| Onorevoli Colleghi! -- Come a voi tutti è ben noto,
l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha assunto l'iniziativa
di fare del 1994 l'Anno internazionale della famiglia.
E' superfluo sottolineare che per "famiglia" intendiamo
riferirci alla famiglia concreta, cellula fondamentale della
società, quella stessa famiglia che ha formato
oggetto di attenta meditazione da parte del Sommo
Pontefice Giovanni Paolo II alla quale ha dedicato la "Lettera
alle Famiglie" datata 2 febbraio 1994.
Di quella lettera ci piace sottolineare il capitolo 17^ "La
famiglia indispensabile per la società" in un momento di
"tendenze assai pericolose per il futuro della famiglia e
della stessa società".
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Con lo sguardo rivolto alla famiglia, quindi, la presente
proposta di legge intende riaprire il capitolo sugli "assegni
familiari" dei lavoratori, nella certezza di trovare ampi
consensi su di un problema di scottante attualità che investe
milioni di famiglie italiane.
Invocare oggi il ripristino quantomeno dei princìpi di cui
al testo unico delle norme sugli assegni familiari, può
apparire anacronistico, ma c'è da chiedersi se la soppressione
dell'istituto degli assegni familiari e la istituzione
dell'assegno per il nucleo familiare abbia dato risposte certe
ai bisogni reali delle famiglie.
Ci chiediamo se tale trasformazione incontrerebbe anche
oggi il consenso parlamentare poiché, come tutti ricorderanno,
tutto ciò rappresentava il frutto di un compromesso politico
voluto dal consociativismo e votato da una maggioranza
politica oggi cancellata dagli elettori.
E' comunque accertato che qualunque sia stato lo spirito
riformatore dell'istituto degli assegni familiari, la legge
attualmente vigente, di fatto, non ha tenuto in alcuna
considerazione il costo del mantenimento e tanto meno il reale
carico dei familiari che fanno parte del nucleo.
Quell'iniziativa legislativa nata all'insegna della
demagogia, dietro il pretesto di rispondere in modo concreto
ai bisogni delle famiglie e combattere le nuove sacche di
povertà, nascondeva in realtà il proposito di utilizzare, nel
cosiddetto senso sociale, la contribuzione e l'attivo della
Cassa unica assegni familiari, gestita dall'INPS, che già nel
1985 aveva fatto registrare un saldo di 6.471 miliardi di
lire.
Nel momento in cui nel Paese era in atto un acceso
dibattito per separare la previdenza dall'assistenza, si è
varato un provvedimento che, di fatto, mortifica la dignità
dei lavoratori poiché si è sostituito all'istituto
previdenziale un ibrido assistenziale, grazie al modesto
contributo statale, quasi a voler ignorare che la Cassa unica
assegni familiari viene alimentata dai contributi
previdenziali.
Tale contribuzione rappresenta un patrimonio individuale e
collettivo che appartiene a chi ne ha sopportato l'onere, per
un fine previdenziale ben preciso, per cui non si può
modificare la destinazione e tantomeno consentire che da tale
Cassa possano attingere tutti i cittadini, mentre all'apporto
finanziario provvedono, in virtù di un principio mutualistico,
i lavoratori dipendenti.
Il principio di mutare la denominazione da "assegno
familiare" in "assegno per il nucleo familiare" non solo crea
confusione tra "cittadini contribuenti" e "cittadini non
contribuenti", ma di fatto pone a carico dei lavoratori una
doppia imposizione, fiscale e contributiva, grazie al modesto
contributo elargito dallo Stato appunto per creare l'ibrido
assistenziale.
A fronte di questa doppia contribuzione viene a
determinarsi una situazione paradossale: si toglie alle
famiglie per dare alla produzione! Infatti basta raffrontare i
trattamenti riservati ai figli disoccupati a carico dei
genitori con quelli che il sistema previdenziale riserva ai
disoccupati con il sussidio di disoccupazione.
Sia gli assegni familiari sia il sussidio di disoccupazione
sono di natura prettamente previdenziale anche perché gli
stessi sono la controprestazione dei contributi, mentre
l'assegno al nucleo è di natura assistenziale perché non fa
alcun riferimento specifico ai familiari bensì al reddito del
nucleo familiare.
E' noto che la redistribuzione previdenziale, mentre da un
lato rappresenta un beneficio enorme per gli assicurati,
dall'altro solleva la collettività dagli oneri che comunque
sarebbero posti a carico dello Stato.
E' chiaro, altresì, che la previdenza si propone e può
proporsi il compito della ridistribuzione fra i lavoratori e
che la scomparsa del sistema previdenziale ridurrebbe il
lavoratore dal rango di assicurato a quello di assistito, con
la conseguenza che per sottrarre la famiglia al bisogno si
dovrebbe intervenire non più con il sistema previdenziale
bensì con prestazioni assistenziali.
Aver mantenuto l'imposizione contributiva senza aver
cambiato la destinazione e la natura della corrispondente
prestazione, appare illogico e illegittimo.
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Illogico e illegittimo come la contribuzione per la ex
GESCAL che continua ad essere prelevata dalla busta paga dei
lavoratori per una casa che non avranno mai!
Il diritto agli assegni familiari deve ritenersi un diritto
acquisito in relazione alla natura contributiva e quindi
previdenziale del lavoratore.
Aver soppresso l'istituto degli assegni familiari senza
mantenere il diritto acquisito, significa privare il
lavoratore di un bene primario, posto a tutela della famiglia,
senza alcuna contropartita.
Mentre gli assegni familiari hanno carattere di vera e
propria "aggiunta" di natura economica alla retribuzione,
l'assegno per il nucleo familiare non tiene conto dei
familiari a carico, ma prende a base la posizione reddituale
del richiedente e delle altre persone componenti il suo nucleo
familiare
L'assegno per il nucleo familiare viene concesso per i
componenti residenti nel territorio nazionale e spettano al
richiedente l'assegno, al coniuge non legalmente ed
effettivamente separato, ai figli ed equiparati di età
inferiore a 18 anni compiuti ed ai figli invalidi
nell'assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi al
lavoro.
Rispetto alla precedente normativa, non sono stati più
ricompresi tra i componenti del nucleo familiare, anche se a
carico, il coniuge legalmente ed effettivamente separato, i
genitori ed equiparati e gli altri ascendenti, i figli ed
equiparati maggiorenni, non inabili anche se studenti o
apprendisti, i fratelli, le sorelle ed i nipoti, anche se
minori o inabili, studenti od apprendisti, ed in ogni caso i
residenti all'estero.
Si evince chiaramente che non si può chiamare "nucleo
familiare" quello che esclude e cancella dal numero dei
componenti il nucleo i figli studenti, quelli cioè
costituzionalmente protetti, che esercitano o dovrebbero
esercitare il diritto-dovere allo studio, ovvero i figli
disoccupati che hanno superato il diciottesimo anno di età.
Con l'assegno per il nucleo familiare non si comprende bene
quale giustizia si è intesa affermare poiché, di fatto, viene
penalizzata la stessa famiglia con l'esclusione dei figli e
dei genitori e quanti altri realmente ne fanno parte.
Con la presente proposta di legge intendiamo far conseguire
ai lavoratori il diritto di riappropriarsi di vere quote
salariali rappresentate dalla contribuzione "previdenziale"
alla Cassa unica per gli assegni familiari, cioè di quella
"contribuzione" strettamente legata al rapporto di lavoro,
posta a carico della produzione per un fine ben preciso e
costituzionalmente tutelato.
Vogliamo ribadire che questo immenso patrimonio non può
essere utilizzato per fini assistenziali, bensì per
incrementare il salario dei lavoratori in forma adeguata alle
reali necessità del nucleo familiare, con criteri legati al
"reddito spendibile", modulando gli assegni in relazione al
carico familiare ed in modo inversamente proporzionato al
reddito, al numero dei figli, ricomprendendo tra questi i
figli maggiorenni studenti e disoccupati fino al ventiseiesimo
anno di età, purché privi di qualsiasi reddito, ovvero i figli
maggiorenni a carico se totalmente inabili e i genitori privi
di reddito o con redditi al minimo se invalidi o non
autosufficienti.
Intendiamo, altresì, cancellare l'iniquità di presunti
limiti di reddito, ovvero quella serie di falsi redditi di
povertà, dal momento in cui ne sono stati individuati diversi
ed in contrasto tra loro come accade per gli assegni
familiari, per l'assistenza sanitaria o per le pensioni.
Falsi redditi perché oltretutto in contrasto con i princìpi
di uguaglianza tra i cittadini, dal momento che i lavoratori
dipendenti subiscono la tassazione alla fonte e tutto viene
sottoposto al prelievo fiscale e previdenziale da parte del
datore di lavoro, mentre non altrettanto accade per i
lavoratori autonomi, professionisti o (inaudito) per i totali
evasori.
Con ciò non si intende minimamente criminalizzare i
lavoratori autonomi o i professionisti, bensì sottolineare una
stridente iniquità nella fissazione di presunti limiti di
ricchezza che variano tra lavoratori dipendenti e autonomi con
la conseguenza che tali limiti di reddito decidono poi la
titolarità delle prestazioni.
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Va chiarito, infatti, se il reddito del lavoratore
dipendente debba assumersi al netto o al lordo delle
detrazioni per oneri deducibili o per detrazioni fisse, ovvero
se tra le detrazioni debbano comprendersi le spese sanitarie,
le protesi, i costi scolastici, e quanto altro occorre per la
crescita dei figli.
Va chiarito, altresì, perché questi falsi redditi non siano
mai stati considerati in base alle reali necessità e alle
dimensioni dei bisogni familiari, che possono variare in modo
drammatico da famiglia a famiglia, a seconda se trattasi di
vedovo o vedova, nubile o celibe, divorziato o convivente,
occupato o disoccupato.
Si è dimenticato, ad esempio, che manca una tassazione
separata del reddito in base ai componenti del nucleo
familiare, il che penalizza fortemente le famiglie monoreddito
creando di fatto nuove sacche di povertà.
Con ciò non intendiamo dire che vanno privilegiate le
famiglie nelle quali entra un solo reddito rispetto a quelle
in cui entrano più redditi, bensì, riaffermare il principio di
cui all'articolo 53 della Costituzione per cui "Tutti sono
tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro
capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a
criteri di progressività".
E' chiaro, quindi, che qualsiasi detrazione in somma fissa
non rende giustizia ai lavoratori, vuoi perché corregge solo
in parte e per l'anno precedente la dinamica del
fiscal-drag, vuoi perché l'alto grado di progressività
delle aliquote finisce con il perdere la sua razionalità
quando viene a mancare la tassazione separata dei familiari a
carico, così come avviene per i coniugi entrambi
lavoratori.
Si può sostenere che in materia fiscale, nonostante le
pronunce della Corte costituzionale, è mancata una corretta e
concreta politica per la famiglia, che tenga conto dei costi
aggiuntivi in base ai carichi familiari e che consenta al
lavoratore che produce il reddito di dedurre gli oneri
sopportati per i familiari a carico.
Vi è stata, viceversa, una politica punitiva che ha
scaricato sulla famiglia oneri e compiti non più
sopportabili.
A fronte di un "salario professionale" non sufficiente al
sostentamento della famiglia, si sono escogitate forme di
detrazione che non recuperano la svalutazione inflazionistica
e non eliminano il drenaggio fiscale, bensì lo aggravano per i
periodi successivi specie nelle famiglie monoreddito.
Non sono state ridisegnate le curve delle aliquote IRPEF
che in ogni caso dovrebbero escludere dal computo "il costo
pro capite annuo" di ogni familiare a carico, senza
dimenticare, ad esempio, che la disoccupazione giovanile è
sostenuta in massima parte dalle famiglie di lavoratori e
pensionati a reddito fisso.
Va sottolineato, ancora, che il meccanismo di scala mobile,
posto a tutela dei salari, ha coperto in parte la svalutazione
monetaria e l'erosione inflattiva del salario "professionale",
ma ancora una volta ha ignorato i bisogni delle famiglie,
penalizzando ulteriormente quelle monoreddito rispetto a
quelle dove entrano due o più redditi e quindi più scale
mobili.
Senza chiedersi se le retribuzioni dei lavoratori siano
davvero corrispondenti "alla qualità e quantità del lavoro
prestato", va sottolineato il fatto che pretenziosamente sono
stati imposti limiti di redditi fittizi, in contrasto con il
principio di uguaglianza tra cittadini di cui all'articolo 3
della Costituzione.
Si è dimenticato, infatti, che "il salario è per il
lavoratore", riferito alla sua professionalità e alle mansioni
specifiche; un salario "professionale" che diviene sinonimo di
ingiustizia per il lavoratore con familiari a carico, il quale
- grazie a tali redditi fittizi non ripartiti tra i componenti
il nucleo e tassati separatamente - viene a trovarsi nella
identica posizione del lavoratore scapolo o senza carichi
familiari.
Il concetto di equità del salario in funzione della
categoria e della qualifica rivestita, deve necessariamente
associare l'elemento famiglia per far sì che la retribuzione
sia sufficiente ad assicurare "a sé e alla famiglia una
esistenza libera e dignitosa".
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Ci si chiede in che modo i vari governi che si sono
succeduti nell'arco di vita della prima Repubblica abbiano
affrontato e risolto i problemi connessi con l'articolo 31
della Costituzione, laddove è sancito che "La Repubblica
agevola con misure economiche e altre provvidenze la
formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti
relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli
istituti necessari a tale scopo".
Spetta al Parlamento della seconda Repubblica dare
attuazione pratica ai princìpi costituzionali, perché dal
Paese sale forte la richiesta inascoltata di giustizia
redistributiva, che in qualche modo vada incontro alle
esigenze della famiglia, che riconosca la primaria
responsabilità dei genitori, ed in particolare della donna
madre, nella crescita e nell'educazione dei figli, per fare in
modo che la famiglia possa assolvere ai suoi doveri senza
assistenzialismi di Stato, riconoscendole viceversa quel
valore sociale che compete come attivo soggetto sociale e
politico della società.
Occorre quindi ripensare tutta la politica della
famiglia per fare in modo che la ridistribuzione del
reddito sia incentrata sulla famiglia, creando una vera
e propria rete di protezione per la famiglia,
soprattutto per recuperare il calo demografico e il
progressivo invecchiamento della popolazione.
Sono necessari sensibili mutamenti che abbiano una
peculiare valenza culturale poiché, di fatto, la struttura
familiare è destinata ad un progressivo sfaldamento, dal
momento in cui cresce nel nostro Paese il numero dei nuclei
familiari composti da una sola persona.
Occorre evitare che l'invecchiamento della popolazione
produca l'invecchiamento della società e non è lontano il
giorno in cui lo Stato dovrà farsi carico di un sostegno alla
fecondità, il quale non ha certamente lo scopo di far
aumentare la popolazione, bensì quello di rallentare la
diminuzione del tasso di natalità e della velocità di
invecchiamento. L'abbassamento del tasso di natalità farà
sentire il suo peso anche sul futuro previdenziale.
Tra le contraddizioni più evidenti della politica familiare
si deve annoverare quella del controllo delle nascite e la
pratica dell'aborto, con il risultato che di fatto si è
legalizzata la politica contro la natalità.
Si è penalizzata fortemente la coppia che desidera avere
uno o più figli poiché ciò significa dimezzare il tenore di
vita, per non parlare delle penalizzazioni che si legano alla
disoccupazione, alla casa e alla convivenza con i genitori o i
suoceri.
La politica sociale per la famiglia ha ignorato
completamente le diseguaglianze tra uomo e donna; la
valorizzazione e il riconoscimento del lavoro educativo che la
donna esercita sui figli, dimenticando che molto spesso la
stessa è obbligata ad abbandonare l'attività lavorativa per
dedicarsi ai figli e occuparsi della casa e degli anziani.
Senza tema di smentita si può affermare che la politica fin
qui seguita dai governi della prima Repubblica ha penalizzato
la famiglia sotto tutti gli aspetti: da quello fiscale a
quello sanitario; dal settore della scuola al settore dei
trasporti, dai servizi sociali all'informazione.
Per questo non si capisce bene quale funzione rivesta sul
piano del diritto e del bisogno l'assegno per il nucleo
familiare.
Gli assegni, giova ripeterlo, avevano carattere
previdenziale perché legati al prelievo contributivo a carico
dei settori produttivi e destinati ai lavoratori dipendenti;
l'assegno per il nucleo familiare, viceversa, dal momento che
beneficia in parte del contributo pubblico, assume il
carattere di prestazione assistenziale.
L'ex direttore generale dell'INPS, il professor Gianni
Billia, oggi segretario generale del Ministero delle finanze,
in un recente saggio di politica previdenziale apparso sul
numero 127 di Sistema Previdenza, a proposito di
contraddizioni del sistema parla di "una serratissima griglia
di controllo" per l'attribuzione degli assegni al nucleo
familiare.
Il professor Billia sottolinea come i trattamenti di
famiglia "spettano in misura crescente alle consistenze del
nucleo
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familiare, ma sono subordinati a limiti di reddito prodotto
da tutto il nucleo familiare nel suo complesso che partono da
livelli realisticamente molto bassi.
Basti considerare che, se una famiglia di due persone
percepisce più di 14.500.000 lire l'anno di reddito non ha
diritto agli assegni, se il nucleo è composto di sette
persone, i trattamenti spettano solo se non si superano i 50
milioni l'anno".
Sempre il professor Billia sottolinea che: "tenuto conto
dell'elevato livello di tali limiti che considerano il
coacervo del reddito familiare, di fatto, i beneficiari della
prestazione assorbono risorse di molto inferiori rispetto al
gettito contributivo introiato a tale titolo: su 15.000
miliardi incassati l'anno, l'INPS ne spende circa 5.000. Tale
contenimento della spesa per la famiglia, solo in minima
parte, è da riconnettersi al fenomeno della diminuita
natalità, mentre in effetti la vera ragione risiede nella
diversità del meccanismo con il quale viene riconosciuto il
diritto alla prestazione".
Dallo studio di Billia emerge chiaramente che: "si
penalizzano fortemente le strutture familiari
nell'attribuzione dei trattamenti di sostegno, proprio in un
momento in cui la famiglia dovrebbe essere oggetto di appositi
interventi, tenuto conto del crescente calo delle nascite" e
ancora: "La perversione del circuito si alimenta ulteriormente
se si considera che la quota "risparmiata" di risorse non
spese per la famiglia viene destinata alla erogazione per le
pensioni e quindi, in buona misura, a finanziare quote di
prestazioni assistenziali.
Le metodologie e le regole di gestione di questi
ammortizzatori sociali consentono accumuli di ricchezza in
danno della collettività ed erogazioni "a soggetto" che
rischiano di generare forme di pericoloso clientelismo".
Dall'esame del professor Billia emerge chiaramente che un
istituto di natura previdenziale contributivo, di fatto, si è
trasformato in un meccanismo perverso; ha svuotato di
contenuto economico le prestazioni e le maggiorazioni
familiari; ha falcidiato numericamente i percettori; ha
aumentato le disuguaglianze nelle condizioni di vita tra
lavoratori scapoli e ammogliati.
A fronte di un consistente attivo di cassa, destinato a
salire perché il prelievo contributivo è percentualmente
legato al salario (quindi man mano che salgono le retribuzioni
aumenta il gettito e man mano che aumenta il gettito
diminuiscono le nascite e gli aventi diritto), restano
prestazioni a valori marginali e in nessun modo rapportate
all'inflazione né ai bisogni delle famiglie.
E' significativo un dato: tra il 1981 ed il 1987, a causa
della svalutazione monetaria, il valore reale degli assegni ha
perso il 52, 5 per cento del potere d'acquisto, il che sta a
significare che gli assegni, per poter mantenere invariato il
potere d'acquisto, dovevano passare dalle 19.760 lire a 41.576
lire.
Per citare un altro esempio, basta pensare che nel 1980 le
prestazioni corrispondevano a metà delle entrate mentre
l'attivo della gestione veniva e viene utilizzato per
finanziare le gestioni passive, con la conseguenza che il
patrimonio della Cassa unica assegni familiari aumenta in modo
inversamente proporzionato all'indebitamento delle gestioni
passive.
C'è da osservare che il finanziamento degli assegni
familiari per i lavoratori dipendenti privati grava unicamente
sui datori di lavoro, mentre per il pubblico impiego le quote
di aggiunta di famiglia sono a carico dello Stato e quindi
della collettività.
Nel settore privato l'aliquota è scesa progressivamente dal
17,50 per cento degli anni 1961-1970, al 15 per cento degli
anni 1971-1972; al 12,50 del 1973; al 7,50 per gli anni
1974-1975; al 6,50 dal giugno 1975 e al 6,20 a partire dal
1979.
La riduzione dell'aliquota fu conseguente alla abolizione
del massimale di retribuzione imponibile, ma tutto ciò non ha
impedito che gli assegni familiari per i figli passassero tra
il 1964 ed il 1987 da 5.330 lire a 19.760 lire.
Si desume chiaramente che i governi hanno ignorato i
problemi della famiglia e
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con essi i dettati costituzionali anche quando le
disponibilità economiche lo consentivano.
Eppure i bisogni della gente sono via via aumentati mentre
ancora oggi permangono situazioni meritevoli di attenta
considerazione che sono state trascurate del tutto: come il
caso delle donne le quali non possono accedere ai benefìci
previdenziali se non attraverso il diritto del marito.
Nel contesto previdenziale, infatti, manca una specifica
legislazione che tuteli "in proprio" i singoli membri della
famiglia, con il risultato che di fatto si va a penalizzare i
suoi componenti proprio nei momenti di maggior bisogno.
Pensiamo alle vedove, alle donne divorziate, alle quali
molto spesso vengono affidati i figli; alle casalinghe che non
hanno alcuna tutela legislativa ed economica e nessun
riconoscimento giuridico per il gravoso lavoro svolto tra le
mura domestiche per istruire ed accudire i figli e il coniuge,
lavoro molto spesso aggravato dall'assistenza agli anziani e
ai disabili.
Gli attivi di cassa potevano essere utilizzati per la
creazione di assegni consistenti alle casalinghe, ovvero per
la istituzione di una polizza assicurativa alle donne
costrette a lasciare il lavoro per dedicarsi ai figli e alla
famiglia.
Si poteva ipotizzare una forma mista di contribuzione
figurativa, il cui onere fosse posto a carico del coniuge
lavoratore e dello Stato per la prosecuzione del rapporto
assicurativo fino al collocamento in quiescenza.
Si poteva, ma sono mancati del tutto gli strumenti
legislativi per il riconoscimento dei "diritti" nell'ambito
della famiglia, per la ripartizione della cosiddetta
solidarietà, che pur riconoscendo i bisogni indicasse le
modalità e i criteri di "come" sopperire alle necessità di
ogni singolo componente, con particolare attenzione verso il
coniuge che non esercita attività lucrativa solo perché vuole
od è costretto a provvedere all'educazione e all'assistenza
dei figli.
L'esclusione dei figli maggiorenni studenti, ad esempio,
implica la necessità di individuare forme di tutela per il
diritto allo studio, da conciliare con le necessità dei nuclei
familiari degli anziani ove non esiste più un rapporto di
lavoro.
Nella attuale legislazione, carente di interventi di
supporto per la famiglia, di fatto si tende a scaricare sulla
stessa oneri impropri con costi proibitivi specie nel settore
sanitario e scolastico. Basta pensare al dramma delle famiglie
colpite da handicap ovvero obbligate ad assistere
anziani non autosufficienti.
Il reddito minimo garantito per tutti è stato assunto dalla
Unione europea come obiettivo qualificante l'evoluzione del
mercato unico, ma mentre in molti Paesi europei è in corso
l'adeguamento delle legislazioni, non altrettanto può dirsi
per l'Italia.
Poiché la famiglia è la cellula fondamentale della società
si impone una politica basata sulla solidarietà e sul
riconoscimento dei diritti sociali di ogni singolo
componente.
In questa prospettiva deve essere valorizzato il ruolo
della famiglia mediante programmi di protezione sociale che
non possono basarsi esclusivamente sui costi, ma sui valori e
sui risultati che si possono conseguire.
La famiglia deve essere soggetto attivo, il cui ruolo va
sostenuto da una organica politica che recepisca i dettati
costituzionali di cui agli articoli 1, 2, 3, 29, 30, 31, 36,
37, 38 e 47.
S'impone quindi una attenta legislazione con il compito di
coordinare le politiche a favore dei bambini, dei giovani e
degli anziani, anche alla luce delle direttive comunitarie e
dei trattati internazionali.
Sarà compito del Governo emanare norme su tutta la materia
che comunque investe la famiglia, sia nel campo del lavoro che
in quello dell'educazione, da quello fiscale a quello
assistenziale, dalla prevenzione a quello socio assistenziale,
dalla sanità alla previdenza, dalla casa alla scuola, dalla
emigrazione alla immigrazione, dalla vecchiaia alla non
autosufficienza.
In questa ottica si pone la presente proposta di legge che
sottoponiamo alla vostra attenzione nella certezza che in sede
di dibattito la stessa possa essere senz'altro migliorata e
perfezionata.
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