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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


4148
DDL0306-0002
Progetto di legge Camera n. 306 - testo presentato - (DDL12-306)
(suddiviso in 4 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C306. TESTIPDL
...C306.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC306 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- Sin dal 1985, in un'epoca dunque
  sicuramente non sospetta come diremo più avanti, alcuni tra
  noi si posero, e posero al Governo, un angoscioso
  interrogativo, denunciando le perverse conseguenze di un
  fenomeno che già allora appariva molto negativo: quello che
  chiamammo della "immigrazione di Stato" o, peggio, della
  "deportazione di Stato".
    Centinaia di migliaia di lavoratori meridionali in questi
  ultimi decenni e sino ai nostri giorni - e purtroppo
  sicuramente oltre - sono partiti verso le regioni
  centro-settentrionali con la morte nel cuore; il divario
  economico e produttivo nord-sud ha avuto infatti sinora
  drammatiche conseguenze, con un costo umano,
  spirituale, sociale e culturale altissimo: quello della
  costrizione di tanti, troppi disoccupati meridionali a
  ricercare, in mancanza di alternative locali, uno sbocco
  occupazionale al nord.
    Esclusa per i più, consumata inutilmente per altri la
  speranza di una collocazione nell'apparato produttivo
  meridionale, prima decine, poi centinaia di migliaia di
  giovani e meno giovani - milioni in questi ultimi 45 anni -
  hanno preso la via dell'estero o quando è stato loro possibile
  anche delle orribili periferie delle città industriali del
  centro-nord, trovando finalmente lavoro.
    Poi, gli sbarramenti si sono innalzati anche lungo queste
  strade ed è venuta per essi l'ultima spiaggia delle loro
  speranze,
 
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  pur nel costo sociale immenso che hanno dovuto pagare:
  non c'erano posti disponibili nelle regioni di provenienza.  Ma
  nemmeno lassù al centro e soprattutto al nord.  Altro che,
  semmai, nelle articolazioni ministeriali, nelle forze armate,
  in quelle di polizia, nelle poste, nelle ferrovie, nei
  telefoni, nella scuola, nei carabinieri, nella Guardia di
  finanza.  Si era costretti ad allontanarsi per qualche tempo,
  sottoscrivendo il vincolo di permanenza di due, cinque e
  persino dieci anni, in una sede lontana centinaia e centinaia
  di chilometri dal proprio mondo, dai propri affetti, dalle
  proprie tradizioni, dalla propria memoria, dalla propria
  comunità, dalla propria cultura.
    E così hanno sottoscritto quel vincolo in centinaia di
  migliaia, con la speranza di essere restituiti alle loro
  comunità dopo qualche anno di duri sacrifici in terre lontane,
  per quanto italiane fossero.  Ma non in molti sono tornati,
  generalmente solo quelli che, piegandosi alle protervie di
  soluzioni clientelari, hanno ottenuto come atto di giustizia
  il trasferimento che spettava invece loro di diritto, dato che
  era scaduto il vincolo temporaneo che avevano sottoscritto e
  non pochi con "provvidenziali" distacchi e comandi anche
  prima.
    Non tutti potrebbero tornare, molti non tornerebbero più se
  non intervenisse una soluzione mirata innanzitutto al recupero
  dello spaventoso divario nord-sud, ma poi anche di normative
  specifiche che inducano lo Stato a farsi reale carico del
  problema che i governi succedutisi nel dopoguerra hanno prima
  creato e poi aggravato.
    Mentre infatti nel Mezzogiorno maturava il dramma delle
  radici da tagliare per un periodo indeterminato e
  indeterminabile, al nord si consumava un altro effetto, che
  allontanava la soluzione del problema, e andava a gravare,
  quale ulteriore insopportabile peso, sulle spalle dei
  cittadini del Mezzogiorno: l'intero carico del funzionamento
  dello Stato nel centro-nord.  Qui, infatti, un apparato
  produttivo più vivace, articolato e rigoglioso, offriva
  consistenti e convincenti opportunità di lavoro nelle aziende
  private, scelte dai settentrionali come opportunità da
  cogliere prioritariamente rispetto a quelle di qualità
  inferiore, normative e retributive che lo Stato offriva:
  sicché, mentre sempre meno sono divenuti i cittadini
  settentrionali disposti ad occuparsi nello Stato, nei suoi
  uffici e nelle sue aziende, sempre più questi vuoti sono stati
  riempiti da meridionali che la mancanza di alternativa
  occupazionale nei loro territori costringeva a scegliere la
  strada obbligata dell'impiego nello Stato, sia pure,
  speravano, temporaneamente nel centro-nord.
    Gli effetti sono stati quelli derivanti dalla
  frequentissima instaurazione di una estensione surrettizia ed
  a tempo indeterminato del vincolo di permanenza.  Taluni sono
  riusciti - sia pure a prezzo di enormi costi morali, civili,
  culturali, sociali - ad integrarsi.  Molti altri no.  E non vi è
  dubbio che in presenza di un vincolo di permanenza scaduto,
  nessuno potrà negare che è nel loro incontestabile diritto il
  voler tornare a casa finalmente, per riallacciare i rapporti
  affettivi e sociali "illegalmente" sospesi.  Anche in virtù del
  dettato costituzionale.
    E che il fenomeno abbia grandissima e gravissima portata lo
  sappiamo bene tutti noi deputati che siamo quotidianamente
  afflitti dal problema di tanti, di troppi che, in presenza
  appunto della scadenza di vincoli di permanenza, ci chiedono
  un qualche nostro intervento per poter tornare alle loro case,
  alle loro terre, ai loro "valori".  E sappiamo anche, colleghi
  deputati, come in questo campo si muovano logiche clientelari
  che dobbiamo assolutamente rimuovere, perché c'è stato sempre
  e c'è ancora nel Governo e nel sottogoverno chi dei
  trasferimenti ha fatto il terreno del proprio squallido
  consenso.  Se non solo per stroncare questi traffici, dobbiamo
  almeno intervenire anche per restituire il contributo che i
  meridionali danno al funzionamento dell'apparato e delle
  articolazioni statali nel centro-nord: gli italiani del
  settentrione che avrebbero visto infatti, in assenza dei
  meridionali, "chiudere", per mancanza di personale, la
  pubblica amministrazione nel centro-nord.
 
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    La questione è stata da tempo sottoposta all'attenzione del
  Parlamento e del Governo: il 20 marzo 1985 fu infatti
  presentata un'interrogazione, la n. 4-08739, dai deputati
  Parlato, Almirante, Pazzaglia, Abbatangelo, Agostinacchio,
  Aloi, Del Donno, Florino, Guarra, Lo Porto, Mancuso, Manna,
  Mazzone, Mennitti, Poli Bortone, Rallo, Sospiri, Tatarella,
  Trantino, Tringali e Valensise, ai Ministri dell'interno,
  della difesa, per la funzione pubblica, delle finanze, di
  grazia e giustizia, al fine di sapere "l'esatta dimensione del
  singolare fenomeno della "immigrazione di Stato" di giovani
  meridionali che, vincitori di concorsi nella pubblica
  amministrazione, arruolati nell'esercito, nella Guardia di
  finanza, nella polizia di Stato, nei carabinieri o nel corpo
  degli agenti di custodia non possono svolgere la loro attività
  lavorativa nel Mezzogiorno, ma vengono costantemente dislocati
  in lontane regioni, sradicati brutalmente dalle loro terre e
  dai loro affetti, con danno ancora più grave per i giovani di
  leva inutilmente trasferiti a dispetto delle loro condizioni
  familiari, degli studi da completare nel luogo di origine,
  delle attività che vi svolgono, quando potrebbero ben svolgere
  in loco  il servizio militare;
      se la dimensione del fenomeno che togliendo braccia ed
  intelligenza al Mezzogiorno lo depaupera nelle sue risorse
  umane, non meriti una decisa inversione di rotta che consenta
  un riequilibrio della presenza di centinaia di migliaia di
  giovani lavoratori se non nel comune, almeno nella provincia o
  nelle regioni di origine, anche considerato che il diritto di
  trasferimento, pur riconosciuto formalmente, viene nella
  sostanza costantemente disatteso, assumendosi - senza
  eccezioni - sempre la stessa scusante: vacanze di organico che
  non consentono la sostituzione e che invece esplicita da un
  lato l'inadeguatezza della politica del personale posta in
  essere dal Governo e dai dicasteri competenti e, dall'altro,
  la grave responsabilità sociale per la deportazione di Stato
  che ne costituisce l'effetto;
      se intendano esaminare in profondità oltre che, come
  sopra richiesto, la estensione del fenomeno, anche le cause
  dirette ed indirette di tale squilibrio di dislocazione
  geografica che concentra nel centronord tanta parte della
  popolazione meridionale senza che si assista al fenomeno
  inverso e si facciano derivare da tale esame anche le scelte
  sostanziali capaci di operare in tempi brevi una netta
  inversione di tendenza atta a restituire al Mezzogiorno le
  energie che gli appartengono".
    A questa interrogazione fu data risposta il 1^ marzo 1986
  dal Ministro per la funzione pubblica: "Il fenomeno della
  cosiddetta meridionalizzazione dei pubblici dipendenti deriva
  - come si sa - da cause molto profonde.
    La mancata industrializzazione delle varie regioni
  dell'Italia meridionale determina, infatti, una partecipazione
  in massa dei giovani candidati provenienti dal sud ai vari
  concorsi per l'accesso nella pubblica amministrazione.
    Si calcola che la quota di partecipazione di tali giovani
  si aggiri mediamente intorno al 70 per cento del numero
  complessivo dei partecipanti, determinando così una anomala
  distribuzione dei dipendenti pubblici, civili e militari, sul
  territorio nazionale.
    E' pertanto evidente che i vincitori di tali concorsi non
  possono trovare tutti collocazione negli uffici aventi sede
  nelle aree geografiche di provenienza.  Di qui la necessità di
  destinarli, almeno in parte, a coprire anche le esigenze delle
  sedi dell'Italia settentrionale, le quali ultime, proprio per
  la scarsa partecipazione ai concorsi di giovani ivi residenti,
  risultano cronicamente carenti di personale, contrariamente a
  quanto avviene per gli uffici del meridione.
    Non va inoltre trascurato che le esigenze delle sedi del
  nord, essendo a loro volta rapportate alla densità della
  popolazione o al livello delle attività economiche, sono - per
  la generalità delle Amministrazioni - certamente molto più
  forti, rispetto a quelle degli uffici che hanno sede
  nell'Italia meridionale.
    Quanto poi alle Forze armate, va rilevato che la loro
  prevalente dislocazione
 
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  nelle regioni del nord è conseguente a scelte di politica
  internazionale e militare, che non appaiono modificabili in
  breve periodo.
    Ne deriva che "l'inversione di rotta", auspicata
  nell'interrogazione, non appare in linea di massima
  praticabile, a meno che non si voglia pregiudicare, nelle
  regioni del nord, l'assolvimento di funzioni primarie dello
  Stato, quali la difesa esterna e la tutela dell'ordine
  pubblico, nonché l'erogazione di servizi pubblici
  essenziali.
    E' ovvio però che, nei limiti delle disponibilità dei
  posti, ogni pubblica amministrazione tende a favorire - per
  quanto possibile - nelle assegnazioni di sede le aspirazioni
  dei vincitori di concorso.
    A tale proposito va rilevato che, per quanto concerne, in
  particolare, le assegnazioni di sede del personale dei vigili
  del fuoco, l'amministrazione dell'interno applica criteri -
  concordati a suo tempo con le organizzazioni sindacali - che
  privilegiano l'assegnazione medesima innanzitutto alle sedi di
  residenza, ove la disponibilità di posti lo consenta, quindi a
  sedi della stessa regione di provenienza, tenendo conto del
  carico familiare e a parità, o in mancanza di questo, del
  punteggio riportato all'esame di concorso.
    Coloro che non trovano collocazione per effetto di questa
  prima operazione vengono assegnati, ove possibile, nelle
  regioni limitrofe, sempre sulla base dei criteri già detti,
  sino ad esaurimento dei posti nelle stesse disponibili.
    Si cerca, inoltre, di soddisfare le aspirazioni di sede
  manifestate dagli interessati, dopo aver dato applicazione ai
  criteri prioritari della residenza e delle regioni limitrofe,
  sempre confrontando fra più aspiranti la situazione di
  famiglia o di punteggio.
    I giovani che svolgono il servizio di leva nel Corpo
  nazionale dei vigili del fuoco vengono assegnati a sedi della
  provincia di residenza o della regione di provenienza.
    Quanto poi al personale assunto nella Polizia di Stato, lo
  stesso viene dislocato nelle varie sedi, sulla base di
  princìpi che tengono conto delle esigenze delle sedi medesime,
  oltre che di quelle generali del servizio su tutto il
  territorio nazionale.
    Va anche qui considerato che l'assegnazione alle sedi del
  nord Italia di unità considerevoli di personale originario
  dell'Italia meridionale ed insulare è essenzialmente
  ascrivibile al fatto che i dipendenti provenienti dal sud
  costituiscono la maggioranza e, pertanto, una volta
  soddisfatte le aspirazioni per i posti disponibili nel sud, il
  restante personale deve essere necessariamente assegnato a
  sedi del centronord.
    A puro titolo esemplificativo, si riportano i seguenti dati
  numerici riferiti alla data del 1^ aprile 1985 e relativi
  all'organico degli appartenenti ai ruoli dei sovrintendenti,
  assistenti ed agenti della Polizia di Stato:
    Italia meridionale e insulare:
      numero dei dipendenti originari del sud e delle isole n.
  49.556;
      dotazione organica prevista per il sud e le isole n.
  24.383;
      eccedenza + 25.173.
    Italia centrale e settentrionale:
      numero dei dipendenti originari del nord e del centro n.
  20.660;
      dotazione organica prevista per nord e il centro n.
  50.019;
      differenza - 29.350.
    Dallo schema sopradescritto risulta evidente che, anche
  assegnando tutti i posti di organico previsti per il sud e le
  isole a dipendenti originari di quelle regioni, ben 25.173
  dipendenti di origine meridionale dovrebbero prestare servizio
  in sedi del centro e del nord Italia.
    La situazione del personale effettivamente in servizio
  presso la Polizia di Stato conferma i dati sopra riferiti e
  dimostra altresì che l'amministrazione dell'interno ha già
  largamente assecondato le aspirazioni del personale, riguardo
  alla sede di servizio.
 
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    Alla data del 1^ aprile 1985, infatti, dei 23.133
  dipendenti in servizio nel sud e nelle isole ben 17.489 sono
  nativi della medesima regione ove prestano servizio, mentre i
  rimanenti 5.644 sono per la quasi totalità nativi di regioni
  limitrofe.
  Riguardo agli agenti ausiliari in servizio di leva nella
  Polizia di Stato si fa, invece, presente che il fenomeno della
  meridionalizzazione è notevolmente ridotto, giacché ai sensi
  dell'articolo 1, ultimo comma, della legge 8 luglio 1980, n.
  343, il servizio è quasi sempre svolto da tali agenti nella
  regione o nelle aree regionali di residenza.
    In ordine poi al "diritto di trasferimento", di cui è fatto
  pure cenno nell'interrogazione, si fa presente che la relativa
  materia è attualmente disciplinata, per il personale della
  Polizia di Stato, dall'articolo 55 del decreto del Presidente
  della Repubblica 24 aprile 1982, n. 335.
    Un discorso analogo deve essere fatto ralativamente al
  personale militare delle Forze armate, tenuto conto che la
  percentuale degli aspiranti all'arruolamento quali
  sottufficiali, provenienti dalle sole regioni meridionali, è
  del 58,4 per cento.
    Analoghe considerazioni valgono per i militari di leva, per
  la cui destinazione viene peraltro seguito il criterio della
  "minimizzazione delle distanze", consistente nel maggiore
  avvicinamento possibile al luogo di residenza.
    Per quanto concerne il personale del Corpo degli agenti di
  custodia, va rilevato che l'articolo 183 del vigente
  regolamento vieta agli appartenenti del Corpo in servizio
  effettivo di essere assegnati negli istituti penitenziari
  ubicati nelle sedi di origine o in quelle di origine della
  moglie.
    Al riguardo va anche rappresentato che il Ministero di
  grazia e giustizia, allo scopo di evitare situazioni di
  estremo disagio - specialmente per quei militari che operano
  in sedi lontane da quelle ove sono costretti a lasciar vivere
  la propria famiglia -, aveva in data 3 marzo 1984 richiesto al
  Consiglio di Stato il parere per l'abrogazione dell'articolo
  183 sopracitato.  Risulta però che tale consesso si sia
  espresso, nell'adunanza generale del 14 giugno 1984, in
  termini contrari all'ipotesi abrogativa.
    Dalle considerazioni sopra esposte si deduce, pertanto, che
  il fenomeno denunciato nell'interrogazione, pur essendo
  indubbiamente fonte di squilibri e di gravi disagi per i
  diretti interessati, non appare - per la profondità delle sue
  cause - risolvibile in tempi brevi.  Da ciò la necessità di
  ricercare la soluzione del problema in altre direzioni, quali
  - ad esempio - il reperimento di alloggi a basso costo, la
  fornitura di servizi essenziali, la revisione delle indennità
  di prima sistemazione, eccetera.
    D'altro canto, su questa linea, numerose pubbliche
  amministrazioni hanno già conseguito risultati importanti,
  anche se - con il concorso degli enti locali e delle regioni
  interessate - molto ancora deve essere fatto.
    Il problema, in conclusione, deve essere affrontato non già
  in termini di "sradicamento culturale", con il "ritorno a
  casa", come viene sostanzialmente prospettato
  nell'interrogazione, bensì in termini di esigenze concrete dei
  dipendenti destinati al nord, esigenze da affrontare non solo
  per migliorarne le condizioni di vita, ma anche per elevarne
  l'impegno nell'assolvimento dei vari e delicati compiti di
  istituto".
    Con la decima legislatura, il 7 ottobre 1987, in mancanza
  di concreti sviluppi, gli stessi deputati interrogarono il
  Presidente del Consiglio dei ministri (con l'atto ispettivo n.
  4-01809) chiedendo "dinanzi al persistere del fenomeno ed al
  suo aggravarsi, giacché con gli stipendi di talune categorie
  di lavoratori era divenuto impossibile, anche per i
  meridionali, accettare posti nello Stato e nelle sue aziende
  del centro-nord, se sia in grado, ed in caso negativo se
  voglia porsi in grado, di effettuare il censimento dei
  dipendenti dello Stato e delle aziende ed altri enti statali e
  parastatali che pur essendo residenti nelle regioni
  meridionali sono stati costretti, per lavorare, a subire la
  "deportazione di Stato" in altre regioni, particolarmente
  settentrionali.  Già con la interrogazione del 20 marzo 1985,
  n. 4-08739, anch'essa
 
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  presentata nella IX legislatura, gli interroganti sollevarono
  il gravissimo problema nei confronti dei ministri
  dell'interno, della difesa, per la funzione pubblica, delle
  finanze, di grazia e giustizia, sollecitando l'adozione di
  misure idonee ad eliminare o quantomeno a ridurre al minimo
  indispensabile la "deportazione" che attraversa ormai tutte le
  forze dell'ordine, la Guardia di finanza, i giovani di leva,
  gli agenti di custodia, i dipendenti di quasi tutti i
  Ministeri, dalle poste e telecomunicazioni, ai trasporti, alla
  pubblica istruzione senza, manco a dirlo, ricevere ancora
  riscontro in ordine all'auspicata inversione della tendenza in
  atto.  E' notizia di due anni orsono che nei compartimenti di
  Bologna, Milano, Torino, Venezia e Trieste, i ferrovieri
  meridionali hanno svolto manifestazioni di protesta per
  "spingere l'azienda a varare un programma di trasferimenti, da
  effettuarsi nei prossimi anni, che dovrebbe riportare nelle
  regioni di origine molti ferrovieri meridionali ora in
  servizio al nord", come ha pubblicato  La Repubblica  del
  27 agosto 1985.
    Dinanzi alla gravità sempre maggiore del problema, che
  obbliga milioni di meridionali a percorrere la strada,
  obbligata ai fini di una qualsiasi occupazione, di una
  migrazione interna, fatta di rescissione di legami affettivi e
  culturali con la propria terra, di difficili condizioni di
  ambientamento, di inadeguatezza retributiva per i più forti
  oneri derivanti da una sede lavorativa lontanissima dai luoghi
  di origine, e di fronte alla recente agitazione dei ferrovieri
  che evidenzia come già la punta dell' iceberg  cominci ad
  affiorare si chiede di conoscere quali iniziative di fondo il
  Governo intenda assumere per restituire al Mezzogiorno ampie
  aliquote della sua popolazione e quindi consentire il
  "reinsediamento" sociale, affettivo e culturale di milioni di
  italiani che una dissennata politica del personale sinora ha
  costretto a lasciare temporaneamente, ma non certo stabilmente
  come si tenta di imporre, il loro mondo, con la sua memoria
  storica, le sue radici culturali, i suoi legami affettivi, il
  suo più favorevole terreno socio-ambientale".
    Infatti, dopo la analitica risposta che giunse nel 1986 dal
  Ministro per la funzione pubblica, onorevole Gaspari (il quale
  era sembrato sensibile alla necessità di risolvere in qualche
  modo il problema), non era stata poi avviata nemmeno una
  soluzione "qualunque".
    E' quindi, dopo il secondo, suddetto atto ispettivo del
  1987, l'11 gennaio 1988 veniva presentata una ulteriore
  interrogazione: la n. 4-3516, con la quale il primo dei
  presentatori si rivolgeva al nuovo Ministro per la funzione
  pubblica, onorevole Paolo Cirino Pomicino e ad altri Ministri,
  per sapere "premesso che la denuncia a suo tempo formulata
  dall'interrogante in ordine all'enorme costo sociale pagato
  dai disoccupati meridionali, i quali coprono da qualche anno
  il 70 per cento delle esigenze gli organici della pubblica
  amministrazione del centro-nord e sono per questo "condannati"
  dalla carenza di una adeguata politica dei trasferimenti nei
  luoghi di origine a restare per lunghissimi anni lontani dal
  loro patrimonio strorico, culturale e di affetti, risulta in
  pieno confermata dalle risposte che il Governo ha fornito;
      tuttavia, un sintomo assai preoccupante dell'estremo
  disagio sofferto, anche in termini economici oltre che morali
  dai disoccupati meridionali è costituito dalla notizia che
  circa un centinaio di giovani assunti dal Ministero di grazia
  e giustizia a seguito di concorso e destinati a Milano, hanno
  rinunciato alla assunzione, stanti gli insostenibili oneri che
  avrebbero dovuto sopportare per vivere in quella città con il
  modestissimo stipendio loro corrisposto -:
      se non ritengano, visto che l'apparato pubblico si regge
  al centro-nord solo grazie alla disponibilità al lavoro in
  quella area di giovani meridionali dei quali non si può far
  dunque a meno se non si vuole bloccare il funzionamento
  dell'apparato statale, e ad evitare il blocco dei flussi
  migratori interni (tuttavia auspicabile in presenza di
  alternative di lavoro valide ed appaganti ed alle quali sempre
  tardivamente si porrà
 
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  mano) di prevedere forme di incentivi economici che
  consentano ai giovani sradicati dalle famiglie e dai
  territori, nei quali pur in qualche modo riuscivano a
  sopravvivere, di accettare gli impieghi nel centronord,
  accompagnando la ordinaria loro retribuzione con le
  integrazioni salariali opportune e comunque come giudichino il
  fenomeno denunciato, se lo ritengano isolato e se pensino
  possa ripetersi e come intendano prevenirlo in tale
  ipotesi".
    Il 3 marzo 1989 il Ministro così rispondeva: "Va
  preliminarmente osservato che la problematica segnalata è
  sicuramente molto interessante in quanto attiene soprattutto
  alla composizione delle risorse umane impegnate nella pubblica
  amministrazione in relazione ai luoghi di provenienza dei
  dipendenti pubblici.
    E' noto, peraltro, che la pubblica amministrazione alimenta
  le proprie strutture umane con giovani che per lo più sono di
  origine meridionale, determinando così inevitabili
  complicazioni di carattere sociale, culturale ed economico.
  Numerosi sono infatti i giovani del Mezzogiorno, vincitori di
  concorso che sono costretti a lasciare - per le ragioni a
  tutti ben note - i propri luoghi di origine per trasferirsi
  nelle regioni settentrionali.
    Il fenomeno che ne deriva favorisce, pertanto, lo sviluppo
  di tutte le tematiche connesse con qualsiasi flusso
  migratorio.
    Non mancano inoltre riflessi anche sulla funzionalità della
  pubblica amministrazione, dal momento che lo stato di disagio
  dei dipendenti interessati si intreccia con l'aspetto non
  certo meno importante dell'efficienza dell'azione
  amministrativa.
    Per quanto concerne, in particolare, il fatto che un
  centinaio di giovani meridionali destinati dal Ministero di
  grazia giustizia, quali vincitori di concorso, agli uffici
  aventi sedi in Milano, avrebbero rinunciato all'impiego a
  causa degli oneri da sopportare connessi anche all'elevato
  costo della vita di quella città si precisa che tale
  circostanza non risulta al Dipartimento della funzione
  pubblica né, d'altro canto,
  ne ha notizia lo stesso Ministero interessato.
    In ogni caso, poiché la problematica sollevata merita
  attenzione, si assicura che il Dipartimento della funzione
  pubblica non mancherà di approfondirla, onde pervenire ad una
  soluzione che, tenendo conto anche delle compatibilità
  finanziarie del Paese, possa essere ritenuta
  soddisfacente".
    C'è da dire che nel quadro dell'attuazione del princìpio
  della mobilità volontaria nella pubblica amministrazione
  (provvedimenti che riguardano solo alcuni degli enti di Stato
  ai quali la presente proposta di legge vuole rivolgersi e che
  attiene agli aspetti dello squilibrio delle dislocazioni, più
  che territoriali, relative alla carenza ed agli esuberi nei
  Ministeri, nelle aziende autonome, nel parastato e negli enti
  locali, qualche movimento oltre che fra le amministrazioni
  anche dal nord al sud v'è stato: ma è di scarsa rilevanza.
    In una dichiarazione alla stampa il Ministro per la
  funzione pubblica affermava che ben il 35 per cento dei
  dipendenti ha richiesto il trasferimento "a lungo raggio" e
  cioè nella direzione nordsud.  E questo è illuminante della
  gravità della situazione anche perché la "mobilità" non potrà
  risolvere che molto parzialmente il problema, e comunque del
  tutto indirettamente.
    Da qui, dunque, la nostra proposta di legge, che tende ad
  imporre un diverso governo delle assunzioni e della
  distribuzione del personale, sicché chi presti la propria
  opera nello Stato possa farlo nella regione di origine, salvo
  superiori ed obiettive esigenze per le quali i sacrifici dei
  lavoratori meridionali dovranno essere adeguatamente
  ricompensati.  Anche perché ciò è compiuto nell'interesse
  generale dello Stato: nasce così la nostra proposta del
  riconoscimento di una "indennità di missione", che si auspica
  anch'essa temporanea, dato che sarà interesse dello Stato
  rimuovere al più presto le condizioni che hanno reso
  impossibile revocare di fatto il vincolo di permanenza,
  ancorché scaduto.
 
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    Una cosa è certa, onorevoli colleghi: non si può tollerare
  ulteriormente la farsa dell'apposizione di un vincolo ed il
  suo mantenimento, immune da oneri altro che per i lavoratori,
  oltre i limiti di tempo scaduti.
    Con l'articolo 1 della presente proposta chiediamo che i
  vincoli attuali, di varia durata, vengano uniformati al
  massimo a due anni e che quelli di durata superiore, già
  apposti, si intendano scaduti ad avvenuto compimento del
  biennio di servizio.
    Con l'articolo 2, qualora persista dopo il biennio
  l'esigenza dell'amministrazione di mantenere in servizio il
  dipendente nella località iniziale, si propone la
  corresponsione di una indennità di missione.  Nello stesso
  articolo sono fissate norme per evitare, come è opportuno,
  ogni strumentalizzazione delle istanze di trasferimento,
  fissando la comminatoria della restituzione delle somme
  corrisposte a titolo di indennità, rivalutate secondo l'indice
  del costo della vita e gravate di interessi legali, qualora il
  trasferimento non venga più accettato.
    Raccomandiamo la presente proposta alla vostra attenzione e
  ci auguriamo di avere la vostra adesione, anche in pendenza
  dello schizofrenico atteggiamento delle varie "leghe" e
  "lighe", scientemente inconsapevoli che è sul lavoro dei
  meridionali - tutt'altro che consenzienti a restare lontani
  dal loro mondo di affetti e di cultura - che si regge, giorno
  dopo giorno, l'apparato dello Stato, del parastato, delle
  aziende autonome e di quelle a partecipazione statale nel
  centro-nord, nella parallela presenza del rifiuto degli
  italiani di quelle regioni ad accettare occupazione in quelle
  amministrazioni, notoriamente considerate, nel tremendo
  divario nord-sud, "appetibili" solo da chi, pesantemente
  emarginato dal punto di vista sociale ed economico, è
  costretto ad accettare di esservi collocato pur di vivere.
  Pagando così un costo altissimo nel dover tagliare le radici
  con la terra dove si è nati.  Un costo che non può non avere -
  almeno - un corrispettivo economico, parzialmente compensativo
  delle sofferenze subìte e dei sacrifici compiuti.
 
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