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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


4604
DDL0373-0002
Progetto di legge Camera n. 373 - testo presentato - (DDL12-373)
(suddiviso in 13 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C373. TESTIPDL
...C373.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC373 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- E' forse la prima volta che
  pacifisti e non violenti si cimentano nell'elaborazione di una
  proposta di legge che vada a riformare l'istituto della
  leva.
    La nostra proposta parte da un assunto di fondo: la difesa
  della collettività nazionale non è un dovere da subire
  obtorto collo,  ma un sacrosanto diritto, che per essere
  praticato ha necessità di avere una serie di garanzie da
  fornire innanzitutto al cittadino che si avvale di questo
  diritto.
    La filosofia di fondo è quella di mettere al centro del
  "diritto difesa" innanzitutto il cittadino, mutuandone le
  esigenze e collocandole armonicamente nella struttura
  predisposta all'uopo dallo Stato.  Rifiutiamo pertanto una
  logica, che è poi quella che pervade l'intera legislazione in
  materia di leva, dall'unità d'Italia in poi, e che
  caratterizza anche il progetto di riforma presentato dal
  Governo, di
  rendere il cittadino un mezzo, un semplice numero di cui lo
  Stato si avvale per raggiungere i suoi fini.
    La nostra proposta di legge istituisce due servizi di leva:
  quello militare e quello di protezione civile.
    I due servizi, cui partecipano tutti i giovani che
  risultino in grado di svolgere il servizio di leva, si
  troveranno ad operare in un periodo di transizione dal vecchio
  concetto di difesa del Paese - un concetto opprimente per il
  cittadino e comunque legato all'uso delle armi - a quello
  nuovo, caratterizzato da un diverso concetto di minaccia (non
  più e non principalmente militare).
    Per ciò che riguarda il servizio di leva militare,
  all'articolo 2 noi proponiamo un servizio regionalizzato,
  strettamente legato
 
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  alla comunità da cui il giovane proviene, che non si limiti
  alla difesa armata, ma che veda invece un attivo intervento
  nei campi della protezione civile e dell'ambiente.
    Se dovessimo fare un riferimento al passato, dovremmo
  andare ai reparti alpini arruolati su base territoriale,
  caratterizzati da profondi vincoli di solidarietà e
  conoscenza, con una proiezione dell'impegno anche terminato il
  servizio di leva, nei campi dell'assistenza e dell'aiuto ai
  più deboli.
    Saranno reparti, quelli da noi suggeriti, che costeranno
  pochissimo, caratterizzati da un addestramento che sortirà
  effetti migliori dell'attuale, proprio per la più intima
  conoscenza del territorio e della realtà sociale in cui
  opereranno.
    La durata della leva sarà di sei mesi effettivi, cui
  saranno aggiunti altri sei mesi in cui il giovane svolgerà una
  giornata settimanale di addestramento, e per il resto del
  tempo sarà presso il proprio domicilio, pronto a rispondere
  alla chiamata del reparto.
    Poiché veniamo da un modello di difesa armato e stiamo
  operando per il suo superamento, viene data ancora una
  relativa priorità al servizio di difesa basato sui reparti in
  armi.  E' questa la ragione per la quale solo i giovani che
  risulteranno in eccesso rispetto ai reparti di difesa
  territoriale andranno a svolgere il loro servizio di leva
  nella protezione civile.
    Questo servizio, previsto all'articolo 3, sarà ancora più
  legato al territorio, e potrà tranquillamente essere svolto
  tornandosene a casa propria ogni sera.
    Anche qui, se dovessimo fare un esempio concreto, potremmo
  riferirci ai vigili del fuoco volontari, cittadini che
  svolgono il proprio lavoro e che su chiamata, nel giro di
  poche ore se non di pochi minuti, divengono un reparto
  antincendio efficientissimo.  E' un'esperienza preziosissima,
  particolarmente sviluppata nel TrentinoAlto Adige, ma con
  notevoli esperienze anche nel resto del nord Italia.
    Questa estrema vicinanza a casa, maggiore rispetto a quella
  di chi è in servizio di leva militare, viene "pagata" dal
  giovane in servizio di protezione civile, in termini di una
  durata maggiore della leva, di dodici mesi invece di sei.
    Con l'articolo 4 si evidenzia il carattere difensivo dello
  strumento militare nazionale, come pure la sua transitorietà
  verso una difesa nonviolenta, tanto che tutti i giovani di
  leva, in armi o no, dovranno essere addestrati alla difesa
  civile nonviolenta.
    A tale proposito, il comma 3 dell'articolo 4 stabilisce che
  il Governo, di intesa con gli enti locali e con gli enti di
  servizio civile, promuova una Scuola nazionale di formazione
  alla difesa civile nonviolenta, il cui diploma sia condizione
  necessaria per l'addestramento alla difesa civile nonviolenta
  dei giovani di leva.
    Gli articoli dal 5 in poi della proposta di legge
  affrontano il problema dell'intervento fuori dai confini
  nazionali.
    I punti essenziali sono:
      a)  la previsione di un impiego fuori dai confini
  nazionali possibile solo in ambito e sotto comando diretto
  dell'ONU;
      b)  la subordinazione dell'invio di reparti al
  preventivo assenso del Parlamento;
      c)  una stretta aderenza dei compiti, che i reparti
  all'estero dovranno compiere, ai princìpi della carta delle
  Nazioni Unite e ad operazioni che non dovranno avere
  caratteristiche aggressive da un punto di vista militare;
      d)  la formazione di forze volontarie sia
  nonviolente che armate da utilizzare per questi compiti fuori
  dai confini nazionali.
    A tale proposito, è da sottolineare come la proposta di
  legge preveda che le forze disarmate siano da costituirsi
  prevalentemente con obiettori di coscienza, realizzando così
  un legame politico con il testo di riforma sull'obiezione di
  coscienza, e come si preveda che sia lo Stato a doversi fare
  carico delle spese sostenute da enti convenzionati ed enti di
  volontariato internazionale per iniziative di "diplomazia
  popolare".
 
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    L'articolo 10 inserisce questa proposta di riforma del
  servizio di leva in uno scenario di riduzione programmata
  della spesa militare, che appare anzitutto necessaria in
  relazione all'obiettivo di ridurre il debito pubblico.
    Mentre infatti il Governo taglia drasticamente la spesa per
  le pensioni (13.000 miliardi), per la sanità (10.000
  miliardi), per l'ambiente, introducendo il blocco della spesa
  per il pubblico impiego ed il principio dell'invarianza delle
  spese rispetto al 1993, la spesa militare esce praticamente
  indenne dalla manovra di bilancio per il 1993 (25.960 miliardi
  contro i 24.994 "assestati" del 1992).  Inoltre le previsioni
  di spesa per gli anni successivi sono ancora in aumento (oltre
  30.000 miliardi per il 1995, con un aumento, al netto
  dell'inflazione programmata dal Governo, del 2,5 per cento nel
  1994 e del 2,8 per cento nel 1995).
    E' questa una nuova fase di crescita che continua la
  tendenza andata consolidandosi nel bilancio della Difesa tra
  il 1975 e il 1993, ad un ritmo di aumento annuale medio del
  3,4 per cento.
    Come osserva il Rapporto della "Campagna Venti di Pace" -
  ottobre 1992, "la crescita del bilancio della Difesa italiano
  ed i programmi del "nuovo modello di difesa" contrastano con
  la riduzione della spesa militare già realizzata negli ultimi
  anni da praticamente tutti i paesi, dell'est e dell'ovest, e
  che si preannuncia ancora più significativamente nei prossimi
  anni".
    Una riduzione rilevante della spesa militare non appare
  giustificata solo dalla situazione di emergenza della finanza
  pubblica, ma anche dalla necessità, in Italia come nel resto
  del mondo, di ridimensionare il ruolo e l'entità dello
  strumento intervento militare nella nuova situazione
  internazionale, succedutasi alla crisi del blocco dei paesi
  dell' ex URSS e al conseguente scioglimento del Patto di
  Varsavia.
    Vogliamo riservare le osservazioni finali ad un confronto
  sintetico con la "filosofia" del disegno di legge presentato
  sulla materia, nel corso della presente legislatura,
  dall'allora Ministro della difesa, onorevole Andò.
    Il nostro progetto non è certo paragonabile all'ipotesi di
  creare oltre 70.000 "rambo", prevista dal disegno di legge del
  Ministro Andò, non solo per il profilo numerico (15.000 in
  armi, altri 10.000 disarmati e nonviolenti), ma nel contempo
  dà una soluzione praticabile al problema di fondo, che è
  quello di offrire strumenti concreti all'ONU perché diventi
  veramente una organizzazione che salvaguardi i diritti delle
  nazioni e dei cittadini del pianeta, e non un organismo al
  servizio di qualche Stato.
    Il volontariato non diventerà una professione, ma un
  periodo limitato della vita dei cittadini che faranno tale
  scelta, che oltre ad un trattamento economico poco più che
  discreto avranno come unico vantaggio quello di poter accedere
  al 10 per cento dei posti disponibili in alcuni corpi dello
  Stato.  Si tratta di corpi preposti all'ordine pubblico e
  qualcuno potrebbe obiettare in tal senso, perché nel nostro
  Paese l'ordine pubblico pare che si possa tutelare solo con le
  armi.  E' una logica che deriva direttamente dal ventennio
  fascista: combattere l'evasione fiscale, elevare multe o
  controllare il traffico, compiere azioni (e sono molte) volte
  alla difesa dell'ordine sociale non sono attività che
  costringono all'uso ed al porto di armi, tutt'altro.  E' questa
  la ragione che ci ha spinto a prevedere la possibilità, per i
  volontari che si arruolino nei corpi di polizia, di praticare
  l'obiezione all'uso delle armi, stabilendo in tale modo un
  primo passo verso una smilitarizzazione non solo della difesa
  armata, ma anche di tutto ciò che riguarda l'ordine e la
  convivenza nella nostra società.
 
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