| Onorevoli Colleghi! -- Sin dal 1985, in un'epoca dunque
sicuramente non sospetta come diremo più avanti, alcuni tra
noi si posero, e posero al Governo, un angoscioso
interrogativo, denunciando le perverse conseguenze di un
fenomeno che già allora appariva molto negativo: quello che
chiamammo della "immigrazione di Stato" o, peggio, della
"deportazione di Stato".
Centinaia di migliaia di lavoratori meridionali in questi
ultimi decenni e sino ai nostri giorni - e purtroppo
sicuramente oltre - sono partiti verso le regioni
centro-settentrionali con la morte nel cuore; il divario
economico e produttivo nord-sud ha avuto infatti sinora
drammatiche conseguenze, con un costo umano,
spirituale, sociale e culturale altissimo: quello della
costrizione di tanti, troppi disoccupati meridionali a
ricercare, in mancanza di alternative locali, uno sbocco
occupazionale al nord.
Esclusa per i più, consumata inutilmente per altri la
speranza di una collocazione nell'apparato produttivo
meridionale, prima decine, poi centinaia di migliaia di
giovani e meno giovani - milioni in questi ultimi 45 anni -
hanno preso la via dell'estero o quando è stato loro possibile
anche delle orribili periferie delle città industriali del
centro-nord, trovando finalmente lavoro.
Poi, gli sbarramenti si sono innalzati anche lungo queste
strade ed è venuta per essi l'ultima spiaggia delle loro
speranze,
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pur nel costo sociale immenso che hanno dovuto pagare:
non c'erano posti disponibili nelle regioni di provenienza. Ma
nemmeno lassù al centro e soprattutto al nord. Altro che,
semmai, nelle articolazioni ministeriali, nelle forze armate,
in quelle di polizia, nelle poste, nelle ferrovie, nei
telefoni, nella scuola, nei carabinieri, nella Guardia di
finanza. Si era costretti ad allontanarsi per qualche tempo,
sottoscrivendo il vincolo di permanenza di due, cinque e
persino dieci anni, in una sede lontana centinaia e centinaia
di chilometri dal proprio mondo, dai propri affetti, dalle
proprie tradizioni, dalla propria memoria, dalla propria
comunità, dalla propria cultura.
E così hanno sottoscritto quel vincolo in centinaia di
migliaia, con la speranza di essere restituiti alle loro
comunità dopo qualche anno di duri sacrifici in terre lontane,
per quanto italiane fossero. Ma non in molti sono tornati,
generalmente solo quelli che, piegandosi alle protervie di
soluzioni clientelari, hanno ottenuto come atto di giustizia
il trasferimento che spettava invece loro di diritto, dato che
era scaduto il vincolo temporaneo che avevano sottoscritto e
non pochi con "provvidenziali" distacchi e comandi anche
prima.
Non tutti potrebbero tornare, molti non tornerebbero più se
non intervenisse una soluzione mirata innanzitutto al recupero
dello spaventoso divario nord-sud, ma poi anche di normative
specifiche che inducano lo Stato a farsi reale carico del
problema che i governi succedutisi nel dopoguerra hanno prima
creato e poi aggravato.
Mentre infatti nel Mezzogiorno maturava il dramma delle
radici da tagliare per un periodo indeterminato e
indeterminabile, al nord si consumava un altro effetto, che
allontanava la soluzione del problema, e andava a gravare,
quale ulteriore insopportabile peso, sulle spalle dei
cittadini del Mezzogiorno: l'intero carico del funzionamento
dello Stato nel centro-nord. Qui, infatti, un apparato
produttivo più vivace, articolato e rigoglioso, offriva
consistenti e convincenti opportunità di lavoro nelle aziende
private, scelte dai settentrionali come opportunità da
cogliere prioritariamente rispetto a quelle di qualità
inferiore, normative e retributive che lo Stato offriva:
sicché, mentre sempre meno sono divenuti i cittadini
settentrionali disposti ad occuparsi nello Stato, nei suoi
uffici e nelle sue aziende, sempre più questi vuoti sono stati
riempiti da meridionali che la mancanza di alternativa
occupazionale nei loro territori costringeva a scegliere la
strada obbligata dell'impiego nello Stato, sia pure,
speravano, temporaneamente nel centro-nord.
Gli effetti sono stati quelli derivanti dalla
frequentissima instaurazione di una estensione surrettizia ed
a tempo indeterminato del vincolo di permanenza. Taluni sono
riusciti - sia pure a prezzo di enormi costi morali, civili,
culturali, sociali - ad integrarsi. Molti altri no. E non vi è
dubbio che in presenza di un vincolo di permanenza scaduto,
nessuno potrà negare che è nel loro incontestabile diritto il
voler tornare a casa finalmente, per riallacciare i rapporti
affettivi e sociali "illegalmente" sospesi. Anche in virtù del
dettato costituzionale.
E che il fenomeno abbia grandissima e gravissima portata lo
sappiamo bene tutti noi deputati che siamo quotidianamente
afflitti dal problema di tanti, di troppi che, in presenza
appunto della scadenza di vincoli di permanenza, ci chiedono
un qualche nostro intervento per poter tornare alle loro case,
alle loro terre, ai loro "valori". E sappiamo anche, colleghi
deputati, come in questo campo si muovano logiche clientelari
che dobbiamo assolutamente rimuovere, perché c'è stato sempre
e c'è ancora nel Governo e nel sottogoverno chi dei
trasferimenti ha fatto il terreno del proprio squallido
consenso. Se non solo per stroncare questi traffici, dobbiamo
almeno intervenire anche per restituire il contributo che i
meridionali danno al funzionamento dell'apparato e delle
articolazioni statali nel centro-nord: gli italiani del
settentrione che avrebbero visto infatti, in assenza dei
meridionali, "chiudere", per mancanza di personale, la
pubblica amministrazione nel centro-nord.
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La questione è stata da tempo sottoposta all'attenzione del
Parlamento e del Governo: il 20 marzo 1985 fu infatti
presentata un'interrogazione, la n. 4-08739, dai deputati
Parlato, Almirante, Pazzaglia, Abbatangelo, Agostinacchio,
Aloi, Del Donno, Florino, Guarra, Lo Porto, Mancuso, Manna,
Mazzone, Mennitti, Poli Bortone, Rallo, Sospiri, Tatarella,
Trantino, Tringali e Valensise, ai Ministri dell'interno,
della difesa, per la funzione pubblica, delle finanze, di
grazia e giustizia, al fine di sapere "l'esatta dimensione del
singolare fenomeno della "immigrazione di Stato" di giovani
meridionali che, vincitori di concorsi nella pubblica
amministrazione, arruolati nell'esercito, nella Guardia di
finanza, nella polizia di Stato, nei carabinieri o nel corpo
degli agenti di custodia non possono svolgere la loro attività
lavorativa nel Mezzogiorno, ma vengono costantemente dislocati
in lontane regioni, sradicati brutalmente dalle loro terre e
dai loro affetti, con danno ancora più grave per i giovani di
leva inutilmente trasferiti a dispetto delle loro condizioni
familiari, degli studi da completare nel luogo di origine,
delle attività che vi svolgono, quando potrebbero ben svolgere
in loco il servizio militare;
se la dimensione del fenomeno che togliendo braccia ed
intelligenza al Mezzogiorno lo depaupera nelle sue risorse
umane, non meriti una decisa inversione di rotta che consenta
un riequilibrio della presenza di centinaia di migliaia di
giovani lavoratori se non nel comune, almeno nella provincia o
nelle regioni di origine, anche considerato che il diritto di
trasferimento, pur riconosciuto formalmente, viene nella
sostanza costantemente disatteso, assumendosi - senza
eccezioni - sempre la stessa scusante: vacanze di organico che
non consentono la sostituzione e che invece esplicita da un
lato l'inadeguatezza della politica del personale posta in
essere dal Governo e dai dicasteri competenti e, dall'altro,
la grave responsabilità sociale per la deportazione di Stato
che ne costituisce l'effetto;
se intendano esaminare in profondità oltre che, come
sopra richiesto, la estensione del fenomeno, anche le cause
dirette ed indirette di tale squilibrio di dislocazione
geografica che concentra nel centronord tanta parte della
popolazione meridionale senza che si assista al fenomeno
inverso e si facciano derivare da tale esame anche le scelte
sostanziali capaci di operare in tempi brevi una netta
inversione di tendenza atta a restituire al Mezzogiorno le
energie che gli appartengono".
A questa interrogazione fu data risposta il 1^ marzo 1986
dal Ministro per la funzione pubblica: "Il fenomeno della
cosiddetta meridionalizzazione dei pubblici dipendenti deriva
- come si sa - da cause molto profonde.
La mancata industrializzazione delle varie regioni
dell'Italia meridionale determina, infatti, una partecipazione
in massa dei giovani candidati provenienti dal sud ai vari
concorsi per l'accesso nella pubblica amministrazione.
Si calcola che la quota di partecipazione di tali giovani
si aggiri mediamente intorno al 70 per cento del numero
complessivo dei partecipanti, determinando così una anomala
distribuzione dei dipendenti pubblici, civili e militari, sul
territorio nazionale.
E' pertanto evidente che i vincitori di tali concorsi non
possono trovare tutti collocazione negli uffici aventi sede
nelle aree geografiche di provenienza. Di qui la necessità di
destinarli, almeno in parte, a coprire anche le esigenze delle
sedi dell'Italia settentrionale, le quali ultime, proprio per
la scarsa partecipazione ai concorsi di giovani ivi residenti,
risultano cronicamente carenti di personale, contrariamente a
quanto avviene per gli uffici del meridione.
Non va inoltre trascurato che le esigenze delle sedi del
nord, essendo a loro volta rapportate alla densità della
popolazione o al livello delle attività economiche, sono - per
la generalità delle Amministrazioni - certamente molto più
forti, rispetto a quelle degli uffici che hanno sede
nell'Italia meridionale.
Quanto poi alle Forze armate, va rilevato che la loro
prevalente dislocazione
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nelle regioni del nord è conseguente a scelte di politica
internazionale e militare, che non appaiono modificabili in
breve periodo.
Ne deriva che "l'inversione di rotta", auspicata
nell'interrogazione, non appare in linea di massima
praticabile, a meno che non si voglia pregiudicare, nelle
regioni del nord, l'assolvimento di funzioni primarie dello
Stato, quali la difesa esterna e la tutela dell'ordine
pubblico, nonché l'erogazione di servizi pubblici
essenziali.
E' ovvio però che, nei limiti delle disponibilità dei
posti, ogni pubblica amministrazione tende a favorire - per
quanto possibile - nelle assegnazioni di sede le aspirazioni
dei vincitori di concorso.
A tale proposito va rilevato che, per quanto concerne, in
particolare, le assegnazioni di sede del personale dei vigili
del fuoco, l'amministrazione dell'interno applica criteri -
concordati a suo tempo con le organizzazioni sindacali - che
privilegiano l'assegnazione medesima innanzitutto alle sedi di
residenza, ove la disponibilità di posti lo consenta, quindi a
sedi della stessa regione di provenienza, tenendo conto del
carico familiare e a parità, o in mancanza di questo, del
punteggio riportato all'esame di concorso.
Coloro che non trovano collocazione per effetto di questa
prima operazione vengono assegnati, ove possibile, nelle
regioni limitrofe, sempre sulla base dei criteri già detti,
sino ad esaurimento dei posti nelle stesse disponibili.
Si cerca, inoltre, di soddisfare le aspirazioni di sede
manifestate dagli interessati, dopo aver dato applicazione ai
criteri prioritari della residenza e delle regioni limitrofe,
sempre confrontando fra più aspiranti la situazione di
famiglia o di punteggio.
I giovani che svolgono il servizio di leva nel Corpo
nazionale dei vigili del fuoco vengono assegnati a sedi della
provincia di residenza o della regione di provenienza.
Quanto poi al personale assunto nella Polizia di Stato, lo
stesso viene dislocato nelle varie sedi, sulla base di
princìpi che tengono conto delle esigenze delle sedi medesime,
oltre che di quelle generali del servizio su tutto il
territorio nazionale.
Va anche qui considerato che l'assegnazione alle sedi del
nord Italia di unità considerevoli di personale originario
dell'Italia meridionale ed insulare è essenzialmente
ascrivibile al fatto che i dipendenti provenienti dal sud
costituiscono la maggioranza e, pertanto, una volta
soddisfatte le aspirazioni per i posti disponibili nel sud, il
restante personale deve essere necessariamente assegnato a
sedi del centronord.
A puro titolo esemplificativo, si riportano i seguenti dati
numerici riferiti alla data del 1^ aprile 1985 e relativi
all'organico degli appartenenti ai ruoli dei sovrintendenti,
assistenti ed agenti della Polizia di Stato:
Italia meridionale e insulare:
numero dei dipendenti originari del sud e delle isole n.
49.556;
dotazione organica prevista per il sud e le isole n.
24.383;
eccedenza + 25.173.
Italia centrale e settentrionale:
numero dei dipendenti originari del nord e del centro n.
20.660;
dotazione organica prevista per nord e il centro n.
50.019;
differenza - 29.350.
Dallo schema sopradescritto risulta evidente che, anche
assegnando tutti i posti di organico previsti per il sud e le
isole a dipendenti originari di quelle regioni, ben 25.173
dipendenti di origine meridionale dovrebbero prestare servizio
in sedi del centro e del nord Italia.
La situazione del personale effettivamente in servizio
presso la Polizia di Stato conferma i dati sopra riferiti e
dimostra altresì che l'amministrazione dell'interno ha già
largamente assecondato le aspirazioni del personale, riguardo
alla sede di servizio.
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Alla data del 1^ aprile 1985, infatti, dei 23.133
dipendenti in servizio nel sud e nelle isole ben 17.489 sono
nativi della medesima regione ove prestano servizio, mentre i
rimanenti 5.644 sono per la quasi totalità nativi di regioni
limitrofe.
Riguardo agli agenti ausiliari in servizio di leva nella
Polizia di Stato si fa, invece, presente che il fenomeno della
meridionalizzazione è notevolmente ridotto, giacché ai sensi
dell'articolo 1, ultimo comma, della legge 8 luglio 1980, n.
343, il servizio è quasi sempre svolto da tali agenti nella
regione o nelle aree regionali di residenza.
In ordine poi al "diritto di trasferimento", di cui è fatto
pure cenno nell'interrogazione, si fa presente che la relativa
materia è attualmente disciplinata, per il personale della
Polizia di Stato, dall'articolo 55 del decreto del Presidente
della Repubblica 24 aprile 1982, n. 335.
Un discorso analogo deve essere fatto ralativamente al
personale militare delle Forze armate, tenuto conto che la
percentuale degli aspiranti all'arruolamento quali
sottufficiali, provenienti dalle sole regioni meridionali, è
del 58,4 per cento.
Analoghe considerazioni valgono per i militari di leva, per
la cui destinazione viene peraltro seguito il criterio della
"minimizzazione delle distanze", consistente nel maggiore
avvicinamento possibile al luogo di residenza.
Per quanto concerne il personale del Corpo degli agenti di
custodia, va rilevato che l'articolo 183 del vigente
regolamento vieta agli appartenenti del Corpo in servizio
effettivo di essere assegnati negli istituti penitenziari
ubicati nelle sedi di origine o in quelle di origine della
moglie.
Al riguardo va anche rappresentato che il Ministero di
grazia e giustizia, allo scopo di evitare situazioni di
estremo disagio - specialmente per quei militari che operano
in sedi lontane da quelle ove sono costretti a lasciar vivere
la propria famiglia -, aveva in data 3 marzo 1984 richiesto al
Consiglio di Stato il parere per l'abrogazione dell'articolo
183 sopracitato. Risulta però che tale consesso si sia
espresso, nell'adunanza generale del 14 giugno 1984, in
termini contrari all'ipotesi abrogativa.
Dalle considerazioni sopra esposte si deduce, pertanto, che
il fenomeno denunciato nell'interrogazione, pur essendo
indubbiamente fonte di squilibri e di gravi disagi per i
diretti interessati, non appare - per la profondità delle sue
cause - risolvibile in tempi brevi. Da ciò la necessità di
ricercare la soluzione del problema in altre direzioni, quali
- ad esempio - il reperimento di alloggi a basso costo, la
fornitura di servizi essenziali, la revisione delle indennità
di prima sistemazione, eccetera.
D'altro canto, su questa linea, numerose pubbliche
amministrazioni hanno già conseguito risultati importanti,
anche se - con il concorso degli enti locali e delle regioni
interessate - molto ancora deve essere fatto.
Il problema, in conclusione, deve essere affrontato non già
in termini di "sradicamento culturale", con il "ritorno a
casa", come viene sostanzialmente prospettato
nell'interrogazione, bensì in termini di esigenze concrete dei
dipendenti destinati al nord, esigenze da affrontare non solo
per migliorarne le condizioni di vita, ma anche per elevarne
l'impegno nell'assolvimento dei vari e delicati compiti di
istituto".
Con la decima legislatura, il 7 ottobre 1987, in mancanza
di concreti sviluppi, gli stessi deputati interrogarono il
Presidente del Consiglio dei ministri (con l'atto ispettivo n.
4-01809) chiedendo "dinanzi al persistere del fenomeno ed al
suo aggravarsi, giacché con gli stipendi di talune categorie
di lavoratori era divenuto impossibile, anche per i
meridionali, accettare posti nello Stato e nelle sue aziende
del centro-nord, se sia in grado, ed in caso negativo se
voglia porsi in grado, di effettuare il censimento dei
dipendenti dello Stato e delle aziende ed altri enti statali e
parastatali che pur essendo residenti nelle regioni
meridionali sono stati costretti, per lavorare, a subire la
"deportazione di Stato" in altre regioni, particolarmente
settentrionali. Già con la interrogazione del 20 marzo 1985,
n. 4-08739, anch'essa
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presentata nella IX legislatura, gli interroganti sollevarono
il gravissimo problema nei confronti dei ministri
dell'interno, della difesa, per la funzione pubblica, delle
finanze, di grazia e giustizia, sollecitando l'adozione di
misure idonee ad eliminare o quantomeno a ridurre al minimo
indispensabile la "deportazione" che attraversa ormai tutte le
forze dell'ordine, la Guardia di finanza, i giovani di leva,
gli agenti di custodia, i dipendenti di quasi tutti i
Ministeri, dalle poste e telecomunicazioni, ai trasporti, alla
pubblica istruzione senza, manco a dirlo, ricevere ancora
riscontro in ordine all'auspicata inversione della tendenza in
atto. E' notizia di due anni orsono che nei compartimenti di
Bologna, Milano, Torino, Venezia e Trieste, i ferrovieri
meridionali hanno svolto manifestazioni di protesta per
"spingere l'azienda a varare un programma di trasferimenti, da
effettuarsi nei prossimi anni, che dovrebbe riportare nelle
regioni di origine molti ferrovieri meridionali ora in
servizio al nord", come ha pubblicato La Repubblica del
27 agosto 1985.
Dinanzi alla gravità sempre maggiore del problema, che
obbliga milioni di meridionali a percorrere la strada,
obbligata ai fini di una qualsiasi occupazione, di una
migrazione interna, fatta di rescissione di legami affettivi e
culturali con la propria terra, di difficili condizioni di
ambientamento, di inadeguatezza retributiva per i più forti
oneri derivanti da una sede lavorativa lontanissima dai luoghi
di origine, e di fronte alla recente agitazione dei ferrovieri
che evidenzia come già la punta dell' iceberg cominci ad
affiorare si chiede di conoscere quali iniziative di fondo il
Governo intenda assumere per restituire al Mezzogiorno ampie
aliquote della sua popolazione e quindi consentire il
"reinsediamento" sociale, affettivo e culturale di milioni di
italiani che una dissennata politica del personale sinora ha
costretto a lasciare temporaneamente, ma non certo stabilmente
come si tenta di imporre, il loro mondo, con la sua memoria
storica, le sue radici culturali, i suoi legami affettivi, il
suo più favorevole terreno socio-ambientale".
Infatti, dopo la analitica risposta che giunse nel 1986 dal
Ministro per la funzione pubblica, onorevole Gaspari (il quale
era sembrato sensibile alla necessità di risolvere in qualche
modo il problema), non era stata poi avviata nemmeno una
soluzione "qualunque".
E' quindi, dopo il secondo, suddetto atto ispettivo del
1987, l'11 gennaio 1988 veniva presentata una ulteriore
interrogazione: la n. 4-3516, con la quale il primo dei
presentatori si rivolgeva al nuovo Ministro per la funzione
pubblica, onorevole Paolo Cirino Pomicino e ad altri Ministri,
per sapere "premesso che la denuncia a suo tempo formulata
dall'interrogante in ordine all'enorme costo sociale pagato
dai disoccupati meridionali, i quali coprono da qualche anno
il 70 per cento delle esigenze gli organici della pubblica
amministrazione del centro-nord e sono per questo "condannati"
dalla carenza di una adeguata politica dei trasferimenti nei
luoghi di origine a restare per lunghissimi anni lontani dal
loro patrimonio strorico, culturale e di affetti, risulta in
pieno confermata dalle risposte che il Governo ha fornito;
tuttavia, un sintomo assai preoccupante dell'estremo
disagio sofferto, anche in termini economici oltre che morali
dai disoccupati meridionali è costituito dalla notizia che
circa un centinaio di giovani assunti dal Ministero di grazia
e giustizia a seguito di concorso e destinati a Milano, hanno
rinunciato alla assunzione, stanti gli insostenibili oneri che
avrebbero dovuto sopportare per vivere in quella città con il
modestissimo stipendio loro corrisposto -:
se non ritengano, visto che l'apparato pubblico si regge
al centro-nord solo grazie alla disponibilità al lavoro in
quella area di giovani meridionali dei quali non si può far
dunque a meno se non si vuole bloccare il funzionamento
dell'apparato statale, e ad evitare il blocco dei flussi
migratori interni (tuttavia auspicabile in presenza di
alternative di lavoro valide ed appaganti ed alle quali sempre
tardivamente si porrà
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mano) di prevedere forme di incentivi economici che
consentano ai giovani sradicati dalle famiglie e dai
territori, nei quali pur in qualche modo riuscivano a
sopravvivere, di accettare gli impieghi nel centronord,
accompagnando la ordinaria loro retribuzione con le
integrazioni salariali opportune e comunque come giudichino il
fenomeno denunciato, se lo ritengano isolato e se pensino
possa ripetersi e come intendano prevenirlo in tale
ipotesi".
Il 3 marzo 1989 il Ministro così rispondeva: "Va
preliminarmente osservato che la problematica segnalata è
sicuramente molto interessante in quanto attiene soprattutto
alla composizione delle risorse umane impegnate nella pubblica
amministrazione in relazione ai luoghi di provenienza dei
dipendenti pubblici.
E' noto, peraltro, che la pubblica amministrazione alimenta
le proprie strutture umane con giovani che per lo più sono di
origine meridionale, determinando così inevitabili
complicazioni di carattere sociale, culturale ed economico.
Numerosi sono infatti i giovani del Mezzogiorno, vincitori di
concorso che sono costretti a lasciare - per le ragioni a
tutti ben note - i propri luoghi di origine per trasferirsi
nelle regioni settentrionali.
Il fenomeno che ne deriva favorisce, pertanto, lo sviluppo
di tutte le tematiche connesse con qualsiasi flusso
migratorio.
Non mancano inoltre riflessi anche sulla funzionalità della
pubblica amministrazione, dal momento che lo stato di disagio
dei dipendenti interessati si intreccia con l'aspetto non
certo meno importante dell'efficienza dell'azione
amministrativa.
Per quanto concerne, in particolare, il fatto che un
centinaio di giovani meridionali destinati dal Ministero di
grazia giustizia, quali vincitori di concorso, agli uffici
aventi sedi in Milano, avrebbero rinunciato all'impiego a
causa degli oneri da sopportare connessi anche all'elevato
costo della vita di quella città si precisa che tale
circostanza non risulta al Dipartimento della funzione
pubblica né, d'altro canto,
ne ha notizia lo stesso Ministero interessato.
In ogni caso, poiché la problematica sollevata merita
attenzione, si assicura che il Dipartimento della funzione
pubblica non mancherà di approfondirla, onde pervenire ad una
soluzione che, tenendo conto anche delle compatibilità
finanziarie del Paese, possa essere ritenuta
soddisfacente".
C'è da dire che nel quadro dell'attuazione del princìpio
della mobilità volontaria nella pubblica amministrazione
(provvedimenti che riguardano solo alcuni degli enti di Stato
ai quali la presente proposta di legge vuole rivolgersi e che
attiene agli aspetti dello squilibrio delle dislocazioni, più
che territoriali, relative alla carenza ed agli esuberi nei
Ministeri, nelle aziende autonome, nel parastato e negli enti
locali, qualche movimento oltre che fra le amministrazioni
anche dal nord al sud v'è stato: ma è di scarsa rilevanza.
In una dichiarazione alla stampa il Ministro per la
funzione pubblica affermava che ben il 35 per cento dei
dipendenti ha richiesto il trasferimento "a lungo raggio" e
cioè nella direzione nordsud. E questo è illuminante della
gravità della situazione anche perché la "mobilità" non potrà
risolvere che molto parzialmente il problema, e comunque del
tutto indirettamente.
Da qui, dunque, la nostra proposta di legge, che tende ad
imporre un diverso governo delle assunzioni e della
distribuzione del personale, sicché chi presti la propria
opera nello Stato possa farlo nella regione di origine, salvo
superiori ed obiettive esigenze per le quali i sacrifici dei
lavoratori meridionali dovranno essere adeguatamente
ricompensati. Anche perché ciò è compiuto nell'interesse
generale dello Stato: nasce così la nostra proposta del
riconoscimento di una "indennità di missione", che si auspica
anch'essa temporanea, dato che sarà interesse dello Stato
rimuovere al più presto le condizioni che hanno reso
impossibile revocare di fatto il vincolo di permanenza,
ancorché scaduto.
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Una cosa è certa, onorevoli colleghi: non si può tollerare
ulteriormente la farsa dell'apposizione di un vincolo ed il
suo mantenimento, immune da oneri altro che per i lavoratori,
oltre i limiti di tempo scaduti.
Con l'articolo 1 della presente proposta chiediamo che i
vincoli attuali, di varia durata, vengano uniformati al
massimo a due anni e che quelli di durata superiore, già
apposti, si intendano scaduti ad avvenuto compimento del
biennio di servizio.
Con l'articolo 2, qualora persista dopo il biennio
l'esigenza dell'amministrazione di mantenere in servizio il
dipendente nella località iniziale, si propone la
corresponsione di una indennità di missione. Nello stesso
articolo sono fissate norme per evitare, come è opportuno,
ogni strumentalizzazione delle istanze di trasferimento,
fissando la comminatoria della restituzione delle somme
corrisposte a titolo di indennità, rivalutate secondo l'indice
del costo della vita e gravate di interessi legali, qualora il
trasferimento non venga più accettato.
Raccomandiamo la presente proposta alla vostra attenzione e
ci auguriamo di avere la vostra adesione, anche in pendenza
dello schizofrenico atteggiamento delle varie "leghe" e
"lighe", scientemente inconsapevoli che è sul lavoro dei
meridionali - tutt'altro che consenzienti a restare lontani
dal loro mondo di affetti e di cultura - che si regge, giorno
dopo giorno, l'apparato dello Stato, del parastato, delle
aziende autonome e di quelle a partecipazione statale nel
centro-nord, nella parallela presenza del rifiuto degli
italiani di quelle regioni ad accettare occupazione in quelle
amministrazioni, notoriamente considerate, nel tremendo
divario nord-sud, "appetibili" solo da chi, pesantemente
emarginato dal punto di vista sociale ed economico, è
costretto ad accettare di esservi collocato pur di vivere.
Pagando così un costo altissimo nel dover tagliare le radici
con la terra dove si è nati. Un costo che non può non avere -
almeno - un corrispettivo economico, parzialmente compensativo
delle sofferenze subìte e dei sacrifici compiuti.
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