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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


3717
DDL0262-0002
Progetto di legge Camera n. 262 - testo presentato - (DDL12-262)
(suddiviso in 25 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C262. TESTIPDL
...C262.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC262 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- Nell'accingerci ad elaborare un
  testo di proposta di legge (non facile per la vastità del
  problema) in favore della famiglia intesa come soggetto
  giuridico, titolare di diritti e doveri, abbiamo ritenuto
  necessario fornire una visione globale della realtà "famiglia"
  nella sua evoluzione in Europa e, in particolare, in
  Italia.
    Mediante un approccio interdisciplinare ci proponiamo di
  individuare ed analizzare indicatori sociali che forniscono
  dati dettagliati, di segnalarne le correlazioni e di indicare
  il contesto cui ci riferiamo.
    In particolare inizialmente riportiamo la definizione della
  famiglia che danno alcuni importanti trattati al fine di
  evidenziare come il ruolo della famiglia venga
  riconosciuto a livello sia internazionale che nazionale.
    Quindi passiamo ad esaminare l'evoluzione della famiglia in
  Europa.
    Riportiamo, di seguito, l'analisi più dettagliata
  dell'evoluzione della famiglia in Italia, interpretandone
  alcune tendenze e, infine, tentiamo di darne una visione
  globale ed alcuni suggerimenti indicativi.
  Ruolo della famiglia ed interventi dei pubblici
  poteri.
    1) A livello internazionale.
    Il ruolo preponderante della famiglia è sottolineato in
  tutti i grandi trattati, dalla
 
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  Dichiarazione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite (in
  cui la famiglia è definita come "l'elemento naturale e
  fondamentale della società e Stato"), fino alla Carta sociale
  europea adottata nel 1961 dal Consiglio d'Europa (in cui si
  proclama che "la famiglia, in quanto cellula fondamentale
  della Società, ha diritto ad una protezione sociale, giuridica
  ed economica atta a garantirne il pieno sviluppo").
    Il codice europeo della sicurezza sociale, contenente norme
  protettive minime che lasciano ai singoli Stati la libertà di
  scelta tra i vari "rami" di tutela, contempla tra l'altro il
  ramo "prestazioni a favore delle famiglie".
    Dieci Stati su undici hanno ratificato questa opzione.
    2) A livello nazionale.
    Il ruolo della famiglia è generalmente riconosciuto da
  tutti gli Stati membri della Comunità europea, sia pure in
  forme diverse.  I diritti della famiglia sono espressamente
  menzionati da otto Costituzioni nazionali.  Quattro Paesi su
  dodici hanno un Ministro competente per la famiglia; in vari
  Paesi gli affari della famiglia sono nello stesso tempo di
  competenza del potere centrale e degli enti territoriali.
  Evoluzione della famiglia in Europa.
    In ciascuno Stato della Comunità europea la realtà
  familiare è affrontata secondo angolature diverse.  Anche la
  concezione del ruolo dei pubblici poteri nei confronti della
  famiglia varia da un Paese all'altro.  Nonostante ciò in tutti
  gli Stati membri i pubblici poteri si interessano alle
  condizioni di vita delle famiglia e cercano di migliorarle con
  tutta una gamma di misure di varia natura, che vanno dal
  settore della sicurezza sociale al diritto di famiglia,
  passando per i regimi fiscali.  La politica della famiglia
  designa l'insieme di questi interventi.
    Rispondendo alle raccomandazioni del Parlamento europeo
  (risoluzione del 9 giugno 1983 sulla politica della famiglia
  nella CEE) e del Comitato economico e sociale (rapporto sulla
  situazione demografica e rapporto sugli aspetti sociali del
  mercato interno) il Consiglio dei Ministri degli affari
  sociali, nel corso della riunione del 27 maggio 1987, ha
  accolto favorevolmente la proposta di "instaurare, come è
  stato già fatto per la protezione sociale, una concertazione a
  livello di alti funzionari nazionali competenti per la
  politica familiare" (comunicazione del 24 luglio 1986
  intitolata "Problemi della sicurezza sociale: temi di
  interesse comune").
    Durante i lavori preparatori sono stati posti in rilievo
  gli aspetti che qui di seguito riportiamo:
     a)  situazione demografica in Europa;
     b)  incidenza dei mutamenti socioeconomici sulla
  famiglia;
     c)  incidenza delle politiche settoriali della
  Comunità europea sulla famiglia;
     d)  ruolo fondamentale della famiglia come cellula
  primaria della società;
     e)  funzione culturale e socioeconomica della
  famiglia per la trasmissione dei valori e la solidarietà
  intergenerazionale.
    Da tali lavori sono emersi quattro grandi temi di comune
  interesse:
      1) conciliazione tra vita professionale e vita familiare;
  ripartizione delle responsabilità familiari;
      2) misure adottate a favore di particolari categorie di
  famiglie;
      3) problemi delle famiglie più disagiate;
      4) incidenza delle politiche comunitarie sulla famiglia
  ed in particolare sulla tutela dell'infanzia.
    Descriveremo ora nei suoi aspetti più salienti il contesto
  demografico e socioeconomico in Europa, senza entrare nelle
  realtà particolari dei singoli Paesi ,ma cogliendone le linee
  comuni di cambiamento.
 
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  A)  Contesto demografico.
    Il calo della natalità, che caratterizza tutti i Paesi
  europei, si è consolidato a partire dal 1965.  Dal 1980, nessun
  Paese della CEE, eccetto l'Irlanda, perviene al ricambio delle
  generazioni (il tasso di natalità deve essere 2,1 per
  garantire il ricambio delle generazioni).  La rapida
  contrazione dell'indice di natalità interessa tutti i Paesi
  dell'Europa, per i problemi legati all'istruzione, al tasso di
  crescita economica, alla proporzione delle donne che accedono
  al mercato del lavoro o al tasso di disoccupazione.  Il calo
  della natalità non è un fenomeno isolato ma parallelo
  all'evoluzione di altri fattori, come la diminuzione della
  nuzialità, il prolungamento dell'intervallo tra il matrimonio
  e la nascita del primo figlio, l'aumentata frequenza dei
  divorzi.
    Dall'inizio degli anni '70 all'inizio degli anni '80, in
  tutti i Paesi della Comunità europea, il numero dei matrimoni
  celebrati è diminuito del 20 per cento.  Se il comportamento
  osservato in questi ultimi anni nelle varie fasce di età si
  estendesse ad un'intera generazione durante tutto il suo ciclo
  di vita, il matrimonio perderebbe il suo carattere generale e
  quasi universale e resterebbe circoscritto a poco più della
  metà della popolazione.
    Parallelamente alla diminuzione della frequenza dei
  matrimoni, si osserva un aumento delle unioni consensuali o
  famiglie di fatto, che non escludono la fecondità, il che
  spiega l'aumento del numero di bambini nati fuori dal
  matrimonio.
    Riguardo alle nascite illegittime è difficile elaborare
  medie, sia perché i dati forniti dai vari Paesi non sono
  sempre direttamente comparabili sia per le differenze molto
  elevate tra Paesi (per esempio, l'aumento delle nascite
  extraconiugali va da un 40 per cento registrato in Danimarca
  al meno del 2 per cento registrato in Grecia).
    I divorzi registrano un rapidissimo aumento: tra il 1964 e
  il 1982, il loro numero è triplicato.
    Oltre che più frequentemente, lo scioglimento dell'unione
  coniugale interviene ad uno stato sempre più precoce del
  matrimonio.
    Profondi mutamenti si riscontrano anche sul versante della
  mortalità.  Mentre alla fine del secolo scorso si registrava
  una mortalità infantile del 10-20 per cento, attualmente essa
  è scesa al di sotto dell'1 per cento; la durata media della
  vita in Europa oscillava allora tra i 40 e i 50 anni; oggi la
  speranza di vita alla nascita supera ampiamente i 70 anni e,
  per le donne, spesso oltrepassa gli ottanta.
    L'allungamento della vita, associato al calo della
  natalità, è all'origine dell'invecchiamento della popolazione
  (ossia l'aumento della proporzione degli anziani sul totale
  della popolazione) che caratterizza tutta l'Europa.  La
  vittoria della longevità comporta, a più lungo termine, un
  invecchiamento della popolazione attiva, un aggravio degli
  oneri sanitari e pensionistici, oltre ad un peso supplementare
  per le famiglie che devono prodigare cure ai loro membri più
  anziani.
    Tutti questi fattori - calo della natalità, aumento della
  speranza di vita alla nascita, diminuito tasso di nuzialità e
  l'accresciuta frequenza dei divorzi - hanno alterato la
  struttura della famiglia, provocandone la disgregazione e
  moltiplicando i modelli familiari; l'influenza si evidenzia
  sensibilmente sul numero, sulla dimensione, sulla formazione e
  sulla composizione delle famiglie.
    Il nucleo familiare costituito da una coppia di coniugi con
  uno o più figli rimane il modello dominante; ad esso si
  affiancano sempre più altre configurazioni familiari: famiglie
  ricostituite (formate da un nuovo  partner  e da figli
  dell'altro, oppure dai figli di primo letto di ciascun dei
  partner),  famiglie monoparentali, unioni consensuali,
  persone sole.
    Considerando i due estremi, mentre i nuclei "unipersonali"
  sono in aumento in tutti i Paesi della CEE (benché con un
  certo divario fra nord e sud), la percentuale delle famiglie
  di cinque o più persone è scesa, dal 1980, al di sotto della
 
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  soglia del 20 per cento nella maggior parte dei Paesi.
    Da tutto ciò si deduce che benché la maggioranza della
  popolazione trascorra il periodo più lungo della propria vita
  in una famiglia di tipo tradizionale (coppia con figli), la
  comparsa di nuovi modelli familiari pone la questione del
  posto assegnato al bambino nel quadro di un assetto familiare
  sempre più instabile.  Ciò rende necessario un adeguamento
  della legislazione sociale a queste realtà emergenti, senza
  peraltro giungere al riconoscimento della famiglia di fatto.
  D'altra parte le stesse proposte di legge presentate nelle
  passate legislature dal PDS e dal PSI relative a norme sulla
  "famiglia di fatto" respingono "ogni tentativo di
  riconoscimento formale" della stessa famiglia di fatto.
  Pertanto le nuove realtà, prodotte dal costume e dalle
  conseguenze della normativa divorzista, vanno considerate
  sotto il profilo della tutela dei soggetti incolpevoli e più
  deboli come la prole.
  B)  Contesto socioeconomico.
    Tra le tendenze di rilievo che caratterizzano l'evoluzione
  economica e sociale, un elemento determinante è costituito
  dall'incremento del lavoro femminile.  Mentre il prolungamento
  della vita è uno dei fattori che influiscono
  sull'invecchiamento della popolazione, il calo della natalità
  viene generalmente collegato all'emancipazione della donna,
  alla sua entrata nel mercato del lavoro (con la conseguente
  diffusione della contraccezione) e all'avvento della società
  dei consumi.  Negli ultimi trent'anni si è registrato un rapido
  aumento della popolazione attiva femminile.  Recentemente a
  questa crescita hanno contribuito prevalentemente le donne
  sposate, sia nei Paesi in rapido sviluppo che in quelli a
  sviluppo più lento.  I tassi di attività, che prima erano
  elevati tra donne giovani (meno di 25 anni) e tra quelle più
  anziane (oltre i quarant'anni) tendono ora ad uniformarsi per
  tutte le classi di età.  Nell'attuale contesto di crisi
  economica, la situazione della donna lavoratrice diventa
  sempre più precaria; è infatti fra le donne che tendono a
  svilupparsi forme di occupazione come il lavoro a tempo
  parziale, a tempo determinato, a domicilio, eccetera.
    Infine, nell'affrontare il tema del lavoro femminile, non
  si possono ignorare fattori quali il divario retributivo
  sussistente tra i lavoratori dei due sessi o le ripercussioni
  negative dei regimi fiscali sull'occupazione femminile (per
  esempio uno stesso reddito viene tassato in modo diverso a
  seconda che la persona sia sposata o no; parimenti l'onere
  fiscale è diverso se entrambi i coniugi esercitano un'attività
  professionale o se uno solo di essi lavora).
    Queste discriminazioni possono influire anche sul
  comportamento, scoraggiando per esempio il matrimonio quando
  le persone non sposate sono favorite sul piano fiscale.
    Dal punto di vista personale, l'attività lavorativa della
  donna rappresenta spesso una necessità per la coppia ed una
  valvola di sicurezza per la donna in caso di divorzio,
  separazione, nubilato.
    Sembra quindi opportuno studiare a fondo l'incidenza delle
  varie forme di riassetto del tempo di lavoro (non solo
  femminile) e dello statuto dei lavoratori sulla vita familiare
  e sociale di questi ultimi, soprattutto sull'equilibrio tra la
  vita familiare e professionale.  Particolarmente acuto appare
  il problema della ripartizione delle responsabilità familiari
  e professionali e dell'accoglienza dei figli.
  Conclusioni.
    Ne deriva un'esortazione, da parte di vari Ministri europei
  incaricati degli affari familiari, ad intensificare gli sforzi
  del settore pubblico e del settore privato per rendere più
  facilmente conciliabili vita familiare e vita professionale;
  si pone l'accento, in modo particolare, su questioni come il
  numero, la qualità e l'accessibilità delle strutture destinate
  all'infanzia, come i servizi di aiuto alle famiglie, nonché la
  regolamentazione degli orari di lavoro e del congedo
  parentale.
 
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    I Ministri sottolineano anche la necessità di affermare più
  chiaramente quale posto occupano le attività domestiche nelle
  economie nazionali.  Inoltre essi hanno sottolineato la
  necessità di creare un clima sociale favorevole alla famiglia,
  nell'interesse dei figli ed al fine di rafforzare la coesione
  familiare e la solidarietà fra le generazioni, affermando
  comunque che la famiglia, cellula di base della società,
  rimane la struttura più idonea ad assumere un grado
  ragionevole di stabilità, di libertà e di compiutezza.
  Evoluzione della famiglia nell'Italia degli anni
  '80.
    Negli anni passati, gran parte della letteratura sulla
  cosiddetta "crisi della famiglia" ha espresso due tendenze
  opposte ed escludentesi a vicenda: da un lato la crisi è stata
  sopravvalutata come se la famiglia stesse scomparendo;
  dall'altro è stata negata, con l'asserzione che la famiglia
  c'è sempre stata e sempre ci sarà, senza comprendere ciò che
  stava cambiando.  Attualmente si è maggiormente d'accordo
  sull'esistenza della crisi, ma si è altrettanto d'accordo sul
  bisogno di saperla leggere in maniera adeguata; diventa cioè
  urgente comprendere il senso della crisi della famiglia come
  un problema sociale e non solo di opinioni, di aspetti
  culturali o stati psicologici.
    Emerge in tal modo l'importanza di ridurre la distanza fra
  ciò che accade realmente e la capacità di osservazione, di
  valutazione e di regolazione dei processi sociali.
    Da questa breve premessa passeremo ora a descrivere il
  quadro degli indicatori sociali attraverso i quali tentare una
  globale comprensione delle tendenze significative.
  A)  Indicatori socio-demografici.
    La popolazione complessiva italiana si sta avvicinando alla
  "crescita zero" (è già scesa sotto la riproduzione zero in
  molte aree del Paese, specie nel nord).
    Sono da sottolineare le differenze, locali, significative
  tra comunità a saldo negativo e comunità a saldo positivo, il
  che conduce ad una importante constatazione: esiste una
  stratificazione delle famiglie, a carattere territoriale,
  secondo il grado di capacità auto-riproduttive.
    Ciò comporta due importanti conseguenze.  La prima è che si
  produrranno immigrazioni interne là dove si creeranno dei
  vuoti conseguenti alla scomparsa di discendenza di un numero
  crescente di famiglie, e quindi della comunità che esse
  formano; ci sarà una crescente pluralizzazione di
  sub- culture familiari in territori fino a ieri
  relativamente omogenei.  La seconda conseguenza sarà un
  generale aumento dell'indice di invecchiamento della
  popolazione italiana, che comporterà una ristrutturazione dei
  bisogni più diffusi della famiglia media, creerà inoltre nuovi
  squilibri fra i molti anziani e i pochi giovani, in termini
  sia di modelli culturali di riferimento che di domanda-offerta
  dei servizi.
    La natalità è diminuita in maniera continua negli ultimi
  anni (specie dopo il 1972) fino a toccare la quota di 9,6 nati
  vivi (per 1000 abitanti) nel 1987.  Esistono comunque segnali
  che sembrano indicare che la famiglia italiana potrebbe aver
  toccato, in un certo senso, un minimo storico.  La caduta di
  natalità ha subìto di recente un rallentamento: nel 1987 il
  calo delle nascite è stato dello 0,5 per cento contro il 3,6
  del 1986 e nel 1988 c'è stata una lieve ripresa di
  natalità.
    Gli esperti hanno valutato molti fattori per comprendere il
  fenomeno ed hanno avanzato molte ipotesi, anche in vista di
  possibili interventi sociali, ma nessuna risposta è sembrata
  esauriente e soddisfacente per gli stessi autori.
    I figli naturali sono cresciuti dal 4,9 per cento nel 1983
  al 5,8 per cento nel 1987 (percentuale sul totale dei nati
  vivi).  Si deve in ogni caso constatare che, ancora nel 1987,
  il 94,2 per cento dei bambini in Italia è nato avendo una
  famiglia legittima (che è uno dei tassi più bassi, in Europa,
  di illegittimità).
    L'ampiezza media della famiglia continua a diminuire: la
  cosiddetta famiglia di censimento è scesa da 3,3 componenti
  (numero
 
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  medio) nel 1971 a 2,8 nel 1987 (quest'ultimo è un dato
  anagrafico).  Se si considera invece la famiglia di fatto in
  termini di coabitazione anziché anagrafici, tale ampiezza
  risulta pari a 3,2 nel 1983 e a 3,0 nel 1987.
    La famiglia italiana è, quindi, di fatto più aggregata di
  quanto dichiara ufficialmente.  Tale fenomeno deve essere messo
  in relazione all'indicatore successivo, cioè il numero
  crescente (per frammentazione) delle famiglie.
    Il numero totale delle famiglie aumenta notevolmente (dal
  1971 al 1981 c'è stato un incremento del 16,6 per cento)
  mentre la popolazione indica che la diminuzione di ampiezza
  nella composizione media della famiglia non va interpretata
  tanto o soltanto come restringimento quanto piuttosto come
  moltiplicazione delle famiglie multiple, e del fenomeno
  dell'isolamento degli anziani, della creazione di "famiglie di
  carta" (famiglie fittizie per vantaggi economici, fiscali o
  burocratici), della diminuita nuzialità.
    Rispetto alle forme familiari, l'ISTAT ha adottato, nelle
  recenti indagini che ha prodotto, una classificazione basata
  sul concetto di nucleo familiare, in quanto la classificazione
  delle famiglie secondo la tipologia di censimento (tipo A che
  sono quelle unipersonali, tipo B coppia senza figli, tipo C
  coppia con figli, tipo D quelle estese) non è più in grado di
  cogliere il fenomeno della crescente differenziazione delle
  forme familiari.  Col termine nucleo familiare si intende una
  coppia sposata oppure un solo genitore con figli mai
  sposati.
    La diversa classificazione permette una migliore
  osservazione sulle effettive situazioni di coabitazione e ne
  distingue tre tipi: famiglie senza nucleo familiare, in
  maggioranza composte da una persona sola (dove si è registrato
  un incremento notevole), famiglie con un solo nucleo (in
  sensibile aumento), famiglie con due o più nuclei (in
  diminuzione).
    Ne deriva che le forme "semplici" di struttura familiare
  aumentano costantemente (dall'85,1 per cento nel 1971 al 92
  per cento nel 1987, del totale delle famiglie).  Nel nostro
  Paese, tuttavia, risulta esserci un numero ancora limitato sia
  di famiglie unipersonali sia di nuclei monogenitore sia anche
  di unioni libere, comparato agli altri Paesi più
  modernizzati.
    Intendendo con il termine "famiglie di fatto" le coppie che
  vivono in unione libera (convivenza) avente una certa
  continuità nel tempo, si rileva che la loro diffusione è
  particolarmente ridotta in Italia (l'1,3 per cento nel 1983 e
  l'1,2 per cento del totale delle coppie).  Il fenomeno è più
  diffuso nei grandi centri metropolitani (specie nel
  nord-ovest) e riguarda persone con livelli di istruzione più
  alti della media.
    Queste forme familiari possono essere di tre tipi: A) la
  famiglia di fatto come "matrimonio non ancora perfezionato"
  dove non si contesta il matrimonio, ma si adotta la situazione
  di fatto come transitoria, in attesa di poter celebrare il
  matrimonio (questo tipo è diffuso soprattutto fra gli adulti);
  B) famiglie di fatto "come prova", inteso come periodo di
  convivenza per sperimentare la relazione ed assicurarsi che
  possa funzionare (questo tipo è diffuso soprattutto tra i
  giovani); C) famiglie di fatto come "scelta", come condizione
  stabile di vita che non prevede di legalizzare l'unione con il
  matrimonio, per motivazioni che possono essere assai diverse e
  complesse (psicologiche, materiali, ideologiche, eccetera) e
  questo tipo è diffuso sia tra i più giovani che tra gli
  anziani.
    Pur non consentendo i dati statistici a dispozione di
  valutare bene quantitativamente e qualitativamente questo
  fenomeno, tuttavia si è d'accordo che l'Italia è il Paese
  europeo con la minore diffusione di famiglie di fatto anche
  perché spesso, più che altrove, la nascita di un figlio porta
  a regolarizzare la posizione.
  B)  Indicatori sul matrimonio e la coppia.
    I tassi di nuzialità sembrano aver rallentato la caduta ed
  essersi assestati intorno alle 300 mila unità annue.  Nel 1987
  l'85,3 per cento dei matrimoni è stato celebrato con rito
  religioso, mentre riguardo ai matrimoni con rito civile,
  benché aumentati, la loro crescita è contenuta: si è passati
  dal 13,9 per cento nel
 
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  1983 al 14,7 per cento nel 1987 sul totale dei matrimoni.
    I procedimenti di separazione personale dei coniugi
  sembrano essersi attestati intorno alle 50 mila istanze annue.
  Tali istanze dal 1986 al 1987 sono leggermente diminuite (da
  51.769 a 50.693).
    I procedimenti di divorzio sono invece in considerevole
  aumento, favoriti anche dalla riforma delle condizioni e
  procedure per ottenerlo introdotta con la legge 6 marzo 1987,
  n. 74, (che ha abbassato da cinque a tre anni il requisito
  dello stato di separazione legale dei coniugi).
    Va notato che un numero crescente di divorzi (sul totale)
  ha carattere consensuale e quindi meno litigioso, rispetto al
  passato, e ciò indica una ricerca di modalità meno traumatiche
  di frattura della famiglia.  Le separazioni e i divorzi sono in
  numero decisamente inferiore rispetto a quelli registrati
  negli altri Paesi industrializzati.
  C)  Indicatori di stratificazione sociale.
    La presenza femminile nel lavoro sta crescendo, nonostante
  opinioni diffuse in senso contrario, e viene combinata con il
  lavoro familiare.  Ma i cambiamenti più vistosi si hanno al
  riguardo della stratificazione sociale delle famiglie (in
  rapporto alla condizione professionale del "capofamiglia" o
  della persona principale di riferimento).  Senza entrare nei
  dettagli delle statistiche, si può rilevare che nell'arco di
  tempo compreso tra il 1951 ed il 1983 sono cresciute le
  famiglie della borghesia (imprenditori, liberi professionisti,
  dirigenti) e le famiglie di classe media urbana (impiegati
  pubblici e privati, artigiani, negozianti, eccetera) mentre le
  famiglie di classe operaia (operai, industriali, agricoli e
  salariati) dopo un certo aumento tra il 1951 e il 1971, sono
  di nuovo diminuite e sembrano stabilizzarsi, mentre decrescono
  rapidamente le famiglie rurali (coltivatori diretti).
    Tutto ciò indica uno "spostamento verso l'"alto" della
  stratificazione sociale, da cui derivano notevoli
  miglioramenti del tenore materiale di vita, del reddito e dei
  consumi che registrano gli indicatori successivi.  Molte delle
  modificazioni e problematiche della questione famiglia si
  possono individuare nel divario crescente tra le famiglie
  borghesi che sono emergenti, con il loro tenore di vita
  privatistico, edonistico, centrato sul successo, e le famiglie
  di classe bassa o marginale che "restano indietro" rispetto ai
  processi di modernizzazione o di aggancio alle nuove
  opportunità, materiali e non, di vita.  Tra queste ultime va
  naturalmente considerata, oltre la fascia del 10-15 per cento
  delle famiglie povere interne al Paese, anche gran parte delle
  famiglie di immigrazione dall'estero.
    La famiglia italiana dispone, in media, di un reddito
  crescente, che nel solo passaggio dal 1986 al 1987 è aumentato
  del 23,9 per cento.
    E' interessante osservare il meccanismo della
  diversificazione e del cumulo delle fonti di reddito: fino al
  1986 oltre il 55 per cento delle famiglie aveva un solo
  percettore di reddito; fino al 1973 c'è stato un aumento del
  numero medio di soggetti che contribuiscono al reddito
  familiare (le famiglie con due percettori crescono sino al 36
  per cento, quelle con uno solo diminuiscono fino al 52 per
  cento); con il 1980 si arriva al minimo storico delle famiglie
  con una sola entrata (40 per cento), mentre il 42 per cento
  possiede almeno due redditi e il 5,4 per cento ne ha quattro
  od oltre; la ripresa economica nel 1982-1983 porta ad un
  rinnovato aumento delle famiglie monoreddito ma non
  diminuiscono le famiglie bireddito, che nel 1987 sono ancora
  il 38,1 per cento del totale.  Oltre il 60 per cento delle
  famiglie italiane ha un reddito composito.  Ciò indica come
  l'andamento economico metta in moto o tagli le risorse
  principali che permettono alla famiglia di reagire a
  congiunture economiche sfavorevoli o a situazioni di reddito
  insufficiente.
    Questi dati non dicono molto perché, evidenziando le medie
  statistiche solo tendenziali, non danno una descrizione
  sociologicamente adeguata della realtà; quest'ultima deve
  tener conto delle stratificazioni sociali che, come si è
  detto, sono assai rilevanti e crescenti.
    L'indicatore della ricchezza reale netta (possesso di beni
  immobili, aziende ed
 
                               Pag. 8
 
  oggetti vari di valore) è assai significativo per misurare il
  grado della diseguaglianza sociale, che in Italia è tra le più
  elevate in comparazione con Paesi di pari o quasi equivalenti
  livelli di industrializzazione.
    Nel 1987, l'11,2 per cento delle famiglie, quelle con una
  ricchezza superiore ai 200 milioni, possiede il 50 per cento
  dell'intera ricchezza reale di tutte le famiglie italiane.
    Va notato che riguardo al bene-casa, le famiglie
  proprietarie dell'abitazione in cui vivono sono, sempre nel
  1987, il 61,8 per cento contro il 30,2 per cento di
  affittuarie e l'8 per cento di occupanti ad altro titolo.
    La famiglia italiana ha una forte propensione al risparmio.
  Attualmente la propensione media è stazionaria (intorno al 9,5
  per cento) con differenziazioni, alle classi di età centrali,
  al settore dell'agricoltura.
    Dal 1980 alcuni fattori favorevoli, come il calo dei valori
  mobiliari, il rientro progressivo dell'inflazione, l'apertura
  di nuovi mercati finanziari, contribuiscono a determinare il
  passaggio da un concetto di sicurezza passiva (abitazioni,
  terreni, BOT) ad un concetto di sicurezza attiva, che fa
  esplodere il cosiddetto "capitalismo assicurativo".  Nel 1987,
  l'81,3 per cento delle famiglie possedeva almeno uno strumento
  finanziario (deposito bancario o postale, titoli di Stato,
  obbligazioni o altri titoli).
    Nelle quote percentuali cresce il consumo di tipo moderno
  (come le comunicazioni, il divertimento, il trasporto, le
  vacanze) e si riduce quello di tipo tradizionale (legato alla
  mera sussistenza); in assoluto cresce in media tutto il tenore
  di vita.
    Va sottolineato il fatto che la famiglia italiana vive al
  di sopra delle sue possibilità (ci riferiamo alle famiglie di
  condizione medio-alta di cui si è parlato).
    L'Italia è fra i Paesi che destinano la quota più elevata
  del prodotto interno lordo ai consumi privati delle famiglie,
  anziché alle spese pubbliche e di istituzioni collettive.  Se
  ne deduce che gran parte del dibattito politico sul
  contenimento della spesa sociale è mal posto e fuorviante.  Il
  problema non è la troppa spesa pubblica ma, primo,
  l'incapacità della spesa pubblica di assicurare livelli
  soddisfacenti di efficacia-efficienza e, secondo, l'incapacità
  di stabilire un rapporto tra Stato fiscale e famiglia che sia
  capace di equità redistributiva verso le famiglie che hanno
  più carichi o che sono in condizioni più svantaggiate.
  D)  Indicatori di stile di vita.
    Rispetto agli orientamenti di valore, si può dire che la
  famiglia italiana ha accentuato le sue "preoccupazioni"
  economiche ed edonistiche, a scapito di quelle comunicative e
  relazionali, con conseguente affievolimento delle motivazioni
  cosiddette pro-sociali, di etica e servizio solidaristico.
  Tuttavia vanno rilevate, per converso, nuove spinte di
  volontariato e solidarietà sociale; il punto da sottolineare è
  che si è attenuato di molto il senso di socialità (cioè delle
  funzioni propriamente sociali) della famiglia come tale.
    La famiglia italiana è diventata, in generale, più
  sensibile al tema dell'educazione dei figli, ma varie ricerche
  rimarcano il fatto che tale sensibilità tende ad assumere
  caratteristiche più "economiche" (strumentali alla carriera)
  che "morali" (di educazione morale) nei confronti dei figli,
  avvalorando le osservazioni circa la minore competenza e
  capacità di controllo sociale della famiglia.
    In senso nuovo c'è la ricerca di nuove forme di gestione di
  strutture educative, specie di quelle per l'infanzia, in cui i
  genitori assumono un ruolo più attivo, sia in termini di
  imprenditorialità sia anche di cogestione e cooperazione di
  servizio.
    Nonostante la crisi dello Stato sociale, le famiglie
  italiane mostrano segni di bisogni e utilizzazioni crescenti
  nell'uso dei servizi sociali e sanitari.  Laddove il settore
  pubblico non è sufficiente o pronto, si sviluppa il ricorso al
  privato, sia a quello mercantile che al privato sociale (non
  per profitto).
    L'aumento di complessità sociale ha significato per la
  famiglia, nel campo dei servizi alla persona, la ricerca di
  soluzioni alternative ai servizi pubblici come la riscoperta
 
                               Pag. 9
 
  delle reti informali (parentela, vicinato, amicizie,
  aiuto tra famiglie) o di combinazioni inedite, per poter far
  fronte ai bisogni di vita quotidiana.
    Si deve prendere atto che cambia il senso della salute e la
  domanda sociale relativa: il paziente, fino a ieri passivo,
  diventa un paziente negoziatore.  Mentre, complessivamente,
  nella famiglia italiana si registra un miglior livello di
  salute fisica, contemporaneamente crescono le patologie
  relazionali, ossia derivanti da relazioni sociali ed
  intersoggettive deboli e distorte o comunque problematiche.  Si
  tratta di malattie spesso non definite, di carattere psichico
  o psichiatrico, che vanno dal disadattamento ai disturbi
  legati a sindromi di dipendenza, i disordini psicosomatici
  influenzati da  stress,  alienazione, anomia.
    A fronte di queste nuove forme di malattia e di disagio, il
  sistema sanitario continua in buona misura ad ignorare la
  famiglia come soggetto di salute-malattia.
  Sondaggi demoscopici sulla cultura della famiglia.
    I sondaggi demoscopici dell'ultimo decennio consentono di
  esplorare la cultura della famiglia, cioè l'insieme dei
  valori, degli atteggiamenti e delle opinioni, e le sue
  modificazioni nel tempo.  Si tratta di indagini non sempre
  direttamente centrate sul tema, che permettono comunque di
  accertare una crescente valorizzazione della dimensione
  affettiva della famiglia.
    L'analisi approfondita di questa area permette di
  individuare due sottosistemi, indicativi di due culture non
  radicalmente contrapposte ma distinguibili: la prima, estesa,
  esprime esigenze protettive di normazione eteronoma, se non di
  autoritarismo; la seconda, elitaria, appare assertiva, aperta,
  autonormata.  Da queste ricerche emerge una visione informata e
  relativamente moderna che gli italiani hanno dei vari
  problemi.
    Il matrimonio è il tipo di rapporto preferito anche se va
  delineandosi una sua "deistituzionalizzazione", che implica la
  valorizzazione del rapporto affettivo di coppia in sé e per
  sé, la caduta dei fini procreativi come portanti
  dell'istituzione, la concezione del matrimonio come contratto
  sociale che può essere reciso quando il rapporto non è più
  soddisfacente.
    La donna non ha rinunciato a nulla della propria vocazione
  femminile, ma vuole un ruolo paritetico con l'uomo, in casa e
  nella professione.  E' comunque aumentata, negli anni
  1986-1987, la desiderabilità del benessere familiare e
  dell'avere figli.
    Per quanto riguarda la situazione dei giovani, con
  l'aumento di scolarità cresce il numero dei giovani con
  elevate aspettative professionali, ma anche l'ansia della
  disoccupazione e della svalutazione dei titoli di studio; con
  l'aumento del tenore di vita e del benessere generale, i
  giovani si fanno più restii ad uscire dalla famiglia di
  origine (la cosiddetta "famiglia lunga"), forse per la paura
  di non poter sostenere, una volta usciti da essa, il tenore di
  vita cui sono abituati.  Tale preoccupazione risulta
  giustificata.  In Italia vi è un elevato tasso di
  disoccupazione per i giovani dai 14 ai 24 anni di età, il più
  elevato tasso di tutti i Paesi CEE.
    Va sottolineato che i giovani italiani pongono la famiglia
  al primo posto delle cose importanti nella vita e la famiglia
  è l'aspetto della vita di cui si dichiarano più
  soddisfatti.
    Inoltre i giovani italiani, a differenza dei giovani di
  altri Paesi europei, lasciano la famiglia di origine quasi
  esclusivamente per costituire un nuovo nucleo familiare, e
  cioè con il matrimonio.  Nell'ultima inchiesta IARD sulla
  condizione giovanile (dai 20 ai 24 anni di età) si segnala una
  significativa percentuale di giovani incerti o contrari,
  davanti alla prospettiva, entro i prossimi cinque anni, di
  sposarsi, di aver figli, finire gli studi, trovare un lavoro
  stabile ed andare a vivere per conto proprio.  Da ciò si può
  dedurre che la tendenza alla diminuzione dei matrimoni, in
  Italia, sembrerebbe in gran parte attribuibile all'incertezza
  dei giovani di fronte al futuro, mentre non sembra cor-
 
                              Pag. 10
 
  retto attribuire questo fenomeno ad insofferenza e spirito
  critico verso la istituzione familiare tradizionale.
    Sembra proprio che le scelte di vita dei giovani siano
  fortemente influenzate sia da fattori socio-economici sia,
  contemporaneamente, culturali.
  Conclusioni.
    Non è facile l'interpretazione delle tendenze che stanno
  dietro agli indicatori sociali descritti, se si vuole
  comprendere il processo nella sua globalità e nei suoi
  possibili sbocchi.
    Una considerazione basilare da fare è che tutto ciò che è
  stato preso in esame avviene nell'ambito di una "società
  complessa" e parlare di complessità sociale significa alludere
  non soltanto ad una realtà articolata e multiforme, ma anche
  alla compresenza di aspetti contraddittori ed
  antagonistici.
    Da questo punto di vista possiamo individuare due
  realtà.
    C'è da considerare la famiglia come un'istituzione obsoleta
  e perdente, quando non inutile o repressiva.  In tale linea si
  penserà ovviamente di incrementare i soli diritti individuali
  oppure quelli collettivi.  Questo è proprio quanto si è
  rivelato del tutto insufficiente negli anni ottanta; malgrado
  ciò c'è chi insiste per politiche sociali indirizzate ai
  diritti soggettivi degli individui difesi attraverso misure
  collettive (come la proposta dell'assegno sociale di
  cittadinanza individuale, anziché commisurato sui bisogni
  familiari).  Che la società italiana debba fare spazio ad una
  maggiore tolleranza e rispetto della persona umana non può che
  essere condiviso.
    Non può tuttavia essere ignorato il fatto che la famiglia,
  al di là della tendenza a darsi delle regole proprie, di
  privatizzazione e di isolamento, tuttora continua a svolgere
  una moltitudine di funzioni sociali (che diminuiscono in certi
  aspetti ed aumentano in altri); in particolare la sua
  influenza sui figli (insieme al bisogno dei figli di essere
  socializzati) non è certo inesistente o in via di
  estinzione.
    D'altronde per chi cerca soluzioni nella direzione della
  famiglia, le risposte devono essere cercate attraverso una
  valorizzazione democratica e pluralistica della famiglia, non
  imponendo alcun modello specifico, a priori, di famiglia.
    Si manifesta quindi l'esigenza che la famiglia sia
  riconosciuta e trattata come tale: cioè nella sua globalità e
  non in modo strumentale dall'esterno.
    Alle famiglie che si assumono carichi nell'allevare figli
  dovrebbero andare riconoscimenti per le funzioni sociali
  assolte; questi anche qualora si esprimano i riconoscimenti
  economici (di solidarietà sociale), non devono essere
  considerati "premi".
    La famiglia ha la necessità di essere soggetto di
  reciprocità nei rapporti con un'amministrazione pubblica
  efficiente, equa, razionale e non di essere beneficiaria di
  sola assistenza.
    Il problema è dunque quello della giustizia sociale,
  distributiva e redistributiva verso le famiglie a seconda
  della loro composizione (in particolare il numero dei figli,
  la loro età, il carico di persone malate o anziane) e delle
  funzioni sociali che assumono per autonoma decisione.
    E' solo di recente che si è cominciato a tener conto che la
  famiglia è pur sempre un punto di riferimento importante per
  le persone socialmente deboli (dando per scontato che lo è per
  la formazione della personalità individuale in generale).
    Se si accetta che i sistemi di intervento sociale per la
  famiglia non possono più essere quelli degli anni passati, si
  può accedere all'idea, che va acquisendo sempre maggiore
  consenso, che occorrano interventi di "guida relazionale".
  Questi ultimi poggiano sull'idea che il compito primario di
  una politica per la famiglia non è quello di programmare
  "modelli", né quello di renderli tutti indifferenti, ma invece
  è quello di creare le condizioni per l'esistenza di un
  concetto sociale che sia favorevole all'incontro, al dialogo,
  alla solidarietà familiare.
    Le soluzioni alla questione famiglia debbono essere trovate
  in primo luogo sul proprio terreno.  Organizzazioni di
 
                              Pag. 11
 
  comunità e forme associative (volontariato, mutualità,
  cooperazione, privato sociale in genere) sono le meglio
  attrezzate per comprendere i bisogni della famiglia e per
  realizzare i programmi di "guida relazionale".
    Esse additano una forma di società che va oltre l'assetto
  tipicamente moderno imperniato sul rapporto tra società civile
  e Stato, in quanto costituiscono nuove reti e nuove regole di
  vita.
                           *  *  *
    Qualunque regolamentazione giuridica che abbia ad oggetto
  la famiglia richiede, per l'operatore del diritto, un impegno
  ed una sensibilità superiori alla norma.
    Arturo Carlo Jemolo ha detto che "la famiglia è un'isola
  che può essere solo lambita dal mare giuridico", con ciò
  volendo significare che in questo campo il confine tra
  giuridico e non giuridico è ben limitato e per nessuna ragione
  invalicabile.
    E' in questa ottica che bisogna affrontare qualsiasi
  problema riguardante la famiglia, col costante rispetto per
  ciò che nessun legislatore, neanche il più attento, potrà mai
  infrangere con le sue regole: la spontaneità dei sentimenti e
  degli affetti che stanno alla base della unione familiare.
    Ciò nonostante, il legislatore non può rimanere insensibile
  alle continue variazioni del costume, anzi è suo precipuo
  compito quello di intervenire egli stesso per modificare il
  costume e far sì che la regola di oggi sia il costume di
  domani.
    Seppure oggetto della presente proposta di legge è la
  famiglia, la nostra intenzione è quella di regolare tutto ciò
  che sta intorno ad essa, tutto ciò che può condizionarla
  positivamente e negativamente, senza mai infrangere i suoi
  confini, che più che mai si vogliono rispettare e fortificare
  incidendo solo indirettamente su di essa.
    Non a caso anche il legislatore del 1975, nel riformare il
  diritto di famiglia, consapevole della intangibilità dei
  delicati rapporti interpersonali che per loro natura hanno
  fondamento nell'affetto e non nella regola giuridica, non ha
  dato una definizione giuridica di famiglia, ma ha dato una
  maggiore considerazione agli individui che la compongono.
    Così facendosi carico dei movimenti sorti negli anni
  cinquanta e sessanta la legge sul diritto di famiglia
  ribadisce il dettato costituzionale e garantisce la
  uguaglianza tra i coniugi, la parità tra uomo e donna, la
  solidarietà tra gli stessi, la tutela dei figli.
    Prima ancora, il legislatore si era interessato anche dei
  problemi patologici della famiglia, regolando la separazione
  dei coniugi e le sorti dei figli, nonché le vicende
  patrimoniali collegate allo scioglimento del vincolo.
    In vent'anni questi due orientamenti legislativi:  a)
  recupero e tutela dei singoli all'interno della compagine
  familiare;  b)  patologia e rottura inerenti alla
  famiglia, hanno proliferato una serie di interventi che ancora
  oggi dimostrano la loro modernità e la necessità di sempre
  ulteriori correzioni e adeguamenti da parte del
  legislatore.
    Addirittura ci si è spinti oltre, incentivando l'idea di
  interventi legislativi diretti a riconoscere l'esistenza e le
  conseguenze di una libera convivenza, non solo tutelando i
  singoli componenti della cosiddetta "famiglia di fatto"
  (tutela che trova un suo discutibile fondamento nel dettato
  costituzionale), ma addirittura attribuendo una vera e propria
  veste giuridica peraltro contraddittoria con la sua natura che
  è e rimane di mero fatto.
    Lungi dal nostro intento l'addentrarsi nei meandri delle
  problematiche giuridiche suddette, vogliamo qui precisare che
  procedendo in parallelo ad esse, abbiamo sentito quanto mai
  urgente l'esigenza di affrontare un argomento che in più di
  quarant'anni dall'entrata in vigore della Costituzione della
  Repubblica italiana nessuno ha mai avuto il coraggio di fare
  oggetto di un intervento legislativo: la famiglia.
    Non è tautologico il riferimento ma essenziale, difficile e
  ricco di significato: si vuole così fare riferimento ad una
  regolamentazione giuridica della famiglia in quanto tale,
  prescindendo dai singoli
 
                              Pag. 12
 
  soggetti che la compongono e dalle sue patologie e
  concentrandosi sulla sua tutela.
    L'importanza sociale di tale recupero è stata già indicata
  e verrà sottolineata alla conclusione di tale relazione.
    Iniziamo quindi col precisare la rilevanza autonoma della
  famiglia nel diritto, confutando quell'orientamento che ha
  sempre identificato la nozione giuridica di famiglia con
  quella di diritto di famiglia.
    La distinzione va fatta in quanto la famiglia assume un
  diverso rilievo giuridico a seconda che la disciplina
  giuridica guardi ad essa come punto di riferimento per la
  tutela di una serie di posizioni giuridiche, cioè quelle dei
  singoli membri della stessa, o che la disciplina giuridica
  consideri direttamente la famiglia come titolare di effetti
  giuridici degni di tutela.
    Nel primo caso l'appartenenza alla famiglia crea un vero e
  proprio  status,  cioè un punto di riferimento che per il
  diritto è rilevante ai fini della individuazione e della
  circoscrizione di alcuni effetti giuridici, che però
  riguardano il singolo in quanto appartenente alla famiglia.
    Nel secondo caso, invece, è la famiglia in quanto tale che
  diviene punto di riferimento di una serie di effetti
  giuridici.
    E' su questo punto che noi vogliamo concentrare la nostra
  attenzione.
    Il riconoscimento giuridico di una realtà superindividuale
  permette di valutare tutti i rapporti che la famiglia ha con
  l'esterno e di riconoscerne anche l'incidenza giuridica.
    Tutto ciò che è vincolo, rapporto interpersonale, è già
  regolato dal diritto di famiglia e quindi prescinde da questa
  trattazione.
    La dimostrazione che il rapporto familiare possa
  rappresentare strumento per la tutela di interessi
  superindividuali ci viene suggerita dalla funzione sociale che
  la famiglia è andata assumendo nel corso degli anni.
    L'importanza della famiglia in quanto tale come struttura
  idonea a risolvere molti mali sociali (si pensi al recupero
  delle devianze, all'affidamento dei minori, alle case
  famiglia) oggi rappresenta il superamento di
  quell'orientamento dottrinale secondo cui la funzione sociale
  della famiglia si risolve solo nel contenuto dei singoli
  diritti e doveri spettanti a ciascun soggetto nello
  svolgimento del rapporto, e cioè nello assolvimento di
  specifici doveri verso altri soggetti (coniuge, figli...) e
  non quindi nella realizzazione di interventi
  superindividuali.
    In tal senso la famiglia è un'entità che va tutelata per se
  stessa nella sua unità, e prescindendo dai singoli membri che
  la compongono, anche se sempre in funzione del bene di
  ciascuno di loro.
    Questa esigenza trova riscontro sia nella Convenzione dei
  diritti dell'uomo che all'articolo 8 tutela il diritto al
  rispetto della unità familiare come un diritto di libertà, sia
  nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo che
  all'articolo 16, terzo comma, regola il diritto della famiglia
  ad essere protetta dalla società e dallo Stato: "La famiglia è
  il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto
  ad essere protetta dalla Società e dallo Stato".
    Ma è soprattutto la nostra Costituzione che riconosce i
  diritti della famiglia; l'articolo 29, primo comma, della
  Costituzione infatti recita: "La Repubblica riconosce i
  diritti della famiglia come società naturale fondata sul
  matrimonio".
    Lasciamo alle dispute dottrinali l'interpretazione di
  quest'articolo, del concetto di società naturale, eccetera, e
  soffermiamoci solo su pochi punti che servono da sostegno e da
  impulso per la nostra proposta di legge.
    Riteniamo qui per presupposto essenziale che la famiglia è
  una comunità originaria che "preesiste allo Stato" e che per
  questo rifugge da qualsiasi definizione giuridica (a tal
  proposito qualcuno ha parlato addirittura di un ordinamento
  autonomo rispetto a quello statuale e al di fuori di esso).
    Nel momento in cui diventa oggetto di tutela, non è tanto
  rilevante entrare nel merito della sua natura intrinseca,
  dovendo anche coinvolgere un problema etico-religioso, quanto
  il fatto di stabilire in che modo e in quali limiti tale
  tutela può essere attuata dall'ordinamento giuridico
 
                              Pag. 13
 
  globale nell'ambito del quale la famiglia si sviluppa ed
  esiste e del quale rappresenta un fondamento.
    Riteniamo, inoltre, per presupposto il riconoscimento della
  famiglia legittima cioè quella "fondata sul matrimonio"
  (articolo 29 della Costituzione) sulla base incontrastata che
  solo la famiglia ha il carattere, giuridicamente rilevante,
  della stabilità e della esclusività del rapporto che comporta
  quella unità ed entità che qui vogliono essere oggetto di
  tutela.
    Inoltre è solo nella famiglia legittima che le parti
  esprimono una volontà di instaurare un rapporto stabile che
  rappresenta l'elemento fondamentale, nonché la garanzia che la
  famiglia possa seguire le proprie finalità istituzionali.
    Ci sia concesso, qui, l'accento polemico (che altro non è
  che una constatazione di fatto) riguardo al rapporto di una
  convivenza (così detta famiglia di fatto) che è privo proprio
  di quel requisito giuridico della stabilità del rapporto
  familiare, come tale quindi munito di quella particolare
  tutela giuridica che l'ordinamento vuole accordare all'unione
  familiare.
    Che poi la mera convivenza possa generare delle conseguenze
  giuridiche per i singoli soggetti degne di tutela e di
  attenzione da parte del legislatore, questo non significa
  riconoscere conseguenze legali "al vincolo che non è vincolo",
  cadendo così nella contraddizione di riconoscere "l'esistenza
  di una libera convivenza la quale, per definizione, non sia
  qualificata dall'assunzione di un impegno legalmente
  riconosciuto" (Trabucchi).
    I fermenti di proposte per interventi legislativi in
  materia hanno richiamato la nostra attenzione sul recupero e
  sulla valorizzazione giuridica della famiglia legittima a
  garanzia non solo della famiglia stessa e soprattutto degli
  effetti conseguenziali nella società, ma anche a salvaguardia
  di elementari sentimenti umani.
    Perché questa tutela possa essere realizzata è necessario
  dimostrare l'importanza che alla famiglia legittima venga
  riconosciuta una soggettività, sì che la legge possa
  riconoscerle diritti propri, distinti da quelli dei suoi
  componenti.
    Il dettato costituzionale dell'articolo 29 parla di
  famiglia riconoscendo così implicitamente la sua originarietà
  ed autonomia; il collegamento poi con l'articolo 2 della
  Costituzione che parla di "formazioni sociali" non lascerebbe
  dubbi circa l'ammissibilità di un riconoscimento della
  famiglia quale persona giuridica.
    I problemi sono sorti nel momento in cui si è cercato di
  applicare il concetto di persona giuridica regolato
  dall'ordinamento positivo alla struttura familiare.
    Gli scontri dottrinali in proposito, provocati dalla
  delicatezza e particolarità del problema, non hanno sortito
  effetti positivi ed il legislatore, sebbene in più di una
  occasione abbia riconosciuto dei diritti alla famiglia - si
  pensi alla disciplina dell'impresa familiare, alle norme sui
  contratti agrari eccetera - non si è mai impegnato a risolvere
  il problema.
    Noi riteniamo che il riconoscere una soggettività alla
  famiglia non rappresenti un problema nel momento in cui,
  tenendo conto delle considerazioni sul carattere giuridico
  della esistenza familiare come istituzione di diritto naturale
  e che in quanto tale ha una sua originarietà che precede il
  riconoscimento dello Stato, non si cerchi a tutti i costi di
  attribuire alla famiglia una soggettività giuridica secondo i
  canoni stabiliti dal diritto positivo per le persone
  giuridiche.
    L'unico disegno da seguire è quello costituzionale: "la
  Repubblica riconosce i diritti della famiglia..." ed è
  certamente contraddittorio parlare di diritti della famiglia e
  non qualificarla come soggetto giuridico.
    Noi non vogliamo entrare nel merito dando una definizione
  ed una natura alla soggettività giuridica della famiglia, per
  il momento ci basta constatarne l'esistenza.
    Speriamo così di dare l' input  per una serie di
  interventi legislativi che considereranno la famiglia come
  soggetto degno di tutela da parte dell'ordinamento
  giuridico.
    Il riconoscimento della qualità di soggetto autonomo di
  diritto sarà una conseguenza, ed allora sarà anche possibile
  una
 
                              Pag. 14
 
  definizione ed una identificazione della sua natura
  giuridica.
    Dal momento in cui la famiglia è soggetto di diritti così
  come gli altri soggetti di diritti (persona umana, enti,
  eccetera), è portatrice di diritti fondamentali che lo Stato
  deve riconoscere e rispettare, proteggendola socialmente,
  giuridicamente ed economicamente ed assicurandone il pieno
  sviluppo.
    Ora più che mai questa esigenza è diventata allarme
  sociale.  Per citare solo alcuni problemi: negli ultimi 20 anni
  sono triplicati i divorzi e le separazioni; aumento delle
  convivenze  more uxorio  a discapito del matrimonio
  legittimo, diminuzione del tasso di natalità che ci vede
  occupare il primo posto in Europa e, in parallelo, aumento
  degli aborti (non tenendo conto di quelli clandestini).  La
  famiglia italiana risulta così compromessa e svilita in un
  momento storico in cui alcuni stimoli della società dimostrano
  l'urgenza e la necessità di un suo recupero.
    Scopo di questa proposta di legge quadro sulla famiglia è
  proprio quello di dare direttive di massima perché il
  legislatore possa intervenire programmaticamente a favore
  della famiglia.
    Intendiamo dare, appunto, un indirizzo generale e
  programmatico che, in stretta coerenza con il dettato
  costituzionale, possa aprire la strada per un lungo  iter
  normativo che disciplini il recupero della famiglia.
    La nostra proposta parte dal riconoscimento della famiglia
  come persona giuridica, cioè come entità che, come tale, possa
  divenire destinataria di una serie di diritti.  E' d'uopo
  precisare che il riconoscimento della famiglia come entità a
  se stante non prescinde mai dalla stretta complementarietà con
  le persone che la compongono.
    Per cui accadrà che alcuni diritti riguarderanno
  direttamente i singoli membri e indirettamente la famiglia e
  viceversa.
    La difficoltà pratica di scindere le due entità è dovuta al
  fatto che la famiglia è pur sempre un aggregato di persone,
  rispetto alle quali essa assume sempre un ruolo strumentale.
  Tale strumentalità però non esclude il ruolo istituzionale
  della famiglia che realizza l'unione solidale delle persone
  aggregando i singoli soggetti e incentivando una serie di
  interessi e diritti che, pur nel rispetto della loro
  individualità, trovano un normale insediamento e sviluppo
  nella famiglia stessa.
    Da ciò deriva il ruolo istituzionale della famiglia, in
  sintonia con quanto affermato dall'articolo 2 della
  Costituzione che "riconosce e garantisce i diritti inviolabili
  dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali".
    Questa complementarietà fra persone e istituzioni, comporta
  il riconoscimento di un diritto della persona alla
  famiglia.
    Ci sembra questo un presupposto imprescindibile, unico
  punto di partenza.
    Visto che la famiglia è creata da singoli individui i quali
  devono essere messi in condizioni di formarla: "La Repubblica
  agevola con misure economiche e altre provvidenze la
  formazione della famiglia..." (articolo 31 della
  Costituzione).
    Si vogliono così creare i presupposti perché il legislatore
  possa intervenire concretamente in tal senso (per esempio in
  materia di occupazione e lavoro).
    Esiste, inoltre, il diritto all'ingresso o all'inserimento
  dell'individuo nella famiglia e questo soprattutto per i
  soggetti più deboli: minori, handicappati, anziani.
    Tale diritto si esplica in due forme:
     a)  il reintegro all'interno della famiglia di
  origine del soggetto che per qualche motivo ne è stato
  estromesso (esempio: anziani, handicappati, minori
  deviati);
     b)  l'ingresso del soggetto debole in una famiglia
  diversa da quella d'origine.  Questa forma è atipica e non
  rientra nel concetto di "naturale"; essa è, però, dettata
  dalle emergenti esigenze di politica sociale.
    Ancora una volta riemerge il valore istituzionale della
  famiglia, la cui esistenza richiede la compresenza di diverse
  generazioni e di diverse posizioni soggettive, comportando
  tale eterogeneità una vicendevolezza di aiuti e apporti
 
                              Pag. 15
 
  interpretativi che realizzano la omogeneità familiare.
    Quanto detto serve ad evidenziare l'importanza del
  riconoscimento del diritto alla famiglia come diritto
  soggettivo perfetto, degno di tutela da parte dell'ordinamento
  giuridico, e riconosciuto a ogni soggetto, persino al
  concepito (da cui la antinomia con il diritto all'aborto) e
  per quanto di tale diritto sia titolare l'individuo esso
  incide direttamente sulla famiglia e sulla importanza sociale
  che essa assume (articolo 2 della Costituzione).
    L'importanza di attribuire alla famiglia dei diritti
  discende dalla esigenza di tutelare l'unità e la stabilità
  della famiglia stessa per assicurare ai singoli componenti, ma
  soprattutto alla società, l'esistenza di una costante fonte di
  valori etici, sociali, culturali, economici, religiosi
  essenziali.
    Con la presente proposta di legge noi crediamo di aver
  individuato i diritti fondamentali per la tutela della
  famiglia ma "il discorso" rimane aperto; per questo abbiamo
  preferito la struttura della legge quadro solo per dare degli
  indirizzi e dei messaggi e con il risultato di lasciare a noi
  questo primato.  E' necessario quindi avviare una politica che
  favorisca le nascite ed essa non può essere che economica e
  sociale.  Innanzitutto con l'aumento di quelle integrazioni che
  già esistono (esempio: assegni familiari) proporzionalmente al
  numero dei familiari e al reddito; aumentando gli aiuti
  economici alle famiglie monoreddito e, dove questo è anche
  basso, rispetto al numero dei familiari; poi con incentivi
  economici specifici per il secondo figlio; ed ancora
  stabilendo un minimo vitale per il bambino, cioè un  quantum
  erogato dallo Stato alle famiglie più bisognose in
  relazione alle esigenze minime di cui un bambino nei primi
  anni di vita necessita.
    Ma parallelamente alla politica economica deve trovare
  ampio spazio la politica sociale, che metta in evidenza
  l'importanza della natalità non solo in rapporto a problemi
  squisitamente etnici (sì da contenere "naturalmente" il
  fenomeno della immigrazione), ma anche per far fronte al
  sorgere di vere e proprie storture sociali.  Solo per fare un
  esempio, statisticamente sono aumentate le famiglie senza
  figli e moltissime sono quelle con il figlio unico; qualcuno
  ha azzardato la previsione di una società senza fratelli e, ci
  sia concesso di scivolare nell'etica, quale senso avrà
  appellarsi al concetto di "fratellanza" che storicamente ha
  rappresentato impulso per l'integrazione e la solidarietà
  sociale?  Siamo, purtroppo, nella società in cui l'edonismo
  prevale sul sacrificio: è un atteggiamento culturale e mentale
  che intendiamo modificare profondamente.
    Cogliamo l'occasione, che ci sembra propizia, per ribadire
  il nostro fermo no all'aborto e alle manipolazioni
  sperimentali dell'embrione e dell'inseminazione artificiale.
  Tali progressi della scienza devono servire solo a far fronte
  a delle situazioni patologiche (come le anomalie) e solo
  nell'ambito della famiglia, cioè tra i coniugi rispettivamente
  titolari o portatori dell'embrione e del liquido seminale
  (edonismo-sacrificio).
  Minori.
    Il diritto alla famiglia per il minore, più che per ogni
  altro soggetto, assume un'importanza primaria, assoluta,
  vitale.
    Non sempre però l'ingresso nella famiglia è automatico e
  naturale; spesso esso è condizionato da una serie di
  situazioni esogene che lo possono addirittura eliminare.
    Il legislatore è sempre stato molto attento alla tutela
  minorile e alle sue complesse problematiche.  Non vogliamo
  citare il lungo  excursus  normativo e ricordare i nostri
  emendamenti o fare il punto su un argomento così delicato;
  vogliamo solo sottolineare l'importanza che ha la famiglia per
  il minore.
    Ancora una volta la nostra fonte è il dettato
  costituzionale che all'articolo 31, secondo comma, prevede
  l'obbligo per la Repubblica di proteggere "l'infanzia e la
  gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo".  Ma
  tale secondo comma è strettamente collegato al primo, che
  tutela
 
                              Pag. 16
 
  la "formazione della famiglia".  Si può facilmente dedurre che
  il primo "istituto necessario" è senza dubbio la famiglia.
    Il capo dedicato ai minori nella presente proposta di
  legge, regola:
     a)  il diritto della famiglia a far fronte alle
  esigenze dei figli minori per permettere loro uno sviluppo
  fisico e morale che sia il migliore e il più adeguato alle
  esigenze specifiche, evitando l'allontanamento (articolo 31
  della Costituzione); così le famiglie numerose dovranno essere
  messe in condizione di far fronte alle necessità di tutti i
  figli indistintamente, non solo con incentivi economici
  (sussidi, sgravi fiscali, eccetera), ma anche con sostegni
  mirati da parte delle istituzioni specializzate (consultori
  familiari, asili nido, scuole materne, eccetera);
     b)  il diritto della famiglia ad essere aiutata nel
  caso di situazioni patologiche del minore: minori
  handicappati, minori deviati, minori tossicodipendenti.  Le
  statistiche e gli studi approfonditi hanno dimostrato che la
  famiglia è la sede primaria per quello che giuridicamente
  viene definito "progetto di recupero"; la carenza delle
  istituzioni pubbliche è un dato ormai noto; i tentativi del
  legislatore di venire incontro ai problemi minorili
  addirittura creando l'istituto dell'affidamento ad una
  famiglia diversa da quella originaria per un periodo
  temporaneo necessario a superare quelle difficoltà che hanno
  portato all'affidamento, sono falliti.
    Non entriamo nel merito della questione, e soprattutto dei
  gravi problemi che tale istituto ha sollevato, ma
  soffermiamoci solo a valutare come ancora una volta il
  legislatore abbia, per così dire, "accantonato" il recupero
  della famiglia originaria.
    Ne è conseguito che l'affido familiare e l'uso dei servizi
  sociali (persino in quelle regioni dove danno prova di
  efficienza), da rimedi eccezionali ai quali si ricorre  in
  extremis,  sono passati ad essere la prassi.
    Ci preme inoltre porre l'accento sul fatto che il nuovo
  processo penale a carico di imputati minorenni (decreto del
  Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448) è
  pervaso dall'esigenza di "favorire l'uscita precoce del minore
  dal processo"; e poi?
    Lo Stato ha il compito, laddove ve ne siano anche i minimi
  presupposti, di recuperare il nucleo familiare originario con
  tutti gli interventi del caso: coordinamento delle attività
  dei servizi sociali e soprattutto di quelle consultoriali, in
  modo da intervenire direttamente nell'ambito della famiglia
  originaria, rendendola idonea ad affrontare i problemi del
  minore disagiato; ovvero intervento dei servizi sociali e
  delle unità sanitarie locali nelle famiglie multiproblema
  (miseria, assenza di uno dei genitori, condizioni abitative
  malsane, promiscuità, carenze a livello psicologico e
  culturale, eccetera); concentrandosi più sull'assistenza
  domiciliare ed evitando l'istituzionalizzazione come risposta
  ai problemi  (home maker);  ed infine, contributi
  economici ed esenzioni fiscali.
    E' stato giustamente osservato che la famiglia "costituisce
  un fattore essenziale di sostegno e di rimedio per il minore",
  per questo deve essere aiutata.
  Handicappati.
    Un discorso simile a quello dei minori meritano gli
  handicappati, fisici e mentali.  Anche in questi casi è stata
  dimostrata soprattutto dalla scienza medica l'importanza
  dell'integrazione dell'handicappato nell'ambito della famiglia
  originaria o, qualora questa non esistesse, nella famiglia
  affidataria.
    Per questo tipo di integrazione e per il recupero
  dell'handicappato stesso, la famiglia ha bisogno di
  particolari sostegni.  Il discorso vale per tutte le famiglie,
  disagiate o meno.
    Bisogna innanzitutto incentivare il lavoro d' équipe
  di più operatori (psicologi, terapisti della riabilitazione,
  neuropsichiatri, eccetera) e dare la possibilità agli stessi
  di intervenire a domicilio, evitando anche in questo caso il
  ricovero in istituto.  In tal senso saranno previsti degli
  emolumenti straordinari per l'operatore stesso, così si
 
                              Pag. 17
 
  eviterà quanto più possibile, per esempio, la
  ospedalizzazione, riducendola solo ai casi più gravi, con un
  risparmio considerevole anche per le stesse strutture
  pubbliche.
  Anziani.
    Il nostro è un "Paese di anziani"; mentre infatti l'indice
  di denatalità è aumentato vertiginosamente, quello di
  "mortalità" è diminuito, tanto da creare problemi di politica
  sociale per un fenomeno emergente che sino a pochi anni fa era
  invece marginale o comunque contenuto.
    Diamo atto della situazione e soffermiamoci sull'aspetto
  del fenomeno che si collega alla nostra proposta, cioè al
  rapporto anziano-famiglia.  Così come per il minore e
  l'handicappato, anche per l'anziano spesso si pone il problema
  della integrazione nella famiglia, che può essere d'un figlio
  o di un parente (non ha importanza) che ha il dovere
  dell'assistenza.
    Innanzitutto vogliamo mettere in evidenza, così come
  abbiamo già sottolineato in precedenza, l'importanza,
  nell'ambito della compagine familiare, della compresenza di
  diverse generazioni per armonizzare le diverse esperienze di
  vita e trarne aiuti reciproci.
    Solo per fare un esempio, che può provocare una forte
  emotività socio-culturale, il rapporto nonno-nipote, o
  comunque anziano-bambino; quale migliore  baby-sitter,
  quale migliore scuola di vita e quale migliore tutore di
  quello che qualcuno, forse un po' enfaticamente, ha
  soprannominato il "diritto alla favola"?
    Riteniamo, quindi, necessario ribadire l'importanza
  dell'anziano nell'ambito della famiglia come elemento
  necessario; questo è l'unico modo di combattere il
  disadattamento dell'anziano che, oltre ad essere emarginato
  dal lavoro e dalla società, non lo può essere certo anche
  dalla sua famiglia.
    Sicuramente più allarmante è la situazione dell'anziano non
  autosufficiente per deficienze fisiche o psichiche.
    Due sono i piani di intervento:
       a)  recupero e integrazione dell'anziano
  autosufficiente nell'ambito della famiglia.  Anche in questo
  caso, disincentivando il ricovero in istituto e concedendo
  sussidi economici per le famiglie con uno o più anziani e
  sgravi fiscali, e comunque impegnando economicamente i
  familiari e i parenti che sono obbligati al mantenimento
  dell'anziano a contribuire al pagamento della retta per il
  ricovero in istituto quando il reddito dell'anziano non sia
  sufficiente;
     b)  sostegno alla famiglia quando l'anziano non è
  autosufficiente: deospedalizzazione quando sia possibile o
  ricorso al  dayhospital;  introduzione di un sistema
  integrato di servizi socio-sanitari che aiutino la famiglia
  nell'assistenza domiciliare del malato; potenziamento
  economico e organizzativo dei consultori familiari e dei
  servizi sociali affini;
     c)  incentivazione e sostegno per le comunità di
  tipo familiare (ad esempio, le famiglia), le quali hanno
  dimostrato capacità e connotazioni tali da poter dare valida
  risposta ai problemi degli anziani che non hanno famiglia.
    Dobbiamo, inoltre, citare per completezza di argomentazione
  le osservazioni e gli studi già effettuati dalla scienza
  medica e sociale, che dimostrano, anche in questo caso (come
  per i minori e gli handicappati), che l'assistenza più
  adeguata e il recupero più immediato dell'anziano è
  nell'ambito familiare.
  Lavoro.
      Una delle componenti necessarie, non solo perché la
  famiglia nasca, ma perché si sviluppi e progredisca, è il
  lavoro.
    In un Paese in cui il tasso di disoccupazione continua a
  esser molto alto, l'argomento assume una certa delicatezza.
  Noi, però, abbiamo voluto semplicemente dare delle direttive
  che possano permettere condizioni di lavoro (quando questo ci
  sia) tali da conciliarsi bene con le esigenze
 
                              Pag. 18
 
  della famiglia del o dei lavoratori sì da tutelarne
  l'integrità.
    Esse indicano i seguenti indirizzi:
     a)  riordino e regolamentazione univoca delle normative
  riguardanti la madre lavoratrice: remunerazione del lavoro
  casalingo sì da consentire alla madre la libertà di non dover
  uscire fuori dalla famiglia per lavorare; lavoro
  part-time,  adeguamento delle strutture assistenziali
  nell'ambito dell'organizzazione lavorativa, asili nido,
  flessibilità dell'orario di lavoro, anno sabbatico.  Tali
  provvedimenti, quando compatibili, si estendono anche al
  padre;
     b)  in materia di collocamento deve essere agevolato il
  lavoratore con la famiglia di appartenenza sì da non creare
  l'ingiustizia di famiglie con più persone collocate e famiglie
  senza alcun collocato;
     c)  diritto del lavoratore a una sede lavorativa che
  faciliti il rapporto con la famiglia;
     d)  diritto del lavoratore ai congedi familiari per far
  fronte alle esigenze della famiglia, soprattutto quando
  all'interno della stessa ci siano una o più persone disagiate:
  minore, anziano non autosufficiente, handicappato,
  tossicodipendente, eccetera;
     e)  istituzione delle ferie familiari, cioè della
  contemporaneità, per i lavoratori componenti dello stesso
  nucleo familiare, della fruizione del periodo di ferie.
  Istituzioni sociali.
    Le carenze sociali, culturali ed economiche che hanno
  portato allo svilimento della famiglia e ci hanno spinto a
  questa proposta, dimostrano comunque che la famiglia ha
  bisogno di aiuti esterni.  Al di là dei riconoscimenti
  economici diretti, sicuramente è molto più importante
  l'intervento statale per la creazione e lo sviluppo di quelle
  strutture sociali che siano idonee a portare un aiuto esterno
  alla famiglia quando questa abbia dei problemi.  Sicuramente
  l'istituzione che meglio potrebbe far fronte alle esigenze
  della famiglia è il consultorio familiare.  Dalla data di
  entrata in vigore della legge 29 luglio 1975, n. 405,
  istitutiva dei consultori familiari, questi hanno avuto uno
  sviluppo progressivo ma disomogeneo e, soprattutto, hanno
  fatto fallire lo spirito informatore della legge,
  privilegiando l'aspetto della sanitarizzazione rispetto a
  quello, fondamentale, della educazione alla famiglia e della
  famiglia.
    Nell'ultimo convegno nazionale di Rimini (27-31 maggio
  1990) sono state evidenziate le carenze e le discrasie
  riguardo all'applicazione della legge n. 405 del 1975.  In
  parallelo a questi fermenti rinnovativi, vogliamo ribadire
  l'importanza dei consultori per il recupero e per l'assistenza
  costante della famiglia; senza peraltro non ravvisare
  l'esigenza di suggerire gli indirizzi per il potenziamento di
  tale struttura:
     a)  innanzitutto sembra più che mai urgente
  l'omogeneizzazione dello sviluppo dei consultori tra nord e
  sud, con un richiamo al legislatore e agli organi competenti
  per il controllo sulle diverse impostazioni date dalle leggi
  regionali attuative della legge n. 405 del 1975, che hanno
  evidenziato una differenziazione ingiustificata fra regione e
  regione;
     b)  inoltre ci preme affermare l'importanza
  dell'attività consultoriale nella prevenzione e nella
  educazione alla famiglia rilevandone la funzione etico-sociale
  rispetto alla medicalizzazione.  L'opera del consultorio non
  può essere rivolta alle patologie psico-fisiche
  (contraccezione, aborto, malattie veneree), ma soprattutto a
  quelle morali;
     c)  rendere stabile nelle  équipe  la figura del
  consulente familiare, l'unica che garantisce lo spirito
  informatore della legge.
    Non si può tralasciare neanche l'importanza della
  incentivazione economica e sociale dell'associazione tra
  famiglie e delle già collaudate case-incontro, per rispondere
  ai problemi non solo dei minori e degli anziani senza
  famiglia, ma anche degli adolescenti e dei giovani deviati
  (tossicodipendenti, ex-detenuti, eccetera)
 
                              Pag. 19
 
  perché privi del tutto o perché succubi delle carenze della
  famiglia d'origine.
    Il sostegno nei confronti di tali strutture non deve essere
  solo economico, ma anche sociale, sì da incentivare
  l'intervento del volontariato.
    Ed infine occorre una riorganizzazione nell'ambito delle
  già malandate unità sanitarie locali per lo sviluppo del
  lavoro di  équipe  (medico di base, medico specializzato,
  assistente sociale, pedagogista, eccetera) e una serie di
  interventi programmatici sì da riorganizzare il lavoro
  dell' équipe  con preferenza per l'assistenza domiciliare,
  soprattutto in quei casi in cui è necessario l'intervento di
  persone altamente specializzate, e quindi coloro che solo le
  strutture ospedaliere (e non tutte) possono fornire.
    Già il  day-hospital  ha dato molti risultati,
  liberando le carenti strutture ospedaliere, ma bisogna andare
  oltre, fornendo alle famiglie con un malato (anziano, o
  handicappato o tossicodipendente) la possibilità che il
  personale specializzato (ad esempio, quello infermieristico),
  anziché svolgere il lavoro in ospedale, lo svolga a domicilio.
  Il risultato gioverebbe alla famiglia e all'assistito e
  soprattutto alla stessa struttura pubblica.
  Abitazione.
    Perché la famiglia possa nascere e continuare a esistere
  nella sua integrità, è necessario che abbia una abitazione
  adatta alle sue esigenze.
    Anche questo è un problema di grande rilevanza nazionale,
  al quale fino ad ora non si sono sapute o volute dare
  soluzioni; semplicemente bisogna creare i presupposti per un
  adeguato intervento legislativo, che tenga conto anche dello
  stretto collegamento del problema con quello della famiglia e
  della sua formazione.
    Si può tranquillamente ribadire che la famiglia ha diritto
  ad avere una abitazione consona alle sue esigenze.  La politica
  legislativa si deve orientare verso la pianifica-
  zione di interventi diversificati tali da tener conto:
     a)  delle famiglie numerose;
     b)  dell'agevolazione burocratica e tributaria al
  fine "di facilitare il frazionamento di appartamenti troppo
  grandi" (nella maggior parte dei casi di proprietà di persone
  anziane) e la loro permuta con altri più piccoli (più consoni
  alle esigenze di coppie di anziani) come è stato suggerito
  nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare
  d'inchiesta sulla condizione degli anziani.
    Incentivare l'edilizia popolare nella costruzione di
  abitazioni più grandi che possano permettere la convivenza di
  più persone è un altro obiettivo preciso al quale bisogna
  tendere.
    Ancora una volta gli interventi economici devono essere
  menzionati: per cui saranno previste ulteriori facilitazioni,
  per la costruzione o l'acquisto della prima casa e in materia
  di sfratto, essendo essenziale alla vita familiare
  un'abitazione, sicché, pur rispettando i diritti del locatore,
  alle famiglie sfrattate deve essere assicurato un alloggio
  idoneo.
    Ne consegue, ad esempio, l'aggravio fiscale per chi tiene
  sfitti uno o più appartamenti.
    Iniziativa un po' drastica, ma che risponde all'esigenza di
  inculcare nel troppo individualista popolo italiano quei
  princìpi di solidarietà di cui la stessa Costituzione
  (articolo 2) si fa portatrice.
  Diritto al raggruppamento familiare.
    Agevolazione della giovane coppia, applicando in tutte le
  amministrazioni la legislazione sul ricongiungimento
  familiare.
    Devono essere garantite dalla legge le condizioni perché,
  nonostante le situazioni particolari, la famiglia conservi la
  sua integrità e i rapporti familiari siano mantenuti.  Per cui
  le giovani coppie ed i nuclei familiari in genere hanno
  diritto a che tutte le amministrazioni applichino la normativa
  sul ricongiungimento del
 
                              Pag. 20
 
  lavoratore alla famiglia.  Per cui i lavoratori emigranti hanno
  diritto al ricongiungimento rapido con la famiglia e questa
  deve essere messa in condizione di potersi ricomporre.
    Lo stesso discorso vale per i detenuti.
  Educazione.
    La famiglia ha diritto anche ad una formazione
  etico-sociale-religiosa che le permetta di progredire
  automaticamente e di essere essa stessa la fucina di
  formazione di valori morali per la società.
    Per quanto la famiglia possa riuscire da sola ad essere
  strumento di formazione, ha bisogno che dall'esterno le
  vengano forniti i mezzi perché possa realizzare questo suo
  diritto, e in contemporanea dovere, nei confronti della
  società, nel miglior modo possibile.
    E' precipuo compito delle istituzioni, a partire dalla
  scuola, mettere in condizione tutte le famiglie e soprattutto
  quelle disagiate moralmente ed economicamente, di poter
  usufruire di adeguati strumenti di formazione.
    I consultori familiari dovranno istituire corsi per le
  famiglie, volti alla eliminazione delle barriere di
  comunicazione tra coniugi e tra genitori e figli.
    Le stesse famiglie saranno coinvolte in attività di gruppo,
  di incontro, di confronto interfamiliare, non solo nell'ambito
  del consultorio familiare, ma anche in apposite strutture
  create nell'ambito di ciascun comune o circoscrizione.
    Gli enti locali dovranno incentivare le attività ricreative
  e di svago non per individualizzate generazioni (anziani,
  minori, eccetera), ma creando strutture polivalenti
  nell'ambito delle quali ogni singolo membro della famiglia
  possa trovare spazio e motivo di incontro e integrazione.
    Lo Stato deve impegnarsi, altresì, in una politica di
  controllo più attenta sui  mass-media,  proteggendo la
  compagine familiare e i suoi membri (soprattutto i minori) dal
  "bombardamento" di modelli di costume che portano allo
  sgretolamento della famiglia, prevedendo inoltre un
  adeguamento dei programmi radiotelevisivi a tutte le esigenze
  generazionali.
    Ed infine sottolineiamo che un'ampia azione educativa non
  può fare a meno di investire in maniera precisa i contenuti
  della stampa e della cinematografia, che non possono
  continuare ad essere praticamente sottratti a qualunque forma
  di controllo.
  Strumenti fiscali.
    Se avessimo fatto una proposta di legge che mirasse solo ed
  esclusivamente al recupero dei valori sociali e allo sviluppo
  della responsabilità individuale per la tutela della famiglia,
  forse avremmo realizzato meglio il nostro intento, ma avremmo
  peccato in concretezza.
    Anche l'articolo 31 della Costituzione infatti impegna il
  legislatore ad agevolare con misure economiche e altre
  provvidenze la famiglia.
    Anche lo strumento fiscale è necessario "per tendere a
  creare le condizioni favorevoli per accrescere attraverso la
  liberazione dai più pesanti assilli e condizionamenti di
  ordine economico, l'autonomia e la responsabilità delle
  scelte".
    Già ci siamo interessati dei problemi fiscali e dei
  relativi rimedi diretti ad affrontare situazioni particolari
  (denatalità, aiuti per gli anziani, per gli handicappati), ma
  gli interventi che riguardano la famiglia devono essere
  generali e radicali, sì da attenuare l'ingiustizia
  dell'attuale regime fiscale della famiglia.
    Anche in questo caso gli interventi devono essere concepiti
  e gestiti nell'ambito di discipline  ad hoc.
    Solo per accennare ad alcune proposte che ci sembrano
  pregnanti, bisognerebbe:
     a)  rivedere il regime degli assegni familiari;
     b)  applicare lo  splitting,  tassazione sul cumulo
  dei redditi dei coniugi, diviso a metà per ciascuno;
     c)  ritenere ammissibili come oneri deducibili dal
  reddito imponibile le spese
 
                              Pag. 21
 
  riguardanti l'educazione e lo sviluppo della famiglia
  (istruzione);
     d)  ammissibilità, sempre come oneri deducibili, delle
  spese per collaborazione domestica entro limiti
  predeterminati, e in ogni caso di quelle sostenute per tale
  motivo, quali contributi previdenziali obbligatori;
     e)  previsione di nuovi criteri di valutazione della
  famiglia come unità impositiva;
     f)  eliminazione delle discriminazioni delle famiglie
  monoreddito, eccetera.
    Resta inoltre valido, a tale proposito, quanto abbiamo già
  affermato nel 1987 sulle disposizioni relative all'imposta sul
  reddito delle persone fisiche (confronta la proposta di legge
  dell'onorevole Rubinacci ed altri, atto Camera n. 1487,
  presentata il 16 settembre 1987).
  Organizzazione degli interventi.
    Per poter trarre le fila di un discorso programmatico
  bisogna necessariamente creare dei punti di riferimento,
  perché il discorso venga attuato e rispettato.
    Gli interventi disorganici di singoli Ministeri (sanità,
  tesoro, eccetera) devono trovare un coordinamento.  Esiste
  infatti il Dipartimento per gli affari sociali della
  Presidenza del Consiglio dei ministri che è direttamente
  competente per tutto ciò che riguarda la famiglia e che può
  essere punto di riferimento di tutte le iniziative menzionate
  nella presente proposta di legge.
    Nell'ambito del Dipartimento degli affari sociali, quindi,
  si dovrebbe istituire un ufficio per la famiglia con scopi
  programmatici indicativi di nuove tecniche di lavoro integrato
  dei diversi operatori, impegnati nel perseguimento di
  obiettivi che riguardano la famiglia.  L'ufficio avrà
  competenze programmatiche, esecutive e di formazione.  In esso,
  inoltre, confluiranno anche le iniziative programmatiche dei
  Ministeri interessati, quali, ad esempio, quelli della sanità
  e del tesoro.
    Da ciò deriva la stretta collaborazione del Dipartimento
  degli affari sociali con tutti quegli altri organi o Ministeri
  che, per un verso o per l'altro, investono tematiche che
  riguardano la famiglia.
    Vengono inoltre istituiti, presso il Dipartimento degli
  affari sociali, organi di controllo e vigilanza, soprattutto
  per la verifica del rispetto delle norme programmatiche a
  livello locale.
    A livello locale, poi, viene incentivata la figura del
  difensore civico, che svolge una vigilanza su tutti gli organi
  e istituzioni impegnati negli enti locali.
    Le amministrazioni locali saranno sollecitate ad istituire
  l'assessorato per la famiglia.
    Nel proporre la presente legge quadro sulla famiglia, siamo
  partiti dalla considerazione che alla società dell'immagine va
  sostituita quella dei contenuti; alla cultura
  dell'alienazione, la cultura degli affetti; al benessere
  apparente, quello sostanziale.
    La rivalutazione della famiglia come espressione concreta
  di queste considerazioni ci ha spinto ad intraprendere questo
  cammino; non abbiamo dovuto aprire dei varchi, la strada era
  già segnata, e ben segnalata, dalla nostra Costituzione; noi
  abbiamo avuto il coraggio di intraprenderla.
    Speriamo di avere un vasto seguito e crediamo di poter
  avere come motto un'affermazione della Carta dei diritti della
  famiglia presentata dalla Santa Sede nel 1983, e alla quale ci
  siamo costantemente ispirati: "La famiglia ha il diritto di
  esistere e di progredire come famiglia".
    D'altro canto, il rapporto tra la base culturale della
  nostra parte politica e il mondo cattolico va affrontato e
  approfondito alla luce degli innumerevoli punti di contatto
  con la dottrina sociale della Chiesa.
    Intento di questa proposta di legge è anche quello,
  infatti, di individuare tematiche chiare per prospettive
  future, politiche oltre che sociali, che vedano convergenze
  naturali, al di là di barriere ideologiche, ormai
  esplicitamente fondate più su strumentali divisioni partitiche
  che su contenuti culturali.
 
                              Pag. 22
 
    Questa nostra proposta di legge, senza presunzione, vuole
  avere l'immagine di un "messaggio".  Un messaggio su una
  emergenza sociale, che ha visto fin qui troppe inadempienze,
  dimenticanze, trascuratezze.  Ripensare su una legislazione
  familiare fortemente datata non è un tornare indietro, ma un
  proiettarsi verso un futuro nel quale i contenuti della
  solidarietà e della saldezza del vincolo familiare possono
  realmente trovare un adeguato supporto giuridico.
    La presente è una proposta di legge quadro sulla base della
  quale abbiamo articolato ed articoleremo ancora diverse
  proposte di legge.
    Molte proposte sul tema "famiglia" furono presentate già
  nella X legislatura e successivamente ripresentate nella XI,
  dai parlamentari del MSI-destra nazionale: Poli Bortone ed
  altri, "Istituzione del minimo vitale per l'infanzia e della
  indennità di maternità per le donne che non godano di analoghi
  trattamenti ad altro titolo" (atto Camera n. 433);  Poli
  Bortone, "Provvedimenti in favore della maternità" (atto
  Camera n. 518);  Poli Bortone ed altri, "Modifiche e
  integrazioni alla normativa in materia di diffusione e
  fruizione del materiale pornografico" (atto Camera n. 447);
  Poli Bortone ed altri, "Norme per la concessione di un assegno
  mensile quale riconoscimento della funzione sociale ed
  economica del lavoro casalingo" (atto Camera n. 449);  Poli
  Bortone, "Obbligo per le donne lavoratrici in ambito domestico
  ed extradomestico di sottoporsi ad esami annuali per la
  prevenzione delle malattie oncologiche" (atto Camera n. 450);
  Poli Bortone, "Istituzione di una commissione parlamentare
  d'inchiesta sulla condizione femminile in Italia" (doc. XXII,
  n. 13);  Poli Bortone, "Istituzione di una commissione
  parlamentare di inchiesta sul fenomeno della violenza sui
  minori" (doc. XXII, n. 14);  Poli Bortone, "Modifica
  all'articolo 1 della legge 31 maggio 1984, n. 193, in materia
  di ripristino del diritto di opzione della donna lavoratrice
  per il proseguimento dell'attività lavorativa sino al
  compimento del sessantesimo anno di età" (atto Camera n. 925);
  Poli Bortone, "Modifiche agli articoli 1, 2 e 3 della legge 28
  febbraio 1987, n. 56, recante norme sulla organizzazione del
  mercato del lavoro" (atto Camera n. 932);  Poli Bortone,
  "Modifiche alla legge 29 luglio 1975, n. 405, recante
  istituzione dei consultori familiari" (atto Camera n. 444) e
  Tassi, "Abrogazione della legge 22 maggio 1978, n. 194, sul
  cosiddetto aborto "libero e gratuito"" (atto Camera n. 25);
  Martinat ed altri, "Modifica della tabella allegata al
  decreto-legge 13 maggio 1988, n. 69, convertito, con
  modificazioni, dalla legge 13 maggio 1988, n. 153, recante la
  determinazione dell'assegno ai nuclei familiari" (atto Camera
  n. 165);  Martinat ed altri, "Delega al Governo per la
  concessione di mutui agevolati per l'acquisto della prima casa
  mediante migliore utilizzazione dei contributi ex Gescal"
  (atto Camera n. 168);  Martinat ed altri, "Delega al Governo
  per la concessione alle lavoratrici madri di un periodo di
  aspettativa nei primi tre anni di vita del proprio figlio"
  (atto Camera n. 173);  Berselli ed altri, "Modifiche ed
  integrazioni alla legge 4 maggio 1983, n. 184, in materia di
  adozione e di affidamento dei minori" (atto Camera n. 330);
  Servello ed altri, "Provvedimento a favore del lavoro
  giovanile" (atto Camera n. 343);  Tassi, "Istituzione di una
  commissione parlamentare d'inchiesta sul diritto alla vita"
  (doc. XXII, n. 3);  Trantino-Poli Bortone, "Modifica
  all'articolo 708 del codice di procedura civile concernente la
  nomina di un curatore speciale per la tutela dei minori nei
  provvedimenti di separazione giudiziale dei coniugi" (atto
  Camera n. 431);  Trantino, "Riserva di posti nei concorsi
  banditi dalle pubbliche amministrazioni per gli orfani di
  entrambi i genitori che comprovino lo stato di indigenza"
  (atto Camera n. 437);  Trantino, "Modifica all'articolo 15
  della legge 9 agosto 1954, n. 645, in materia di esonero dalle
  tasse scolastiche per determinate categorie" (atto Camera n.
  441);  Parlato, "Istituzione del fondo di solidarietà per le
  future madri" (atto Camera n. 847);  Parlato, "Norme per
  garantire la gratuità dei mezzi di trasporto agli studenti
  pendolari" (atto Camera n. 984);  Parlato, "Istituzione di una
  commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del
 
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  "lavoro nero" in tutte le sue forme" (doc. XXII, n. 19);  Poli
  Bortone, "Abolizione della dizione "coniuge a carico" con
  riferimento alla donna senza reddito proprio" (atto Camera n.
  909).
    La XII legislatura vedrà la nostra parte politica
  particolarmente impegnata ad affrontare la complessa
  problematica della famiglia; molte delle proposte di legge
  citate sono state da noi rispresentate, ed altre proposte
  saranno presentate nei prossimi mesi, in particolare sulla
  tutela dei minori, sui nuovi strumenti fiscali sul
  ricongiungimento familiare, sull'organizzazione del lavoro,
  su anziani ed handicappati.  Il tema "famiglia" è di scottante
  attualità e deve essere posto all'attenzione dei partiti.  Ci
  rendiamo conto che le soluzioni proposte non sono univoche ed
  è per questo che per la presente proposta ci affidiamo alla
  coscienza, ai sentimenti, alla cultura più che dei gruppi
  politici, dei singoli colleghi, con la speranza che il
  Parlamento italiano voglia, in breve termine dire una parola
  chiara.
 
DATA=940418 FASCID=DDL12-262 TIPOSTA=DDL LEGISL=12 NCOMM= SEDE=PR NSTA=0262 TOTPAG=0033 TOTDOC=0025 NDOC=0002 TIPDOC=L DOCTIT=0000 COMM= FRL PAGINIZ=0001 RIGINIZ=009 PAGFIN=0023 RIGFIN=020 UPAG=NO PAGEIN=1 PAGEFIN=23 SORTRES= SORTDDL=026200 00 FASCIDC=12DDL0262 SORTNAV=0026200 000 00000 ZZDDLC262 NDOC0002 TIPDOCL DOCTIT0002 NDOC0002



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