| Onorevoli Colleghi! -- Il sisma del 23 novembre 1980
produsse nel territorio del comune di Napoli e di altri comuni
della provincia effetti devastanti per la fatiscenza dei
fabbricati irrimediabilmente colpiti, alla quale si
accompagnava un incredibile precariato abitativo.
Lo Stato, con il decreto-legge 19 marzo 1981, n. 75,
convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 1981, n.
219, ha avviato un'intensa e complessa opera di ricostruzione
che, pur tra incomprensibili ritardi ed assurdi sprechi, si è
concretata - tra l'altro - nell'avvio di un programma di
costruzione di edilizia residenziale pubblica per complessivi
ventimila alloggi, parte dislocati nel territorio del comune
di Napoli e parte in quello di altri comuni della
provincia.
Il programma, a oltre tredici anni dal sisma, non è stato
ancora completato e ciò è assai grave e costituisce una grave
responsabilità a carico delle gestioni commissariali che si
sono succedute in questi anni. Tuttavia, una larga parte del
programma è stata realizzata e molte migliaia di alloggi sono
stati assegnati agli aventi diritto, dopo un calvario
costituito da una ulteriore fase di precariato abitativo che
ha fatto seguito a quello originario: da "bassi" napoletani e
da altri alloggi impropri come grotte e sottoscala, dopo
lunghissima permanenza in condizioni civili subumane in
scuole, containers, roulottes, alberghi, alcune migliaia
di nuclei familiari si sono visti assegnare finalmente
un'abitazione, in linea di massima degna di questo nome almeno
rispetto
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a quella di provenienza, dopo essere stati inseriti in
una graduatoria che ha verificato la sussistenza delle
condizioni socio-economiche necessarie.
E diciamo, colleghi deputati, che si tratta di abitazioni
in linea di massima degne del vivere civile, perché la
consegna degli alloggi da parte delle imprese concessionarie è
stata accompagnata, in moltissimi casi, da un contenzioso in
qualche caso ricorrente dopo insufficienti, precedenti
interventi manutentivi ordinari e straordinari ed ancora, in
altri casi, irrisolto, giacché né il sindaco né il presidente
della regione, commissari di Governo, né lo stesso Governo
hanno effettuato o fatto effettuare, a volte, i necessari
interventi risolutivi dei problemi abitativi insorti.
C'è da aggiungere che la mancanza di una vera e propria
amministrazione condominiale ha precipitato le parti comuni
dei fabbricati - alla cui gestione evidentemente lo Stato
dovrebbe attendere - in pessime condizioni manutentive, mentre
i relativi oneri non possono che cadere sul pubblico
erario.
Non basta: losche operazioni speculative si vanno
preparando, come quella, per ora opportunamente fermata dal
CORECO di Napoli, che ha respinto una delibera comunale con la
quale si intendeva attribuire, dietro compenso di centinaia di
miliardi, la inventariazione e la gestione del patrimonio
immobiliare comunale a gruppi affaristici, che si preparano a
mettere le mani, con ulteriori, spaventosi oneri da parte
dello Stato, anche sul suddetto patrimonio edilizio
post-sismico.
Sono queste le ragioni che si accompagnano alle
considerazioni, per la verità assorbenti, di un doveroso atto
di definitiva solidarietà a favore dei cittadini di Napoli che
la seguente proposta di legge intende compiere, con la
cessione in proprietà degli alloggi a coloro che ne risultino
legittimi assegnatari, o loro legittimi subentranti (articolo
1).
La procedura (articolo 2), estremamente semplice, consente
all'intendenza di finanza di Napoli di acquisire direttamente,
ad evitare un duplice passaggio cartolare, la documentazione
occorrente per la rapida stipula degli atti, sottoposti a
tassa fissa per evidenti ragioni di opportunità sociale. E, ad
evitare possibili speculazioni su un atto che risponde da una
parte a profondi motivi di solidarietà civile e dall'altro
all'opportunità di una gestione diretta manutentoria e
straordinaria degli immobili e delle parti connesse dei
fabbricati, con l'evidente risparmio per l'erario di alcuni
miliardi di lire ogni anno, gli immobili non possono essere
distolti dall'uso abitativo né ceduti in permuta, locazione,
usufrutto o comodato né tanto meno alienati per dieci anni.
Va infine precisato che tale ultima disposizione (articolo
3) prevede una eccezione: si tratta del caso degli alloggi
assegnati nel territorio del comune di Napoli e in quelli
della sua provincia a cittadini che provenivano da abitazioni
- anche precarie - esistenti all'epoca del sisma nel centro
storico di Napoli. In tal caso la norma prevede una eccezione,
volendosi realizzare il reinsediamento definitivo e la
ricomposizione sociale nel centro storico di Napoli, di coloro
che lo desiderino.
Anche qui, infatti, siamo in presenza di un altro,
colossale tentativo speculativo già più volte denunciato dal
proponente.
Con il sisma del 23 novembre 1980, infatti, si ritenne
possibile recidere le radici della memoria storica, delle
relazioni affettive, dei valori e delle tradizioni
rappresentate dalla trimillenaria stratificazione sociale
dell'insediamento umano nel centro storico di Napoli.
Così che fu avviata la più colossale deportazione che,
emigrazione a parte, la storia d'Italia ricordi: decine e
decine di migliaia di residenti nel centro storico di Napoli
vennero avviati a nuovi precariati abitativi lungo la fascia
domiziana, e nei campi di containers, anche a molte
decine di chilometri di distanza, in condizioni di vivibilità
tali da preparare il secondo "passaggio", una volta che fosse
stato - come avvenne - desertificato il centro storico: quello
di indurre definitivamente i terremotati ed i senzatetto alla
opzione per l'assegnazione di una abitazione, quale che
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fosse e dovunque fosse, come è avvenuto (circa 10.000 degli
alloggi di edilizia residenziale pubblica per i cittadini
napoletani sono stati allocati in provincia, creando ulteriori
problemi in termini di servizi da rendere alla popolazione da
parte delle amministrazioni locali). Nel centro storico di
Napoli si avviava pertanto uno "studio" da parte di privati
imprenditori - quelli del "Regno del Possibile" - che
programmavano, con interventi di abbattimento e di
ricostruzione nel centro storico delle città, nuove e
colossali rendite di posizione, con un esteso programma di
nuova edilizia. Tutto ciò verrebbe evidentemente impedito
qualora i pur necessari interventi nel centro storico
potessero limitarsi al restauro conservativo ed alla
riattazione a destinazione vincolata ai residenti prima del
sisma, del patrimonio immobiliare, recuperato nel quadro di un
complessivo intervento di tutela artistica, architettonica e
ambientale del centro storico di Napoli.
Infine, una considerazione: nell'ordinamento giuridico
italiano non solo già esiste una legge-quadro (il decreto del
Presidente della Repubblica 17 gennaio 1959, n. 2, recante
"norme concernenti la disciplina della cessione in proprietà
degli alloggi di tipo popolare ed economico") ma anche più di
un precedente legislativo; da ultimo quello della legge 30
maggio 1989, n. 220, che detta "norme per il trasferimento in
proprietà, a titolo gratuito, degli alloggi costruiti dallo
Stato in San Francesco di Vito d'Asio (Pordenone) a seguito
del terremoto del 1928".
Né a qualcosa è servito il provvedimento sulla vendita
degli alloggi di edilizia pubblica. Mentre la gestione del
patrimonio edilizio in questione - affidata a privati - non ha
risolto uno solo dei gravissimi problemi manutentivi dei
fabbricati ex lege n. 219, in progressivo degrado.
Confidiamo dunque nel vostro consenso perché la proposta di
legge in esame possa trovare rapida approvazione.
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