| Onorevoli Colleghi! -- Nell'accingerci ad elaborare un
testo di proposta di legge (non facile per la vastità del
problema) in favore della famiglia intesa come soggetto
giuridico, titolare di diritti e doveri, abbiamo ritenuto
necessario fornire una visione globale della realtà "famiglia"
nella sua evoluzione in Europa e, in particolare, in
Italia.
Mediante un approccio interdisciplinare ci proponiamo di
individuare ed analizzare indicatori sociali che forniscono
dati dettagliati, di segnalarne le correlazioni e di indicare
il contesto cui ci riferiamo.
In particolare inizialmente riportiamo la definizione della
famiglia che danno alcuni importanti trattati al fine di
evidenziare come il ruolo della famiglia venga
riconosciuto a livello sia internazionale che nazionale.
Quindi passiamo ad esaminare l'evoluzione della famiglia in
Europa.
Riportiamo, di seguito, l'analisi più dettagliata
dell'evoluzione della famiglia in Italia, interpretandone
alcune tendenze e, infine, tentiamo di darne una visione
globale ed alcuni suggerimenti indicativi.
Ruolo della famiglia ed interventi dei pubblici
poteri.
1) A livello internazionale.
Il ruolo preponderante della famiglia è sottolineato in
tutti i grandi trattati, dalla
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Dichiarazione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite (in
cui la famiglia è definita come "l'elemento naturale e
fondamentale della società e Stato"), fino alla Carta sociale
europea adottata nel 1961 dal Consiglio d'Europa (in cui si
proclama che "la famiglia, in quanto cellula fondamentale
della Società, ha diritto ad una protezione sociale, giuridica
ed economica atta a garantirne il pieno sviluppo").
Il codice europeo della sicurezza sociale, contenente norme
protettive minime che lasciano ai singoli Stati la libertà di
scelta tra i vari "rami" di tutela, contempla tra l'altro il
ramo "prestazioni a favore delle famiglie".
Dieci Stati su undici hanno ratificato questa opzione.
2) A livello nazionale.
Il ruolo della famiglia è generalmente riconosciuto da
tutti gli Stati membri della Comunità europea, sia pure in
forme diverse. I diritti della famiglia sono espressamente
menzionati da otto Costituzioni nazionali. Quattro Paesi su
dodici hanno un Ministro competente per la famiglia; in vari
Paesi gli affari della famiglia sono nello stesso tempo di
competenza del potere centrale e degli enti territoriali.
Evoluzione della famiglia in Europa.
In ciascuno Stato della Comunità europea la realtà
familiare è affrontata secondo angolature diverse. Anche la
concezione del ruolo dei pubblici poteri nei confronti della
famiglia varia da un Paese all'altro. Nonostante ciò in tutti
gli Stati membri i pubblici poteri si interessano alle
condizioni di vita delle famiglia e cercano di migliorarle con
tutta una gamma di misure di varia natura, che vanno dal
settore della sicurezza sociale al diritto di famiglia,
passando per i regimi fiscali. La politica della famiglia
designa l'insieme di questi interventi.
Rispondendo alle raccomandazioni del Parlamento europeo
(risoluzione del 9 giugno 1983 sulla politica della famiglia
nella CEE) e del Comitato economico e sociale (rapporto sulla
situazione demografica e rapporto sugli aspetti sociali del
mercato interno) il Consiglio dei Ministri degli affari
sociali, nel corso della riunione del 27 maggio 1987, ha
accolto favorevolmente la proposta di "instaurare, come è
stato già fatto per la protezione sociale, una concertazione a
livello di alti funzionari nazionali competenti per la
politica familiare" (comunicazione del 24 luglio 1986
intitolata "Problemi della sicurezza sociale: temi di
interesse comune").
Durante i lavori preparatori sono stati posti in rilievo
gli aspetti che qui di seguito riportiamo:
a) situazione demografica in Europa;
b) incidenza dei mutamenti socioeconomici sulla
famiglia;
c) incidenza delle politiche settoriali della
Comunità europea sulla famiglia;
d) ruolo fondamentale della famiglia come cellula
primaria della società;
e) funzione culturale e socioeconomica della
famiglia per la trasmissione dei valori e la solidarietà
intergenerazionale.
Da tali lavori sono emersi quattro grandi temi di comune
interesse:
1) conciliazione tra vita professionale e vita familiare;
ripartizione delle responsabilità familiari;
2) misure adottate a favore di particolari categorie di
famiglie;
3) problemi delle famiglie più disagiate;
4) incidenza delle politiche comunitarie sulla famiglia
ed in particolare sulla tutela dell'infanzia.
Descriveremo ora nei suoi aspetti più salienti il contesto
demografico e socioeconomico in Europa, senza entrare nelle
realtà particolari dei singoli Paesi ,ma cogliendone le linee
comuni di cambiamento.
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A) Contesto demografico.
Il calo della natalità, che caratterizza tutti i Paesi
europei, si è consolidato a partire dal 1965. Dal 1980, nessun
Paese della CEE, eccetto l'Irlanda, perviene al ricambio delle
generazioni (il tasso di natalità deve essere 2,1 per
garantire il ricambio delle generazioni). La rapida
contrazione dell'indice di natalità interessa tutti i Paesi
dell'Europa, per i problemi legati all'istruzione, al tasso di
crescita economica, alla proporzione delle donne che accedono
al mercato del lavoro o al tasso di disoccupazione. Il calo
della natalità non è un fenomeno isolato ma parallelo
all'evoluzione di altri fattori, come la diminuzione della
nuzialità, il prolungamento dell'intervallo tra il matrimonio
e la nascita del primo figlio, l'aumentata frequenza dei
divorzi.
Dall'inizio degli anni '70 all'inizio degli anni '80, in
tutti i Paesi della Comunità europea, il numero dei matrimoni
celebrati è diminuito del 20 per cento. Se il comportamento
osservato in questi ultimi anni nelle varie fasce di età si
estendesse ad un'intera generazione durante tutto il suo ciclo
di vita, il matrimonio perderebbe il suo carattere generale e
quasi universale e resterebbe circoscritto a poco più della
metà della popolazione.
Parallelamente alla diminuzione della frequenza dei
matrimoni, si osserva un aumento delle unioni consensuali o
famiglie di fatto, che non escludono la fecondità, il che
spiega l'aumento del numero di bambini nati fuori dal
matrimonio.
Riguardo alle nascite illegittime è difficile elaborare
medie, sia perché i dati forniti dai vari Paesi non sono
sempre direttamente comparabili sia per le differenze molto
elevate tra Paesi (per esempio, l'aumento delle nascite
extraconiugali va da un 40 per cento registrato in Danimarca
al meno del 2 per cento registrato in Grecia).
I divorzi registrano un rapidissimo aumento: tra il 1964 e
il 1982, il loro numero è triplicato.
Oltre che più frequentemente, lo scioglimento dell'unione
coniugale interviene ad uno stato sempre più precoce del
matrimonio.
Profondi mutamenti si riscontrano anche sul versante della
mortalità. Mentre alla fine del secolo scorso si registrava
una mortalità infantile del 10-20 per cento, attualmente essa
è scesa al di sotto dell'1 per cento; la durata media della
vita in Europa oscillava allora tra i 40 e i 50 anni; oggi la
speranza di vita alla nascita supera ampiamente i 70 anni e,
per le donne, spesso oltrepassa gli ottanta.
L'allungamento della vita, associato al calo della
natalità, è all'origine dell'invecchiamento della popolazione
(ossia l'aumento della proporzione degli anziani sul totale
della popolazione) che caratterizza tutta l'Europa. La
vittoria della longevità comporta, a più lungo termine, un
invecchiamento della popolazione attiva, un aggravio degli
oneri sanitari e pensionistici, oltre ad un peso supplementare
per le famiglie che devono prodigare cure ai loro membri più
anziani.
Tutti questi fattori - calo della natalità, aumento della
speranza di vita alla nascita, diminuito tasso di nuzialità e
l'accresciuta frequenza dei divorzi - hanno alterato la
struttura della famiglia, provocandone la disgregazione e
moltiplicando i modelli familiari; l'influenza si evidenzia
sensibilmente sul numero, sulla dimensione, sulla formazione e
sulla composizione delle famiglie.
Il nucleo familiare costituito da una coppia di coniugi con
uno o più figli rimane il modello dominante; ad esso si
affiancano sempre più altre configurazioni familiari: famiglie
ricostituite (formate da un nuovo partner e da figli
dell'altro, oppure dai figli di primo letto di ciascun dei
partner), famiglie monoparentali, unioni consensuali,
persone sole.
Considerando i due estremi, mentre i nuclei "unipersonali"
sono in aumento in tutti i Paesi della CEE (benché con un
certo divario fra nord e sud), la percentuale delle famiglie
di cinque o più persone è scesa, dal 1980, al di sotto della
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soglia del 20 per cento nella maggior parte dei Paesi.
Da tutto ciò si deduce che benché la maggioranza della
popolazione trascorra il periodo più lungo della propria vita
in una famiglia di tipo tradizionale (coppia con figli), la
comparsa di nuovi modelli familiari pone la questione del
posto assegnato al bambino nel quadro di un assetto familiare
sempre più instabile. Ciò rende necessario un adeguamento
della legislazione sociale a queste realtà emergenti, senza
peraltro giungere al riconoscimento della famiglia di fatto.
D'altra parte le stesse proposte di legge presentate nelle
passate legislature dal PDS e dal PSI relative a norme sulla
"famiglia di fatto" respingono "ogni tentativo di
riconoscimento formale" della stessa famiglia di fatto.
Pertanto le nuove realtà, prodotte dal costume e dalle
conseguenze della normativa divorzista, vanno considerate
sotto il profilo della tutela dei soggetti incolpevoli e più
deboli come la prole.
B) Contesto socioeconomico.
Tra le tendenze di rilievo che caratterizzano l'evoluzione
economica e sociale, un elemento determinante è costituito
dall'incremento del lavoro femminile. Mentre il prolungamento
della vita è uno dei fattori che influiscono
sull'invecchiamento della popolazione, il calo della natalità
viene generalmente collegato all'emancipazione della donna,
alla sua entrata nel mercato del lavoro (con la conseguente
diffusione della contraccezione) e all'avvento della società
dei consumi. Negli ultimi trent'anni si è registrato un rapido
aumento della popolazione attiva femminile. Recentemente a
questa crescita hanno contribuito prevalentemente le donne
sposate, sia nei Paesi in rapido sviluppo che in quelli a
sviluppo più lento. I tassi di attività, che prima erano
elevati tra donne giovani (meno di 25 anni) e tra quelle più
anziane (oltre i quarant'anni) tendono ora ad uniformarsi per
tutte le classi di età. Nell'attuale contesto di crisi
economica, la situazione della donna lavoratrice diventa
sempre più precaria; è infatti fra le donne che tendono a
svilupparsi forme di occupazione come il lavoro a tempo
parziale, a tempo determinato, a domicilio, eccetera.
Infine, nell'affrontare il tema del lavoro femminile, non
si possono ignorare fattori quali il divario retributivo
sussistente tra i lavoratori dei due sessi o le ripercussioni
negative dei regimi fiscali sull'occupazione femminile (per
esempio uno stesso reddito viene tassato in modo diverso a
seconda che la persona sia sposata o no; parimenti l'onere
fiscale è diverso se entrambi i coniugi esercitano un'attività
professionale o se uno solo di essi lavora).
Queste discriminazioni possono influire anche sul
comportamento, scoraggiando per esempio il matrimonio quando
le persone non sposate sono favorite sul piano fiscale.
Dal punto di vista personale, l'attività lavorativa della
donna rappresenta spesso una necessità per la coppia ed una
valvola di sicurezza per la donna in caso di divorzio,
separazione, nubilato.
Sembra quindi opportuno studiare a fondo l'incidenza delle
varie forme di riassetto del tempo di lavoro (non solo
femminile) e dello statuto dei lavoratori sulla vita familiare
e sociale di questi ultimi, soprattutto sull'equilibrio tra la
vita familiare e professionale. Particolarmente acuto appare
il problema della ripartizione delle responsabilità familiari
e professionali e dell'accoglienza dei figli.
Conclusioni.
Ne deriva un'esortazione, da parte di vari Ministri europei
incaricati degli affari familiari, ad intensificare gli sforzi
del settore pubblico e del settore privato per rendere più
facilmente conciliabili vita familiare e vita professionale;
si pone l'accento, in modo particolare, su questioni come il
numero, la qualità e l'accessibilità delle strutture destinate
all'infanzia, come i servizi di aiuto alle famiglie, nonché la
regolamentazione degli orari di lavoro e del congedo
parentale.
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I Ministri sottolineano anche la necessità di affermare più
chiaramente quale posto occupano le attività domestiche nelle
economie nazionali. Inoltre essi hanno sottolineato la
necessità di creare un clima sociale favorevole alla famiglia,
nell'interesse dei figli ed al fine di rafforzare la coesione
familiare e la solidarietà fra le generazioni, affermando
comunque che la famiglia, cellula di base della società,
rimane la struttura più idonea ad assumere un grado
ragionevole di stabilità, di libertà e di compiutezza.
Evoluzione della famiglia nell'Italia degli anni
'80.
Negli anni passati, gran parte della letteratura sulla
cosiddetta "crisi della famiglia" ha espresso due tendenze
opposte ed escludentesi a vicenda: da un lato la crisi è stata
sopravvalutata come se la famiglia stesse scomparendo;
dall'altro è stata negata, con l'asserzione che la famiglia
c'è sempre stata e sempre ci sarà, senza comprendere ciò che
stava cambiando. Attualmente si è maggiormente d'accordo
sull'esistenza della crisi, ma si è altrettanto d'accordo sul
bisogno di saperla leggere in maniera adeguata; diventa cioè
urgente comprendere il senso della crisi della famiglia come
un problema sociale e non solo di opinioni, di aspetti
culturali o stati psicologici.
Emerge in tal modo l'importanza di ridurre la distanza fra
ciò che accade realmente e la capacità di osservazione, di
valutazione e di regolazione dei processi sociali.
Da questa breve premessa passeremo ora a descrivere il
quadro degli indicatori sociali attraverso i quali tentare una
globale comprensione delle tendenze significative.
A) Indicatori socio-demografici.
La popolazione complessiva italiana si sta avvicinando alla
"crescita zero" (è già scesa sotto la riproduzione zero in
molte aree del Paese, specie nel nord).
Sono da sottolineare le differenze, locali, significative
tra comunità a saldo negativo e comunità a saldo positivo, il
che conduce ad una importante constatazione: esiste una
stratificazione delle famiglie, a carattere territoriale,
secondo il grado di capacità auto-riproduttive.
Ciò comporta due importanti conseguenze. La prima è che si
produrranno immigrazioni interne là dove si creeranno dei
vuoti conseguenti alla scomparsa di discendenza di un numero
crescente di famiglie, e quindi della comunità che esse
formano; ci sarà una crescente pluralizzazione di
sub- culture familiari in territori fino a ieri
relativamente omogenei. La seconda conseguenza sarà un
generale aumento dell'indice di invecchiamento della
popolazione italiana, che comporterà una ristrutturazione dei
bisogni più diffusi della famiglia media, creerà inoltre nuovi
squilibri fra i molti anziani e i pochi giovani, in termini
sia di modelli culturali di riferimento che di domanda-offerta
dei servizi.
La natalità è diminuita in maniera continua negli ultimi
anni (specie dopo il 1972) fino a toccare la quota di 9,6 nati
vivi (per 1000 abitanti) nel 1987. Esistono comunque segnali
che sembrano indicare che la famiglia italiana potrebbe aver
toccato, in un certo senso, un minimo storico. La caduta di
natalità ha subìto di recente un rallentamento: nel 1987 il
calo delle nascite è stato dello 0,5 per cento contro il 3,6
del 1986 e nel 1988 c'è stata una lieve ripresa di
natalità.
Gli esperti hanno valutato molti fattori per comprendere il
fenomeno ed hanno avanzato molte ipotesi, anche in vista di
possibili interventi sociali, ma nessuna risposta è sembrata
esauriente e soddisfacente per gli stessi autori.
I figli naturali sono cresciuti dal 4,9 per cento nel 1983
al 5,8 per cento nel 1987 (percentuale sul totale dei nati
vivi). Si deve in ogni caso constatare che, ancora nel 1987,
il 94,2 per cento dei bambini in Italia è nato avendo una
famiglia legittima (che è uno dei tassi più bassi, in Europa,
di illegittimità).
L'ampiezza media della famiglia continua a diminuire: la
cosiddetta famiglia di censimento è scesa da 3,3 componenti
(numero
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medio) nel 1971 a 2,8 nel 1987 (quest'ultimo è un dato
anagrafico). Se si considera invece la famiglia di fatto in
termini di coabitazione anziché anagrafici, tale ampiezza
risulta pari a 3,2 nel 1983 e a 3,0 nel 1987.
La famiglia italiana è, quindi, di fatto più aggregata di
quanto dichiara ufficialmente. Tale fenomeno deve essere messo
in relazione all'indicatore successivo, cioè il numero
crescente (per frammentazione) delle famiglie.
Il numero totale delle famiglie aumenta notevolmente (dal
1971 al 1981 c'è stato un incremento del 16,6 per cento)
mentre la popolazione indica che la diminuzione di ampiezza
nella composizione media della famiglia non va interpretata
tanto o soltanto come restringimento quanto piuttosto come
moltiplicazione delle famiglie multiple, e del fenomeno
dell'isolamento degli anziani, della creazione di "famiglie di
carta" (famiglie fittizie per vantaggi economici, fiscali o
burocratici), della diminuita nuzialità.
Rispetto alle forme familiari, l'ISTAT ha adottato, nelle
recenti indagini che ha prodotto, una classificazione basata
sul concetto di nucleo familiare, in quanto la classificazione
delle famiglie secondo la tipologia di censimento (tipo A che
sono quelle unipersonali, tipo B coppia senza figli, tipo C
coppia con figli, tipo D quelle estese) non è più in grado di
cogliere il fenomeno della crescente differenziazione delle
forme familiari. Col termine nucleo familiare si intende una
coppia sposata oppure un solo genitore con figli mai
sposati.
La diversa classificazione permette una migliore
osservazione sulle effettive situazioni di coabitazione e ne
distingue tre tipi: famiglie senza nucleo familiare, in
maggioranza composte da una persona sola (dove si è registrato
un incremento notevole), famiglie con un solo nucleo (in
sensibile aumento), famiglie con due o più nuclei (in
diminuzione).
Ne deriva che le forme "semplici" di struttura familiare
aumentano costantemente (dall'85,1 per cento nel 1971 al 92
per cento nel 1987, del totale delle famiglie). Nel nostro
Paese, tuttavia, risulta esserci un numero ancora limitato sia
di famiglie unipersonali sia di nuclei monogenitore sia anche
di unioni libere, comparato agli altri Paesi più
modernizzati.
Intendendo con il termine "famiglie di fatto" le coppie che
vivono in unione libera (convivenza) avente una certa
continuità nel tempo, si rileva che la loro diffusione è
particolarmente ridotta in Italia (l'1,3 per cento nel 1983 e
l'1,2 per cento del totale delle coppie). Il fenomeno è più
diffuso nei grandi centri metropolitani (specie nel
nord-ovest) e riguarda persone con livelli di istruzione più
alti della media.
Queste forme familiari possono essere di tre tipi: A) la
famiglia di fatto come "matrimonio non ancora perfezionato"
dove non si contesta il matrimonio, ma si adotta la situazione
di fatto come transitoria, in attesa di poter celebrare il
matrimonio (questo tipo è diffuso soprattutto fra gli adulti);
B) famiglie di fatto "come prova", inteso come periodo di
convivenza per sperimentare la relazione ed assicurarsi che
possa funzionare (questo tipo è diffuso soprattutto tra i
giovani); C) famiglie di fatto come "scelta", come condizione
stabile di vita che non prevede di legalizzare l'unione con il
matrimonio, per motivazioni che possono essere assai diverse e
complesse (psicologiche, materiali, ideologiche, eccetera) e
questo tipo è diffuso sia tra i più giovani che tra gli
anziani.
Pur non consentendo i dati statistici a dispozione di
valutare bene quantitativamente e qualitativamente questo
fenomeno, tuttavia si è d'accordo che l'Italia è il Paese
europeo con la minore diffusione di famiglie di fatto anche
perché spesso, più che altrove, la nascita di un figlio porta
a regolarizzare la posizione.
B) Indicatori sul matrimonio e la coppia.
I tassi di nuzialità sembrano aver rallentato la caduta ed
essersi assestati intorno alle 300 mila unità annue. Nel 1987
l'85,3 per cento dei matrimoni è stato celebrato con rito
religioso, mentre riguardo ai matrimoni con rito civile,
benché aumentati, la loro crescita è contenuta: si è passati
dal 13,9 per cento nel
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1983 al 14,7 per cento nel 1987 sul totale dei matrimoni.
I procedimenti di separazione personale dei coniugi
sembrano essersi attestati intorno alle 50 mila istanze annue.
Tali istanze dal 1986 al 1987 sono leggermente diminuite (da
51.769 a 50.693).
I procedimenti di divorzio sono invece in considerevole
aumento, favoriti anche dalla riforma delle condizioni e
procedure per ottenerlo introdotta con la legge 6 marzo 1987,
n. 74, (che ha abbassato da cinque a tre anni il requisito
dello stato di separazione legale dei coniugi).
Va notato che un numero crescente di divorzi (sul totale)
ha carattere consensuale e quindi meno litigioso, rispetto al
passato, e ciò indica una ricerca di modalità meno traumatiche
di frattura della famiglia. Le separazioni e i divorzi sono in
numero decisamente inferiore rispetto a quelli registrati
negli altri Paesi industrializzati.
C) Indicatori di stratificazione sociale.
La presenza femminile nel lavoro sta crescendo, nonostante
opinioni diffuse in senso contrario, e viene combinata con il
lavoro familiare. Ma i cambiamenti più vistosi si hanno al
riguardo della stratificazione sociale delle famiglie (in
rapporto alla condizione professionale del "capofamiglia" o
della persona principale di riferimento). Senza entrare nei
dettagli delle statistiche, si può rilevare che nell'arco di
tempo compreso tra il 1951 ed il 1983 sono cresciute le
famiglie della borghesia (imprenditori, liberi professionisti,
dirigenti) e le famiglie di classe media urbana (impiegati
pubblici e privati, artigiani, negozianti, eccetera) mentre le
famiglie di classe operaia (operai, industriali, agricoli e
salariati) dopo un certo aumento tra il 1951 e il 1971, sono
di nuovo diminuite e sembrano stabilizzarsi, mentre decrescono
rapidamente le famiglie rurali (coltivatori diretti).
Tutto ciò indica uno "spostamento verso l'"alto" della
stratificazione sociale, da cui derivano notevoli
miglioramenti del tenore materiale di vita, del reddito e dei
consumi che registrano gli indicatori successivi. Molte delle
modificazioni e problematiche della questione famiglia si
possono individuare nel divario crescente tra le famiglie
borghesi che sono emergenti, con il loro tenore di vita
privatistico, edonistico, centrato sul successo, e le famiglie
di classe bassa o marginale che "restano indietro" rispetto ai
processi di modernizzazione o di aggancio alle nuove
opportunità, materiali e non, di vita. Tra queste ultime va
naturalmente considerata, oltre la fascia del 10-15 per cento
delle famiglie povere interne al Paese, anche gran parte delle
famiglie di immigrazione dall'estero.
La famiglia italiana dispone, in media, di un reddito
crescente, che nel solo passaggio dal 1986 al 1987 è aumentato
del 23,9 per cento.
E' interessante osservare il meccanismo della
diversificazione e del cumulo delle fonti di reddito: fino al
1986 oltre il 55 per cento delle famiglie aveva un solo
percettore di reddito; fino al 1973 c'è stato un aumento del
numero medio di soggetti che contribuiscono al reddito
familiare (le famiglie con due percettori crescono sino al 36
per cento, quelle con uno solo diminuiscono fino al 52 per
cento); con il 1980 si arriva al minimo storico delle famiglie
con una sola entrata (40 per cento), mentre il 42 per cento
possiede almeno due redditi e il 5,4 per cento ne ha quattro
od oltre; la ripresa economica nel 1982-1983 porta ad un
rinnovato aumento delle famiglie monoreddito ma non
diminuiscono le famiglie bireddito, che nel 1987 sono ancora
il 38,1 per cento del totale. Oltre il 60 per cento delle
famiglie italiane ha un reddito composito. Ciò indica come
l'andamento economico metta in moto o tagli le risorse
principali che permettono alla famiglia di reagire a
congiunture economiche sfavorevoli o a situazioni di reddito
insufficiente.
Questi dati non dicono molto perché, evidenziando le medie
statistiche solo tendenziali, non danno una descrizione
sociologicamente adeguata della realtà; quest'ultima deve
tener conto delle stratificazioni sociali che, come si è
detto, sono assai rilevanti e crescenti.
L'indicatore della ricchezza reale netta (possesso di beni
immobili, aziende ed
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oggetti vari di valore) è assai significativo per misurare il
grado della diseguaglianza sociale, che in Italia è tra le più
elevate in comparazione con Paesi di pari o quasi equivalenti
livelli di industrializzazione.
Nel 1987, l'11,2 per cento delle famiglie, quelle con una
ricchezza superiore ai 200 milioni, possiede il 50 per cento
dell'intera ricchezza reale di tutte le famiglie italiane.
Va notato che riguardo al bene-casa, le famiglie
proprietarie dell'abitazione in cui vivono sono, sempre nel
1987, il 61,8 per cento contro il 30,2 per cento di
affittuarie e l'8 per cento di occupanti ad altro titolo.
La famiglia italiana ha una forte propensione al risparmio.
Attualmente la propensione media è stazionaria (intorno al 9,5
per cento) con differenziazioni, alle classi di età centrali,
al settore dell'agricoltura.
Dal 1980 alcuni fattori favorevoli, come il calo dei valori
mobiliari, il rientro progressivo dell'inflazione, l'apertura
di nuovi mercati finanziari, contribuiscono a determinare il
passaggio da un concetto di sicurezza passiva (abitazioni,
terreni, BOT) ad un concetto di sicurezza attiva, che fa
esplodere il cosiddetto "capitalismo assicurativo". Nel 1987,
l'81,3 per cento delle famiglie possedeva almeno uno strumento
finanziario (deposito bancario o postale, titoli di Stato,
obbligazioni o altri titoli).
Nelle quote percentuali cresce il consumo di tipo moderno
(come le comunicazioni, il divertimento, il trasporto, le
vacanze) e si riduce quello di tipo tradizionale (legato alla
mera sussistenza); in assoluto cresce in media tutto il tenore
di vita.
Va sottolineato il fatto che la famiglia italiana vive al
di sopra delle sue possibilità (ci riferiamo alle famiglie di
condizione medio-alta di cui si è parlato).
L'Italia è fra i Paesi che destinano la quota più elevata
del prodotto interno lordo ai consumi privati delle famiglie,
anziché alle spese pubbliche e di istituzioni collettive. Se
ne deduce che gran parte del dibattito politico sul
contenimento della spesa sociale è mal posto e fuorviante. Il
problema non è la troppa spesa pubblica ma, primo,
l'incapacità della spesa pubblica di assicurare livelli
soddisfacenti di efficacia-efficienza e, secondo, l'incapacità
di stabilire un rapporto tra Stato fiscale e famiglia che sia
capace di equità redistributiva verso le famiglie che hanno
più carichi o che sono in condizioni più svantaggiate.
D) Indicatori di stile di vita.
Rispetto agli orientamenti di valore, si può dire che la
famiglia italiana ha accentuato le sue "preoccupazioni"
economiche ed edonistiche, a scapito di quelle comunicative e
relazionali, con conseguente affievolimento delle motivazioni
cosiddette pro-sociali, di etica e servizio solidaristico.
Tuttavia vanno rilevate, per converso, nuove spinte di
volontariato e solidarietà sociale; il punto da sottolineare è
che si è attenuato di molto il senso di socialità (cioè delle
funzioni propriamente sociali) della famiglia come tale.
La famiglia italiana è diventata, in generale, più
sensibile al tema dell'educazione dei figli, ma varie ricerche
rimarcano il fatto che tale sensibilità tende ad assumere
caratteristiche più "economiche" (strumentali alla carriera)
che "morali" (di educazione morale) nei confronti dei figli,
avvalorando le osservazioni circa la minore competenza e
capacità di controllo sociale della famiglia.
In senso nuovo c'è la ricerca di nuove forme di gestione di
strutture educative, specie di quelle per l'infanzia, in cui i
genitori assumono un ruolo più attivo, sia in termini di
imprenditorialità sia anche di cogestione e cooperazione di
servizio.
Nonostante la crisi dello Stato sociale, le famiglie
italiane mostrano segni di bisogni e utilizzazioni crescenti
nell'uso dei servizi sociali e sanitari. Laddove il settore
pubblico non è sufficiente o pronto, si sviluppa il ricorso al
privato, sia a quello mercantile che al privato sociale (non
per profitto).
L'aumento di complessità sociale ha significato per la
famiglia, nel campo dei servizi alla persona, la ricerca di
soluzioni alternative ai servizi pubblici come la riscoperta
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delle reti informali (parentela, vicinato, amicizie,
aiuto tra famiglie) o di combinazioni inedite, per poter far
fronte ai bisogni di vita quotidiana.
Si deve prendere atto che cambia il senso della salute e la
domanda sociale relativa: il paziente, fino a ieri passivo,
diventa un paziente negoziatore. Mentre, complessivamente,
nella famiglia italiana si registra un miglior livello di
salute fisica, contemporaneamente crescono le patologie
relazionali, ossia derivanti da relazioni sociali ed
intersoggettive deboli e distorte o comunque problematiche. Si
tratta di malattie spesso non definite, di carattere psichico
o psichiatrico, che vanno dal disadattamento ai disturbi
legati a sindromi di dipendenza, i disordini psicosomatici
influenzati da stress, alienazione, anomia.
A fronte di queste nuove forme di malattia e di disagio, il
sistema sanitario continua in buona misura ad ignorare la
famiglia come soggetto di salute-malattia.
Sondaggi demoscopici sulla cultura della famiglia.
I sondaggi demoscopici dell'ultimo decennio consentono di
esplorare la cultura della famiglia, cioè l'insieme dei
valori, degli atteggiamenti e delle opinioni, e le sue
modificazioni nel tempo. Si tratta di indagini non sempre
direttamente centrate sul tema, che permettono comunque di
accertare una crescente valorizzazione della dimensione
affettiva della famiglia.
L'analisi approfondita di questa area permette di
individuare due sottosistemi, indicativi di due culture non
radicalmente contrapposte ma distinguibili: la prima, estesa,
esprime esigenze protettive di normazione eteronoma, se non di
autoritarismo; la seconda, elitaria, appare assertiva, aperta,
autonormata. Da queste ricerche emerge una visione informata e
relativamente moderna che gli italiani hanno dei vari
problemi.
Il matrimonio è il tipo di rapporto preferito anche se va
delineandosi una sua "deistituzionalizzazione", che implica la
valorizzazione del rapporto affettivo di coppia in sé e per
sé, la caduta dei fini procreativi come portanti
dell'istituzione, la concezione del matrimonio come contratto
sociale che può essere reciso quando il rapporto non è più
soddisfacente.
La donna non ha rinunciato a nulla della propria vocazione
femminile, ma vuole un ruolo paritetico con l'uomo, in casa e
nella professione. E' comunque aumentata, negli anni
1986-1987, la desiderabilità del benessere familiare e
dell'avere figli.
Per quanto riguarda la situazione dei giovani, con
l'aumento di scolarità cresce il numero dei giovani con
elevate aspettative professionali, ma anche l'ansia della
disoccupazione e della svalutazione dei titoli di studio; con
l'aumento del tenore di vita e del benessere generale, i
giovani si fanno più restii ad uscire dalla famiglia di
origine (la cosiddetta "famiglia lunga"), forse per la paura
di non poter sostenere, una volta usciti da essa, il tenore di
vita cui sono abituati. Tale preoccupazione risulta
giustificata. In Italia vi è un elevato tasso di
disoccupazione per i giovani dai 14 ai 24 anni di età, il più
elevato tasso di tutti i Paesi CEE.
Va sottolineato che i giovani italiani pongono la famiglia
al primo posto delle cose importanti nella vita e la famiglia
è l'aspetto della vita di cui si dichiarano più
soddisfatti.
Inoltre i giovani italiani, a differenza dei giovani di
altri Paesi europei, lasciano la famiglia di origine quasi
esclusivamente per costituire un nuovo nucleo familiare, e
cioè con il matrimonio. Nell'ultima inchiesta IARD sulla
condizione giovanile (dai 20 ai 24 anni di età) si segnala una
significativa percentuale di giovani incerti o contrari,
davanti alla prospettiva, entro i prossimi cinque anni, di
sposarsi, di aver figli, finire gli studi, trovare un lavoro
stabile ed andare a vivere per conto proprio. Da ciò si può
dedurre che la tendenza alla diminuzione dei matrimoni, in
Italia, sembrerebbe in gran parte attribuibile all'incertezza
dei giovani di fronte al futuro, mentre non sembra cor-
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retto attribuire questo fenomeno ad insofferenza e spirito
critico verso la istituzione familiare tradizionale.
Sembra proprio che le scelte di vita dei giovani siano
fortemente influenzate sia da fattori socio-economici sia,
contemporaneamente, culturali.
Conclusioni.
Non è facile l'interpretazione delle tendenze che stanno
dietro agli indicatori sociali descritti, se si vuole
comprendere il processo nella sua globalità e nei suoi
possibili sbocchi.
Una considerazione basilare da fare è che tutto ciò che è
stato preso in esame avviene nell'ambito di una "società
complessa" e parlare di complessità sociale significa alludere
non soltanto ad una realtà articolata e multiforme, ma anche
alla compresenza di aspetti contraddittori ed
antagonistici.
Da questo punto di vista possiamo individuare due
realtà.
C'è da considerare la famiglia come un'istituzione obsoleta
e perdente, quando non inutile o repressiva. In tale linea si
penserà ovviamente di incrementare i soli diritti individuali
oppure quelli collettivi. Questo è proprio quanto si è
rivelato del tutto insufficiente negli anni ottanta; malgrado
ciò c'è chi insiste per politiche sociali indirizzate ai
diritti soggettivi degli individui difesi attraverso misure
collettive (come la proposta dell'assegno sociale di
cittadinanza individuale, anziché commisurato sui bisogni
familiari). Che la società italiana debba fare spazio ad una
maggiore tolleranza e rispetto della persona umana non può che
essere condiviso.
Non può tuttavia essere ignorato il fatto che la famiglia,
al di là della tendenza a darsi delle regole proprie, di
privatizzazione e di isolamento, tuttora continua a svolgere
una moltitudine di funzioni sociali (che diminuiscono in certi
aspetti ed aumentano in altri); in particolare la sua
influenza sui figli (insieme al bisogno dei figli di essere
socializzati) non è certo inesistente o in via di
estinzione.
D'altronde per chi cerca soluzioni nella direzione della
famiglia, le risposte devono essere cercate attraverso una
valorizzazione democratica e pluralistica della famiglia, non
imponendo alcun modello specifico, a priori, di famiglia.
Si manifesta quindi l'esigenza che la famiglia sia
riconosciuta e trattata come tale: cioè nella sua globalità e
non in modo strumentale dall'esterno.
Alle famiglie che si assumono carichi nell'allevare figli
dovrebbero andare riconoscimenti per le funzioni sociali
assolte; questi anche qualora si esprimano i riconoscimenti
economici (di solidarietà sociale), non devono essere
considerati "premi".
La famiglia ha la necessità di essere soggetto di
reciprocità nei rapporti con un'amministrazione pubblica
efficiente, equa, razionale e non di essere beneficiaria di
sola assistenza.
Il problema è dunque quello della giustizia sociale,
distributiva e redistributiva verso le famiglie a seconda
della loro composizione (in particolare il numero dei figli,
la loro età, il carico di persone malate o anziane) e delle
funzioni sociali che assumono per autonoma decisione.
E' solo di recente che si è cominciato a tener conto che la
famiglia è pur sempre un punto di riferimento importante per
le persone socialmente deboli (dando per scontato che lo è per
la formazione della personalità individuale in generale).
Se si accetta che i sistemi di intervento sociale per la
famiglia non possono più essere quelli degli anni passati, si
può accedere all'idea, che va acquisendo sempre maggiore
consenso, che occorrano interventi di "guida relazionale".
Questi ultimi poggiano sull'idea che il compito primario di
una politica per la famiglia non è quello di programmare
"modelli", né quello di renderli tutti indifferenti, ma invece
è quello di creare le condizioni per l'esistenza di un
concetto sociale che sia favorevole all'incontro, al dialogo,
alla solidarietà familiare.
Le soluzioni alla questione famiglia debbono essere trovate
in primo luogo sul proprio terreno. Organizzazioni di
Pag. 11
comunità e forme associative (volontariato, mutualità,
cooperazione, privato sociale in genere) sono le meglio
attrezzate per comprendere i bisogni della famiglia e per
realizzare i programmi di "guida relazionale".
Esse additano una forma di società che va oltre l'assetto
tipicamente moderno imperniato sul rapporto tra società civile
e Stato, in quanto costituiscono nuove reti e nuove regole di
vita.
* * *
Qualunque regolamentazione giuridica che abbia ad oggetto
la famiglia richiede, per l'operatore del diritto, un impegno
ed una sensibilità superiori alla norma.
Arturo Carlo Jemolo ha detto che "la famiglia è un'isola
che può essere solo lambita dal mare giuridico", con ciò
volendo significare che in questo campo il confine tra
giuridico e non giuridico è ben limitato e per nessuna ragione
invalicabile.
E' in questa ottica che bisogna affrontare qualsiasi
problema riguardante la famiglia, col costante rispetto per
ciò che nessun legislatore, neanche il più attento, potrà mai
infrangere con le sue regole: la spontaneità dei sentimenti e
degli affetti che stanno alla base della unione familiare.
Ciò nonostante, il legislatore non può rimanere insensibile
alle continue variazioni del costume, anzi è suo precipuo
compito quello di intervenire egli stesso per modificare il
costume e far sì che la regola di oggi sia il costume di
domani.
Seppure oggetto della presente proposta di legge è la
famiglia, la nostra intenzione è quella di regolare tutto ciò
che sta intorno ad essa, tutto ciò che può condizionarla
positivamente e negativamente, senza mai infrangere i suoi
confini, che più che mai si vogliono rispettare e fortificare
incidendo solo indirettamente su di essa.
Non a caso anche il legislatore del 1975, nel riformare il
diritto di famiglia, consapevole della intangibilità dei
delicati rapporti interpersonali che per loro natura hanno
fondamento nell'affetto e non nella regola giuridica, non ha
dato una definizione giuridica di famiglia, ma ha dato una
maggiore considerazione agli individui che la compongono.
Così facendosi carico dei movimenti sorti negli anni
cinquanta e sessanta la legge sul diritto di famiglia
ribadisce il dettato costituzionale e garantisce la
uguaglianza tra i coniugi, la parità tra uomo e donna, la
solidarietà tra gli stessi, la tutela dei figli.
Prima ancora, il legislatore si era interessato anche dei
problemi patologici della famiglia, regolando la separazione
dei coniugi e le sorti dei figli, nonché le vicende
patrimoniali collegate allo scioglimento del vincolo.
In vent'anni questi due orientamenti legislativi: a)
recupero e tutela dei singoli all'interno della compagine
familiare; b) patologia e rottura inerenti alla
famiglia, hanno proliferato una serie di interventi che ancora
oggi dimostrano la loro modernità e la necessità di sempre
ulteriori correzioni e adeguamenti da parte del
legislatore.
Addirittura ci si è spinti oltre, incentivando l'idea di
interventi legislativi diretti a riconoscere l'esistenza e le
conseguenze di una libera convivenza, non solo tutelando i
singoli componenti della cosiddetta "famiglia di fatto"
(tutela che trova un suo discutibile fondamento nel dettato
costituzionale), ma addirittura attribuendo una vera e propria
veste giuridica peraltro contraddittoria con la sua natura che
è e rimane di mero fatto.
Lungi dal nostro intento l'addentrarsi nei meandri delle
problematiche giuridiche suddette, vogliamo qui precisare che
procedendo in parallelo ad esse, abbiamo sentito quanto mai
urgente l'esigenza di affrontare un argomento che in più di
quarant'anni dall'entrata in vigore della Costituzione della
Repubblica italiana nessuno ha mai avuto il coraggio di fare
oggetto di un intervento legislativo: la famiglia.
Non è tautologico il riferimento ma essenziale, difficile e
ricco di significato: si vuole così fare riferimento ad una
regolamentazione giuridica della famiglia in quanto tale,
prescindendo dai singoli
Pag. 12
soggetti che la compongono e dalle sue patologie e
concentrandosi sulla sua tutela.
L'importanza sociale di tale recupero è stata già indicata
e verrà sottolineata alla conclusione di tale relazione.
Iniziamo quindi col precisare la rilevanza autonoma della
famiglia nel diritto, confutando quell'orientamento che ha
sempre identificato la nozione giuridica di famiglia con
quella di diritto di famiglia.
La distinzione va fatta in quanto la famiglia assume un
diverso rilievo giuridico a seconda che la disciplina
giuridica guardi ad essa come punto di riferimento per la
tutela di una serie di posizioni giuridiche, cioè quelle dei
singoli membri della stessa, o che la disciplina giuridica
consideri direttamente la famiglia come titolare di effetti
giuridici degni di tutela.
Nel primo caso l'appartenenza alla famiglia crea un vero e
proprio status, cioè un punto di riferimento che per il
diritto è rilevante ai fini della individuazione e della
circoscrizione di alcuni effetti giuridici, che però
riguardano il singolo in quanto appartenente alla famiglia.
Nel secondo caso, invece, è la famiglia in quanto tale che
diviene punto di riferimento di una serie di effetti
giuridici.
E' su questo punto che noi vogliamo concentrare la nostra
attenzione.
Il riconoscimento giuridico di una realtà superindividuale
permette di valutare tutti i rapporti che la famiglia ha con
l'esterno e di riconoscerne anche l'incidenza giuridica.
Tutto ciò che è vincolo, rapporto interpersonale, è già
regolato dal diritto di famiglia e quindi prescinde da questa
trattazione.
La dimostrazione che il rapporto familiare possa
rappresentare strumento per la tutela di interessi
superindividuali ci viene suggerita dalla funzione sociale che
la famiglia è andata assumendo nel corso degli anni.
L'importanza della famiglia in quanto tale come struttura
idonea a risolvere molti mali sociali (si pensi al recupero
delle devianze, all'affidamento dei minori, alle case
famiglia) oggi rappresenta il superamento di
quell'orientamento dottrinale secondo cui la funzione sociale
della famiglia si risolve solo nel contenuto dei singoli
diritti e doveri spettanti a ciascun soggetto nello
svolgimento del rapporto, e cioè nello assolvimento di
specifici doveri verso altri soggetti (coniuge, figli...) e
non quindi nella realizzazione di interventi
superindividuali.
In tal senso la famiglia è un'entità che va tutelata per se
stessa nella sua unità, e prescindendo dai singoli membri che
la compongono, anche se sempre in funzione del bene di
ciascuno di loro.
Questa esigenza trova riscontro sia nella Convenzione dei
diritti dell'uomo che all'articolo 8 tutela il diritto al
rispetto della unità familiare come un diritto di libertà, sia
nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo che
all'articolo 16, terzo comma, regola il diritto della famiglia
ad essere protetta dalla società e dallo Stato: "La famiglia è
il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto
ad essere protetta dalla Società e dallo Stato".
Ma è soprattutto la nostra Costituzione che riconosce i
diritti della famiglia; l'articolo 29, primo comma, della
Costituzione infatti recita: "La Repubblica riconosce i
diritti della famiglia come società naturale fondata sul
matrimonio".
Lasciamo alle dispute dottrinali l'interpretazione di
quest'articolo, del concetto di società naturale, eccetera, e
soffermiamoci solo su pochi punti che servono da sostegno e da
impulso per la nostra proposta di legge.
Riteniamo qui per presupposto essenziale che la famiglia è
una comunità originaria che "preesiste allo Stato" e che per
questo rifugge da qualsiasi definizione giuridica (a tal
proposito qualcuno ha parlato addirittura di un ordinamento
autonomo rispetto a quello statuale e al di fuori di esso).
Nel momento in cui diventa oggetto di tutela, non è tanto
rilevante entrare nel merito della sua natura intrinseca,
dovendo anche coinvolgere un problema etico-religioso, quanto
il fatto di stabilire in che modo e in quali limiti tale
tutela può essere attuata dall'ordinamento giuridico
Pag. 13
globale nell'ambito del quale la famiglia si sviluppa ed
esiste e del quale rappresenta un fondamento.
Riteniamo, inoltre, per presupposto il riconoscimento della
famiglia legittima cioè quella "fondata sul matrimonio"
(articolo 29 della Costituzione) sulla base incontrastata che
solo la famiglia ha il carattere, giuridicamente rilevante,
della stabilità e della esclusività del rapporto che comporta
quella unità ed entità che qui vogliono essere oggetto di
tutela.
Inoltre è solo nella famiglia legittima che le parti
esprimono una volontà di instaurare un rapporto stabile che
rappresenta l'elemento fondamentale, nonché la garanzia che la
famiglia possa seguire le proprie finalità istituzionali.
Ci sia concesso, qui, l'accento polemico (che altro non è
che una constatazione di fatto) riguardo al rapporto di una
convivenza (così detta famiglia di fatto) che è privo proprio
di quel requisito giuridico della stabilità del rapporto
familiare, come tale quindi munito di quella particolare
tutela giuridica che l'ordinamento vuole accordare all'unione
familiare.
Che poi la mera convivenza possa generare delle conseguenze
giuridiche per i singoli soggetti degne di tutela e di
attenzione da parte del legislatore, questo non significa
riconoscere conseguenze legali "al vincolo che non è vincolo",
cadendo così nella contraddizione di riconoscere "l'esistenza
di una libera convivenza la quale, per definizione, non sia
qualificata dall'assunzione di un impegno legalmente
riconosciuto" (Trabucchi).
I fermenti di proposte per interventi legislativi in
materia hanno richiamato la nostra attenzione sul recupero e
sulla valorizzazione giuridica della famiglia legittima a
garanzia non solo della famiglia stessa e soprattutto degli
effetti conseguenziali nella società, ma anche a salvaguardia
di elementari sentimenti umani.
Perché questa tutela possa essere realizzata è necessario
dimostrare l'importanza che alla famiglia legittima venga
riconosciuta una soggettività, sì che la legge possa
riconoscerle diritti propri, distinti da quelli dei suoi
componenti.
Il dettato costituzionale dell'articolo 29 parla di
famiglia riconoscendo così implicitamente la sua originarietà
ed autonomia; il collegamento poi con l'articolo 2 della
Costituzione che parla di "formazioni sociali" non lascerebbe
dubbi circa l'ammissibilità di un riconoscimento della
famiglia quale persona giuridica.
I problemi sono sorti nel momento in cui si è cercato di
applicare il concetto di persona giuridica regolato
dall'ordinamento positivo alla struttura familiare.
Gli scontri dottrinali in proposito, provocati dalla
delicatezza e particolarità del problema, non hanno sortito
effetti positivi ed il legislatore, sebbene in più di una
occasione abbia riconosciuto dei diritti alla famiglia - si
pensi alla disciplina dell'impresa familiare, alle norme sui
contratti agrari eccetera - non si è mai impegnato a risolvere
il problema.
Noi riteniamo che il riconoscere una soggettività alla
famiglia non rappresenti un problema nel momento in cui,
tenendo conto delle considerazioni sul carattere giuridico
della esistenza familiare come istituzione di diritto naturale
e che in quanto tale ha una sua originarietà che precede il
riconoscimento dello Stato, non si cerchi a tutti i costi di
attribuire alla famiglia una soggettività giuridica secondo i
canoni stabiliti dal diritto positivo per le persone
giuridiche.
L'unico disegno da seguire è quello costituzionale: "la
Repubblica riconosce i diritti della famiglia..." ed è
certamente contraddittorio parlare di diritti della famiglia e
non qualificarla come soggetto giuridico.
Noi non vogliamo entrare nel merito dando una definizione
ed una natura alla soggettività giuridica della famiglia, per
il momento ci basta constatarne l'esistenza.
Speriamo così di dare l' input per una serie di
interventi legislativi che considereranno la famiglia come
soggetto degno di tutela da parte dell'ordinamento
giuridico.
Il riconoscimento della qualità di soggetto autonomo di
diritto sarà una conseguenza, ed allora sarà anche possibile
una
Pag. 14
definizione ed una identificazione della sua natura
giuridica.
Dal momento in cui la famiglia è soggetto di diritti così
come gli altri soggetti di diritti (persona umana, enti,
eccetera), è portatrice di diritti fondamentali che lo Stato
deve riconoscere e rispettare, proteggendola socialmente,
giuridicamente ed economicamente ed assicurandone il pieno
sviluppo.
Ora più che mai questa esigenza è diventata allarme
sociale. Per citare solo alcuni problemi: negli ultimi 20 anni
sono triplicati i divorzi e le separazioni; aumento delle
convivenze more uxorio a discapito del matrimonio
legittimo, diminuzione del tasso di natalità che ci vede
occupare il primo posto in Europa e, in parallelo, aumento
degli aborti (non tenendo conto di quelli clandestini). La
famiglia italiana risulta così compromessa e svilita in un
momento storico in cui alcuni stimoli della società dimostrano
l'urgenza e la necessità di un suo recupero.
Scopo di questa proposta di legge quadro sulla famiglia è
proprio quello di dare direttive di massima perché il
legislatore possa intervenire programmaticamente a favore
della famiglia.
Intendiamo dare, appunto, un indirizzo generale e
programmatico che, in stretta coerenza con il dettato
costituzionale, possa aprire la strada per un lungo iter
normativo che disciplini il recupero della famiglia.
La nostra proposta parte dal riconoscimento della famiglia
come persona giuridica, cioè come entità che, come tale, possa
divenire destinataria di una serie di diritti. E' d'uopo
precisare che il riconoscimento della famiglia come entità a
se stante non prescinde mai dalla stretta complementarietà con
le persone che la compongono.
Per cui accadrà che alcuni diritti riguarderanno
direttamente i singoli membri e indirettamente la famiglia e
viceversa.
La difficoltà pratica di scindere le due entità è dovuta al
fatto che la famiglia è pur sempre un aggregato di persone,
rispetto alle quali essa assume sempre un ruolo strumentale.
Tale strumentalità però non esclude il ruolo istituzionale
della famiglia che realizza l'unione solidale delle persone
aggregando i singoli soggetti e incentivando una serie di
interessi e diritti che, pur nel rispetto della loro
individualità, trovano un normale insediamento e sviluppo
nella famiglia stessa.
Da ciò deriva il ruolo istituzionale della famiglia, in
sintonia con quanto affermato dall'articolo 2 della
Costituzione che "riconosce e garantisce i diritti inviolabili
dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali".
Questa complementarietà fra persone e istituzioni, comporta
il riconoscimento di un diritto della persona alla
famiglia.
Ci sembra questo un presupposto imprescindibile, unico
punto di partenza.
Visto che la famiglia è creata da singoli individui i quali
devono essere messi in condizioni di formarla: "La Repubblica
agevola con misure economiche e altre provvidenze la
formazione della famiglia..." (articolo 31 della
Costituzione).
Si vogliono così creare i presupposti perché il legislatore
possa intervenire concretamente in tal senso (per esempio in
materia di occupazione e lavoro).
Esiste, inoltre, il diritto all'ingresso o all'inserimento
dell'individuo nella famiglia e questo soprattutto per i
soggetti più deboli: minori, handicappati, anziani.
Tale diritto si esplica in due forme:
a) il reintegro all'interno della famiglia di
origine del soggetto che per qualche motivo ne è stato
estromesso (esempio: anziani, handicappati, minori
deviati);
b) l'ingresso del soggetto debole in una famiglia
diversa da quella d'origine. Questa forma è atipica e non
rientra nel concetto di "naturale"; essa è, però, dettata
dalle emergenti esigenze di politica sociale.
Ancora una volta riemerge il valore istituzionale della
famiglia, la cui esistenza richiede la compresenza di diverse
generazioni e di diverse posizioni soggettive, comportando
tale eterogeneità una vicendevolezza di aiuti e apporti
Pag. 15
interpretativi che realizzano la omogeneità familiare.
Quanto detto serve ad evidenziare l'importanza del
riconoscimento del diritto alla famiglia come diritto
soggettivo perfetto, degno di tutela da parte dell'ordinamento
giuridico, e riconosciuto a ogni soggetto, persino al
concepito (da cui la antinomia con il diritto all'aborto) e
per quanto di tale diritto sia titolare l'individuo esso
incide direttamente sulla famiglia e sulla importanza sociale
che essa assume (articolo 2 della Costituzione).
L'importanza di attribuire alla famiglia dei diritti
discende dalla esigenza di tutelare l'unità e la stabilità
della famiglia stessa per assicurare ai singoli componenti, ma
soprattutto alla società, l'esistenza di una costante fonte di
valori etici, sociali, culturali, economici, religiosi
essenziali.
Con la presente proposta di legge noi crediamo di aver
individuato i diritti fondamentali per la tutela della
famiglia ma "il discorso" rimane aperto; per questo abbiamo
preferito la struttura della legge quadro solo per dare degli
indirizzi e dei messaggi e con il risultato di lasciare a noi
questo primato. E' necessario quindi avviare una politica che
favorisca le nascite ed essa non può essere che economica e
sociale. Innanzitutto con l'aumento di quelle integrazioni che
già esistono (esempio: assegni familiari) proporzionalmente al
numero dei familiari e al reddito; aumentando gli aiuti
economici alle famiglie monoreddito e, dove questo è anche
basso, rispetto al numero dei familiari; poi con incentivi
economici specifici per il secondo figlio; ed ancora
stabilendo un minimo vitale per il bambino, cioè un quantum
erogato dallo Stato alle famiglie più bisognose in
relazione alle esigenze minime di cui un bambino nei primi
anni di vita necessita.
Ma parallelamente alla politica economica deve trovare
ampio spazio la politica sociale, che metta in evidenza
l'importanza della natalità non solo in rapporto a problemi
squisitamente etnici (sì da contenere "naturalmente" il
fenomeno della immigrazione), ma anche per far fronte al
sorgere di vere e proprie storture sociali. Solo per fare un
esempio, statisticamente sono aumentate le famiglie senza
figli e moltissime sono quelle con il figlio unico; qualcuno
ha azzardato la previsione di una società senza fratelli e, ci
sia concesso di scivolare nell'etica, quale senso avrà
appellarsi al concetto di "fratellanza" che storicamente ha
rappresentato impulso per l'integrazione e la solidarietà
sociale? Siamo, purtroppo, nella società in cui l'edonismo
prevale sul sacrificio: è un atteggiamento culturale e mentale
che intendiamo modificare profondamente.
Cogliamo l'occasione, che ci sembra propizia, per ribadire
il nostro fermo no all'aborto e alle manipolazioni
sperimentali dell'embrione e dell'inseminazione artificiale.
Tali progressi della scienza devono servire solo a far fronte
a delle situazioni patologiche (come le anomalie) e solo
nell'ambito della famiglia, cioè tra i coniugi rispettivamente
titolari o portatori dell'embrione e del liquido seminale
(edonismo-sacrificio).
Minori.
Il diritto alla famiglia per il minore, più che per ogni
altro soggetto, assume un'importanza primaria, assoluta,
vitale.
Non sempre però l'ingresso nella famiglia è automatico e
naturale; spesso esso è condizionato da una serie di
situazioni esogene che lo possono addirittura eliminare.
Il legislatore è sempre stato molto attento alla tutela
minorile e alle sue complesse problematiche. Non vogliamo
citare il lungo excursus normativo e ricordare i nostri
emendamenti o fare il punto su un argomento così delicato;
vogliamo solo sottolineare l'importanza che ha la famiglia per
il minore.
Ancora una volta la nostra fonte è il dettato
costituzionale che all'articolo 31, secondo comma, prevede
l'obbligo per la Repubblica di proteggere "l'infanzia e la
gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo". Ma
tale secondo comma è strettamente collegato al primo, che
tutela
Pag. 16
la "formazione della famiglia". Si può facilmente dedurre che
il primo "istituto necessario" è senza dubbio la famiglia.
Il capo dedicato ai minori nella presente proposta di
legge, regola:
a) il diritto della famiglia a far fronte alle
esigenze dei figli minori per permettere loro uno sviluppo
fisico e morale che sia il migliore e il più adeguato alle
esigenze specifiche, evitando l'allontanamento (articolo 31
della Costituzione); così le famiglie numerose dovranno essere
messe in condizione di far fronte alle necessità di tutti i
figli indistintamente, non solo con incentivi economici
(sussidi, sgravi fiscali, eccetera), ma anche con sostegni
mirati da parte delle istituzioni specializzate (consultori
familiari, asili nido, scuole materne, eccetera);
b) il diritto della famiglia ad essere aiutata nel
caso di situazioni patologiche del minore: minori
handicappati, minori deviati, minori tossicodipendenti. Le
statistiche e gli studi approfonditi hanno dimostrato che la
famiglia è la sede primaria per quello che giuridicamente
viene definito "progetto di recupero"; la carenza delle
istituzioni pubbliche è un dato ormai noto; i tentativi del
legislatore di venire incontro ai problemi minorili
addirittura creando l'istituto dell'affidamento ad una
famiglia diversa da quella originaria per un periodo
temporaneo necessario a superare quelle difficoltà che hanno
portato all'affidamento, sono falliti.
Non entriamo nel merito della questione, e soprattutto dei
gravi problemi che tale istituto ha sollevato, ma
soffermiamoci solo a valutare come ancora una volta il
legislatore abbia, per così dire, "accantonato" il recupero
della famiglia originaria.
Ne è conseguito che l'affido familiare e l'uso dei servizi
sociali (persino in quelle regioni dove danno prova di
efficienza), da rimedi eccezionali ai quali si ricorre in
extremis, sono passati ad essere la prassi.
Ci preme inoltre porre l'accento sul fatto che il nuovo
processo penale a carico di imputati minorenni (decreto del
Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448) è
pervaso dall'esigenza di "favorire l'uscita precoce del minore
dal processo"; e poi?
Lo Stato ha il compito, laddove ve ne siano anche i minimi
presupposti, di recuperare il nucleo familiare originario con
tutti gli interventi del caso: coordinamento delle attività
dei servizi sociali e soprattutto di quelle consultoriali, in
modo da intervenire direttamente nell'ambito della famiglia
originaria, rendendola idonea ad affrontare i problemi del
minore disagiato; ovvero intervento dei servizi sociali e
delle unità sanitarie locali nelle famiglie multiproblema
(miseria, assenza di uno dei genitori, condizioni abitative
malsane, promiscuità, carenze a livello psicologico e
culturale, eccetera); concentrandosi più sull'assistenza
domiciliare ed evitando l'istituzionalizzazione come risposta
ai problemi (home maker); ed infine, contributi
economici ed esenzioni fiscali.
E' stato giustamente osservato che la famiglia "costituisce
un fattore essenziale di sostegno e di rimedio per il minore",
per questo deve essere aiutata.
Handicappati.
Un discorso simile a quello dei minori meritano gli
handicappati, fisici e mentali. Anche in questi casi è stata
dimostrata soprattutto dalla scienza medica l'importanza
dell'integrazione dell'handicappato nell'ambito della famiglia
originaria o, qualora questa non esistesse, nella famiglia
affidataria.
Per questo tipo di integrazione e per il recupero
dell'handicappato stesso, la famiglia ha bisogno di
particolari sostegni. Il discorso vale per tutte le famiglie,
disagiate o meno.
Bisogna innanzitutto incentivare il lavoro d' équipe
di più operatori (psicologi, terapisti della riabilitazione,
neuropsichiatri, eccetera) e dare la possibilità agli stessi
di intervenire a domicilio, evitando anche in questo caso il
ricovero in istituto. In tal senso saranno previsti degli
emolumenti straordinari per l'operatore stesso, così si
Pag. 17
eviterà quanto più possibile, per esempio, la
ospedalizzazione, riducendola solo ai casi più gravi, con un
risparmio considerevole anche per le stesse strutture
pubbliche.
Anziani.
Il nostro è un "Paese di anziani"; mentre infatti l'indice
di denatalità è aumentato vertiginosamente, quello di
"mortalità" è diminuito, tanto da creare problemi di politica
sociale per un fenomeno emergente che sino a pochi anni fa era
invece marginale o comunque contenuto.
Diamo atto della situazione e soffermiamoci sull'aspetto
del fenomeno che si collega alla nostra proposta, cioè al
rapporto anziano-famiglia. Così come per il minore e
l'handicappato, anche per l'anziano spesso si pone il problema
della integrazione nella famiglia, che può essere d'un figlio
o di un parente (non ha importanza) che ha il dovere
dell'assistenza.
Innanzitutto vogliamo mettere in evidenza, così come
abbiamo già sottolineato in precedenza, l'importanza,
nell'ambito della compagine familiare, della compresenza di
diverse generazioni per armonizzare le diverse esperienze di
vita e trarne aiuti reciproci.
Solo per fare un esempio, che può provocare una forte
emotività socio-culturale, il rapporto nonno-nipote, o
comunque anziano-bambino; quale migliore baby-sitter,
quale migliore scuola di vita e quale migliore tutore di
quello che qualcuno, forse un po' enfaticamente, ha
soprannominato il "diritto alla favola"?
Riteniamo, quindi, necessario ribadire l'importanza
dell'anziano nell'ambito della famiglia come elemento
necessario; questo è l'unico modo di combattere il
disadattamento dell'anziano che, oltre ad essere emarginato
dal lavoro e dalla società, non lo può essere certo anche
dalla sua famiglia.
Sicuramente più allarmante è la situazione dell'anziano non
autosufficiente per deficienze fisiche o psichiche.
Due sono i piani di intervento:
a) recupero e integrazione dell'anziano
autosufficiente nell'ambito della famiglia. Anche in questo
caso, disincentivando il ricovero in istituto e concedendo
sussidi economici per le famiglie con uno o più anziani e
sgravi fiscali, e comunque impegnando economicamente i
familiari e i parenti che sono obbligati al mantenimento
dell'anziano a contribuire al pagamento della retta per il
ricovero in istituto quando il reddito dell'anziano non sia
sufficiente;
b) sostegno alla famiglia quando l'anziano non è
autosufficiente: deospedalizzazione quando sia possibile o
ricorso al dayhospital; introduzione di un sistema
integrato di servizi socio-sanitari che aiutino la famiglia
nell'assistenza domiciliare del malato; potenziamento
economico e organizzativo dei consultori familiari e dei
servizi sociali affini;
c) incentivazione e sostegno per le comunità di
tipo familiare (ad esempio, le famiglia), le quali hanno
dimostrato capacità e connotazioni tali da poter dare valida
risposta ai problemi degli anziani che non hanno famiglia.
Dobbiamo, inoltre, citare per completezza di argomentazione
le osservazioni e gli studi già effettuati dalla scienza
medica e sociale, che dimostrano, anche in questo caso (come
per i minori e gli handicappati), che l'assistenza più
adeguata e il recupero più immediato dell'anziano è
nell'ambito familiare.
Lavoro.
Una delle componenti necessarie, non solo perché la
famiglia nasca, ma perché si sviluppi e progredisca, è il
lavoro.
In un Paese in cui il tasso di disoccupazione continua a
esser molto alto, l'argomento assume una certa delicatezza.
Noi, però, abbiamo voluto semplicemente dare delle direttive
che possano permettere condizioni di lavoro (quando questo ci
sia) tali da conciliarsi bene con le esigenze
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della famiglia del o dei lavoratori sì da tutelarne
l'integrità.
Esse indicano i seguenti indirizzi:
a) riordino e regolamentazione univoca delle normative
riguardanti la madre lavoratrice: remunerazione del lavoro
casalingo sì da consentire alla madre la libertà di non dover
uscire fuori dalla famiglia per lavorare; lavoro
part-time, adeguamento delle strutture assistenziali
nell'ambito dell'organizzazione lavorativa, asili nido,
flessibilità dell'orario di lavoro, anno sabbatico. Tali
provvedimenti, quando compatibili, si estendono anche al
padre;
b) in materia di collocamento deve essere agevolato il
lavoratore con la famiglia di appartenenza sì da non creare
l'ingiustizia di famiglie con più persone collocate e famiglie
senza alcun collocato;
c) diritto del lavoratore a una sede lavorativa che
faciliti il rapporto con la famiglia;
d) diritto del lavoratore ai congedi familiari per far
fronte alle esigenze della famiglia, soprattutto quando
all'interno della stessa ci siano una o più persone disagiate:
minore, anziano non autosufficiente, handicappato,
tossicodipendente, eccetera;
e) istituzione delle ferie familiari, cioè della
contemporaneità, per i lavoratori componenti dello stesso
nucleo familiare, della fruizione del periodo di ferie.
Istituzioni sociali.
Le carenze sociali, culturali ed economiche che hanno
portato allo svilimento della famiglia e ci hanno spinto a
questa proposta, dimostrano comunque che la famiglia ha
bisogno di aiuti esterni. Al di là dei riconoscimenti
economici diretti, sicuramente è molto più importante
l'intervento statale per la creazione e lo sviluppo di quelle
strutture sociali che siano idonee a portare un aiuto esterno
alla famiglia quando questa abbia dei problemi. Sicuramente
l'istituzione che meglio potrebbe far fronte alle esigenze
della famiglia è il consultorio familiare. Dalla data di
entrata in vigore della legge 29 luglio 1975, n. 405,
istitutiva dei consultori familiari, questi hanno avuto uno
sviluppo progressivo ma disomogeneo e, soprattutto, hanno
fatto fallire lo spirito informatore della legge,
privilegiando l'aspetto della sanitarizzazione rispetto a
quello, fondamentale, della educazione alla famiglia e della
famiglia.
Nell'ultimo convegno nazionale di Rimini (27-31 maggio
1990) sono state evidenziate le carenze e le discrasie
riguardo all'applicazione della legge n. 405 del 1975. In
parallelo a questi fermenti rinnovativi, vogliamo ribadire
l'importanza dei consultori per il recupero e per l'assistenza
costante della famiglia; senza peraltro non ravvisare
l'esigenza di suggerire gli indirizzi per il potenziamento di
tale struttura:
a) innanzitutto sembra più che mai urgente
l'omogeneizzazione dello sviluppo dei consultori tra nord e
sud, con un richiamo al legislatore e agli organi competenti
per il controllo sulle diverse impostazioni date dalle leggi
regionali attuative della legge n. 405 del 1975, che hanno
evidenziato una differenziazione ingiustificata fra regione e
regione;
b) inoltre ci preme affermare l'importanza
dell'attività consultoriale nella prevenzione e nella
educazione alla famiglia rilevandone la funzione etico-sociale
rispetto alla medicalizzazione. L'opera del consultorio non
può essere rivolta alle patologie psico-fisiche
(contraccezione, aborto, malattie veneree), ma soprattutto a
quelle morali;
c) rendere stabile nelle équipe la figura del
consulente familiare, l'unica che garantisce lo spirito
informatore della legge.
Non si può tralasciare neanche l'importanza della
incentivazione economica e sociale dell'associazione tra
famiglie e delle già collaudate case-incontro, per rispondere
ai problemi non solo dei minori e degli anziani senza
famiglia, ma anche degli adolescenti e dei giovani deviati
(tossicodipendenti, ex-detenuti, eccetera)
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perché privi del tutto o perché succubi delle carenze della
famiglia d'origine.
Il sostegno nei confronti di tali strutture non deve essere
solo economico, ma anche sociale, sì da incentivare
l'intervento del volontariato.
Ed infine occorre una riorganizzazione nell'ambito delle
già malandate unità sanitarie locali per lo sviluppo del
lavoro di équipe (medico di base, medico specializzato,
assistente sociale, pedagogista, eccetera) e una serie di
interventi programmatici sì da riorganizzare il lavoro
dell' équipe con preferenza per l'assistenza domiciliare,
soprattutto in quei casi in cui è necessario l'intervento di
persone altamente specializzate, e quindi coloro che solo le
strutture ospedaliere (e non tutte) possono fornire.
Già il day-hospital ha dato molti risultati,
liberando le carenti strutture ospedaliere, ma bisogna andare
oltre, fornendo alle famiglie con un malato (anziano, o
handicappato o tossicodipendente) la possibilità che il
personale specializzato (ad esempio, quello infermieristico),
anziché svolgere il lavoro in ospedale, lo svolga a domicilio.
Il risultato gioverebbe alla famiglia e all'assistito e
soprattutto alla stessa struttura pubblica.
Abitazione.
Perché la famiglia possa nascere e continuare a esistere
nella sua integrità, è necessario che abbia una abitazione
adatta alle sue esigenze.
Anche questo è un problema di grande rilevanza nazionale,
al quale fino ad ora non si sono sapute o volute dare
soluzioni; semplicemente bisogna creare i presupposti per un
adeguato intervento legislativo, che tenga conto anche dello
stretto collegamento del problema con quello della famiglia e
della sua formazione.
Si può tranquillamente ribadire che la famiglia ha diritto
ad avere una abitazione consona alle sue esigenze. La politica
legislativa si deve orientare verso la pianifica-
zione di interventi diversificati tali da tener conto:
a) delle famiglie numerose;
b) dell'agevolazione burocratica e tributaria al
fine "di facilitare il frazionamento di appartamenti troppo
grandi" (nella maggior parte dei casi di proprietà di persone
anziane) e la loro permuta con altri più piccoli (più consoni
alle esigenze di coppie di anziani) come è stato suggerito
nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare
d'inchiesta sulla condizione degli anziani.
Incentivare l'edilizia popolare nella costruzione di
abitazioni più grandi che possano permettere la convivenza di
più persone è un altro obiettivo preciso al quale bisogna
tendere.
Ancora una volta gli interventi economici devono essere
menzionati: per cui saranno previste ulteriori facilitazioni,
per la costruzione o l'acquisto della prima casa e in materia
di sfratto, essendo essenziale alla vita familiare
un'abitazione, sicché, pur rispettando i diritti del locatore,
alle famiglie sfrattate deve essere assicurato un alloggio
idoneo.
Ne consegue, ad esempio, l'aggravio fiscale per chi tiene
sfitti uno o più appartamenti.
Iniziativa un po' drastica, ma che risponde all'esigenza di
inculcare nel troppo individualista popolo italiano quei
princìpi di solidarietà di cui la stessa Costituzione
(articolo 2) si fa portatrice.
Diritto al raggruppamento familiare.
Agevolazione della giovane coppia, applicando in tutte le
amministrazioni la legislazione sul ricongiungimento
familiare.
Devono essere garantite dalla legge le condizioni perché,
nonostante le situazioni particolari, la famiglia conservi la
sua integrità e i rapporti familiari siano mantenuti. Per cui
le giovani coppie ed i nuclei familiari in genere hanno
diritto a che tutte le amministrazioni applichino la normativa
sul ricongiungimento del
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lavoratore alla famiglia. Per cui i lavoratori emigranti hanno
diritto al ricongiungimento rapido con la famiglia e questa
deve essere messa in condizione di potersi ricomporre.
Lo stesso discorso vale per i detenuti.
Educazione.
La famiglia ha diritto anche ad una formazione
etico-sociale-religiosa che le permetta di progredire
automaticamente e di essere essa stessa la fucina di
formazione di valori morali per la società.
Per quanto la famiglia possa riuscire da sola ad essere
strumento di formazione, ha bisogno che dall'esterno le
vengano forniti i mezzi perché possa realizzare questo suo
diritto, e in contemporanea dovere, nei confronti della
società, nel miglior modo possibile.
E' precipuo compito delle istituzioni, a partire dalla
scuola, mettere in condizione tutte le famiglie e soprattutto
quelle disagiate moralmente ed economicamente, di poter
usufruire di adeguati strumenti di formazione.
I consultori familiari dovranno istituire corsi per le
famiglie, volti alla eliminazione delle barriere di
comunicazione tra coniugi e tra genitori e figli.
Le stesse famiglie saranno coinvolte in attività di gruppo,
di incontro, di confronto interfamiliare, non solo nell'ambito
del consultorio familiare, ma anche in apposite strutture
create nell'ambito di ciascun comune o circoscrizione.
Gli enti locali dovranno incentivare le attività ricreative
e di svago non per individualizzate generazioni (anziani,
minori, eccetera), ma creando strutture polivalenti
nell'ambito delle quali ogni singolo membro della famiglia
possa trovare spazio e motivo di incontro e integrazione.
Lo Stato deve impegnarsi, altresì, in una politica di
controllo più attenta sui mass-media, proteggendo la
compagine familiare e i suoi membri (soprattutto i minori) dal
"bombardamento" di modelli di costume che portano allo
sgretolamento della famiglia, prevedendo inoltre un
adeguamento dei programmi radiotelevisivi a tutte le esigenze
generazionali.
Ed infine sottolineiamo che un'ampia azione educativa non
può fare a meno di investire in maniera precisa i contenuti
della stampa e della cinematografia, che non possono
continuare ad essere praticamente sottratti a qualunque forma
di controllo.
Strumenti fiscali.
Se avessimo fatto una proposta di legge che mirasse solo ed
esclusivamente al recupero dei valori sociali e allo sviluppo
della responsabilità individuale per la tutela della famiglia,
forse avremmo realizzato meglio il nostro intento, ma avremmo
peccato in concretezza.
Anche l'articolo 31 della Costituzione infatti impegna il
legislatore ad agevolare con misure economiche e altre
provvidenze la famiglia.
Anche lo strumento fiscale è necessario "per tendere a
creare le condizioni favorevoli per accrescere attraverso la
liberazione dai più pesanti assilli e condizionamenti di
ordine economico, l'autonomia e la responsabilità delle
scelte".
Già ci siamo interessati dei problemi fiscali e dei
relativi rimedi diretti ad affrontare situazioni particolari
(denatalità, aiuti per gli anziani, per gli handicappati), ma
gli interventi che riguardano la famiglia devono essere
generali e radicali, sì da attenuare l'ingiustizia
dell'attuale regime fiscale della famiglia.
Anche in questo caso gli interventi devono essere concepiti
e gestiti nell'ambito di discipline ad hoc.
Solo per accennare ad alcune proposte che ci sembrano
pregnanti, bisognerebbe:
a) rivedere il regime degli assegni familiari;
b) applicare lo splitting, tassazione sul cumulo
dei redditi dei coniugi, diviso a metà per ciascuno;
c) ritenere ammissibili come oneri deducibili dal
reddito imponibile le spese
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riguardanti l'educazione e lo sviluppo della famiglia
(istruzione);
d) ammissibilità, sempre come oneri deducibili, delle
spese per collaborazione domestica entro limiti
predeterminati, e in ogni caso di quelle sostenute per tale
motivo, quali contributi previdenziali obbligatori;
e) previsione di nuovi criteri di valutazione della
famiglia come unità impositiva;
f) eliminazione delle discriminazioni delle famiglie
monoreddito, eccetera.
Resta inoltre valido, a tale proposito, quanto abbiamo già
affermato nel 1987 sulle disposizioni relative all'imposta sul
reddito delle persone fisiche (confronta la proposta di legge
dell'onorevole Rubinacci ed altri, atto Camera n. 1487,
presentata il 16 settembre 1987).
Organizzazione degli interventi.
Per poter trarre le fila di un discorso programmatico
bisogna necessariamente creare dei punti di riferimento,
perché il discorso venga attuato e rispettato.
Gli interventi disorganici di singoli Ministeri (sanità,
tesoro, eccetera) devono trovare un coordinamento. Esiste
infatti il Dipartimento per gli affari sociali della
Presidenza del Consiglio dei ministri che è direttamente
competente per tutto ciò che riguarda la famiglia e che può
essere punto di riferimento di tutte le iniziative menzionate
nella presente proposta di legge.
Nell'ambito del Dipartimento degli affari sociali, quindi,
si dovrebbe istituire un ufficio per la famiglia con scopi
programmatici indicativi di nuove tecniche di lavoro integrato
dei diversi operatori, impegnati nel perseguimento di
obiettivi che riguardano la famiglia. L'ufficio avrà
competenze programmatiche, esecutive e di formazione. In esso,
inoltre, confluiranno anche le iniziative programmatiche dei
Ministeri interessati, quali, ad esempio, quelli della sanità
e del tesoro.
Da ciò deriva la stretta collaborazione del Dipartimento
degli affari sociali con tutti quegli altri organi o Ministeri
che, per un verso o per l'altro, investono tematiche che
riguardano la famiglia.
Vengono inoltre istituiti, presso il Dipartimento degli
affari sociali, organi di controllo e vigilanza, soprattutto
per la verifica del rispetto delle norme programmatiche a
livello locale.
A livello locale, poi, viene incentivata la figura del
difensore civico, che svolge una vigilanza su tutti gli organi
e istituzioni impegnati negli enti locali.
Le amministrazioni locali saranno sollecitate ad istituire
l'assessorato per la famiglia.
Nel proporre la presente legge quadro sulla famiglia, siamo
partiti dalla considerazione che alla società dell'immagine va
sostituita quella dei contenuti; alla cultura
dell'alienazione, la cultura degli affetti; al benessere
apparente, quello sostanziale.
La rivalutazione della famiglia come espressione concreta
di queste considerazioni ci ha spinto ad intraprendere questo
cammino; non abbiamo dovuto aprire dei varchi, la strada era
già segnata, e ben segnalata, dalla nostra Costituzione; noi
abbiamo avuto il coraggio di intraprenderla.
Speriamo di avere un vasto seguito e crediamo di poter
avere come motto un'affermazione della Carta dei diritti della
famiglia presentata dalla Santa Sede nel 1983, e alla quale ci
siamo costantemente ispirati: "La famiglia ha il diritto di
esistere e di progredire come famiglia".
D'altro canto, il rapporto tra la base culturale della
nostra parte politica e il mondo cattolico va affrontato e
approfondito alla luce degli innumerevoli punti di contatto
con la dottrina sociale della Chiesa.
Intento di questa proposta di legge è anche quello,
infatti, di individuare tematiche chiare per prospettive
future, politiche oltre che sociali, che vedano convergenze
naturali, al di là di barriere ideologiche, ormai
esplicitamente fondate più su strumentali divisioni partitiche
che su contenuti culturali.
Pag. 22
Questa nostra proposta di legge, senza presunzione, vuole
avere l'immagine di un "messaggio". Un messaggio su una
emergenza sociale, che ha visto fin qui troppe inadempienze,
dimenticanze, trascuratezze. Ripensare su una legislazione
familiare fortemente datata non è un tornare indietro, ma un
proiettarsi verso un futuro nel quale i contenuti della
solidarietà e della saldezza del vincolo familiare possono
realmente trovare un adeguato supporto giuridico.
La presente è una proposta di legge quadro sulla base della
quale abbiamo articolato ed articoleremo ancora diverse
proposte di legge.
Molte proposte sul tema "famiglia" furono presentate già
nella X legislatura e successivamente ripresentate nella XI,
dai parlamentari del MSI-destra nazionale: Poli Bortone ed
altri, "Istituzione del minimo vitale per l'infanzia e della
indennità di maternità per le donne che non godano di analoghi
trattamenti ad altro titolo" (atto Camera n. 433); Poli
Bortone, "Provvedimenti in favore della maternità" (atto
Camera n. 518); Poli Bortone ed altri, "Modifiche e
integrazioni alla normativa in materia di diffusione e
fruizione del materiale pornografico" (atto Camera n. 447);
Poli Bortone ed altri, "Norme per la concessione di un assegno
mensile quale riconoscimento della funzione sociale ed
economica del lavoro casalingo" (atto Camera n. 449); Poli
Bortone, "Obbligo per le donne lavoratrici in ambito domestico
ed extradomestico di sottoporsi ad esami annuali per la
prevenzione delle malattie oncologiche" (atto Camera n. 450);
Poli Bortone, "Istituzione di una commissione parlamentare
d'inchiesta sulla condizione femminile in Italia" (doc. XXII,
n. 13); Poli Bortone, "Istituzione di una commissione
parlamentare di inchiesta sul fenomeno della violenza sui
minori" (doc. XXII, n. 14); Poli Bortone, "Modifica
all'articolo 1 della legge 31 maggio 1984, n. 193, in materia
di ripristino del diritto di opzione della donna lavoratrice
per il proseguimento dell'attività lavorativa sino al
compimento del sessantesimo anno di età" (atto Camera n. 925);
Poli Bortone, "Modifiche agli articoli 1, 2 e 3 della legge 28
febbraio 1987, n. 56, recante norme sulla organizzazione del
mercato del lavoro" (atto Camera n. 932); Poli Bortone,
"Modifiche alla legge 29 luglio 1975, n. 405, recante
istituzione dei consultori familiari" (atto Camera n. 444) e
Tassi, "Abrogazione della legge 22 maggio 1978, n. 194, sul
cosiddetto aborto "libero e gratuito"" (atto Camera n. 25);
Martinat ed altri, "Modifica della tabella allegata al
decreto-legge 13 maggio 1988, n. 69, convertito, con
modificazioni, dalla legge 13 maggio 1988, n. 153, recante la
determinazione dell'assegno ai nuclei familiari" (atto Camera
n. 165); Martinat ed altri, "Delega al Governo per la
concessione di mutui agevolati per l'acquisto della prima casa
mediante migliore utilizzazione dei contributi ex Gescal"
(atto Camera n. 168); Martinat ed altri, "Delega al Governo
per la concessione alle lavoratrici madri di un periodo di
aspettativa nei primi tre anni di vita del proprio figlio"
(atto Camera n. 173); Berselli ed altri, "Modifiche ed
integrazioni alla legge 4 maggio 1983, n. 184, in materia di
adozione e di affidamento dei minori" (atto Camera n. 330);
Servello ed altri, "Provvedimento a favore del lavoro
giovanile" (atto Camera n. 343); Tassi, "Istituzione di una
commissione parlamentare d'inchiesta sul diritto alla vita"
(doc. XXII, n. 3); Trantino-Poli Bortone, "Modifica
all'articolo 708 del codice di procedura civile concernente la
nomina di un curatore speciale per la tutela dei minori nei
provvedimenti di separazione giudiziale dei coniugi" (atto
Camera n. 431); Trantino, "Riserva di posti nei concorsi
banditi dalle pubbliche amministrazioni per gli orfani di
entrambi i genitori che comprovino lo stato di indigenza"
(atto Camera n. 437); Trantino, "Modifica all'articolo 15
della legge 9 agosto 1954, n. 645, in materia di esonero dalle
tasse scolastiche per determinate categorie" (atto Camera n.
441); Parlato, "Istituzione del fondo di solidarietà per le
future madri" (atto Camera n. 847); Parlato, "Norme per
garantire la gratuità dei mezzi di trasporto agli studenti
pendolari" (atto Camera n. 984); Parlato, "Istituzione di una
commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del
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"lavoro nero" in tutte le sue forme" (doc. XXII, n. 19); Poli
Bortone, "Abolizione della dizione "coniuge a carico" con
riferimento alla donna senza reddito proprio" (atto Camera n.
909).
La XII legislatura vedrà la nostra parte politica
particolarmente impegnata ad affrontare la complessa
problematica della famiglia; molte delle proposte di legge
citate sono state da noi rispresentate, ed altre proposte
saranno presentate nei prossimi mesi, in particolare sulla
tutela dei minori, sui nuovi strumenti fiscali sul
ricongiungimento familiare, sull'organizzazione del lavoro,
su anziani ed handicappati. Il tema "famiglia" è di scottante
attualità e deve essere posto all'attenzione dei partiti. Ci
rendiamo conto che le soluzioni proposte non sono univoche ed
è per questo che per la presente proposta ci affidiamo alla
coscienza, ai sentimenti, alla cultura più che dei gruppi
politici, dei singoli colleghi, con la speranza che il
Parlamento italiano voglia, in breve termine dire una parola
chiara.
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