| Onorevoli Colleghi! -- In questi ultimi anni la sfiducia da
parte di molti cittadini nei confronti della medicina
ufficiale si dimostra crescente.
Gli ultimi dati, provenienti da fonti diverse, ci indicano
che oltre due milioni di italiani si rivolgono a medicine e
terapie non ufficiali per curarsi.
Il problema che il legislatore deve porsi nel momento in
cui affronta la lettura dei cambiamenti o dei diversi
indirizzi di vita organizzata ed individuale dei cittadini, è
- primo fra tutti - quello di non violare i presupposti
contenuti nella nostra Costituzione e di contribuire alla sua
realizzazione attraverso leggi che la esaltino, rendendola
operante.
In questo caso specifico, la proposta di legge per il
riconoscimento della digiuno-terapia
fa riferimento ai seguenti articoli della
Costituzione: articolo 3 (uguaglianza dei cittadini di fronte
alla legge senza distinzione alcuna); articolo 9 (la
Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca
scientifica e tecnica); articolo 13 (la libertà personale è
inviolabile); articolo 32 (la Repubblica tutela la salute come
fondamentale diritto dell'individuo ed interesse della
collettività... Nessuno può essere obbligato ad un determinato
trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La
legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal
rispetto della persona umana) e articolo 33 (l'arte e la
scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento... Enti e
privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di
educazione).
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I princìpi informatori della proposta di legge sulla
digiunoterapia partono dall'affermazione della libertà
terapeutica nella reciprocità del rapporto fra il medico ed il
paziente e del paziente verso sé stesso. Non è peregrino né
inutile partire da questa affermazione che articola in legge -
in un Paese dove le vaccinazioni sono obbligatorie e l'unica
medicina che gode dei canali di informazione, di propaganda e
di diffusione è la medicina di Stato - un rapporto
medico-paziente libero ed informato come garanzia per ogni
libertà terapeutica.
Il XXIII rapporto CENSIS così recita: "L'area di cura del
sé corporeo è indubbiamente in espansione. Solo dieci anni fa
tale settore era riservato ad una utenza assai ristretta e
circoscritta alle fasce economicamente più evolute della
popolazione", attualmente questa domanda si sta sempre più
massicciamente dirigendo verso altre terapie e metodi di
guarigione e di attenzione al proprio corpo.
Scopo di questa proposta di legge è di affrontare,
affermando il diritto positivo, la libertà di scelta del
cittadino nei confronti delle terapie con cui intende
prendersi cura di sé stesso. Tale libertà, perché sia
autentica ed organizzata, deve essere resa praticabile da
leggi di applicazione.
Il richiamo nell'articolo 1 al "consenso libero ed
informato" del cittadino pone l'accento sull'informazione
sanitaria e di Stato che, einaudianamente, ponga in essere le
condizioni del "conoscere per deliberare". Lo Stato non è
incolpevole della mancata informazione dei cittadini
relativamente all'uso e all'abuso dei farmaci e degli alimenti
killer; alla pubblicità televisiva che li propaganda e
alle vere e proprie "tossicodipendenze" da sostanze chimiche,
che riguardano una larga fascia del Paese.
Lo Stato è sicuramente colpevole, di fronte alla
Costituzione, di non promuovere studi, scuole, esperienze,
insegnamenti altri, da quelli della medicina convenzionale a
cui è consegnato interamente il monopolio della salute
individuale, senza garanzia alcuna - né economica, né
istituzionale, né culturale o scientifica - per quei cittadini
che si trovino nella circostanza di fare scelte diverse.
I malati terminali o in gravissime condizioni che si
rivolgono - extrema ratio - a medicine non convenzionali
dopo avere fallito con la medicina ufficiale hanno il diritto
ad essere informati sulle differenti metodologie e sugli
statuti epistemologici di ognuna di esse, allo scopo di
conoscerne tutte le possibilità e i limiti. Hanno il diritto,
cioè, di essere informati sulla qualità preventiva che deriva
dal rispetto e dall'osservanza della vis medicatrix
naturae.
Il concetto di prevenzione - se si escludono le tanto
strombazzate campagne sulle vaccinazioni - manca completamente
nella medicina ufficiale; momento unico, questo delle
vaccinazioni, nel quale la prevenzione diventa merce e come
tale può essere venduta procurando grandi guadagni alla case
farmaceutiche.
"Consenso libero ed informato" è ciò che rende possibile al
cittadino la presa in carico della propria salute e
l'eventuale scelta, consapevole di punti di riferimento
adeguati alle proprie necessità di trattamento,
ridimensionando il rapporto di delega.
Ciò che, invece, viene chiesto al cittadino è di fidarsi
del farmaco, ormai più ancora che del medico, e di non provare
mai a fidarsi di sé stesso. Ciò che gli viene concesso è al
massimo un diritto del malato, non mai un diritto del sano.
Il comma 3 dell'articolo 1 - considerato l'articolo 5 del
codice civile (atti di disposizione del proprio corpo) e gli
articoli del codice penale 580 (istigazione o aiuto al
suicidio); 582 (lesione personale); 593 (omissione di
soccorso) - dispone la prevalenza del consenso valido, libero
ed informato sugli eventuali esiti della digiunoterapia.
Il resto dell'articolato della proposta dispone:
norme per la creazione di una commissione ministeriale
con il compito di individuare i centri pilota e le figure
professionali indispensabili per praticare la
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digiunoterapia e con il compito di creare un albo nazionale
dei centri di digiunoterapia;
norme per la creazione di centri pilota, atti a praticare
la digiunoterapia sotto controllo medico ed a concorrere alla
formazione di una classe medica e paramedica adeguata;
norme per il periodico resoconto dell'intera attività dei
centri.
E' opportuno ricordare che nel XVII secolo, sotto il regno
dei Borboni a Napoli, si era creata una doppia scuola medica:
l'Università, nella quale i medici si laureavano in medicina
con il regolare corso di laurea, e il Collegio medico nel
quale i medici si formavano "sul campo", alla scuola di
medicina ospedaliera presso l'Ospedale degli Incurabili.
Entrambe le scuole davano diritto all'esercizio della
professione medica e sviluppavano un'interessante dialettica
fra la scuola medica empirica e quella teorica.
Questo doppio modello di formazione professionale,
praticato per esempio in Germania (Heil Praktiker),
appare molto utile per comprendere un inquadramento
legislativo che permetta di recuperare tutta l'esperienza
empirica e di osservazione fatta da digiunoterapeuti
non-medici di grandissimo nome, come per esempio il francese
A. Mosséri. Appare evidente che, a fronte delle numerosissime
guarigioni da lui ottenute nella Maison de l'hygiène
naturelle, ed ampiamente documentate, i processi subiti per
esercizio abusivo della professione richiedono una onesta
riflessione sulla definizione della formazione del medico.
Inoltre, la scadenza del 1992 pone con forza il problema
dell'armonizzazione delle differenti normative nazionali in
materia di salute e di terapie anche non convenzionali, in una
soluzione che esalti al massimo le differenze e non sia
soppressiva di nessuna esperienza.
La digiunoterapia, con la nuova lettura eupatica che deriva
dalla osservazione e dall'esperienza (esperienza ed
osservazione che non si imparano né si insegnano nelle
Università della medicina ufficiale) ripropone la questione
della "doppia scuola" medica e della formazione del medico.
Il digiuno volontario è una pratica antichissima che
compare, con una certa costanza, in ogni parte del mondo e
presso l'intero genere umano.
All'inizio della storia esso era già conosciuto in India,
in Persia, in Cina ed in Grecia nel corso delle feste eleusine
e nelle tesmoforie; digiunavano anche i Fenici, gli Egizi, gli
Assiri ed i Babilonesi; i Druidi in Europa e gli Indiani
d'America dell'epoca pre-colombiana. E' tuttora adottato da
molte tribù africane ed australiane.
Questa pratica compare in tutte le religioni: nella
giudeocristiana; nella religione islamica di cui è uno dei
cinque precetti fondamentali; nel vedaismo; nel brahmanesimo;
nell'induismo; nella tradizione yogica; nel giainismo. E'
tuttora praticato dai buddhisti tibetani.
Praticavano il digiuno gruppi mistici o iniziatici come i
pitagorici, gli esseni, i sufi, i catari, i terapeuti e molti
celebri anacoreti.
Era consigliato dai medici della Scuola Salernitana.
Fra le figure più note della storia che ricorsero a lunghi
digiuni nel momento cruciale della propria vita, vogliamo
ricordare: Mosè che intorno al 1250 a.C. sul monte Oreb
digiunò quaranta giorni prima di ricevere le tavole della
legge e reiterò questa pratica per altri quaranta giorni prima
di distruggere il Vitello d'Oro.
Il profeta Elia, quattro secoli dopo, digiunò quaranta
giorni nel deserto prima di salire anch'egli sul monte Oreb ed
essere illuminato.
Gesù, all'età di ventotto anni, per prepararsi alla
predicazione, "digiunò nel deserto per quaranta giorni e
quaranta notti, dopo di che ebbe fame" (Matteo 4.2).
Pitagora, prima di andare in Egitto per apprendere nuovi
insegnamenti, digiunò quaranta giorni.
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San Francesco, a Fonte Colombo vicino a Rieti, digiunò
quaranta giorni prima di dettare le regole del suo ordine.
Ricorsero al digiuno molti altri personaggi celebri della
storia: San Benedetto; Francesco di Paola; Caterina da Genova;
Bernardo di Chiaravalle; Romualdo dei Camaldolesi; Tommaso
d'Aquino; Ignazio di Loyola; Francesco di Sales ed ancora - in
tempi più recenti - Gandhi, Aurobindo, Yogananda, Krishnamurti
ed il grande mistico Ab El Kader.
Nonostante questi precedenti e questi esempi, a partire
dalla fine del medioevo, il digiuno cadde in disuso come
pratica collettiva diffusa.
Dopo queste premesse è opportuno fare una netta distinzione
fra il "digiuno igienico" e il "digiuno terapeutico".
Il "digiuno igienico" non ha l'obiettivo immediato di
guarire qualche malattia, ma piuttosto di preservare la
salute.
Questo digiuno dovrebbe interessare l'insieme della
popolazione e dovrebbe essere proposto perché ha solo aspetti
positivi.
Raccomandare il "digiuno igienico" sarebbe, in ultima
analisi, molto benefico per la salute dell'intera collettività
e conseguentemente per il bilancio dello Stato. Questo tipo di
digiuno dovrebbe poter essere praticato all'interno della
famiglia o presso centri igienici non-medici, senza bisogno di
regolamentazione.
Il "digiuno terapeutico" si differenzia dal digiuno
igienico per il fatto che la persona che lo intraprende è già
"malata". Essa si augura, dunque, di utilizzare il digiuno
come mezzo terapeutico nella speranza di "guarire".
Ricordiamo che la nozione del "digiuno terapeutico"
sottintende la nozione di trattamento, dunque la lotta contro
la "malattia".
Questa concezione si oppone a quella igienista che
considera che l'organismo sviluppa una "malattia" per
ritrovare la salute.
Per gli igienisti il digiuno non può essere terapeutico.
Esso non può essere effettuato che per mantenere o ritrovare
la salute.
Fatte queste precisazioni e comprendendo il ruolo
"terapeutico" che certi medici vorrebbero vedere giocare dal
digiuno, possiamo domandarci se il digiuno, in caso di
malattia, è capace di preservare la vita.
Esistono numerose testimonianze orali o scritte, fatte da
digiunatori o dai loro terapeuti, che certificano la riuscita
del "digiuno terapeutico" applicato, a volte, a casi molto
difficili.
Queste testimonianze pongono degli interrogativi alla
medicina ufficiale, spesso incapace di risolvere molti casi,
interrogativi che spingono alla conclusione che è opporturo
ricorrere al "digiuno terapeutico" o digiunoterapia.
Ai primi dell'ottocento nasce in America la Scuola
igienista, che riprende ed approfondisce lo studio del digiuno
come terapia atta a guarire anche le malattie gravi.
Le regole della digiunoterapia, corredate dalle
osservazioni fisiologiche e dalla lettura eupatica della
malattia, si devono al medico americano Herbert M. Shelton,
nato a Wylie (Texas) nel 1895, e fondatore della clinica
"Scuola della salute", nella quale sorvegliò, in sessant'anni
d'attività medica, oltre 20.000 digiuni. Come egli stesso
documenta - caso per caso, in un'amplia produzione
scientifica, composta da più di quaranta libri - guarì
malattie gravissime.
Shelton è morto nel 1985 all'età di novant'anni. In seguito
alla sua opera la pratica del digiuno si diffuse con chiarezza
metodologica in America ed altri paesi attraverso l'impegno di
molti digiunoterapeuti.
In Inghilterra la digiunoterapia è praticata da oltre
quarant'anni dal dottor K. Sidhwa; in Francia, verso il 1950,
fu introdotta da A. Mosséri e da D. Merien; in Svizzera dal
dottor Bircher Benner e dal dottor E. Bauer; in Germania dal
dottor O. Buchinger e dal dottor H. Lutzner; in Spagna dalla
dottoressa M. Wilhelmi e, nel 1965 in Italia, M. Manca e D.
Grassi, dopo aver constatato i grandi miglioramenti sulla loro
salute apportati dalla digiunoterapia,
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iniziarono a tradurre e a pubblicare le opere di
Shelton. Per noi italiani un'opera miliare in questo settore
resta il libro pubblicato nel 1980 da F. Pizzi.
Inoltre, in Italia, in questo ultimo decennio abbiamo avuto
modo di constatare che il digiuno, come metodo di lotta
politica attuata da migliaia di detenuti in sostituzione delle
violenze precedenti, ha ottenuto non solo risultati positivi
rispetto agli obiettivi prefissati, ma anche e soprattutto un
profondo mutamento nella personalità e nei comportamenti delle
persone che digiunavano.
Il digiuno ha confermato così la proprietà di illuminazione
e di crescita interiore, che può produrre nelle persone, quasi
implicitamente, quando non sia usato "contro" qualcosa o
"contro" qualcuno (come nel caso dei digiuni all'irlandese),
ma per recuperare una speranza positiva.
Da oltre dieci anni in Italia vi sono dei medici che curano
con la sola digiunoterapia e che hanno a tutt'oggi seguito
migliaia di pazienti. Fra questi pionieri vanno indicati la
dottoressa Sara Bringa, il dottor Sebastiano Magnano, il
dottor Giuseppe Cocca, il dottor Salvatore Simeone, il dottor
Mariano Spiezia e la dottoressa Maria Teresa Maresca.
Secondo le osservazioni fatte dal dottor Shelton sulle
guarigioni ottenute in sessant'anni di esperienza, la
digiunoterapia agisce secondo i princìpi fisiologici che la
natura stessa attua, laddove la vis medicatrix naturae
sia posta in condizione di agire liberamente. Su questa
stessa osservazione Hahnemann ha costruito il metodo
sperimentale e clinico della medicina omeopatica che
interviene laddove il processo naturale di riequilibrio sia
deviato.
Il digiuno è un riposo fisiologico.
Così come le piante nei mesi invernali perdono le foglie,
la linfa non circola più ed il metabolismo cessa per preparare
il rinnovamento che apparirà in primavera, molti animali in
certi periodi vanno in letargo.
Tutti, inoltre, avranno osservato che quando un animale è
malato, smette di mangiare e si accovaccia in un luogo
riparato dormendo, anche per molti giorni, fino a quando il
proprio corpo dall'interno e senza nessun intervento esterno
lo guarisce.
Grazie a questo principio già enunciato da Ippocrate vis
medicatrix naturae e riconfermato da Paracelso "La natura è
un grande medico e questo medico l'uomo lo porta in sé", il
dottor Shelton riuscì a guarire, con digiuni che andavano dai
21 ai 42 giorni, paralisi, allergie, artriti, schizofrenie,
calcolosi e malattie epatiche, ma anche sclerosi a placche,
leucemie e tumori.
Il punto critico di questa terapia risiede nel saper
distinguere il momento in cui si passa dalla fase
dell'autolisi (il corpo si nutre prelevando le proprie
riserve: grassi, cisti, pus, cellule morte, eccetera) alla
fase dell'inanizione (crisi irreversibile che conduce alla
morte).
A tale proposito è opportuno smentire quanto viene
sostenuto in molti testi in auge negli anni cinquanta e
sessanta nelle Università italiane, e tuttora accreditati da
molti illustri personaggi del mondo accademico, e cioè che
durante il digiuno, specie se prolungato, le cellule nobili
dell'organismo, tra le quali quelle cerebrali, vengono
danneggiate irreparabilmente. Il dottor Shelton ha seguito,
fino alla remissione della malattia, digiuni della durata di
60 - 90 e 120 giorni.
Oggi esistono molti studi scientifici, uno per tutti quello
sulla fisiologia di Yeo - che mostra le perdite subite
dall'organismo, in caso di privazione di cibo fino alla morte
- dal quale si rilevano le perdite progressive percentuali:
grassi 97 per cento; muscoli 30 per cento; fegato 56 per
cento; milza 63 per cento; sangue 17 per cento; centri nervosi
0 per cento.
Un'ampia e documentata osservazione fisiologica, oltre che
una bibliografia vasta ed omogenea, indicano chiaramente
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quando il paziente sta passando dall'autolisi
all'inanizione.
La digiunoterapia, praticata in centri appositi, consente
il continuo monitoraggio del paziente sì da porre riparo ad
eventuali, anche gravi, complicanze.
Per questo motivo riteniamo che sia giunto il momento di
regolamentare la digiunoterapia come pratica medica, al fine
di garantire i pazienti e i medici che intendano avvalersi di
questa pratica naturale e ultra millenaria.
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