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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


4378
DDL0336-0002
Progetto di legge Camera n. 336 - testo presentato - (DDL12-336)
(suddiviso in 12 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C336. TESTIPDL
...C336.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC336 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- La grave e marcatissima crisi
  demografica che si sta verificando in Italia ormai da parecchi
  anni, a causa di una preoccupante diminuzione delle nascite
  (il nostro è il Paese del mondo in cui nascono meno figli in
  assoluto), evidenzia la necessità e l'urgenza di elaborare un
  progetto ampio ed organico di politica della popolazione, di
  cui è parte una politica della natalità.
    E' nota la ritrosia delle democrazie occidentali, timorose
  di evocare i fantasmi di improponibili ed anacronistiche
  politiche di potenza o di intromettersi nelle scelte di vita
  individuali, ad affrontare il problema del calo demografico.
  Tuttavia, poiché avere o non avere un figlio non è solo un
  fatto privato, ma è cosa che riguarda la società intera, lo
  Stato ha il dovere, prima ancora che il diritto, di farsi
  carico dei problemi inerenti alla procreazione.  Lo Stato
  infatti non esaurisce la sua funzione
  solo in relazione ai cittadini attualmente esistenti, ma deve
  pensare ed agire per la tutela e l'interesse delle generazioni
  future.
    Non è difficile capire quali siano le pericolose
  conseguenze della denatalità.  Esse vanno dallo squilibrio dei
  rapporti tra le varie fasce d'età della popolazione
  all'"anzianizzazione", dall'aumento dei costi per la
  previdenza e per l'assistenza sociale e sanitaria al richiamo
  massiccio di mano d'opera straniera.  Ma il rischio più grande
  è che nel lungo periodo possa addirittura estinguersi la
  Nazione italiana.  E allora, dal momento che la primissima
  funzione dello Stato è quella di garantire l'esistenza e
  l'identità dei propri cittadini, sia presenti sia futuri,
  risulta chiaro quanto sia necessario ed urgente porre mano ad
  un intervento legislativo organico finalizzato a realizzare
  una saggia politica della popolazione che riesca, in termini
  di tempo ragionevoli, ad invertire l'attuale
 
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  tendenza alla denatalità, riportando ad una situazione di
  equilibrio demografico prima che gli effetti negativi del calo
  delle nascite conducano ad un punto di non ritorno.
  La situazione nel mondo.
    Secondo le attuali teorie, le dinamiche demografiche delle
  popolazioni del nostro pianeta sono caratterizzate da una fase
  "pre-transizionale", durante la quale la quantità della
  popolazione è stabile, con alti tassi di nascite e morti, da
  una fase "post-transizionale", contrassegnata da tassi di
  natalità e mortalità molto bassi, e da una fase
  "transizionale", di passaggio appunto tra le due suddette.
    La fase di transizione non è iniziata ovviamente
  dappertutto nello stesso momento essendo condizionata da molte
  variabili di natura culturale ed economica.
    E' così che, per esempio, nella maggior parte dell'Africa,
  in Iran, in Afghanistan e nella Penisola Arabica è già
  avvenuto il declino delle morti, ma non ancora quello delle
  nascite, che invece è già in atto in Paesi come l'India, la
  Turchia ed il Marocco.
    Cina, Indonesia, Brasile e Messico, dopo il  boom
  delle nascite degli ultimi decenni, sono già in via di
  stabilizzazione.  L'Europa, il Nord America, l'ex URSS, il
  Giappone e l'Australia sono nell'ultima fase di
  transizione.
    La situazione europea è caratterizzata da una
  stabilizzazione delle popolazioni di Francia, Olanda e Gran
  Bretagna, mentre Italia, Germania e Spagna sono in continua
  diminuzione numerica.
  In Italia.
    L'Italia è ormai in una fase "posttransizionale", in quanto
  la natalità è diminuita al punto da compromettere l'equilibrio
  stesso della popolazione.
    All'inizio degli anni '90 il tasso di fecondità italiano è
  di 1,3 figli per donna: il più basso del mondo, con i capi
  estremi in Liguria (0,9) e Campania (1,8).
    Secondo gli studi demografici, con l'attuale tendenza, la
  popolazione italiana per i prossimi venti anni si stabilizzerà
  sui 5657 milioni, poi precipiterà e, a metà del prossimo
  secolo, calerà a 40 milioni.
    Tale processo non avverrà con gli stessi tempi per tutte le
  regioni: Liguria ed Emilia sono destinate prima delle altre
  alla scomparsa a lungo termine.
  L'anzianizzazione.
    La prima e macroscopica conseguenza della diminuzione delle
  nascite è l'anzianizzazione.  Oggi in Italia gli anziani sono
  il 14 per cento della popolazione; nel 2010 saranno il 19 per
  cento e nel 2040 il 30 per cento.  All'anzianizzazione della
  società è strettamente connesso un altro dato destinato a
  segnare pericolosamente la società dei prossimi decenni: il
  "tasso di dipendenza", ovvero il rapporto tra popolazione
  attiva e popolazione passiva.  Così, se oggi cento persone
  attive mantengono trentuno anziani, nel 2040 cento persone
  attive ne dovranno mantenere settantaquattro, con un onere
  sull'economia, sul sistema previdenziale e su quello sanitario
  evidentemente insostenibile.
  Condizionamenti.
    In Italia, come nel resto d'Europa, la diminuzione della
  fecondità è da attribuire al fatto che la coppia, nella
  società d'oggi, non è incentivata ad avere figli perché
  mancano sia le gratificazioni morali che quelle materiali.  Il
  calo demografico infatti è la conseguenza di una certa cultura
  materialistica ed edonistica, ma anche e soprattutto di
  condizionamenti sociali ed economici, che oggi penalizzano chi
  ha figli.
    Anche la diminuzione dei matrimoni influisce sul calo della
  fecondità poiché nella società italiana restano piuttosto rare
  le nascite fuori dal matrimonio.
 
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    C'è inoltre da rilevare che la legislazione italiana negli
  ultimi quarantacinque anni ha di fatto penalizzato la famiglia
  con figli in quanto detrazioni fiscali ed assegni familiari
  sono inconsistenti in rapporto ai costi reali.
    A tale proposito, a titolo d'esempio, si deve rilevare
  come, nel 1989, solo il 37 per cento dei 19.000 miliardi di
  lire versati dai lavoratori dipendenti alla cassa unica per
  gli assegni familiari sia stato redistribuito alle famiglie, a
  dimostrazione di quanto poco oggi si tenga conto della
  famiglia e delle sue esigenze.
    E' insomma un dato di fatto che in Italia oggi una coppia
  che vuole avere figli è svantaggiata ed a tale proposito
  esiste un dato ISTAT che rileva come il tenore di vita di una
  famiglia scenda all'aumentare del numero dei figli.
  Donna e lavoro.
    A queste considerazioni si deve aggiungere che il diritto
  al lavoro delle donne cozza pesantemente con il diritto ad
  avere figli.  Si pensi che solo il 10 per cento delle
  lavoratrici è occupato  part-time,  orario che
  notoriamente riesce a favorire l'armonizzazione tra l'attività
  lavorativa e quella di madre.  A tale proposito l'Italia deve
  fare ancora molto rispetto ad altri Stati europei: in Francia,
  infatti, il 24 per cento delle lavoratrici gode del
  part-time;  in Germania il 30 per cento; in Gran Bretagna
  il 44 per cento ed in Olanda il 57 per cento.
    Esiste inoltre una mancanza di adeguamento degli orari di
  lavoro con quelli di asili, scuole e negozi, che penalizza
  ulteriormente la donna lavoratrice che vuole essere anche
  madre, tanto che c'è una relazione inversa tra indici
  lavorativi della donna e tasso di fecondità.
  Casa.
    Anche l'errata e miope politica immobiliare (equo canone)
  dei Governi che si sono finora succeduti ha influito
  negativamente sia sulla formazione di nuclei familiari sia
  sulla decisione di avere nuovi figli, a causa delle note
  difficoltà di reperire nuove abitazioni su un mercato bloccato
  per tanti anni.
    C'è anche da dire che l'onere dell'acquisto di una casa è
  pure un disincentivo ad avere figli.
  Politica fiscale.
    Anche la politica fiscale attuata negli ultimi decenni non
  è stata certo di incoraggiamento alla natalità.
    Tra il 1982 ed il 1991 per i redditi da lavoro dipendente è
  più che dimezzato il beneficio riconosciuto al lavoratore con
  moglie e figli a carico.  Infatti, se si considera 100 il
  reddito del lavoratore con a carico il solo coniuge, quello
  con coniuge e due figli a carico è passato da 111 (nel 1982) a
  105 (nel 1991).  Va da sé che una politica fiscale che non solo
  non è di incentivo, ma è addirittura di ostacolo alla natalità
  deve essere anch'essa modificata alla luce dell'emergenza
  demografica.
  Immigrazione.
    C'è inoltre da notare che il progressivo decremento
  demografico rende il fenomeno dell'immigrazione sempre più
  pericoloso per gli equilibri sociali dell'Italia in
  particolare e dell'Europa in generale.  Oggi la popolazione
  straniera presente in Europa ammonta a 7 milioni di immigrati
  extraeuropei.  La potenziale destabilizzazione sociale, specie
  se vista nella prospettiva di qualche decennio, è molto
  maggiore di quanto non riveli il numero degli immigrati
  attualmente presenti.  Infatti, essi appartengono per la quasi
  totalità ad una fascia di popolazione adulta ad elevato tasso
  di fecondità, fatto, questo, destinato a creare ulteriori
  squilibri sociali.  La politica demografica che si deve attuare
  è una politica di lungo periodo, che deve essere supportata da
  un'azione culturale di ampio respiro che travalica i confini
  nazionali.
 
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  Interesse individuale e interesse collettivo.
    In una società dove viene dato sempre più spazio
  all'economia a scapito dei valori, bisogna ritornare ad una
  visione politica organica affinché l'interesse particolare e
  l'immediato non compromettano irrimediabilmente il futuro
  della Nazione di cui facciamo tutti parte, compresi coloro che
  ritengono di non dover sopportare alcun sacrificio per le
  generazioni future.
    Costoro, che oggi in nome dell'utile economico immediato
  raccolgono consensi, frutto di demagogia e qualunquismo, tra i
  loro progetti mettano anche in conto il tracollo irreversibile
  che subirà il sistema economico italiano quando un terzo della
  popolazione dovrà mantenere gli altri due terzi, vecchi e
  deboli.  Ma, poiché, se esistono interessi individuali,
  esistono anche interessi della società, che balzano all'occhio
  nello specifico campo della natalità, lo Stato ha il
  diritto-dovere di armonizzare queste due sfere di interessi,
  in modo che le scelte delle famiglie non siano di danno alla
  collettività - presente e futura - e che le esigenze della
  società non condizionino negativamente quelle delle coppie.
    Lo Stato ha il dovere di gestire non solo il presente, ma
  anche di preparare il futuro; perciò deve definire una seria
  politica demografica indicando gli obiettivi a medio e lungo
  termine ed i mezzi per il loro conseguimento.
  Orientamento alla famiglia.
    Ciò non dovrebbe essere un problema perché, secondo dati
  statistici affidabili, gli italiani, nonostante tutto, sono
  ancora ben orientati verso la famiglia ed i figli.
    Secondo uno studio della professoressa Palomba del
  Consiglio nazionale delle ricerche, "Il figlio è per tutti
  l'unico legame certo e durevole che abbiamo nella vita.  In un
  periodo in cui il rapporto matrimoniale si fa più instabile,
  almeno in linea tendenziale, perdendo il requisito di
  indissolubilità e diventando una possibile fonte di
  insicurezza, in una società in cui i termini di riferimento si
  fanno sfumati e aumentano le fonti di incertezza, il legame di
  sangue resta l'unico su cui contare: la famiglia, i figli, la
  tradizione italiana che esalta i legami fra generazioni sono
  ben lontani dall'essere scomparsi".
    Se anche gli italiani oggi sentono i figli più come una
  gratificazione personale che come un dovere sociale, essi
  risultano avere un modello ideale di fecondità ben superiore a
  quello poi attuato nella realtà.  Questo divario tra il numero
  ideale di figli e il numero di quelli poi avuti in realtà
  dimostra che esistono dei freni che possono essere rimossi.
  Utilità dell'intervento sociale.
    Se allora non vi sono grosse barriere psicologiche ad una
  politica della popolazione e ad una campagna pro-natalista si
  deve dedurre che interventi di tipo sociale, economico e
  fiscale possono incidere positivamente su un incremento della
  fecondità.  A tale proposito è illuminante l'esempio della
  Svezia dove, prima che in altri Paesi europei, s'era
  verificato un crollo delle nascite e dove sono stati presi
  provvedimenti di carattere economico e sociale a favore della
  natalità; in quel Paese, tra il 1983 ed il 1987, il tasso di
  fecondità è passato da 1,61 a 1,84 e nel 1988 s'è avvicinato a
  2, vicinissimo alla quota di 2,1, che garantisce un perfetto
  ricambio della popolazione; fatto che dimostra in maniera
  sufficientemente chiara come possa essere utile una politica
  della natalità.
    Ma anche quanto è stato fatto nella vicina Francia
  nell'ambito di una politica pro-natalista dimostra che un
  intervento legislativo di incoraggiamento alla procreazione ha
  effetti positivi.  Infatti, proprio le donne francesi, che
  negli ultimi due secoli erano state le meno feconde della
  storia, hanno fatto aumentare il tasso di fecondità, portando
  ad una stabilizzazione della popolazione.
 
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  Terzo figlio.
    I demografi ritengono che oggi in Italia per invertire la
  tendenza alla denatalità e per ottenere un riequilibrio della
  popolazione bisogna far risalire il tasso di fecondità ad un
  livello di 1,7-1,8 figli per donna (il livello di sostituzione
  è - come già rilevato - di 2,1), mentre oggi il tasso è di
  1,3.  Poiché è provato che per una coppia è più facile avere il
  terzo figlio che il secondo od il primo, essi ritengono più
  efficace, al fine di un incremento della natalità, puntare sul
  "terzo figlio".  Per ottenere quindi un buon risulato
  bisognerebbe che il 25-30 per cento delle donne avessero un
  terzo figlio.  Cosa di non semplice attuazione, se si considera
  che  conditio sine qua non  per avere un terzo figlio è
  averne già due e che, ad esempio, nell'Italia del nord il 68
  per cento delle donne a trentacinque anni ha uno o zero figli
  e che solo il 28 per cento ne ha due.  E' pertanto necessario,
  nel predisporre uno strumento legislativo in favore della
  natalità, tenere conto di questa indicazione.
    L'intervento economico in favore dei figli dev'essere
  graduato in base all'ordine di nascita e centrato sul terzo
  figlio in particolare, in quanto, secondo i demografi, è sul
  terzo figlio che si deve puntare per riequilibrare l'attuale
  deficit  di nascite: verranno pertanto corrisposte
  200.000 lire al mese per il primo e per il secondo figlio fino
  al compimento del terzo anno di età e 500.000 lire per il
  terzo figlio, qualunque sia il reddito familiare.
  Centralità della famiglia.
    C'è poi da considerare che una politica della popolazione
  ad ampio respiro deve tenere conto del ruolo centrale che la
  famiglia va riassumendo per supplire a tutte le carenze della
  sfera pubblica, soprattutto nel campo della sicurezza sociale.
  E' notorio che è nell'ambito della famiglia che viene attuato
  il miglior servizio di custodia dei figli, e, in tema di
  anzianizzazione della società, è altrettanto noto che è sempre
  al suo interno che si può attuare il miglior servizio di
  assistenza per le persone anziane e per quelle svantaggiate,
  offrendo loro cura, sicurezza ed affetto.  E' ancora
  all'interno della famiglia che si può restituire ai nonni quel
  ruolo che hanno avuto da sempre di custodi saggi e di
  educatori.
    Un'accorta e lungimirante politica della popolazione
  centrata sulla famiglia potrà, nel giro di qualche decennio,
  sollevare le strutture pubbliche da molte spese inerenti
  all'assistenza sociale e sanitaria degli anziani.
    E' comunque necessario ampliare, migliorare ed incrementare
  il servizio degli asili nido e delle scuole materne,
  razionalizzandone gli orari ed incentivando, attraverso
  opportune detassazioni, la creazione di asili finanziati dai
  datori di lavoro.
  Part-time.
    Uno dei principali ostacoli alla maternità è indubbiamente
  la difficile armonizzazione tra il lavoro della donna ed il
  suo ruolo di madre.  E dal momento che al giorno d'oggi è
  impensabile centrare una politica della natalità su una figura
  femminile racchiusa tra le pareti domestiche, si deve
  senz'altro intervenire su tutta la complessa sfera dei
  rapporti tra donna, lavoro, strutture di custodia dei figli,
  scuola ed ambiente esterno.  Fondamentali, a questo proposito,
  sono l'incremento e l'incoraggiamento del  part-time
  attraverso la fiscalizzazione degli oneri contributivi.
  Lavoro e maternità.
    Le agevolazioni in caso di maternità, pur essendo utili,
  sono poca cosa rispetto ad un problema qual è la nascita di un
  figlio, tanto importante, sia per la famiglia che per la
  società, da dover comportare cinque o sei anni di congedo e
  non qualche settimana o qualche mese.
 
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    Ciò oggi può realisticamente essere preso in seria
  considerazione per il fatto che la vita media della donna
  supera quella dell'uomo di sei-sette anni, periodo che
  potrebbe essere appunto usato, come una sorta di pensionamento
  anticipato, per le maternità.  Ove tale forma di
  prepensionamento non fosse attuabile per ragioni inerenti al
  datore di lavoro o alla lavoratrice, scatterà la nuova
  normativa circa il congedo di gravidanza e di maternità, i
  quali consisteranno rispettivamente in trenta e seicento
  giorni (lo stesso periodo è contemplato nella nuova politica
  per la maternità in Germania), totalmente a carico
  dell'INPS.
  Assegni familiari.
    Gli assegni familiari devono assumere una dimensione non
  più solo simbolica, ma di reale contributo della società al
  mantenimento dei figli fino alla maggiore età.
    E' interessante in proposito l'esempio della Francia, dove
  si stima che la politica di assegni familiari introdotta nel
  1945 abbia determinato un aumento delle nascite intorno al 20
  per cento.
  Detrazioni fiscali.
    Appare infine opportuno stabilire una detrazione fiscale,
  ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, sul
  reddito da lavoro autonomo di lire 2.400.000 per il primo e
  per il secondo figlio e di lire 6.000.000 per il terzo figlio
  fino al compimento del terzo anno di età per comprendere anche
  i lavoratori autonomi nella politica in favore della
  natalità.
    Onorevoli colleghi, queste sono le ragioni che hanno
  motivato la presentazione di questa proposta di legge che,
  attraverso il contributo che le altre forze politiche vorranno
  dare nel corso del relativo dibattito, potrà diventare un
  utile strumento per una nuova politica della popolazione.
 
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