| Onorevoli Colleghi! - La proposta di legge che segue
riproduce esattamente la proposta di legge n. 4585 che nella
IX legislatura, esattamente il 7 aprile 1987, avevo presentato
insieme a molti deputati del Movimento Sociale, uno del PSDI e
tre della DC: alla mia firma, infatti, si aggiunse quella
degli onorevoli Angelo Manna, Agostinacchio, Rauti, Belluscio,
Comis, Fini, Matteoli, Mennitti, Pellegatta, Pellizzari,
Pisicchio, Rallo, e Valensise.
A distanza di anni nulla si è sostanzialmente modificato.
Fatta eccezione, è il caso di dirlo, di una più diffusa ed
estesa sensibilità morale, culturale e politica contraria alla
legge n. 194 del 1978, che, almeno, ne pone in discussione
taluni dei suoi aspetti più gravi.
Dall'approvazione della legge 22 maggio 1978, n. 194, in
Italia, l'aborto volontario non costituisce più un delitto per
la legge e configura, anzi, un "diritto" soggettivo della
gestante. E' certamente un
effetto della situazione normativa la dilatazione del numero
degli aborti verificatisi negli anni successivi che vede
l'Italia raggiungere e superare nel tasso di abortività
(rapporto tra aborti e nati vivi) anche paesi come la Svezia,
la Finlandia e l'Olanda(1). Ciò conferma il potere che a volte
hanno le leggi di cambiare - anziché interpretare e regolare -
la mentalità ed il costume di un popolo suggerendo - almeno
implicitamente - dei modelli di comportamento.
La stima del numero degli aborti eseguiti già nel 1985 era
già di 210.192 interventi "legali". E complessivamente - si
dice - supera oggi i due milioni.
(1) Italia 355,8 per mille; Svezia 355 per mille; Norvegia
271 per mille; Finlandia 204 per mille; Olanda 111 per mille;
Cfr. La relazione del Ministro della sanità alle Camere
sull'attuazione della legge 194 per il 1985.
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La cifra è lievemente inferiore a quella registrata negli
anni precedenti ma non bisogna dimenticare che essa copre una
sola parte della realtà dell'aborto e dell'applicazione della
legge n. 194 del 1978.
Da un lato, infatti, ci si avvia ad una crescente
"privatizzazione" dell'aborto a causa della diffusione
ambulatoriale di apparecchi come quelli di cui al metodo
Karman, dell'uso di anticoncezionali abortivi e della
crescente diffusione di farmaci di cui è accertato il
carattere abortivo. Inoltre, per quanto incerti, bisogna
considerare i dati relativi all'aborto clandestino che la
legge n. 194 non ha affatto eliminato. Secondo un'associazione
dichiaratamente favorevole all'aborto, l'AIED, nell'anno 1985
a sette anni di distanza dall'entrata in vigore della legge si
sarebbero ancora compiuti in Italia dai 140 mila ai 170 mila
aborti clandestini. Se si guarda alle donne che chiedono di
abortire si può constatare che siamo di fronte a casi ben
diversi da quelli "pietosi" propagandati all'epoca
dell'introduzione della legge. Oltre il 70 per cento degli
aborti è praticato ogni anno da donne coniugate, non separate,
né divorziate. Oltre il 50 per cento degli aborti è compiuto
su donne che hanno al massimo due figli. Il numero maggiore di
interruzioni di gravidanza riguarda donne tra i 25 e 29 anni.
C'è infine, l'indice della "recidività": la percentuale delle
"ripetitrici" sul totale di coloro che hanno abortito è
passato in soli cinque anni dal 14 per cento al 28 per
cento.
Questi elementi dimostrano il fallimento del preteso
intervento educativo e di prevenzione attribuito alla legge n.
194 e confermano la prevalente utilizzazione dell'aborto come
contraccettivo tardivo all'interno persino dello stesso
matrimonio. Nella sua relazione alle Camere sullo stato di
attuazione della legge n. 194 l'allora Ministro della sanità
onorevole Costante Degan ammise che la legge "ha determinato
un uso dell'aborto a livello di normale contraccettivo
(relazione 1985, Cfr. Il Tempo, 6 marzo 1986).
La situazione è ancora più grave per le minorenni. Secondo
dati dell'allora Ministro della giustizia onorevole Mino
Martinazzoli, i giudici tutelari concedono l'autorizzazione
all'aborto nel 98 per cento dei casi.
La legge ha consentito dal 1978 al 1985, la realizzazione
di 2 milioni 7 mila e 601 aborti nelle strutture pubbliche. Un
numero di vittime superiore a quello delle due guerre
mondiali!...
Parallelamente e per effetto anche dell'uso di aborto come
mezzo di estremo "controllo" delle nascite, in Italia si è
avviata una crisi di denatalità che ha portato il Paese al
disotto della "crescita zero".
Già nel corso del 1985, rendeva noto il professor Giancarlo
Blangiardo, docente in demografia all'Università di Milano, ci
sono stati in Italia meno di 600 mila nati. Dieci anni prima
erano stati 800 mila e venti anni prima oltre un milione.
La popolazione italiana ha dunque dimezzato l'ammontare
annuo delle nascite e rischia di essere marginalizzata e
surclassata da immigrazioni, legali e clandestine, mentre la
popolazione invecchia paurosamente e va riducendosi il
potenziale quantitativo e qualitativo di energia fisica ed
intellettuale del suo popolo.
Di fronte agli esiti della legge n. 194, all'uso
indiscriminato dell'aborto come mezzo di controllo delle
nascite, alla crisi di denatalità di cui si vedono già i primi
preoccupanti esordi, si avverte l'esigenza di una legislazione
che aiuti la vita nascente, che incoraggi le famiglie di nuova
formazione, che incentivi le nascite del terzo figlio, ed
aiuti le madri in difficoltà, incerte sulla prosecuzione della
gravidanza.
Non si tratta ancora di risolvere totalmente il problema
del diritto a nascere ma di un obiettivo intermedio sulla
strada del ristabilimento delle condizioni favorevoli alla
vita nascente nel nostro paese. Da un lato, con l'istituzione
di un Fondo di solidarietà per le future madri in difficoltà
s'incoraggia la prosecuzione della maternità delle donne
indigenti, dall'altro si disincentiva la pratica, spaventosa
anche per proporzioni, dell'aborto come mezzo
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di controllo delle nascite sopprimendo l'assistenza statale,
sia pur non ponendo ancora in discussione la "legalità"
dell'aborto. Si tratta, in pratica, solo, ma ci sembra più che
sufficiente per aspirare al vostro consenso, di una
"legislazione premiale" in favore della vita nascente.
Infine importa il rilevare che la proposta di legge n. 2492
del 18 marzo 1988 (che riproduceva quella n. 4585 della IX
legislatura) ebbe, nella decima legislatura, l'adesione di un
numero ancor più vasto di deputati: Alessi, Andreoli,
Antonucci, Berselli, Bonferroni, Ciccardini, Cimmino, Ciocci
Carlo Alberto, Crescenzi, Del Donno, Foschi, Franchi,
Gottardo, Loi, Mancini Vincenzo, Manna, Martinat, Martuscelli,
Matteoli, Mazzone, Mensorio, Merloni, Mitolo, Nania, Parigi,
Pazzaglia, Pellegatta, Pellizzari, Perrone, Rauti, Ricciuti,
Rivera, Savio, Scovacricchi, Servello, Stegagnini, Tatarella,
Torchio, Trantino, Vairo, Valensise, Viscardi.
La proposta di legge venne ancora una volta ripresentata
nella XI legislatura con il numero 847 ed oggi, con la sua
riproposizione, sembrano aprirsi concrete prospettive per
discuterla.
Ciò a dimostrazione della validità della ipotesi normativa,
resa oggi ancora più urgente dalla gravissima crisi
demografica italiana che provocherà in tempi brevi uno
spaventoso invecchiamento della popolazione e in prospettiva
il suo dimezzamento nel volgere di due, tre generazioni.
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