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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


4373
DDL0335-0002
Progetto di legge Camera n. 335 - testo presentato - (DDL12-335)
(suddiviso in 5 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C335. TESTIPDL
...C335.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC335 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- Quando Quintino Sella rimise in
  sesto le finanze della nostra Italia risorgimentale venne
  soprannominato il "Ministro della lesina".  Fu una lesina
  applicata sulle spese dello Stato ed ebbe l'intelligenza e
  l'acuta percezione del buon senso di non colpire, o
  condizionare, beni ed attività che producevano ricchezza.
    I suoi epigoni - i nostri Ministri - seguono invece la
  strada opposta: non praticano la lesina sulle spese dello
  Stato, e per ridurre le cifre in rosso ricorrono, non dico ad
  una sola, ma certamente ad una prevalente "ricetta": quella di
  aggredire con imposizioni di tutti i generi qualsiasi cosa
  produca reddito e ricchezza.
    Inoltre per i nostri amministratori sembra essere
  incomprensibile che la ricchezza di uno Stato consista anche
  in beni che,
  nella loro staticità, consacrata dal tempo che li
  capitalizza, sembrano non produrre reddito.  Osservazioni,
  queste nostre, che diventano chiare pensando ai beni
  culturali.  Infatti, una cattedrale, un Tiziano, un Donatello,
  un Michelangelo, una rocca, una città, sia essa Venezia o
  Cortona, Firenze o Pienza, per i nostri amministratori hanno,
  sì, un valore, ma siccome non producono visibilmente un
  reddito diretto, qualsiasi impegno finanziario per mantenerli
  viene considerato una passività per lo Stato - e qui funziona
  la "lesina" - e non anche un investimento.
    Diceva giustamente il Ministro Ronchey in una intervista
  concessa al  Giornale  nel settembre del 1992, che era
  arrivato il momento "di riflettere su quello che i beni
  culturali rappresentano per il nostro Paese.
 
                               Pag. 2
 
  Non abbiamo materie prime, siamo relativamente poveri di
  tecnologie e produttività.  In compenso calpestiamo il più
  ricco giacimento di beni culturali del mondo, viviamo in un
  concentrato di monumenti, chiese, castelli, dimore storiche
  che qualcuno ha calcolato rappresentare la metà del patrimonio
  mondiale e si domandava se era logico che lo Stato vi
  dedicasse lo 0,21 per cento del proprio bilancio".
    Ma noi, qui, sviluppiamo un'altra considerazione: quanta
  parte di questo enorme ed incontestabile patrimonio è
  proprietà di privati cittadini?
    Non lo sappiamo esattamente, ma certamente una fascia di
  notevole consistenza.  Sono case patrizie, sono collezioni
  d'ogni genere e d'ogni tipo, organizzate anche a gallerie, a
  musei - basti pensare al Palazzo Doria Pamphili ed ai tesori
  che racchiude - sono biblioteche con incunaboli, manoscritti,
  edizioni rare, raccolte numismatiche, sono archivi, stampe,
  quadri, oggetti di valore storico e quanto altro si voglia.
    Ebbene, il privato provvede in proprio alla manutenzione,
  alla custodia, a interventi ordinari e straordinari, con spese
  di miliardi di lire ogni anno, dirette a salvaguardare
  certamente un interesse privato, ma purtuttavia, al fine di
  tutelare un patrimonio che è parte integrante ed inscindibile
  di quei beni culturali che sono il vanto (o dovrebberlo
  esserlo) della nostra Nazione, e che gli altri Paesi ci
  invidiano.
    A questi privati, che si assumono in proprio tante spese,
  lo Stato, sino all'entrata in vigore del decreto-legge 19
  settembre 1992, n. 384, convertito, con modificazioni, dalla
  legge 14 novembre 1992, n. 438, consentiva di dedurre tali
  oneri dal reddito complessivo ai fini dell'imposta dovuta
  dalle persone fisiche.  Provvedimento senz'altro equo ma ora
  evidentemente ritenuto iniquo dai nostri attuali
  amministratori che, con una formula tecnicamente perfetta e,
  come tutte le cose troppo perfette, comprensibile solamente a
  qualche "super esperto" addetto ai lavori, lo hanno
  fondamentalmente modificato.
    Infatti l'articolo 10 del decreto-legge n. 384 era stato
  così formulato: "Ai fini dell'imposta sul reddito delle
  persone fisiche, per gli oneri di cui all'articolo 10, comma
  1, lettere  b- bis),  c), d), e), f), g), m), o), p)
  ed  r)  del testo unico delle imposte sui redditi (...)
  è riconosciuta in luogo della deduzione, una detrazione
  d'imposta nella misura del 27 per cento degli oneri stessi"
  che viene poi ridotta al 22 ed al 10 per cento "per la parte
  in cui l'ammontare dei predetti oneri eccede la differenza tra
  il reddito complessivo, al netto degli oneri diversi da quelli
  sopra indicati, e il limite superiore rispettivamente del
  secondo e del primo scaglione di reddito".  Più chiaro di
  così!
    A parte la delizia di questa ermeneutica, sono quelle due
  innocenti lettere  o)  e  p)  che ci interessano,
  poiché, parlando da persone semplici, stanno a significare -
  la lettera  o)  - che le spese effettivamente a carico dei
  privati, sostenute per la manutenzione, la protezione ed il
  restauro, non sono più integralmente deducibili, ma solamente
  - e per le quote sopra indicate - detraibili, come
  analogamente previsto per le erogazioni in danaro - lettera
  p)  - a favore di enti (a cominciare dallo stesso Stato)
  che svolgano o promuovano attività di studio, di ricerca, di
  documentazione di rilevante valore culturale ed artistico ai
  fini dell'acquisto, della manutenzione, del restauro di beni
  culturali.
    In tal modo, il beneficio di cui godeva il privato è stato
  trasformato in un onere che va dal 63 al 90 per cento (parte
  non deducibile) delle spese effettivamente sostenute.
    Onorevoli Colleghi!  Mi sembra che una situazione del
  genere, oltre a colpire i privati che hanno il torto di essere
  proprietari di beni culturali, dimostri anche lo scollamento
  esistente fra i nostri organi amministrativi, poiché non credo
  che su questo problema sia stato chiesto il preventivo parere
  del Ministro Ronchey il quale, senz'altro, si sarebbe
  opposto.
    Per questi motivi riteniamo, a salvaguardia di quello che
  ancora si può salvare del nostro patrimonio dei beni
  culturali, che gli onorevoli colleghi vorranno con il loro
  voto sostenere questo grido di allarme.
 
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