| Onorevoli Colleghi! -- Quando Quintino Sella rimise in
sesto le finanze della nostra Italia risorgimentale venne
soprannominato il "Ministro della lesina". Fu una lesina
applicata sulle spese dello Stato ed ebbe l'intelligenza e
l'acuta percezione del buon senso di non colpire, o
condizionare, beni ed attività che producevano ricchezza.
I suoi epigoni - i nostri Ministri - seguono invece la
strada opposta: non praticano la lesina sulle spese dello
Stato, e per ridurre le cifre in rosso ricorrono, non dico ad
una sola, ma certamente ad una prevalente "ricetta": quella di
aggredire con imposizioni di tutti i generi qualsiasi cosa
produca reddito e ricchezza.
Inoltre per i nostri amministratori sembra essere
incomprensibile che la ricchezza di uno Stato consista anche
in beni che,
nella loro staticità, consacrata dal tempo che li
capitalizza, sembrano non produrre reddito. Osservazioni,
queste nostre, che diventano chiare pensando ai beni
culturali. Infatti, una cattedrale, un Tiziano, un Donatello,
un Michelangelo, una rocca, una città, sia essa Venezia o
Cortona, Firenze o Pienza, per i nostri amministratori hanno,
sì, un valore, ma siccome non producono visibilmente un
reddito diretto, qualsiasi impegno finanziario per mantenerli
viene considerato una passività per lo Stato - e qui funziona
la "lesina" - e non anche un investimento.
Diceva giustamente il Ministro Ronchey in una intervista
concessa al Giornale nel settembre del 1992, che era
arrivato il momento "di riflettere su quello che i beni
culturali rappresentano per il nostro Paese.
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Non abbiamo materie prime, siamo relativamente poveri di
tecnologie e produttività. In compenso calpestiamo il più
ricco giacimento di beni culturali del mondo, viviamo in un
concentrato di monumenti, chiese, castelli, dimore storiche
che qualcuno ha calcolato rappresentare la metà del patrimonio
mondiale e si domandava se era logico che lo Stato vi
dedicasse lo 0,21 per cento del proprio bilancio".
Ma noi, qui, sviluppiamo un'altra considerazione: quanta
parte di questo enorme ed incontestabile patrimonio è
proprietà di privati cittadini?
Non lo sappiamo esattamente, ma certamente una fascia di
notevole consistenza. Sono case patrizie, sono collezioni
d'ogni genere e d'ogni tipo, organizzate anche a gallerie, a
musei - basti pensare al Palazzo Doria Pamphili ed ai tesori
che racchiude - sono biblioteche con incunaboli, manoscritti,
edizioni rare, raccolte numismatiche, sono archivi, stampe,
quadri, oggetti di valore storico e quanto altro si voglia.
Ebbene, il privato provvede in proprio alla manutenzione,
alla custodia, a interventi ordinari e straordinari, con spese
di miliardi di lire ogni anno, dirette a salvaguardare
certamente un interesse privato, ma purtuttavia, al fine di
tutelare un patrimonio che è parte integrante ed inscindibile
di quei beni culturali che sono il vanto (o dovrebberlo
esserlo) della nostra Nazione, e che gli altri Paesi ci
invidiano.
A questi privati, che si assumono in proprio tante spese,
lo Stato, sino all'entrata in vigore del decreto-legge 19
settembre 1992, n. 384, convertito, con modificazioni, dalla
legge 14 novembre 1992, n. 438, consentiva di dedurre tali
oneri dal reddito complessivo ai fini dell'imposta dovuta
dalle persone fisiche. Provvedimento senz'altro equo ma ora
evidentemente ritenuto iniquo dai nostri attuali
amministratori che, con una formula tecnicamente perfetta e,
come tutte le cose troppo perfette, comprensibile solamente a
qualche "super esperto" addetto ai lavori, lo hanno
fondamentalmente modificato.
Infatti l'articolo 10 del decreto-legge n. 384 era stato
così formulato: "Ai fini dell'imposta sul reddito delle
persone fisiche, per gli oneri di cui all'articolo 10, comma
1, lettere b- bis), c), d), e), f), g), m), o), p)
ed r) del testo unico delle imposte sui redditi (...)
è riconosciuta in luogo della deduzione, una detrazione
d'imposta nella misura del 27 per cento degli oneri stessi"
che viene poi ridotta al 22 ed al 10 per cento "per la parte
in cui l'ammontare dei predetti oneri eccede la differenza tra
il reddito complessivo, al netto degli oneri diversi da quelli
sopra indicati, e il limite superiore rispettivamente del
secondo e del primo scaglione di reddito". Più chiaro di
così!
A parte la delizia di questa ermeneutica, sono quelle due
innocenti lettere o) e p) che ci interessano,
poiché, parlando da persone semplici, stanno a significare -
la lettera o) - che le spese effettivamente a carico dei
privati, sostenute per la manutenzione, la protezione ed il
restauro, non sono più integralmente deducibili, ma solamente
- e per le quote sopra indicate - detraibili, come
analogamente previsto per le erogazioni in danaro - lettera
p) - a favore di enti (a cominciare dallo stesso Stato)
che svolgano o promuovano attività di studio, di ricerca, di
documentazione di rilevante valore culturale ed artistico ai
fini dell'acquisto, della manutenzione, del restauro di beni
culturali.
In tal modo, il beneficio di cui godeva il privato è stato
trasformato in un onere che va dal 63 al 90 per cento (parte
non deducibile) delle spese effettivamente sostenute.
Onorevoli Colleghi! Mi sembra che una situazione del
genere, oltre a colpire i privati che hanno il torto di essere
proprietari di beni culturali, dimostri anche lo scollamento
esistente fra i nostri organi amministrativi, poiché non credo
che su questo problema sia stato chiesto il preventivo parere
del Ministro Ronchey il quale, senz'altro, si sarebbe
opposto.
Per questi motivi riteniamo, a salvaguardia di quello che
ancora si può salvare del nostro patrimonio dei beni
culturali, che gli onorevoli colleghi vorranno con il loro
voto sostenere questo grido di allarme.
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