| Onorevoli Colleghi! -- Il Libro bianco della
Commissione europea "Crescita, competitività, occupazione",
ritiene che, tra le sfide e le vie da percorrere per entrare
nel XXI secolo, vi sia, per la Comunità, l'obbligo di
riflettere su un "nuovo modello di sviluppo". Perché, dice
appunto il Libro bianco Delors, quello "attuale sta portando
ad una combinazione subottimale di due delle sue grandi
risorse, e cioè lavoro e natura. Questo modello è
caratterizzato da un utilizzo insufficiente delle risorse di
manodopera a fronte di un utilizzo eccessivo delle risorse
naturali e si
risolve in un deterioramento della qualità della vita. E'
necessario che la Comunità analizzi come promuovere la
crescita economica in condizioni sostenibili, in un modo cioè
che comporti una maggiore intensità occupazionale e una minore
intensità di energia e un minor consumo di risorse
naturali".
Ma è anche utile richiamare due, tra gli strumenti di
politica macroeconomica, che il Libro bianco menziona:
"le imposte indirette sull'inquinamento costituiscono un
mezzo potente per compensare eventuali sovvenzioni occulte,
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nei casi in cui vengono generate delle diseconomie esterne a
spese dell'intera società. Pertanto, può essere necessario
apportare un correttivo ai prezzi di mercato affinché
includano il costo dei danni ambientali connessi all'utilizzo
di determinati prodotti, come le fonti di energia, in funzione
del loro contenuto di CO2;
la normativa in materia fiscale ed in particolare i
regimi che prevedono detrazioni d'imposta costituiscono un
mezzo potente per incoraggiare le attività economiche
sostenibili (per esempio la ricerca, ad uno stadio anteriore
alla commercializzazione, avente per oggetto innovazioni
"ecologiche"), ma nella situazione attuale hanno in molti casi
un impatto ambientale negativo (per esempio i generosi regimi
di detrazione d'imposta per l'uso delle automobili private, le
imposte fondiarie e su fabbricati che promuovono lo sviluppo
delle periferie, eccetera)".
Per finire, anche sul piano della politica economica a
breve termine, la leva fiscale è considerata raccomandazione
significativamente utile. Afferma, infatti il Libro bianco:
"Per vincere la doppia sfida disoccupazione-inquinamento
ambientale, si può prevedere un'operazione di scambio in cui
una riduzione del costo del lavoro via i contributi sociali
verrebbe compensata da un aumento dei prelievi a carico di chi
inquina. Una specifica e concreta proposta della Commissione,
perfettamente coerente con la prospettiva di una
trasformazione strutturale di lungo periodo, ha per oggetto
l'ecotassa sull'energia (carbon-energy tax): essa
permetterebbe di affrontare nel contempo le diseconomie
esterne collegate al consumo di energia e il suo gettito
alquanto consistente (circa 1 per cento del PIL) potrebbe
essere un primo contributo per ridurre gli alti costi
salariali a carico dei datori di lavoro".
L'aver citato integralmente questi passaggi del Libro
bianco Delors non è soltanto per richiamare la diretta
documentazione della fonte comunitaria più autorevole, ma
perché questo rapporto, nel suo complesso per le analisi
riportate e per le prospettive indicate, contiene l'esito
obbligato per i Paesi dell'Unione europea, tra cui l'Italia
che è tra i fondatori, di attuare indirizzi politici adeguati
ai fini di debellare la immensa piaga dell'occupazione e la
ricostruzione dell'equilibrio del sistema ecologico così
gravemente compromesso.
La materia fiscale certamente è tra le più difficili da
usare e da regolare. In Italia specialmente, ormai è
sufficientemente chiaro, occorre un nuovo patto fiscale tra
Stato e cittadini. Una vera riforma dunque semplice, rigorosa,
equa. Tra le pieghe di questa riforma c'è, a nostro avviso,
quella che trova nell'ecologia un suo cardine ispiratore:
appunto una "riforma tributaria ecologica".
Vale la pena gettare un rapido sguardo su quanto sta
succedendo negli altri Paesi europei non finalizzato al
confronto, quanto piuttosto volto a comprendere strumenti di
intervento e modalità attuative. Va subito riconosciuto che,
specialmente in campo ambientale, molti interventi, per essere
efficaci, compreso particolarmente quello fiscale, richiedono
un'applicazione di vasta dimensione. Regole, anche molto
innovative, non possono né debbono essere applicate in modo
puntiforme o troppo disomogeneo. Tuttavia se ciò è vero,
bisogna pur che qualcuno inizi e bisogna pure iniziare da
qualche parte. Occorre cioè, come in una grande opera di
risanamento, "aggredire" una parte e di là aprire prospettive
più larghe. Gli interventi di fiscalità ambientale finora
avvenuti in alcuni Paesi europei hanno appunto questa
caratterizzazione. Vediamone sinteticamente alcuni.
Belgio
E' stata introdotta una tassa sul consumo energetico e
il 1^ agosto 1993 è entrata in vigore una tassa sui
combustibili da riscaldamento, gas ed elettricità. Infine il
1^ aprile 1994 è entrata in vigore anche una tassa sugli
imballi.
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Danimarca
Ci sono diverse e varie "ecotasse" che hanno una reale
incidenza e che assolvono anche funzioni prettamente
economiche (aumento delle entrate, ristrutturazione e
riorganizzazione fiscale). Tuttavia c'è anche una tassa sul
biossido di carbonio, in vigore dal 1992, che riguarda non
benzina ed elettricità, ma solo petrolio e carbone.
Inoltre ci sono "ecotasse" sullo smaltimento dei rifiuti
con diverse norme che riguardano i contenitori per liquidi
(lattine), gli accessori da tavola "usa e getta" e i rifiuti
domestici e industriali.
Finlandia
E' il primo Paese europeo che ha introdotto una tassa
sul CO2 e dal 1990 esiste un'imposta sulla produzione o
importazione di combustibili fossili, non riguarda però i
prodotti utilizzati in carburanti per aerei e aerocisterne.
Olanda
Dal 1992 c'è una tassa sui combustibili che interessa
CO2 e consumo di benzina, diesel e combustibili da
riscaldamento come carbone, gas, eccetera. La suddetta tassa
ovviamente varia da combustibile a combustibile a seconda del
potere calorifico e delle emissioni di CO2.
Norvegia
Non solo c'è una tassa sul CO2, ma anche una sullo zolfo
che riguarda l'olio minerale che ne ha alto contenuto. Inoltre
ci sono tasse che riguardano il settore del traffico come
quella di circolazione annua, quella di registrazione del
veicolo e infine quella di importazione per autoveicoli a
motore oltre ovviamente a quella sulla benzina. Anche la
circolazione nel centro urbano è soggetta a tassazione.
Svezia
E' il primo Paese che ha introdotto una vera e propria
riforma ecologica del fisco che è entrata in vigore nel 1993.
Il suddetto sistema di ecotassazione si articola in una tassa
sul consumo energetico cioè la tassa sul CO2 e l'IVA che è
riuscita a far diminuire il consumo energetico anche grazie ad
una serie di ulteriori misure quali la riduzione del contenuto
di zolfo negli olii da riscaldamento, norme più severe su
impianti di riscaldamento esistenti e nuovi e, per ultimo,
grazie alla rigorosità dei controlli sulle emissioni
industriali. Le "ecotasse" sono solo una parte della riforma
fiscale che comprende: la riduzione dell'imposta sul reddito
per i privati mirate ad abbassare il costo del lavoro (come
contromisura per favorire produzioni più costose che
rispettino l'ambiente); l'abolizione delle tasse sui prodotti
di lusso; la tassazione del 30 per cento sui redditi da
capitale e in fine la riduzione al 30 per cento degli oneri
deducibili.
Germania
Non esiste ancora una tassa sul CO2 e sul consumo
energetico, ma la questione è allo studio del governo
federale.
Una riforma tributaria ecologica.
Questa proposta di legge intende dunque intervenire nella
normativa fiscale italiana apportando un indirizzo
sostanzialmente nuovo per il nostro Paese. Sottolineamo anzi
che la presente proposta di legge intende lavorare a pressione
fiscale invariata perché, da una parte, il carico tributario è
già molto elevato e, dall'altra, non consente una riduzione
delle entrate. Non si tratta infatti di introdurre, sic et
simpliciter, tasse o imposte in più, nominalmente di
fiscalità ecologica. Si tratta invece di introdurre anche in
Italia regole fiscali che siano capaci di intercettare il
"bisogno"
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di ambiente, il prezzo delle risorse naturali e il costo
degli inquinamenti qualitativi e quantitativi immessi
nell'ambiente. Ma soprattutto gettare le basi appunto di una
"riforma tributaria ecologica" per la quale gettiti e prelievi
siano orientati a quel necessario riordinamento dello sviluppo
di cui abbiamo riferito all'inizio. Una riforma, infine, che
influisca positivamente sull'aumento dell'occupazione e sulla
sua qualità, sulla formazione, sulla tutela ambientale del
suolo, dell'aria e dell'acqua, e infine su una produzione
attenta a quel mercato della qualità che, almeno in Italia,
sta crescendo ma con eccessiva lentezza proprio perché non
facilitato da regole di indirizzo anche fiscali.
La proposta di legge prevede una delega al Governo perché
la materia deve essere necessariamente coordinata a quella
della più generale riforma fiscale. Del resto l'attuale
Governo, attraverso il Ministero delle finanze, ha già
annunciato formalmente, con una nota dello scorso 3 maggio
1995, di voler dare attuazione all'ordine del giorno n. 9
684/6 concernente il potenziamento della fiscalità ecologica,
accolto e approvato nella seduta dell'Assemblea del 20 luglio
1994. Nel riconoscere la necessità attuativa, il Ministero
delle finanze precisa tuttavia che "occorrono interventi
normativi di ampio respiro". La nostra proposta di legge
pertanto vuole inscriversi in tale opportuna esigenza.
Infine il riassetto fiscale qui previsto coglie la piena
intercettazione con la giusta domanda di autonomia impositiva
regionale, o meglio di federalismo fiscale, proprio perché,
nella materia ecologica, tale questione trova un punto di
forza.
I raccordi del ciclo acqua-aria-suolo che presiede alle
politiche di indirizzo su energia, uso del territorio e in
generale delle risorse naturali, trova nelle comunità locali
così diversificate in un Paese come l'Italia, una ragione in
più per un coordinamento regionale.
Si pensi a un solo esempio, l'enorme dimensione della
questione rifiuti che le comunità locali devono affrontare
spesso in condizioni emergenziali e in presenza di una
ragnatela diffusa di situazioni anche di attività abusive,
comunque di illegalità nelle quali prolifera il malaffare.
L'articolo 1 definisce i princìpi generali e i criteri
guida della delega al Governo. Con la lettera e) vengono
precisati gli indirizzi per un federalismo fiscale che
comprenda la valenza positiva e non vincolistica di uno
sviluppo eco compatibile.
La lettera f) intende dare attuazione alla
recentissima proposta di modifica di direttiva comunitaria per
una tassa sulle emissioni di biossido di carbonio e
sull'energia.
La lettera g) del medesimo articolo 1 intende dare
attuazione alla corposa proposta che Legambiente da più tempo
propone con chiarezza di analisi e di strumenti concreti. Essa
si inquadra in una prospettiva di più generale trasformazione
del sistema tributario (che attualmente supera il 40 per cento
del PIL a fronte di un debito pubblico di circa 2 milioni di
miliardi), che dovrebbe partire dalla ricostruzione del
rapporto di cittadinanza in cui ciascuno è tenuto a pagare le
imposte secondo la propria capacità in cambio di servizi
efficienti e di una generale assicurazione del livello minimo
di vita. La proposta di Legambiente è inquadrata anche in uno
sforzo complessivo di semplificazione dell'obbligazione
tributaria, di un suo decentramento e di ristabilimento
dell'equità nella distribuzione del carico fiscale. Un primo
passo deve essere quello di spostare il peso della tassazione
delle imposte sui redditi da lavoro (soprattutto dipendente) a
quelle sui consumi.
Infatti per effetto dell'ingiusta distribuzione del carico
fiscale, che grava soprattutto sui redditi da lavoro,
l'attuale sistema, a parole progressivo, nella realtà non lo
è. E' in questo contesto che la proposta di Legambiente
prevede uno spostamento significativo di prelievo dai redditi
da lavoro ai consumi di risorse ambientali finite nella
direzione di uno spostamento significativo di base imponibile
dal lavoro all'energia. La struttura della proposta infine non
ricalca il modello europeo. I prodoti tassati e le imposte
proposte sono stati individuati non automaticamente in base al
contenuto di carbonio,
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quanto piuttosto rispetto agli obiettivi che ci si proponeva.
In particolare si è scelto di non tassare il settore
industriale ed anzi di favorirlo attraverso una riduzione del
costo del lavoro. Infine la proposta di Legambiente tiene
conto di diverse esigenze. Prima tra tutte quelle di ottenere
un effetto ambientale significativo, successivamente quella di
ridurre il carico fiscale sul lavoro e, in terzo luogo,
favorire una ripresa degli investimenti privati nel settore
industriale.
La lettera h); vuole consentire una più concreta
attuazione dell'articolo 1 del decreto-legge 10 giugno 1994,
n. 357, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto
1994, n. 489 e della conseguente circolare n. 181/E del 27
ottobre 1994 sul regime fiscale sostitutivo per nuove
iniziative produttive. Tale articolo, infatti, ha introdotto,
per la prima volta in Italia, agevolazioni fiscali per
soggetti imprenditoriali che svolgono un'attività in settori
volti alla tutela dell'ecosistema, nel campo della promozione
di fonti rinnovabili di energia e in quello della efficienza
energetica, nel campo dell'agricoltura biologica, naturale e
biodinamica, nel campo del risanamento idrogeologico del
territorio, nel settore del ripristino ambientale, nell'ambito
della progettazione di interventi
per la riqualificazione, la sua manutenzione e il restauro
dei centri storici. Pur rappresentando una innovazione
importante, le imprese che svolgono le sopra menzionate
attività sono però praticamente penalizzate dal fatto che lo
stesso articolo 1, al comma 2, precisa che "le cessioni di
beni e le prestazioni di servizi effettuate in regime fiscale
sostitutivo non costituiscono componenti negativi di reddito
deducibili per le controparti". Naturalmente siamo consapevoli
che se così non fosse si aprirebbero varchi elusivi non
controllabili con diminuzioni di gettito non trascurabili.
Occorre perciò che, nell'ambito della delega, si rendano
compatibili le due esigenze, altrimenti, di fatto, la positiva
innovazione si scontrerebbe con limiti pressoché invalicabili
per agire nel mercato trovando solo negli enti pubblici una
controparte interessata all'offerta.
Gli articoli 2 e 3 della presente proposta di legge
introducono nell'ordinamento fiscale oneri deducibili per le
persone fisiche e per le imprese che tendono a formare un
"comportamento" fiscale indirizzato a contribuire e a
sostenere la promozione dell'ambiente. Anche le esenzioni di
imposta previste con l'articolo 4 hanno le stesse finalità.
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