| Onorevoli Colleghi! -- E' forse la prima volta che
pacifisti e non violenti si cimentano nell'elaborazione di una
proposta di legge che vada a riformare l'istituto della
leva.
La nostra proposta parte da un assunto di fondo: la difesa
della collettività nazionale non è un dovere da subire
obtorto collo, ma un sacrosanto diritto, che per essere
praticato ha necessità di avere una serie di garanzie da
fornire innanzitutto al cittadino che si avvale di questo
diritto.
La filosofia di fondo è quella di mettere al centro del
"diritto difesa" innanzitutto il cittadino, mutuandone le
esigenze e collocandole armonicamente nella struttura
predisposta all'uopo dallo Stato. Rifiutiamo pertanto una
logica, che è poi quella che pervade l'intera legislazione in
materia di leva, dall'unità d'Italia in poi, e che
caratterizza anche il progetto di riforma presentato dal
Governo, di
rendere il cittadino un mezzo, un semplice numero di cui lo
Stato si avvale per raggiungere i suoi fini.
La nostra proposta di legge istituisce due servizi di leva:
quello militare e quello di protezione civile.
I due servizi, cui partecipano tutti i giovani che
risultino in grado di svolgere il servizio di leva, si
troveranno ad operare in un periodo di transizione dal vecchio
concetto di difesa del Paese - un concetto opprimente per il
cittadino e comunque legato all'uso delle armi - a quello
nuovo, caratterizzato da un diverso concetto di minaccia (non
più e non principalmente militare).
Per ciò che riguarda il servizio di leva militare,
all'articolo 2 noi proponiamo un servizio regionalizzato,
strettamente legato
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alla comunità da cui il giovane proviene, che non si limiti
alla difesa armata, ma che veda invece un attivo intervento
nei campi della protezione civile e dell'ambiente.
Se dovessimo fare un riferimento al passato, dovremmo
andare ai reparti alpini arruolati su base territoriale,
caratterizzati da profondi vincoli di solidarietà e
conoscenza, con una proiezione dell'impegno anche terminato il
servizio di leva, nei campi dell'assistenza e dell'aiuto ai
più deboli.
Saranno reparti, quelli da noi suggeriti, che costeranno
pochissimo, caratterizzati da un addestramento che sortirà
effetti migliori dell'attuale, proprio per la più intima
conoscenza del territorio e della realtà sociale in cui
opereranno.
La durata della leva sarà di sei mesi effettivi, cui
saranno aggiunti altri sei mesi in cui il giovane svolgerà una
giornata settimanale di addestramento, e per il resto del
tempo sarà presso il proprio domicilio, pronto a rispondere
alla chiamata del reparto.
Poiché veniamo da un modello di difesa armato e stiamo
operando per il suo superamento, viene data ancora una
relativa priorità al servizio di difesa basato sui reparti in
armi. E' questa la ragione per la quale solo i giovani che
risulteranno in eccesso rispetto ai reparti di difesa
territoriale andranno a svolgere il loro servizio di leva
nella protezione civile.
Questo servizio, previsto all'articolo 3, sarà ancora più
legato al territorio, e potrà tranquillamente essere svolto
tornandosene a casa propria ogni sera.
Anche qui, se dovessimo fare un esempio concreto, potremmo
riferirci ai vigili del fuoco volontari, cittadini che
svolgono il proprio lavoro e che su chiamata, nel giro di
poche ore se non di pochi minuti, divengono un reparto
antincendio efficientissimo. E' un'esperienza preziosissima,
particolarmente sviluppata nel TrentinoAlto Adige, ma con
notevoli esperienze anche nel resto del nord Italia.
Questa estrema vicinanza a casa, maggiore rispetto a quella
di chi è in servizio di leva militare, viene "pagata" dal
giovane in servizio di protezione civile, in termini di una
durata maggiore della leva, di dodici mesi invece di sei.
Con l'articolo 4 si evidenzia il carattere difensivo dello
strumento militare nazionale, come pure la sua transitorietà
verso una difesa nonviolenta, tanto che tutti i giovani di
leva, in armi o no, dovranno essere addestrati alla difesa
civile nonviolenta.
A tale proposito, il comma 3 dell'articolo 4 stabilisce che
il Governo, di intesa con gli enti locali e con gli enti di
servizio civile, promuova una Scuola nazionale di formazione
alla difesa civile nonviolenta, il cui diploma sia condizione
necessaria per l'addestramento alla difesa civile nonviolenta
dei giovani di leva.
Gli articoli dal 5 in poi della proposta di legge
affrontano il problema dell'intervento fuori dai confini
nazionali.
I punti essenziali sono:
a) la previsione di un impiego fuori dai confini
nazionali possibile solo in ambito e sotto comando diretto
dell'ONU;
b) la subordinazione dell'invio di reparti al
preventivo assenso del Parlamento;
c) una stretta aderenza dei compiti, che i reparti
all'estero dovranno compiere, ai princìpi della carta delle
Nazioni Unite e ad operazioni che non dovranno avere
caratteristiche aggressive da un punto di vista militare;
d) la formazione di forze volontarie sia
nonviolente che armate da utilizzare per questi compiti fuori
dai confini nazionali.
A tale proposito, è da sottolineare come la proposta di
legge preveda che le forze disarmate siano da costituirsi
prevalentemente con obiettori di coscienza, realizzando così
un legame politico con il testo di riforma sull'obiezione di
coscienza, e come si preveda che sia lo Stato a doversi fare
carico delle spese sostenute da enti convenzionati ed enti di
volontariato internazionale per iniziative di "diplomazia
popolare".
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L'articolo 10 inserisce questa proposta di riforma del
servizio di leva in uno scenario di riduzione programmata
della spesa militare, che appare anzitutto necessaria in
relazione all'obiettivo di ridurre il debito pubblico.
Mentre infatti il Governo taglia drasticamente la spesa per
le pensioni (13.000 miliardi), per la sanità (10.000
miliardi), per l'ambiente, introducendo il blocco della spesa
per il pubblico impiego ed il principio dell'invarianza delle
spese rispetto al 1993, la spesa militare esce praticamente
indenne dalla manovra di bilancio per il 1993 (25.960 miliardi
contro i 24.994 "assestati" del 1992). Inoltre le previsioni
di spesa per gli anni successivi sono ancora in aumento (oltre
30.000 miliardi per il 1995, con un aumento, al netto
dell'inflazione programmata dal Governo, del 2,5 per cento nel
1994 e del 2,8 per cento nel 1995).
E' questa una nuova fase di crescita che continua la
tendenza andata consolidandosi nel bilancio della Difesa tra
il 1975 e il 1993, ad un ritmo di aumento annuale medio del
3,4 per cento.
Come osserva il Rapporto della "Campagna Venti di Pace" -
ottobre 1992, "la crescita del bilancio della Difesa italiano
ed i programmi del "nuovo modello di difesa" contrastano con
la riduzione della spesa militare già realizzata negli ultimi
anni da praticamente tutti i paesi, dell'est e dell'ovest, e
che si preannuncia ancora più significativamente nei prossimi
anni".
Una riduzione rilevante della spesa militare non appare
giustificata solo dalla situazione di emergenza della finanza
pubblica, ma anche dalla necessità, in Italia come nel resto
del mondo, di ridimensionare il ruolo e l'entità dello
strumento intervento militare nella nuova situazione
internazionale, succedutasi alla crisi del blocco dei paesi
dell' ex URSS e al conseguente scioglimento del Patto di
Varsavia.
Vogliamo riservare le osservazioni finali ad un confronto
sintetico con la "filosofia" del disegno di legge presentato
sulla materia, nel corso della presente legislatura,
dall'allora Ministro della difesa, onorevole Andò.
Il nostro progetto non è certo paragonabile all'ipotesi di
creare oltre 70.000 "rambo", prevista dal disegno di legge del
Ministro Andò, non solo per il profilo numerico (15.000 in
armi, altri 10.000 disarmati e nonviolenti), ma nel contempo
dà una soluzione praticabile al problema di fondo, che è
quello di offrire strumenti concreti all'ONU perché diventi
veramente una organizzazione che salvaguardi i diritti delle
nazioni e dei cittadini del pianeta, e non un organismo al
servizio di qualche Stato.
Il volontariato non diventerà una professione, ma un
periodo limitato della vita dei cittadini che faranno tale
scelta, che oltre ad un trattamento economico poco più che
discreto avranno come unico vantaggio quello di poter accedere
al 10 per cento dei posti disponibili in alcuni corpi dello
Stato. Si tratta di corpi preposti all'ordine pubblico e
qualcuno potrebbe obiettare in tal senso, perché nel nostro
Paese l'ordine pubblico pare che si possa tutelare solo con le
armi. E' una logica che deriva direttamente dal ventennio
fascista: combattere l'evasione fiscale, elevare multe o
controllare il traffico, compiere azioni (e sono molte) volte
alla difesa dell'ordine sociale non sono attività che
costringono all'uso ed al porto di armi, tutt'altro. E' questa
la ragione che ci ha spinto a prevedere la possibilità, per i
volontari che si arruolino nei corpi di polizia, di praticare
l'obiezione all'uso delle armi, stabilendo in tale modo un
primo passo verso una smilitarizzazione non solo della difesa
armata, ma anche di tutto ciò che riguarda l'ordine e la
convivenza nella nostra società.
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