| Onorevoli Colleghi! -- Intendiamo presentare questa
proposta di legge, già presentata nella X e nella XI
legislatura, all'attenzione degli onorevoli colleghi.
L'argomento che tratta e le soluzioni che propone sono
ancora oggi pienamente attuali e, pertanto, la riproponiamo
nella sua integralità sia nell'articolato che nella
relazione.
L'elevato numero dei lavoratori posti in cassa integrazione
salariale determina, da un lato, una serie di fenomeni
indotti, fra cui non ultimo quello del "lavoro nero" e,
dall'altro, un progressivo aumento degli oneri a carico
dell'Istituto della previdenza sociale con paurose ed
inarrestabili passività. In questa sede non intendiamo
affrontare la problematica dei bilanci dell'INPS e delle sue
ricorrenti cifre in rosso, quanto
considerare il problema dell'utilizzo dei lavoratori in cassa
integrazione salariale, sotto un più ampio profilo sociale.
La cassa integrazione, alla sua origine - e parliamo della
metà degli anni Quaranta -, aveva lo scopo altamente meritorio
di sovvenire alle necessità del prestatore d'opera e della sua
famiglia, quando restava senza lavoro, nella presunzione che
entro un determinato periodo di tempo avrebbe potuto risolvere
positivamente il proprio caso.
Attraverso una serie successiva di leggi si è arrivati alla
situazione attuale per cui il collocamento in cassa
integrazione, da limitato nel tempo, è divenuto praticamente
indefinito e, da concessione dello Stato, si è trasformato in
un diritto del lavoratore. Siamo i primi a non dolerci di
queste trasformazioni che, quando
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si sono conseguite, rientravano nella fisiologia di un'Italia
che sapeva conquistarsi l'"Oscar" per la stabilità della sua
moneta.
Oggi, purtroppo, si è profondamente trasformato quanto
rappresentava una calibrata ed opportuna conquista del mondo
del lavoro, sotto l'incalzare della crisi che non solo
attanaglia l'Italia, ma che la colpisce in particolare per la
congenita limitata capacità concorrenziale della sua
struttura, per la mancanza di forze alternative sul piano
energetico, l'inflazione che corrode ogni reddito, e il
problema della cassa integrazione da fisiologico è divenuto
patologico.
L'Italia non può permettersi più di riversare in questo
baratro migliaia di miliardi. Sovvenire, aiutare, sono doveri
sociali dello Stato, ma è anche suo dovere cercare che, almeno
in parte, pur senza nulla togliere, quanto offre possa dare,
oltre alla utilità personale di chi riceve, anche un
vantaggio, un apporto, alla collettività nazionale che, in
ultima analisi, è quella che alimenta il continuo flusso di
queste erogazioni.
Abbiamo detto e lo confermiamo che nulla intendiamo
togliere di quanto viene dato, ma non intendiamo che queste
somme erogate restino sterili ai fini degli effetti
sociali.
Da qui la nostra proposta che si articola su due princìpi:
gli operai, i lavoratori, in cassa integrazione salariale
straordinaria, specie nei casi di ristrutturazione
dell'azienda devono - nel loro interesse personale e della
società - seguire corsi di riqualificazione o di
perfezionamento. L'azienda stessa, anche nel suo interesse,
deve indire tali corsi in modo da predisporre una manodopera
adeguata ai nuovi processi di produzione.
In secondo luogo, tutto il personale in cassa integrazione
deve prestare la sua opera, nei lavori di pubblica utilità
disposti dallo Stato, dalle regioni, dalle province, dai
comuni.
La nostra proposta di legge indica particolarmente i
vantaggi che lo stesso prestatore d'opera ne ritrae.
Con il sistema proposto si dovrebbe anche ottenere
l'effetto indotto di colpire il secondo lavoro, che il
dipendente in cassa integrazione quasi sempre svolge,
agevolando l'assunzione delle nuove leve.
Confidiamo che gli onorevoli colleghi vorranno dare la loro
approvazione alla presente proposta di legge.
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