancanza anche di qualunque
  vincolo, all'interlocutore che gli faceva presente che "un
  capannone in cemento e vetro costruito alla Mostra durante il
  fascismo", impediva la collocazione dei  container  il
  burocrate della prefettura di Napoli non ebbe alcuna
  esitazione a rispondere ordinando la demolizione delle
  serre!
    Migliore sorte non è toccata, in anni più recenti,
  all'"Istituto dei motori" di Camillo Guerra costruito negli
  anni '40 accanto alla Mostra d'oltremare e allo stadio S.Paolo
  di Carlo Cocchia, realizzato a piazzale Tecchio negli anni
  '50.
    L'Istituto dei motori, indipendentemente dai suoi valori
  estetici sui quali la critica architettonica nazionale si è,
  in più occasioni, trovata su posizioni contrapposte,
  rappresentava, in ogni caso, una memoria storica di un periodo
  - il decennio tra il 1930 ed il 1940 - particolarmente fecondo
  e rappresentativo della migliore produzione architettonica
  napoletana.  In un'altra città, questa opera di Camillo Guerra
  sarebbe stata gelosamente conservata e restaurata, limitando
  gli interventi di adeguamento alle nuove esigenze funzionali,
  alla calibrata aggiunta di nuovi manufatti edilizi armonizzati
  coll'esistente.
    Operazione attuata (fatte ovviamente le debite proporzioni)
  a Gotemburgo, dove Gunnar Asplund (probabilmente il maggiore
  architetto svedese del Movimento moderno) lungi dall'abbattere
  il vecchio edificio settecentesco del municipio vi ha aggiunto
  nuovi corpi di fabbrica capaci di unificare le diverse
  componenti formali in un'opera unitaria con una sua nuova
  capacità espressiva.  A Napoli invece no, perché qui tutto deve
  essere azzerato: perciò lo si è demolito - con una plateale
  scusa di dissesti insanabili - quasi si trattasse di una
  fatiscenza o di un obbrobrio architettonico per sostituirlo
  con un manufatto edilizio che la critica architettonica non ha
  certo giudicato migliore del precedente.
    Ma il nodo della questione non sta nelle migliori qualità
  estetiche del nuovo
 
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  rispetto al vecchio o viceversa, ma sta invece nel principio
  etico-culturale secondo il quale certe opere architettoniche
  del recente passato devono essere salvaguardate come memorie
  storiche della comunità cittadina, addirittura
  indipendentemente dalla sussistenza o non di valori artistici,
  laddove vi sia significativa testimonianza, documentazione
  reale e concreta di episodi di vita comunitaria.
    Ed a proposito del decennio 1930-1940 basterà citare gli
  edifici costruiti nel 1933 nell'ambito del piano di
  ristrutturazione del rione Carità: la Posta centrale di
  Giuseppe Vaccaro (deturpata da alcuni volumi tecnici sulle
  coperture e dai condizionatori d'aria oscenamente sovrapposti
  alle finestre della facciata su piazza Matteotti), il palazzo
  delle Finanze e quello dell'INA di Marcello Canino, il palazzo
  dei Mutilati di Camillo Guerra, il palazzo della Provincia di
  Ferdinando Chiaromonte.
    E poi le opere della Mostra d'oltremare del 1939, la
  Piscina e le Serre botaniche di Carlo Cocchia, l'Arena flegrea
  di Giulio De Luca, il teatro Mediterraneo di Nino Barillà, la
  Torre del littorio di Luigi Ventura, la fontana dell'Esedra di
  Luigi Piccinato.
    E poi ancora le opere di Luigi Cosenza (il Mercato ittico e
  la Villa oro), le stazioni della Cumana a Fuorigrotta di
  Frediano Frediani (quella di piazzale Tecchio è stata
  restaurata e non sostituita in occasione dei Mondiali del 1990
  per iniziativa del primo dei proponenti in dura contestazione
  dei progetti presentati...mentre quella di via Leopardi che
  altrettanto rischiava di essere cancellata si spera non venga
  ad essere sostituita dal solito scatolone in acciaio e vetro,
  falsamente moderno, anche a seguito degli atti ispettivi
  parlamentari in senso contrario.
    Nell'estate del 1991 si diffuse a Napoli la notizia che
  l'edificio del Mercato ittico alla via Marittima di Luigi
  Cosenza doveva essere demolito per far luogo ad una strada
  sopraelevata.  E' probabile che anche grazie alla vibrata
  protesta di un gruppo di intellettuali e del primo dei
  proponenti il Mercato ittico, almeno per il momento, non verrà
  demolito.  Resta il fatto che, anche in questa circostanza come
  in quella dello stadio S.Paolo, nessuna delle associazioni,
  istituzioni e fondazioni che si mobilitano appena si propone
  di demolire qualche vecchio e fatiscente caseggiato ricadente
  nel centro storico, ha detto o fatto qualcosa di concreto in
  difesa di quest'opera di Cosenza.
    Opera che andrebbe sollecitamente sottratta alle sue
  attuali condizioni di degrado per essere riportata a quelle
  del suo "primo giorno", anche con diversa destinazione d'uso,
  ove necessario.
    Per quanto riguarda il "secondo martirio" del S.Paolo,
  sconvolto da quell'orrenda gabbia di ferro che ne ha
  profondamente alterato, cancellandola, la plasticità delle
  strutture in cemento armato, non sono mancate, a tempo debito,
  le denunce di una parte della cultura napoletana volte a
  sollecitare la mobilitazione degli ordini professionali, di
  Italia Nostra, dell'Istituto nazionale di urbanistica,
  dell'Istituto nazionale degli architetti, dell'Associazione
  nazionale ingegneri ed architetti italiani contro lo scempio
  che si stava consumando su un'opera di architettura moderna di
  particolare valore artistico; mobilitazione che,
  inspiegabilmente, non c'e stata; il che, in una certa misura e
  chissà se a causa di torbidi interessi di qualcuno, ha
  avallato la squallida operazione di malaffare che interessa
  più la magistratura che altri.
    Mobilitazione delle forze culturali che, invece, c'è stata
  a Firenze in difesa dello stadio di P.L.Nervi che, sottratto
  alla follia ristrutturatrice dei Mondiali 1990, è stato
  semplicemente restaurato e riportato alle originarie
  condizioni del 1936 quando quest'opera nerviana segnò
  l'ingresso della ricerca scultorea nell'architettura e venne
  coniato appositamente il termine di  architectural
  sculpture.
    Al breve e lacunoso elenco delle opere degli anni 1930 e
  1940 andrebbero aggiunte quelle realizzate dal 1950 ad oggi:
  la fabbrica della Olivetti a Pozzuoli, le nuove terme del
  Solaro a Castellammare, lo stadio S.Paolo (ormai però
  irrimediabilmente distrutto), la centrale telefonica e la
 
                               Pag. 6
 
  Banca d'Italia a Benevento, la facoltà di scienze a Fisciano
  (SA) e a Napoli la sede della Rai a Fuorigrotta, il centro
  meccanografico del Banco di Napoli alla via Marconi, il
  Polifunzionale scolastico di Marianella ed altre ancora.
    La proposta di legge di tutela di questo patrimonio
  culturale nasce dalla esigenza di porre le condizioni
  necessarie perché queste ed altre opere non citate,
  individuate e catalogate da un apposito comitato scientifico
  di qualificati esponenti del mondo della cultura
  architettonica, non subiscano l'affronto di essere violentate
  (come lo stadio S.Paolo), oppure l'offesa di essere manipolate
  ed alterate (come il palazzo della Posta centrale a Napoli e
  le terme del Solaro a Castellammare) o addirittura la funesta
  sorte di essere demolite (come le Serre botaniche alla Mostra
  d'oltremare).
    L'articolato che segue (composto da sei articoli) prevede,
  a tale scopo, la istituzione di un "Provveditorato alle opere
  di architettura moderna e contemporanea" costituito da un
  comitato scientifico e dal personale tecnico ed amministrativo
  di supporto, ed individua le risorse finanziarie necessarie
  per la concreta salvaguardia delle opere sia pubbliche che
  private.
    Ci auguriamo, onorevoli colleghi, che il Vostro consenso
  alla nostra proposta di legge, peraltro già presentata nella
  XI legislatura (atto Camera n. 2847), possa esserci nella
  comune consapevolezza di dover dotare le regioni italiane di
  uno strumento utile alla salvaguardia dell'architettura
  moderna e contemporanea, beni storici e culturali di rilevante
  importanza in un quadro non monco ma complessivo del
  patrimonio civile, artistico ed architettonico italiano.
 
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