Banche dati professionali (ex 3270)
Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


4759
DDL0387-0002
Progetto di legge Camera n. 387 - testo presentato - (DDL12-387)
(suddiviso in 20 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C387. TESTIPDL
...C387.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC387 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- Il decretolegge 11 luglio 1992, n.
  333, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992,
  n. 359, noto come decreto-legge sulle privatizzazioni,
  trasformando gli enti pubblici economici in società per
  azioni, ha di fatto modificato il rapporto tra Stato e imprese
  a capitale pubblico.  La rilevanza di questo aspetto si coglie
  soprattutto là dove la trasformazione riguarda società di
  gestione di servizi di pubblica utilità (elettricità, gas,
  trasporti marittimi, radio televisione, assicurazioni) per lo
  più monopolistiche.  In quanto enti pubblici, infatti, queste
  società riassumevano in sé, contemporaneamente, le funzioni di
  impresa e, per conto dello Stato, le funzioni di garanti
  dell'interesse generale e nazionale.  Pertanto, in quanto
  società per azioni, nella
  gestione dell'attività economica devono rispondere al mercato
  e alle norme del codice civile come qualsiasi altra impresa,
  mentre le funzioni pubbliche si sganciano, per così dire,
  dalle imprese e tornano direttamente nell'ambito dello Stato.
  L'istituto attraverso cui lo Stato affida l'esercizio di tali
  funzioni di interesse generale a società private è la
  concessione, dice esplicitamente il citato decreto-legge n.
  333 del 1992.  In linea teorica il compito potrebbe limitarsi
  ad essere soltanto quello di definire e aggiornare le modalità
  di rilascio e il contenuto delle concessioni.  In realtà questa
  distinzione e questa modificazione nel rapporto tra Stato e
  impresa di gestione dei servizi di pubblica utilità (argomento
  su cui peraltro il legislatore è intervenuto successivamente
  sia con la legge 23
 
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  dicembre 1992, n. 498, sia con il decreto legislativo 30
  dicembre 1992, n. 504, introducendo novità rilevanti anche nei
  servizi di pubblica utilità gestiti localmente) ha di fatto
  portato in luce un'esigenza già presente e più generale di
  riforma economicoistituzionale, per così dire, e ha accelerato
  processi e discussioni, in merito, ad esempio, al passaggio
  dallo Stato gestore allo Stato regolatore, ai sistemi
  tariffari e al ruolo del Comitato interministeriale dei prezzi
  (CIP), ai regimi monopolistici, oligopolistici o
  concorrenziali, soprattutto nei servizi a rete ove pesano
  rilevanti e naturali rigidità infrastrutturali, alla qualità
  dei servizi e alla tutela degli utenti, e così via.
    In relazione a questi temi, a conclusione di un confronto
  aperto da molto tempo, i gruppi parlamentari del PDS avevano
  organizzato un convegno nel febbraio del 1992 sull'efficienza
  dei servizi a rete.  Si ripropongono stralci della relazione
  del primo firmatario della presente proposta di legge a quel
  convegno perché molte delle questioni sollevate in
  quell'occasione hanno, nella presente proposta di legge, una
  prima risposta di carattere normativo e sembra opportuno
  illustrare le ragioni più generali che stanno a fondamento
  della proposta stessa.
    "Il mio compito in questo convegno è di trattare il tema
  dei pubblici servizi, delle  public utilities,  dal punto
  di vista degli utenti.
    Che dire?  Qual è la mia tesi?
    Che se negli anni '60 fu scritto lo Statuto dei lavoratori,
  ora negli anni '90 va scritto lo statuto dei diritti del
  cittadino.  Ovvero, non ritengo di dover affrontare ora io
  semplicemente un nuovo capitolo da giustapporre agli altri.
    Infatti porsi dal punto di vista dell'utente per me è
  un'ottica rivoluzionata nel modo stesso di decidere; ricolloca
  tutti gli attori dell'agire economico, sociale, istituzionale.
  Ma andiamo con ordine.  Iniziamo con la  pars destruens.
      1) L'Italia è in gravissimo ritardo.  E' quasi un luogo
  comune che lo si affermi.  Sul tema dell'utente non c'è neppure
  un adeguato confronto, discussione, crescita culturale e non
  c'è indagine, informazione.
    Pionieristica in questo fu la CISPEL nel 1981 fino a
  produrre nel 1983 la carta degli utenti dei servizi pubblici
  locali.  Volontaristici fummo noi come PDS quando
  commissionammo lo scorso anno 1991 all'ISPES un'indagine
  demoscopica sul tema del cittadino in rapporto alle pubbliche
  amministrazioni.
    La conclusione di questa carenza di retroterra culturale e
  informativo sono i pallidi diritti riservati agli utenti, di
  telefono, aerei, treni  intercity,  eccetera.
    La conclusione di fatto è una debolezza strutturale, nel
  confronto europeo, del Sistema-Paese-Italia.  Non solo infatti
  la rete dei servizi è il fattore costitutivo del
  Sistema-Paese, ma più della metà del valore aggiunto prodotto
  ogni anno nella Comunità europea proviene proprio dalla
  attività dei servizi: questa è la dimensione del problema!
    Emblematico infine è che, ad esempio, la Spagna, ultima
  arrivata nella Comunità, già dal 1986 ha una legge generale a
  tutela del consumatore - utente, mentre in Italia non viene
  approvato neppure un piccolo testo che istituisce una
  commissione nazionale delle associazioni, con una dote di 2
  miliardi l'anno!  Emblematica è la fatica a decollare di
  associazioni e movimenti di consumatori ed utenti in
  Italia.
    2) Non tutto è fermo però.
    Lo dico pensando ad esempio ad alcuni accordi sindacali, o
  all'iniziativa presa da alcune aziende pubbliche o private,
  tal volta in dialogo con le associazioni.
    Ma non è passata invano neppure la X legislatura.  Non è
  vero che nulla si è fatto.
    Cito come esempio:
      la legge n. 146 del 1990 sul diritto di sciopero, dove si
  afferma il criterio della garanzia delle prestazioni minime
  nei servizi pubblici essenziali;
      la rivoluzionaria legge n. 241 del 1990, sull'obbligo di
  tempi certi, responsabilità e trasparenza della pubblica
  amministrazione;
 
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      la legge n. 142 del 1990, di riforma degli enti locali,
  dove si introduce tra l'altro la figura del difensore
  civico;
      la legge n. 86 del 1990, sui delitti dei pubblici
  ufficiali, contro le pubbliche amministrazioni;
      la stessa legge Mammì, che per lo meno istituisce la
  consulta degli utenti televisivi.
    Ma poi ci sono leggi più generali che tutelando la
  concorrenza tutelano utente e consumatori (penso alla legge
  istitutiva dell' antitrust)  e le norme di recepimento
  delle direttive CEE sulla responsabilità del produttore, sulla
  pubblicità ingannevole, sui contratti fuori locali commerciali
  eccetera; poi le norme sulla trasparenza bancaria ed altro
  ancora.
    Ma il limite anche di queste novità positive sta nel fatto
  che manca ad esse un filo conduttore.  Sono misure prese senza
  ordine.  Mi viene in mente un'altra decisione per così dire
  rivoluzionaria (su cui tornerò) decisa dal CIP lo scorso 18
  dicembre 1991 che introduce, per determinare le tariffe, il
  metodo del  price-cap,  ma che ha il suo primo grave
  limite nel fatto che è stata presa in sordina.  Ovvero, anche
  quel che è stato fatto è avvenuto senza adeguato
  dibattito-informazione.  Il dibattito suscita attenzione,
  moltiplicazione di idee e diffusione di iniziative,
  protagonismo delle associazioni.  Fa maturare domande ed
  esigenze (nei cittadini e nell'opinione pubblica).
    Quel che è stato fatto è avvenuto "a pezzi e bocconi",
  senza una filosofia, senza strumentazione adeguata, senza
  introdurre pesi e contrappesi, monitoraggio e soprattutto
  controlli, senza politiche industriali e di mercato
  corrispondenti che pongano al centro utente e consumatore.
    Tutto ciò fino al punto che ci ritroviamo con belle norme
  per il cittadino del tutto disattese dall'amministrazione.
  Inapplicate.  Cito per tutte la legge sull'autocertificazione o
  la n. 241 del 1990 sui tempi e la trasparenza e la
  responsabilità nelle pubbliche amministrazioni e anche solo
  quella banale legge del 1977, mai ricordata, la n. 487,
  riesumata nel 1989 e tuttora ferma, che istituisce il libretto
  di famiglia in sostituzione di mille certificati: quante code
  farebbe risparmiare d'un solo colpo al nostro cittadino
  malversato?
    4) Ecco dunque emergere la prima esigenza di fondo: qual è
  il modello, il contesto, il quadro generale di riferimento,
  che vogliamo costruire ed entro cui assumerà naturalmente un
  senso e una sua forza ogni singola decisione, legislativa o
  contrattuale o amministrativa che sia?
    Pensiamo al modello anglosassone, in particolare a quello
  inglese, forse il più organico ed esteso? Lì un unico filo
  conduttore lega i processi di privatizzazione, l'apoteosi
  della concorrenza, la popolarizzazione dell'azionariato, la
  istituzione di autorità di controllo-qualità  (Oftel, Offer,
  Ofwater,  ...) e il  price-cap,  le procedure di
  consultazione e la Carta del cittadino, approvata in
  Parlamento a Londra nel novembre del 1991, un associazionismo
  forte e professionale, eccetera.
    Oppure, pensiamo di seguire l'esempio olandese o francese
  dove si combinano obiettivi di qualità delle pubbliche
  amministrazioni e di democratizzazione (legge del 1983) del
  settore pubblico; indirizzi definiti attraverso accordi di
  programma,  contrats de plan,  che condizionano le regole
  del  price-cap  e poi specifiche carte dei diritti, ad
  esempio del cliente sui treni, la presenza di forti
  associazioni consumeristiche che hanno un significativo punto
  d'appoggio nell'Istituto nazionale del consumo, eccetera.
    La stessa Spagna in forma garibaldina sta avviandosi a
  bruciare i suoi tempi di azione.
    In Italia, a voce, c'è un pò di tutto, una miscellanea
  sconclusionata di tesi e fatti: nuove leggi,  price-cap,
  processi di privatizzazione che per ora si limitano in realtà
  a trasformare gli enti pubblici in società per azioni (ed è
  già un passo avanti in nome della trasparenza!) e che però
  vengono annunciati affidando loro una missione del tutto
  impropria, di coprire il buco dello Stato, e non sono sorrette
  da una strategia:
 
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  chi, ad esempio, dopo aver chiesto all'ENEL di essere una
  impresa come le altre, che risponde al mercato, si è
  preoccupato di risolvere per altra via questioni di
  regolazione, di controllo di qualità, di tariffe e di tutela
  dell'interesse pubblico!
    Torniamo dunque al tema: che cosa occorre per aprire
  seriamente e compiutamente anche in Italia il grande capitolo
  della difesa degli interessi di consumatori e utenti?
    Con questa relazione mi limito a suggerire argomenti e
  spunti di dibattito.
      a)  Ancora una premessa però va posta: Chi è l'utente?
  Ha mille volti.  Certo c'è l'utente diffuso, singolo, la
  casalinga, il viaggiatore, ma rimarremmo con un'idea
  inadeguata, impropria, se ci limitassimo a questa
  raffigurazione.  C'è infatti l'utente "collettivo",
  associazioni, gruppi di mestiere e occasionali, categorie
  sociali, categorie d'età, eccetera.  Ma c'è anche il "grande
  utente" oppure l'utente professionale: mi appello a loro
  perché sono più forti, possono più facilmente costituire, per
  così dire, contropotere, come avviene ad esempio nel mercato
  USA dove risorse, mezzi e uomini vengono impegnati dal sistema
  delle imprese proprio per costituirsi come utenti, grandi
  consumatori che fanno sentire la loro voce e valere i loro
  interessi.  E c'è l'utente lavoratore, sto parlando proprio del
  lavoratore dentro i servizi pubblici, che è controparte sì in
  un certo senso, ma lo è diciamo per 1.800 ore l'anno, mentre
  per altre 9.000 ore è anch'egli solo utente, un utente
  particolare perché al tempo stesso conosce la macchina dal di
  dentro.  E allora anche qui mi appello: mi appello al sindacato
  perché in prima persona promuova una grande iniziativa, per
  gli utenti, forte della sua conoscenza diretta delle cose.
      b)  E che cosa vuole l'utente?  Che il servizio ci sia,
  innanzitutto, e sia disponibile e accessibile.  Che sia
  efficiente? Sì certo, ma è meglio parlare di funzione qualità
  di cui l'efficienza è solo una componente: voglio sì il treno
  in orario, ma lo voglio sicuro, ospitale, tranquillo, senza
  fumo, accogliente se ho problemi particolari o  handicap.
  Cerca sopratutto competenza l'utente agli sportelli, dice
  l'indagine ISPES: informazioni certe, buona educazione,
  insomma un buon servizio.
      c)  In nome di quale diritto l'utente vanta pretese?
  In nome di un diritto universale di cittadinanza, che
  richiede, per così dire, una universale disponibilità dei
  servizi minimi, un tempo tradotta nell'obbligatoria pubblicità
  del servizio, pur di bassa qualità, ma fondamentalmente
  accessibile perché a basso costo, con oneri a spese dello
  Stato e distribuzione di carichi soppesata con le tasse.
    E l'utente, pagando la tariffa, vanta inoltre pretese in
  nome di un diritto, per così dire, contrattuale, di un
  contratto che non può essere un patto leonino, che deve
  conoscere, deve essere rispettato, vigilato, eccetera.
    L'utente agisce in nome di un diritto, insomma, cui deve
  corrispondere un potere, un potere al cittadino dice Major
  nella Carta del cittadino, uno spostamento nei rapporti di
  forza tra fornitore e utilizzatore del servizio, un diverso
  equilibrio: questo è in fondo il punto generale del
  programma!
    1) E con ciò siamo anche al primo capitolo che mi propongo,
  quello dei poteri degli utenti rispetto alle decisioni delle
  imprese.  Poteri:
      di partecipazione: direttamente come utenti, ma anche
  come lavoratori, attraverso un azionariato diffuso  (public
  companies)  con nuovi diritti e poteri dell'azionista, o
  attraverso la democratizzazione del settore pubblico, come ad
  esempio si è tentato in Francia con la legge del 1983;
      di consultazione: penso ai  consumers council,  o ai
  monitoring and customer audit  delle autorità inglesi
  (OFTEL, OFGAS), o alle indagini demoscopiche o alle  public
  hearings,  presente la stampa, con i politici che poi
  decidono autonomamente, ma che in forma originale sono
  chiamati al confronto con le competenze;
 
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      di controllo: disponendo di strutture professionali che
  operano per conto, di mezzi diretti per l'accesso alle
  informazioni, di verifiche periodiche;
      di reclamo: di iniziativa collettiva o individuale,
  potendo contare sulla celerità della composizione delle
  vertenze e sulla semplicità o comodità per attivarle o sulla
  stessa automaticità di risarcimento.
    Entro un percorso di centralizzazione delle scelte
  politiche e decentramento delle gestioni amministrative
  (Tocqueville) dovranno prevalere funzioni di controllo sulle
  grandi scelte e compiti partecipativi nelle attività di
  gestione: penso alle attuali municipalizzate di gas,
  elettricità, trasporto, luce, riscaldamento, rifiuti; ma penso
  anche alle società locali per le acque della prossima riforma,
  oppure alle possibili strutture regionali o territoriali
  dell'ENEL o delle ferrovie (in Francia nell'aprile del 1991 è
  stata avviata una nuova struttura organizzativa prevista a
  regime nel 1994 con gestione decentrata, maggior
  responsabilizzazione dei dirigenti locali e autonomia
  decisionale). O, perché no, delle poste.  Qui la partecipazione
  diretta degli utenti può essere più efficace e praticabile.
    2) Il secondo capitolo, dopo quello dei poteri, riguarda la
  definizione dei diritti degli utenti e la moltiplicazione dei
  mezzi strumentali per farli valere:
       nella Carta del cittadino, secondo il modello Major,
  sono compresi tutti i servizi, anche gli ospedali, le scuole,
  gli alloggi;
      più semplici ai miei occhi appaiono le carte specifiche,
  Carta del turista, del viaggiatore, del pedone, del malato,
  oppure, sui treni, del passeggero.
    Al di là della formulazione sintetica, fondamentale è la
  definizione di:
        standard  di qualità;
      ovvero livelli di servizio ed obiettivi di prestazione,
  rivisti periodicamente;
    cioè la descrizione del fenomeno qualità:
      attraverso indicatori misurabili quantitativamente,
  omogenei;
      e dunque confrontabili nel tempo (miglioramenti), e nello
  spazio (concorrenza tra località, emulazione);
      resi noti in forme semplici, chiaramente leggibili, così
  che il cittadino possa giudicare il servizio e far valere le
  proprie ragioni;
      infine premiati con marchi di qualità, e certificazioni
  rilasciate dalle autorità quando gli  standard  sono
  significativamente sopra il livello minimo stabilito.
    Spetterà ovviamente alla parte pubblica, nazionale e
  locale, fissare gli obiettivi qualitativi, secondo una base
  comune nazionale, ma lasciando spazio per differenze locali,
  superando il modello unico, ma aprendo anche qui una gara, un
  confronto, una concorrenza che, se non è reale di mercato, è
  per lo meno comparativa.
    Gli esempi di come sia possibile tradurre la qualità in
  quantità sono infiniti: riguardano i tempi (il recapito delle
  lettere; l'arrivo dei treni; l'intervento per guasti: l'attesa
  in biglietteria, eccetera), la puntualità media (in
  Inghilterra il 92 per cento dei treni arriva entro i cinque
  minuti di ritardo; secondo il Movimento consumatori in Italia
  oltre il 25 per cento supera i quindici minuti di ritardo, e
  in generale abbiamo un 30 per cento in più di disservizio
  rispetto alla media europea), l'affidabilità (equivale alla
  percentuale delle macchine e delle linee o delle cabine
  telefoniche in funzione), la pulizia, le informazioni via
  telefono (quante domande hanno risposta entro 30 secondi),
  quali e quanti servizi sono presenti in ogni stazione
  ferroviaria o aerea, oppure il rapporto tra conversazioni
  effettuate e conversazioni tentate (che in Italia si aggira
  sul 54 per cento quando in altri Paesi europei è del 60-70 per
  cento).
    Questa impostazione permette l'elaborazione per ogni
  servizio di uno schema
 
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  automatico di indennizzo o compensazione  (compensation
  scheme)  a favore del cittadino.  Nel campo dell'energia, ad
  esempio, in una tabella viene elencato il tipo di servizio,
  che guai può avere (interruzione nell'erogazione nel gas,
  sbalzi di elettricità, eccetera), in quanto tempo devono
  essere rimediati, quale è il rimborso se si ripetono o non
  vengono rispettati i tempi: il risarcimento è automatico sulla
  bolletta.  In generale il risarcimento deve essere rapido,
  certo, consistente, senza comportare costi e fatica
  all'utente.
    Al di là del risarcimento automatico, anche le possibilità
  di reclamo devono poter essere semplici, accessibili,
  organizzate con sportelli decentrati, risolte sul posto e, in
  caso di fallita procedura interna, offrire in alternativa
  forme di arbitrato, strumenti come le commissioni
  conciliatrici o i difensori civici.
    Il quadro è quello di responsabilità, chiaramente
  individuabili, del gestore, dell'operatore (cartellini o
  indicazioni di riconoscimento contro l'anonimato) ed anche dei
  cittadini ed utenti (penso al rispetto delle regole, ad
  esempio per il fumo, la sporcizia, la maleducazione,
  eccetera).
    Di tutto ciò abbiamo solo pallidi simulacri in Italia.
    3) Spostiamoci però più avanti e precisiamo l'argomento.
    Finora infatti ho parlato di servizi in generale.  La CEE a
  questo riguardo ha in corso un'interessante proposta di
  direttiva sulla responsabilità del prestatore di servizi (così
  come già esiste la responsabilità del produttore per danno) e
  che comprende anche professionisti, installatori, eccetera,
  imponendo la nullità di clausole contrattuali vessatorie ed
  inique rispetto a un servizio che deve essere fornito in
  tempo, con competenza e in modo efficiente per l'utente.
    Proviamo però a selezionare tra i servizi e a considerare
  solo i servizi a rete, ovvero i servizi di pubblica utilità
  dove:
      ha un ruolo fondamentale, a rilevanza condizionante,
  l'infrastruttura che addirittura definisce l'offerta dei
  servizi (strade, ferrovie, aereoporti, gasdotti, elettrodotti,
  rete idrica, telecomunicazioni, eccetera).
    Qui nevralgico è l'investimento, la progettazione, lo
  stock  di capitale sociale che viene convogliato in
  ognuno dei settori attraverso una decisione politica che si
  presenta come "offerta d'insieme": è dunque qui, sulla
  decisione politica che bisogna appuntare in via prioritaria
  l'attenzione;
      è evidente la rigidità strutturale, perché sono reti (e
  servizi) che una volta installate sono quelle.
    Come dice Nijkamp: immobili, indivisibili, e non
  sostituibili.  Richiedono opere di lunga durata e costi da
  Titanic,  da affondamento, come vengono definiti
  letteralmente appunto i  sunk costs;
        il monopolio o l'oligopolio sono conseguenze o
  tendenze naturali, e sono condizioni  de jure  o  de
  facto.
      Qui appunto il controllo a monte sui piani di
  investimento in relazione alla funzione qualità per l'utente è
  il passaggio decisivo su cui intervenire, al di là di puntare
  quanto più è possibile sull'allargamento del potere più
  significativo in mano all'utente-consumatore, che è in ogni
  caso il potere di scelta tra offerte differenti, una
  condizione di concorrenza se non all'interno dello stesso
  servizio, almeno tra servizi equivalenti (ad esempio: strada o
  ferrovia);
      eccoci peraltro giunti ad un'altra tesi forte: e cioè,
  come dice J. Stuart Mill, che in generale ognuno difende al
  meglio i propri interessi se può difenderli da sé, ovvero che
  il miglior modo perché ognuno possa contare è che sia
  informato e possa poi scegliere, decidere avendo di fronte più
  alternative.
    L' exit,  il cliente che se ne va è la soluzione più
  drastica che sposta dall'utente l'interesse esclusivo alla
  qualità trasformandolo in un aspetto della gara delle imprese
  per accaparrarsi clienti (che rivoluzione sarebbe nella
  scuola!).  Solo così si evita che il problema qualità sia bene
  o male sempre una questione di "buona volontà" (e non invece
  un fatto necessario, di
 
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  sopravvivenza per l'impresa) o di controlli pubblici
  dell'utente (costosi).
    In altre parole, terzo capitolo del nostro programma, ciò
  significa tentare di introdurre quanto più possibile elementi
  di concorrenzialità laddove oggi prevalgono condizioni
  monopolistiche, oligopolistiche, di cartello o di dominanza.
  Ovvero significa, per così dire, dimagrire, spolpare, ridurre
  all'osso, al minimo indispensabile la situazione di
  monopolio.
    Come?  Senz'altro disarticolando il servizio e ad esempio
  moltiplicando appalti e servizi interni concessi in
  concorrenza per qualità (ristorazione, pulizie, manutenzione,
  eccetera) ovvero alleggerendo nei grandi enti i servizi
  gestiti in regime di monopolio (vale monopolio, per l'ENEL,
  nel grande trasporto, ma non nella produzione elettrica o
  nella distribuzione locale; il libro verde della CEE del 1987
  sulle telecomunicazioni distingue tra organi regolatori e
  gestionali e accetta la possibilità di monopolio solo per i
  servizi di base e le infrastrutture di rete, liberalizzando il
  mercato dei terminali e dei servizi a valore aggiunto) ovvero
  ancora equilibrando l'intervento pubblico al fine di rendere
  tra loro concorrenti servizi alternativi (ad esempio la
  macchina con il treno, caricando sui costi della macchina
  alcuni dei costi sociali ad essa riconducibili quali quelli
  per strade, o disinquinamento).
    4) Ma in ogni caso nei servizi a rete il monopolio resiste
  come situazione di fatto o necessaria.
    Come condizionarlo?  Ecco l'interrogativo cui tentare di
  rispondere ora aprendo il quarto capitolo del nostro discorso
  sugli utenti.
    Leva potente è ovviamente la tariffa.
    L'ipotesi di lavoro che proponiamo è l'introduzione del
  price-cap  corretto.
    L'Inghilterra offre il più esteso esempio di adozione di
  forme di  price-cap,  in vigore anche in USA e in Francia.
  E' un metodo fondamentale antinflazionistico che sposta il
  calcolo della tariffa portandolo dalla valutazione dei costi
  di impresa (effettuati  ex post:  pago i conti a piè di
  lista) alla determinazione del prezzo  ex ante,  fissando
  una tariffa base e variandola annualmente in relazione
  all'andamento dell'inflazione, cui sottraggo un fattore X, che
  è la produttività sperata, un fattore K, che è la variante
  specifica (in campo energetico è ad esempio il prezzo del
  petrolio o del metano), e aggiungo un fattore Y che sono gli
  investimenti per un riequilibrio infrastrutturale del servizio
  nazionale.
    E' un metodo semplice, comprensibile per gli utenti,
  riferimento certo per gli utenti, ma sopratutto per l'impresa
  e i suoi azionisti, facile da applicare senza dover dipendere
  dai conteggi offerti direttamente dal  management
  dell'azienda.
    Di fatto poi si stabilisce una tariffa media, lasciando
  alla gestione interna regolata dall'azienda un'articolazione
  differenziata per classi di utenza e servizi.
    Dove sta il rischio fondamentale di tale sistema?
    Sta nel fatto che, fissata la tariffa, l'impresa
  monopolista tenderà a fissare la qualità ai livelli più bassi,
  ovvero a ridurre indiscriminatamente i costi interni.
    Ecco perché è necessario un correttivo, porre cioè le
  condizioni della qualità.
    La delibera del CIP del dicembre 1991 affida questo compito
  al contratto di programma.
    L'esempio viene dalla Francia, dai suoi  contrats de
  plan  in campo elettrico e telefonico.  Nel contratto sono
  previsti obiettivi di trasparenza e rendiconto, di ricerca, di
  valorizzazione delle risorse umane e dinamica occupazionale,
  di sviluppo del servizio, di investimento e sopratutto di
  qualità.
    Secondo me è sperimentabile in qualche caso il conteggio
  della qualità nella tariffa e la definizione, per ogni
  offertaqualità, di un prezzo, in una relazione tra costi e
  prestazione.
    Ma il limite vero di quella delibera del CIP, al di là di
  essere stata presa in sordina ed essere rimasta del tutto
  inapplicata, risiede proprio nel contesto in cui si è situata,
  e soprattutto (è questo il punto debole fondamentale) nel
  fatto che manca un regolatore, chi controlla, un'autorità
 
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  che renda efficaci le misure decise e concordate, e magari
  definite da un contratto di programma.
    5) E siamo al quinto capitolo del nostro resoconto.  Nella
  delibera del CIP già citata si prevedeva l'istituzione di un
  Osservatorio della qualità.  E ritorna l'individuazione di
  questo compito di controllo della qualità anche in altri casi
  come, ad esempio, per le tariffe dei trasporti affidate al
  CIPET con la legge 4 giugno 1991, n. 186.
    Ma siam ben lontani dall'assunzione di questa funzione di
  controllo esterno della qualità come di un ruolo generale
  fondamentale della parte pubblica rispetto al mercato e al
  sistema delle imprese.
    Nel caso specifico dei servizi di pubblica utilità si
  impone la istituzione di una Autorità di controllo, qualcuno
  dice di una "Consob" per le  utilities,  garante
  dell'interesse generale e della qualità del servizio.
    Forse è meglio pensare non ad una sola, ma a più autorità,
  una per ogni servizio.  Al di là di questo, è decisivo il suo
  carattere di soggetto terzo rispetto alla società di gestione
  e alle autorità politico-amministrative; la sua autonomia e la
  sua incisività che rendono indifferente il fatto che la
  società di gestione del servizio sia pubblica o privata; il
  suo agire avendo come base un quadro di impegni definito dalla
  parte politica (Carta del cittadino) di cui deve semplicemente
  garantire l'effettività.
    Il modello sono i regolatori, le autorità di controllo
  delle pubbliche  utilities  inglesi, ad esempio
  l' Office of telecomunications,  appunto un'autorità
  pubblica autonoma, con un direttore generale che ha il compito
  di promuovere la concorrenza, di garantire l'efficienza del
  sistema e di proteggere i consumatori; ha ampi poteri di
  regolamentazione; sorveglia il gestore e sanziona o reprime
  comportamenti non corretti, simula il contesto concorrenziale
  per disporre di un riferimento teorico ottimale.
    Così è in USA ad esempio con la  Federal comunication
  commission,  la quale svolge indagini sul servizio
  telefonico di ogni Stato e se trova che si colloca sotto gli
  standard  prefissati interviene d'autorità per ridurre le
  tariffe.
    E poi abbiamo l' Office  per il gas, l'acqua,
  l'elettricità, che agiscono in un contesto dove intervengono
  anche per altra via iniziative di controllo, esistendo forti
  associazioni, con ampi poteri e solide strutture professionali
  a disposizione (avvocati) per aprire contenziosi, oppure
  esistendo altre figure generali a tutela dei cittadini come
  sono gli  ombudsmen.
      Qui sta la nostra debolezza fondamentale.  Il CIP è una
  struttura del tutto inadeguata per poteri, mezzi e risorse a
  disposizione, costretto com'è ad avvalersi del personale degli
  enti da controllare per poter svolgere le proprie mansioni.
    Prevale da noi la tesi antica e consunta per cui il
  pubblico in quanto tale è garanzia di universalità dei servizi
  offerti e di qualità.
    Se capita che per legge istituiamo le prime figure di
  garanti terzi, com'è ad esempio per il garante in relazione
  agli scioperi nei servizi, poi lo lasciamo nella totale
  impotenza mettendogli a disposizione un solo funzionario e due
  segretarie, che è la realtà attuale!
    Qui dunque è necessario l'intervento del legislatore,
  forte, convinto, celere.
    6) L'ultimo capitolo che propongo riguarda un argomento che
  mi è particolarmente caro: è il tema dell'informazione,
  premessa dell'azione, del diritto fatto valere e che per far
  valere devo innanzitutto riconoscere come diritto.
    La stessa possibilità di  exit  in realtà ha come
  precondizione l'informazione, se non si vuole dare ragione a
  Marx che demolisce il pensiero liberista proprio in quanto si
  fonda sulla  fictio juris  del consumatore conoscitore
  universale delle merci.  Ma l'utente di un servizio gestito in
  regime di monopolio perderà anche il suo potere di reclamo, la
  sua  voice,  se non costruiamo intorno a lui un contesto
  di trasparenza e leggibilità dei dati: Che significa?
  Significa:
        a)  che l'informazione esista, sia raccolta, sia
  disponibile: ciò comporta compiti di monitoraggio, di raccolta
  dati, di sondaggi, di modulari distribuiti agli sportelli,
 
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  di opinioni dei lavoratori ascoltate, di pareri e
  giudizi resi pubblici;
        b)  che l'informazione disponibile sia anche
  leggibile, cioè semplice, comprensibile, tradotta anche
  linguisticamente, comunicata nel linguaggio più familiare
  all'utente;
        c)  che per essere comprensibile sia anche
  confrontabile, cioè misurabile, comparabile, dunque
  omogenea;
        d)  che sia discussa, attraverso forme di
  auditing,  di  public hearing  come in USA, così che
  ognuno possa farsi una opinione più completa, un giudizio;
        e)  che risulti accessibile, cioè sia disponibile
  sul posto, alla mia portata, presso l'ufficio, allo sportello,
  diffusa, e soprattutto pronta quando mi serve, al momento
  giusto, attraverso mezzi semplici come il telefono, senza
  barriere, con ampi orari di apertura degli sportelli;
        f)  che sia verificabile, cioè sia sottoposta al
  vaglio di controanalisi mia o delle associazioni a mia tutela
  e così via;
        g)  che risulti completa, dunque presente nelle
  relazioni dei regolatori e dei gestori, ampiamente documentata
  nei bilanci, raccolta in pubblicazioni, opuscoli,
  videocassette, eccetera;
        h)  che sia offerta in tempo reale, per quanto
  possibile, informatizzando la rete di collegamento delle
  banche dati centrali con gli sportelli diffusi.
    Si apra una gara, una rincorsa su questi obiettivi, si crei
  un clima, un contesto di trasparenza che naturalmente diviene
  il contesto ottimale di tutela dei diritti e degli interessi
  dell'utente.
    Ritorno in conclusione alla mia tesi iniziale: gli anni '60
  in Italia sono stati gli anni dello Statuto dei diritti del
  lavoratore, gli anni '90 devono diventare gli anni dello
  statuto dei diritti del cittadino, del contribuente, del
  consumatore, dell'utente dei servizi pubblici e degli
  sportelli della pubblica amministrazione.  Non si apre
  semplicemente un nuovo capitolo nei programmi politici:
  parliamo del cuore delle strategie.  Rivoluziona i
  comportamenti degli attori sociali.  E' un compito culturale
  prima ancora che operativo.  E' il compito di sradicare
  abitudini, consuetudini, mentalità: del politico, disorientato
  se gli vengono a mancare i tradizionali gruppi di pressione e
  di interesse cui riferire i propri comportamenti;
  dell'imprenditore, che passi da un mondo concettuale dove
  esistono solo efficienza e produttività e dove la qualità è un
  costo, a un mondo dove hanno cittadinanza il cliente, la
  qualità, la trasparenza, l'ospitalità, evitando così
  pericolose alleanze al ribasso con l'altro soggetto
  attualmente forte sul piano sociale: il lavoratore occupato e
  sindacalizzato.  Anche qui vanno sradicati comportamenti
  tradizionali.  Non siamo in verità all'anno zero.  Ormai quasi
  tutti gli accordi contrattuali nelle pubbliche amministrazioni
  esordiscono con programmi dedicati al cittadino: uffici di
  pubbliche relazioni (per reclami, suggerimenti);
  semplificazioni modulistiche (meno carte); orari degli
  sportelli e logistica dei locali (barriere); formazione del
  personale addetto agli utenti; sportelli polivalenti; fondi
  per il miglioramento dell'efficienza dei servizi; progetti
  finalizzati alla trasparenza e al dialogo; riconoscibilità
  degli addetti, eccetera.
    Proprio perché non siamo all'anno zero sarebbe interessante
  promuovere conferenze annuali con le associazioni degli utenti
  per esaminare l'andamento delle cose, i risultati, gli
  impedimenti, le difficoltà incontrate da quei contratti.
    Ma ben altro, ad ogni modo, va messo in campo per
  iniziativa dei lavoratori.  Quel che va fatto emergere è quel
  grande patrimonio di talenti, energie, senso di
  responsabilità, affidabilità presente nel pubblico impiego,
  patrimonio che va liberato.  E' una potenzialità che si può
  sviluppare se viene riconosciuta, responsabilizzata nella
  propria autonomia, creando nel limite del possibile un
  rapporto diretto tra stipendio e prestazione (senza limitarsi
  banalmente agli indici di puntualità e di assenteismo) e
  soprattutto sviluppando forme di partecipazione all'impresa,
  sia sotto il profilo economico che decisionale,
 
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  perché valgano e siano efficaci i reclami dell'utente, ma
  contino in prima battuta i suggerimenti e le valutazioni
  interne dei lavoratori.
    Non vado oltre.
    Voglio solo concludere con un appello.  In questa opera di
  rivoluzionamento dei comportamenti non ci deve mancare il
  coraggio.  Pongo il coraggio come un valore per la politica
  oggi.  Vorrei che la politica facesse sue le parole di Keynes
  quando scrive che dobbiamo "inventare una nuova saggezza per
  una nuova era.  E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di
  buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi
  e disubbidienti a coloro che ci hanno preceduto".  Fantasia e
  coraggio per una causa giusta.
    D'altronde sono convinto che la rivolta dell'utente può
  coincidere con la rivolta dell'Italia moderna".
    Sono queste le basi concettuali su cui si fonda la presente
  proposta di legge, che si suddivide in due capi di cui il
  primo istituisce un'Autorità garante unica per i servizi di
  pubblica utilità, il secondo prevede la creazione di un
  Osservatorio per l'analisi dei costi e dei prezzi dei beni e
  delle prestazioni.
    L'Autorità garante dei servizi di pubblica utilità
  interviene nell'ambito dei servizi di pubblica utilità a rete
  con particolare riguardo per i settori dell'energia elettrica,
  del gas, delle telecomunicazioni, delle acque e dei
  trasporti.
    L'Autorità si articola in più strutture connesse ai settori
  sopra evidenziati, dotate ciascuna di autonomia organizzativa,
  regolamentare e contabile.  Ogni singola struttura può
  investire l'organo collegiale delle questioni di particolare
  rilevanza.
    Compito precipuo dell'Autorità è la determinazione delle
  tariffe dei servizi di pubblica utilità in base alla formula
  del  price cap,  indicata nell'allegato A della presente
  proposta di legge, nel quale le variabili caratterizzanti sono
  date dal tasso di crescita della produttività e
  dall'indicatore della qualità del servizio offerto.
    Le tariffe possono prendere in considerazione obiettivi di
  miglioramento delle condizioni dell'ambiente di lavoro,
  incremento dell'innovazione tecnologica, capillarità del
  servizio, salvaguardia ambientale, risparmio energetico e uso
  razionale delle risorse.
    Fulcro del rapporto giuridico intercorrente tra lo Stato,
  le regioni, gli enti locali e le imprese che gestiscono
  servizi di pubblica utilità è l'istituto della concessione che
  viene attribuita dal Ministro o dalle amministrazioni
  competenti in seguito all'accertamento, da parte dell'Autorità
  antitrust,  delle condizioni e dei requisiti necessari
  per ottenerla.  Strettamente connessa alla concessione è la
  possibilità di stipulazione dei contratti di programma
  poliennali per il raggiungimento di obiettivi di medio-lungo
  periodo.
    Nell'interesse del consumatore, l'Autorità stabilisce
  annualmente  standard  minimi di qualità modulati in
  relazione alle differenti situazioni ambientali, geografiche e
  sociali dell'area di insistenza del servizio.  Agli utenti
  peraltro è riconosciuto il potere di adire l'Autorità qualora
  ravvisino inadempimenti particolari nella fornitura dei
  servizi di pubblica utilità.  A questi poteri di denuncia sono
  correlate misure sanzionatorie e risarcitorie.  Riguardo a
  queste ultime significativa è l'introduzione della misura
  dell'indennizzo automatico agli utenti in caso di mancato
  rispetto dei predetti  standard  minimi di qualità.
    La gestione dei servizi di pubblica utilità e l'attività
  dell'Autorità sono informate a regole di trasparenza che si
  traducono, per le imprese, nel dovere di informare gli utenti
  sui contenuti dei contratti di programmi attraverso le fatture
  commerciali e per l'Autorità nell'applicazione delle norme di
  cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241.  Inoltre, sono previste
  campagne di sensibilizzazione degli utenti sulle
  caratteristiche della fornitura dei servizi, nonché sui
  diritti di informazione disciplinati dalla presente proposta
  di legge.  In questa ottica particolare riguardo si è avuto
  nell'affidare all'Autorità il compito di definire specifiche
  carte degli utenti per ciascun servizio di pubblica
  utilità.
 
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    La necessità di riordinare le competenze, gli uffici e le
  piante organiche dei Ministeri a seguito dell'attuazione della
  presente proposta di legge, ha suggerito di delegare al
  Governo l'emanazione della normativa di armonizzazione e
  coordinamento.
    Il capo II demanda all'Autorità di cui all'articolo 10
  della legge 10 ottobre 1990, n. 287, la funzione di analisi
  dei costi e dei prezzi attraverso l'istituzione nel proprio
  ambito di un Osservatorio a ciò deputato al quale vengono
  attribuite le competenze del disciolto Comitato
  interministeriale dei prezzi.
    Compiti specifici dell'Osservatorio sono quelli relativi
  all'attività di monitoraggio della formazione e dell'andamento
  dei
  prezzi dei beni onde evitare fenomeni distorsivi del processo
  di formazione del prezzo.  Gli utenti potranno consultare una
  banca dati informatizzata sull'andamento dei prezzi istituita
  presso l'Osservatorio e consultabile anche presso le camere di
  commercio, industria, artigianato e agricoltura.
    Con il supporto dell'Osservatorio, l' Antitrust  avrà
  il potere di controllare l'andamento dei prezzi, di far
  emergere attraverso la stampa gli eventuali abusi delle
  imprese, nonché di promuovere l'adozione da parte delle
  associazioni di categoria di codici di autoregolamentazione
  ispirati al principio della correttezza nei confronti del
  consumatore.
 
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