| Onorevoli Colleghi! -- La grave e marcatissima crisi
demografica che si sta verificando in Italia ormai da parecchi
anni, a causa di una preoccupante diminuzione delle nascite
(il nostro è il Paese del mondo in cui nascono meno figli in
assoluto), evidenzia la necessità e l'urgenza di elaborare un
progetto ampio ed organico di politica della popolazione, di
cui è parte una politica della natalità.
E' nota la ritrosia delle democrazie occidentali, timorose
di evocare i fantasmi di improponibili ed anacronistiche
politiche di potenza o di intromettersi nelle scelte di vita
individuali, ad affrontare il problema del calo demografico.
Tuttavia, poiché avere o non avere un figlio non è solo un
fatto privato, ma è cosa che riguarda la società intera, lo
Stato ha il dovere, prima ancora che il diritto, di farsi
carico dei problemi inerenti alla procreazione. Lo Stato
infatti non esaurisce la sua funzione
solo in relazione ai cittadini attualmente esistenti, ma deve
pensare ed agire per la tutela e l'interesse delle generazioni
future.
Non è difficile capire quali siano le pericolose
conseguenze della denatalità. Esse vanno dallo squilibrio dei
rapporti tra le varie fasce d'età della popolazione
all'"anzianizzazione", dall'aumento dei costi per la
previdenza e per l'assistenza sociale e sanitaria al richiamo
massiccio di mano d'opera straniera. Ma il rischio più grande
è che nel lungo periodo possa addirittura estinguersi la
Nazione italiana. E allora, dal momento che la primissima
funzione dello Stato è quella di garantire l'esistenza e
l'identità dei propri cittadini, sia presenti sia futuri,
risulta chiaro quanto sia necessario ed urgente porre mano ad
un intervento legislativo organico finalizzato a realizzare
una saggia politica della popolazione che riesca, in termini
di tempo ragionevoli, ad invertire l'attuale
Pag. 2
tendenza alla denatalità, riportando ad una situazione di
equilibrio demografico prima che gli effetti negativi del calo
delle nascite conducano ad un punto di non ritorno.
La situazione nel mondo.
Secondo le attuali teorie, le dinamiche demografiche delle
popolazioni del nostro pianeta sono caratterizzate da una fase
"pre-transizionale", durante la quale la quantità della
popolazione è stabile, con alti tassi di nascite e morti, da
una fase "post-transizionale", contrassegnata da tassi di
natalità e mortalità molto bassi, e da una fase
"transizionale", di passaggio appunto tra le due suddette.
La fase di transizione non è iniziata ovviamente
dappertutto nello stesso momento essendo condizionata da molte
variabili di natura culturale ed economica.
E' così che, per esempio, nella maggior parte dell'Africa,
in Iran, in Afghanistan e nella Penisola Arabica è già
avvenuto il declino delle morti, ma non ancora quello delle
nascite, che invece è già in atto in Paesi come l'India, la
Turchia ed il Marocco.
Cina, Indonesia, Brasile e Messico, dopo il boom
delle nascite degli ultimi decenni, sono già in via di
stabilizzazione. L'Europa, il Nord America, l'ex URSS, il
Giappone e l'Australia sono nell'ultima fase di
transizione.
La situazione europea è caratterizzata da una
stabilizzazione delle popolazioni di Francia, Olanda e Gran
Bretagna, mentre Italia, Germania e Spagna sono in continua
diminuzione numerica.
In Italia.
L'Italia è ormai in una fase "posttransizionale", in quanto
la natalità è diminuita al punto da compromettere l'equilibrio
stesso della popolazione.
All'inizio degli anni '90 il tasso di fecondità italiano è
di 1,3 figli per donna: il più basso del mondo, con i capi
estremi in Liguria (0,9) e Campania (1,8).
Secondo gli studi demografici, con l'attuale tendenza, la
popolazione italiana per i prossimi venti anni si stabilizzerà
sui 5657 milioni, poi precipiterà e, a metà del prossimo
secolo, calerà a 40 milioni.
Tale processo non avverrà con gli stessi tempi per tutte le
regioni: Liguria ed Emilia sono destinate prima delle altre
alla scomparsa a lungo termine.
L'anzianizzazione.
La prima e macroscopica conseguenza della diminuzione delle
nascite è l'anzianizzazione. Oggi in Italia gli anziani sono
il 14 per cento della popolazione; nel 2010 saranno il 19 per
cento e nel 2040 il 30 per cento. All'anzianizzazione della
società è strettamente connesso un altro dato destinato a
segnare pericolosamente la società dei prossimi decenni: il
"tasso di dipendenza", ovvero il rapporto tra popolazione
attiva e popolazione passiva. Così, se oggi cento persone
attive mantengono trentuno anziani, nel 2040 cento persone
attive ne dovranno mantenere settantaquattro, con un onere
sull'economia, sul sistema previdenziale e su quello sanitario
evidentemente insostenibile.
Condizionamenti.
In Italia, come nel resto d'Europa, la diminuzione della
fecondità è da attribuire al fatto che la coppia, nella
società d'oggi, non è incentivata ad avere figli perché
mancano sia le gratificazioni morali che quelle materiali. Il
calo demografico infatti è la conseguenza di una certa cultura
materialistica ed edonistica, ma anche e soprattutto di
condizionamenti sociali ed economici, che oggi penalizzano chi
ha figli.
Anche la diminuzione dei matrimoni influisce sul calo della
fecondità poiché nella società italiana restano piuttosto rare
le nascite fuori dal matrimonio.
Pag. 3
C'è inoltre da rilevare che la legislazione italiana negli
ultimi quarantacinque anni ha di fatto penalizzato la famiglia
con figli in quanto detrazioni fiscali ed assegni familiari
sono inconsistenti in rapporto ai costi reali.
A tale proposito, a titolo d'esempio, si deve rilevare
come, nel 1989, solo il 37 per cento dei 19.000 miliardi di
lire versati dai lavoratori dipendenti alla cassa unica per
gli assegni familiari sia stato redistribuito alle famiglie, a
dimostrazione di quanto poco oggi si tenga conto della
famiglia e delle sue esigenze.
E' insomma un dato di fatto che in Italia oggi una coppia
che vuole avere figli è svantaggiata ed a tale proposito
esiste un dato ISTAT che rileva come il tenore di vita di una
famiglia scenda all'aumentare del numero dei figli.
Donna e lavoro.
A queste considerazioni si deve aggiungere che il diritto
al lavoro delle donne cozza pesantemente con il diritto ad
avere figli. Si pensi che solo il 10 per cento delle
lavoratrici è occupato part-time, orario che
notoriamente riesce a favorire l'armonizzazione tra l'attività
lavorativa e quella di madre. A tale proposito l'Italia deve
fare ancora molto rispetto ad altri Stati europei: in Francia,
infatti, il 24 per cento delle lavoratrici gode del
part-time; in Germania il 30 per cento; in Gran Bretagna
il 44 per cento ed in Olanda il 57 per cento.
Esiste inoltre una mancanza di adeguamento degli orari di
lavoro con quelli di asili, scuole e negozi, che penalizza
ulteriormente la donna lavoratrice che vuole essere anche
madre, tanto che c'è una relazione inversa tra indici
lavorativi della donna e tasso di fecondità.
Casa.
Anche l'errata e miope politica immobiliare (equo canone)
dei Governi che si sono finora succeduti ha influito
negativamente sia sulla formazione di nuclei familiari sia
sulla decisione di avere nuovi figli, a causa delle note
difficoltà di reperire nuove abitazioni su un mercato bloccato
per tanti anni.
C'è anche da dire che l'onere dell'acquisto di una casa è
pure un disincentivo ad avere figli.
Politica fiscale.
Anche la politica fiscale attuata negli ultimi decenni non
è stata certo di incoraggiamento alla natalità.
Tra il 1982 ed il 1991 per i redditi da lavoro dipendente è
più che dimezzato il beneficio riconosciuto al lavoratore con
moglie e figli a carico. Infatti, se si considera 100 il
reddito del lavoratore con a carico il solo coniuge, quello
con coniuge e due figli a carico è passato da 111 (nel 1982) a
105 (nel 1991). Va da sé che una politica fiscale che non solo
non è di incentivo, ma è addirittura di ostacolo alla natalità
deve essere anch'essa modificata alla luce dell'emergenza
demografica.
Immigrazione.
C'è inoltre da notare che il progressivo decremento
demografico rende il fenomeno dell'immigrazione sempre più
pericoloso per gli equilibri sociali dell'Italia in
particolare e dell'Europa in generale. Oggi la popolazione
straniera presente in Europa ammonta a 7 milioni di immigrati
extraeuropei. La potenziale destabilizzazione sociale, specie
se vista nella prospettiva di qualche decennio, è molto
maggiore di quanto non riveli il numero degli immigrati
attualmente presenti. Infatti, essi appartengono per la quasi
totalità ad una fascia di popolazione adulta ad elevato tasso
di fecondità, fatto, questo, destinato a creare ulteriori
squilibri sociali. La politica demografica che si deve attuare
è una politica di lungo periodo, che deve essere supportata da
un'azione culturale di ampio respiro che travalica i confini
nazionali.
Pag. 4
Interesse individuale e interesse collettivo.
In una società dove viene dato sempre più spazio
all'economia a scapito dei valori, bisogna ritornare ad una
visione politica organica affinché l'interesse particolare e
l'immediato non compromettano irrimediabilmente il futuro
della Nazione di cui facciamo tutti parte, compresi coloro che
ritengono di non dover sopportare alcun sacrificio per le
generazioni future.
Costoro, che oggi in nome dell'utile economico immediato
raccolgono consensi, frutto di demagogia e qualunquismo, tra i
loro progetti mettano anche in conto il tracollo irreversibile
che subirà il sistema economico italiano quando un terzo della
popolazione dovrà mantenere gli altri due terzi, vecchi e
deboli. Ma, poiché, se esistono interessi individuali,
esistono anche interessi della società, che balzano all'occhio
nello specifico campo della natalità, lo Stato ha il
diritto-dovere di armonizzare queste due sfere di interessi,
in modo che le scelte delle famiglie non siano di danno alla
collettività - presente e futura - e che le esigenze della
società non condizionino negativamente quelle delle coppie.
Lo Stato ha il dovere di gestire non solo il presente, ma
anche di preparare il futuro; perciò deve definire una seria
politica demografica indicando gli obiettivi a medio e lungo
termine ed i mezzi per il loro conseguimento.
Orientamento alla famiglia.
Ciò non dovrebbe essere un problema perché, secondo dati
statistici affidabili, gli italiani, nonostante tutto, sono
ancora ben orientati verso la famiglia ed i figli.
Secondo uno studio della professoressa Palomba del
Consiglio nazionale delle ricerche, "Il figlio è per tutti
l'unico legame certo e durevole che abbiamo nella vita. In un
periodo in cui il rapporto matrimoniale si fa più instabile,
almeno in linea tendenziale, perdendo il requisito di
indissolubilità e diventando una possibile fonte di
insicurezza, in una società in cui i termini di riferimento si
fanno sfumati e aumentano le fonti di incertezza, il legame di
sangue resta l'unico su cui contare: la famiglia, i figli, la
tradizione italiana che esalta i legami fra generazioni sono
ben lontani dall'essere scomparsi".
Se anche gli italiani oggi sentono i figli più come una
gratificazione personale che come un dovere sociale, essi
risultano avere un modello ideale di fecondità ben superiore a
quello poi attuato nella realtà. Questo divario tra il numero
ideale di figli e il numero di quelli poi avuti in realtà
dimostra che esistono dei freni che possono essere rimossi.
Utilità dell'intervento sociale.
Se allora non vi sono grosse barriere psicologiche ad una
politica della popolazione e ad una campagna pro-natalista si
deve dedurre che interventi di tipo sociale, economico e
fiscale possono incidere positivamente su un incremento della
fecondità. A tale proposito è illuminante l'esempio della
Svezia dove, prima che in altri Paesi europei, s'era
verificato un crollo delle nascite e dove sono stati presi
provvedimenti di carattere economico e sociale a favore della
natalità; in quel Paese, tra il 1983 ed il 1987, il tasso di
fecondità è passato da 1,61 a 1,84 e nel 1988 s'è avvicinato a
2, vicinissimo alla quota di 2,1, che garantisce un perfetto
ricambio della popolazione; fatto che dimostra in maniera
sufficientemente chiara come possa essere utile una politica
della natalità.
Ma anche quanto è stato fatto nella vicina Francia
nell'ambito di una politica pro-natalista dimostra che un
intervento legislativo di incoraggiamento alla procreazione ha
effetti positivi. Infatti, proprio le donne francesi, che
negli ultimi due secoli erano state le meno feconde della
storia, hanno fatto aumentare il tasso di fecondità, portando
ad una stabilizzazione della popolazione.
Pag. 5
Terzo figlio.
I demografi ritengono che oggi in Italia per invertire la
tendenza alla denatalità e per ottenere un riequilibrio della
popolazione bisogna far risalire il tasso di fecondità ad un
livello di 1,7-1,8 figli per donna (il livello di sostituzione
è - come già rilevato - di 2,1), mentre oggi il tasso è di
1,3. Poiché è provato che per una coppia è più facile avere il
terzo figlio che il secondo od il primo, essi ritengono più
efficace, al fine di un incremento della natalità, puntare sul
"terzo figlio". Per ottenere quindi un buon risulato
bisognerebbe che il 25-30 per cento delle donne avessero un
terzo figlio. Cosa di non semplice attuazione, se si considera
che conditio sine qua non per avere un terzo figlio è
averne già due e che, ad esempio, nell'Italia del nord il 68
per cento delle donne a trentacinque anni ha uno o zero figli
e che solo il 28 per cento ne ha due. E' pertanto necessario,
nel predisporre uno strumento legislativo in favore della
natalità, tenere conto di questa indicazione.
L'intervento economico in favore dei figli dev'essere
graduato in base all'ordine di nascita e centrato sul terzo
figlio in particolare, in quanto, secondo i demografi, è sul
terzo figlio che si deve puntare per riequilibrare l'attuale
deficit di nascite: verranno pertanto corrisposte
200.000 lire al mese per il primo e per il secondo figlio fino
al compimento del terzo anno di età e 500.000 lire per il
terzo figlio, qualunque sia il reddito familiare.
Centralità della famiglia.
C'è poi da considerare che una politica della popolazione
ad ampio respiro deve tenere conto del ruolo centrale che la
famiglia va riassumendo per supplire a tutte le carenze della
sfera pubblica, soprattutto nel campo della sicurezza sociale.
E' notorio che è nell'ambito della famiglia che viene attuato
il miglior servizio di custodia dei figli, e, in tema di
anzianizzazione della società, è altrettanto noto che è sempre
al suo interno che si può attuare il miglior servizio di
assistenza per le persone anziane e per quelle svantaggiate,
offrendo loro cura, sicurezza ed affetto. E' ancora
all'interno della famiglia che si può restituire ai nonni quel
ruolo che hanno avuto da sempre di custodi saggi e di
educatori.
Un'accorta e lungimirante politica della popolazione
centrata sulla famiglia potrà, nel giro di qualche decennio,
sollevare le strutture pubbliche da molte spese inerenti
all'assistenza sociale e sanitaria degli anziani.
E' comunque necessario ampliare, migliorare ed incrementare
il servizio degli asili nido e delle scuole materne,
razionalizzandone gli orari ed incentivando, attraverso
opportune detassazioni, la creazione di asili finanziati dai
datori di lavoro.
Part-time.
Uno dei principali ostacoli alla maternità è indubbiamente
la difficile armonizzazione tra il lavoro della donna ed il
suo ruolo di madre. E dal momento che al giorno d'oggi è
impensabile centrare una politica della natalità su una figura
femminile racchiusa tra le pareti domestiche, si deve
senz'altro intervenire su tutta la complessa sfera dei
rapporti tra donna, lavoro, strutture di custodia dei figli,
scuola ed ambiente esterno. Fondamentali, a questo proposito,
sono l'incremento e l'incoraggiamento del part-time
attraverso la fiscalizzazione degli oneri contributivi.
Lavoro e maternità.
Le agevolazioni in caso di maternità, pur essendo utili,
sono poca cosa rispetto ad un problema qual è la nascita di un
figlio, tanto importante, sia per la famiglia che per la
società, da dover comportare cinque o sei anni di congedo e
non qualche settimana o qualche mese.
Pag. 6
Ciò oggi può realisticamente essere preso in seria
considerazione per il fatto che la vita media della donna
supera quella dell'uomo di sei-sette anni, periodo che
potrebbe essere appunto usato, come una sorta di pensionamento
anticipato, per le maternità. Ove tale forma di
prepensionamento non fosse attuabile per ragioni inerenti al
datore di lavoro o alla lavoratrice, scatterà la nuova
normativa circa il congedo di gravidanza e di maternità, i
quali consisteranno rispettivamente in trenta e seicento
giorni (lo stesso periodo è contemplato nella nuova politica
per la maternità in Germania), totalmente a carico
dell'INPS.
Assegni familiari.
Gli assegni familiari devono assumere una dimensione non
più solo simbolica, ma di reale contributo della società al
mantenimento dei figli fino alla maggiore età.
E' interessante in proposito l'esempio della Francia, dove
si stima che la politica di assegni familiari introdotta nel
1945 abbia determinato un aumento delle nascite intorno al 20
per cento.
Detrazioni fiscali.
Appare infine opportuno stabilire una detrazione fiscale,
ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, sul
reddito da lavoro autonomo di lire 2.400.000 per il primo e
per il secondo figlio e di lire 6.000.000 per il terzo figlio
fino al compimento del terzo anno di età per comprendere anche
i lavoratori autonomi nella politica in favore della
natalità.
Onorevoli colleghi, queste sono le ragioni che hanno
motivato la presentazione di questa proposta di legge che,
attraverso il contributo che le altre forze politiche vorranno
dare nel corso del relativo dibattito, potrà diventare un
utile strumento per una nuova politica della popolazione.
| |