| Onorevoli Colleghi! -- La crisi economica colpisce più
duramente le regioni del sud ed aumenta il divario negli
andamenti settoriali e regionali. La caduta della produzione e
la perdita di posti di lavoro sono particolarmente accentuate
nelle regioni del Mezzogiorno. Il prodotto per abitante del
Mezzogiorno è inferiore del 43 per cento a quello del
centro-nord; il tasso di inoccupazione medio del Paese è del
16,1 per cento; nel sud è del 30,9 per cento (comprende: il
19,9 per cento di disoccupati; lo 0,9 per cento di lavoratori
in cassa integrazione guadagni; il 5 per cento di persone
disposte a lavorare; il 5,1 per cento di riserva potenziale di
lavoro, gli "scoraggiati", soprattutto donne).
Il divario Mezzogiorno-centro-nord nei consumi delle
famiglie, secondo la Banca d'Italia, è del 31 per cento. La
dotazione
media di infrastrutture del sud del Paese è il 50-60 per
cento di quella del centronord; alcuni settori critici, come
quello dell'approvvigionamento idrico, sono solo il 40 per
cento delle dotazioni del centronord. Le aziende
municipalizzate (trasporti, acquedotti, luce, gas, latte)
realizzano il 91,4 per cento degli investimenti nel
centro-nord e l'8,6 per cento nel Mezzogiorno.
Gli investimenti per abitante nel sud, vent'anni fa, erano
pari all'86,7 per cento di quelli del centro-nord; ora sono
del 66,2 per cento. Negli ultimi 13 anni gli investimenti
delle partecipazioni statali nell'industria meridionale sono
diminuiti del 22 per cento.
In questo quadro desolante, dove alla miseria materiale si
è sostituito lo "sfasciume" fisico e geologico che denunciava
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Giustino Fortunato, i meridionali devono fare i conti con
l'accusa sempre più insistente di "parassitismo". Il
Mezzogiorno, secondo critici di vario orientamento (in numero
sempre crescente) spende molto, produce poco, non paga le
tasse. E in quarant'anni di intervento straordinario avrebbe
assorbito una quantità esorbitante di ricchezza nazionale,
prodotta nel resto del Paese.
L'intervento nel Mezzogiorno, contrariarmente a quanto
sostenuto dai critici, non ha messo in crisi l'economia del
Paese: dal '50 ad oggi, le risorse trasferite non hanno mai
superato, in media, lo 0,7 per cento del PIL; una quota
francamente modesta. Pessima invece la qualità della spesa e
gravissime le inefficienze nella gestione dei fondi e nei
meccanismi tecnico-amministrativi.
Il disegno delineato dalla legislazione straordinaria non
ha conseguito i risultati auspicati, anche per l'incapacità
degli enti dell'intervento straordinario a trovare elementi di
raccordo e di dialogo con le amministrazioni dello Stato e con
gli altri enti interessati nella fase di programmazione,
decisionale e di monitoraggio degli interventi.
Come sottolinea opportunamente la Corte dei conti nella
relazione 1992 sul Rendiconto generale dello Stato, "gli
investimenti assunti con l'intervento straordinario hanno
sovente denotato un carattere sostitutivo e non realmente
aggiuntivo rispetto agli obiettivi e alle risorse proprie
delle gestioni ordinarie". Tardiva, e insufficiente, è stata
la costituzione e l'attivazione delle procedure e degli organi
previsti dalla legge 1^ marzo 1986, n. 64. I piani annuali di
attuazione dei programmi triennali sono stati avviati con
grave ritardo. E le procedure di programmazione e di
coordinamento, che coinvolgevano direttamente le regioni e gli
enti locali, hanno evidenziato ritardi e insufficienze. Del
tutto insoddisfacente è stata la messa a punto di documenti
finanziari e di bilancio in relazione all'allocazione annuale
delle risorse, e la stessa attività di vigilanza "a valle"
sull'operato degli organismi statali competenti e sui tempi di
realizzazione degli interventi contenuti nei documenti
programmatici, nei piani di settore e nelle leggi pluriennali
è stata del tutto carente. Né il CIPE né il Ministero per gli
interventi straordinari nel Mezzogiorno, di fronte alle
inadempienze e ai ritardi delle amministrazioni pubbliche
interessate, hanno adottato misure integrative o
sostitutive.
Anche il principio della cosiddetta "riserva" (che
vincolava il 40 per cento delle risorse stanziate per spese di
investimento) non ha trovato concreta applicazione, sia per le
interpretazioni restrittive seguite in sede operativa (che ne
hanno di fatto limitato la dimensione quantitativa) sia per
l'assenza di programmazione e di coordinamento tra i diversi
soggetti responsabili dell'intervento.
In definitiva, l'ex Cassa per il Mezzogiorno ha assorbito
un volume consistente di risorse, senza peraltro conseguire
apprezzabili risultati, sia sotto il profilo
dell'emancipazione economica dei territori sia dal punto di
vista del miglioramento delle condizioni di vita delle
popolazioni.
Negli altri "mezzogiorni d'Europa" si è fatto di più e
meglio. Tra il 1985 e il 1990 il prodotto per abitante in
Portogallo, Irlanda e Spagna è stato superiore alla media CEE,
mentre nelle regioni meridionali italiane è stato
sensibilmente inferiore. Così come inferiore è stato, rispetto
a questi Paesi, il tasso di investimenti, di provenienza
pubblica e privata.
Con l'approvazione della legge 19 dicembre 1992, n. 488, e,
successivamente, con l'emanazione del decreto legislativo 3
aprile 1993, n. 96 (che ha consentito di evitare la
consultazione referendaria) si è chiuso definitivamente
l'intervento straordinario in favore delle regioni del
Mezzogiorno.
In particolare la citata legge n. 488 del 1992 ha disposto,
a decorrere dal 1^ maggio 1993, la soppressione del
Dipartimento e dell'Agenzia per il Mezzogiorno, organi
preposti all'intervento straordinario. L'insieme delle
competenze e delle funzioni prima svolte da organismi ad
hoc spetta ora alle amministrazioni ordinarie dello Stato,
a seguito dell'adozione di uno o più decreti legislativi
delegati.
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L'azione delle amministrazioni non sarà indirizzata
specificatamente allo sviluppo del Mezzogiorno, ma a tutte le
aree depresse dell'intero territorio nazionale (senza
distinzione tra aree "a ritardo di sviluppo" e zone "di
declino industriale") coerentemente con la politica regionale,
strutturale e di coesione economica promossa dalla Comunità
europea.
Cessate le leggi eccezionali per il Mezzogiorno, molte cose
restano ancora da fare.
L'articolo 4 del citato decreto legislativo n. 96 del 1993
prevede la creazione di un "osservatorio delle politiche
regionali" istituito presso il Ministero del bilancio e della
programmazione economica, con il compito di verificare
l'andamento e l'efficacia delle politiche in favore delle aree
depresse. E' disposta inoltre un'attività di costante
monitoraggio sull'erogazione degli incentivi e delle
agevolazioni, sulla realizzazione degli interventi
infrastrutturali e di formazione e sull'evoluzione della
qualità dei servizi pubblici nelle aree depresse, nel rispetto
delle normative comunitarie ed internazionali in merito allo
standard degli interventi realizzati.
Il passaggio dal regime di intervento straordinario a
quello ordinario delineato dalla citata legge n. 488 del 1992
e dal decreto legislativo n. 96 del 1993, solleva complesse
problematiche di natura finanziaria, amministrativa e
gestionale, anche in considerazione della necessità di
trasferire agli enti competenti le opere avviate dalla ex
Cassa per il Mezzogiorno, molte delle quali ancora non
completate.
Per questo, per la necessità di "fare chiarezza" e di
procedere ad una rapida ed efficace gestione transitoria delle
risorse sorge il problema di ricostruire in modo sintetico e
conclusivo l'operato e i risultati delle leggi eccezionali per
il Mezzogiorno, anche allo scopo di evitare errori ed
inadempienze del passato.
La presente proposta di legge chiede la costituzione di una
Commissione parlamentare di inchiesta, ai sensi dell'articolo
82 della Costituzione, per la verifica dei risultati degli
interventi disposti dalla leg-
ge n. 64 del 1986, nonché dell'ammontare, della destinazione
e dell'impiego dei finanziamenti erogati dallo Stato e dalla
Comunità europea a favore del Mezzogiorno. La Commissione,
composta da quindici senatori e da quindici deputati, nominati
dai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei
deputati in modo da rispettare il criterio della
proporzionalità tra i gruppi parlamentari, è incaricata di
ricostruire, a partire dal 1986:
la conformità dei risultati alle risorse impiegate;
l'ammontare complessivo dei finanziamenti destinati dalla
Comunità europea alle aree del Mezzogiorno per qualsiasi tipo
di intervento ed a qualsiasi titolo, a far data dal 1986;
l'operato degli organi dello Stato, delle regioni, dei
comuni, degli enti, degli organismi a partecipazione pubblica
e dei privati incaricati di gestire le risorse stanziate dalle
leggi eccezionali e di rispettare le finalità enunciate dalla
legge n. 64 e dalle altre disposizioni legislative in
materia;
lo stato di attuazione dei piani e dei programmi previsti
dall'intervento straordinario;
i criteri seguiti per la concessione, la ripartizione e
l'utilizzazione delle somme erogate dallo Stato e dalla
Comunità europea a qualsiasi titolo a favore delle aree del
Mezzogiorno;
l'ammontare delle risorse finanziarie effettivamente
erogate e di quelle concretamente impiegate rispetto a quelle
programmate;
la destinazione e l'impiego dei fondi inutilizzati nel
Mezzogiorno e le cause che ne hanno determinato l'impiego per
altre finalità o la distrazione a favore di altre aree del
Paese;
la valutazione qualitativa e quantitativa degli
interventi e delle opere di risanamento, ricostruzione e
sviluppo previsti dalla legge n. 64 e dei relativi effetti
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sull'assetto del territorio, sulla salvaguardia dell'ambiente,
sulla situazione urbanistica, sullo sviluppo socio-economico,
sull'accrescimento dei livelli di produttività economica, sul
riequilibrio territoriale interno,
sulla valorizzazione delle risorse locali, sul benessere
delle popolazioni; anche tenendo conto del contributo dei
singoli interventi al superamento del divario tra il nord e il
sud del Paese.
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