| Onorevoli Colleghi! -- La proposta di legge che presentiamo
intende affrontare con vigore il tema, anzi il problema, della
custodia, della manutenzione ordinaria, della gestione e della
fruizione pubblica della miriade di beni culturali minori
"disseminati" un po' ovunque in Italia e in genere non solo
"negati" al pubblico, ma purtroppo anche abbandonati al
degrado ed alla spoliazione. Infatti dal momento che lo Stato,
per la dissennata politica economica dei vari Governi
succedutisi in questo dopoguerra, non è in grado di garantire
l'integrità di quelli di maggiore rilevanza, è purtroppo
semplicemente impensabile che possa esercitare un'attività di
adeguata salvaguardia e valorizzazione per quelli minori.
Noi riteniamo che, a parte le tante altre considerazioni
che potrebbero essere fatte sui macroscopici errori di
politica economica, uno almeno non possa essere tralasciato in
queste brevi considerazioni esplicative della proposta di
legge.
Non si è infatti mai pensato, o meglio non si è mai voluto
pensare, ai beni culturali ed ambientali italiani come ad una
eccezionale risorsa, unica al mondo per qualità ed estensione,
tale da essere un polo di aggregazione non solo della memoria
storica - senza la quale un popolo non può pensare di avere
diritto ad un futuro -, della sensibilità culturale e
dell'unità nazionale, ma anche delle domande di "cultura";
polo intorno al quale costruire una parte significativa - e
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quanto! - del modello di sviluppo del Paese.
Quanti e quali sono e dove si trovano i beni culturali
italiani? Non è dato saperlo, esattamente da 131 anni: risale
infatti al 10 febbraio 1862 il primo tentativo, non completato
sinora, di censimento dei beni culturali: "Saviamente" - si
leggeva in un documento dell'epoca - "ordinava il Regio
Governo che fosse fatto un esatto catalogo dei monumenti
d'arte".
A quel tentativo ne seguirono altri sino ad arrivare a
quelli ancora in corso, mentre, con la caduta delle frontiere
infracomunitarie europee, si corre il gravissimo rischio
dell'esportazione "legale" di opere che non sono nemmeno
conosciute. Solo nel 1991 - di quelli noti - sono stati
compiuti 1.551 furti, mentre i reperti archeologici recuperati
nel 1990 e nel 1991 assommano a 43.000 pezzi.
A fronte di tutto ciò il Ministero per i beni culturali e
ambientali ha una dotazione insufficiente persino per coprire
le spese correnti, mentre si deve sapere che, con la
catalogazione in corso, nel 1993 si raggiungeranno i 4 milioni
di schede, a fronte degli almeno 100 milioni di opere da
catalogare; è un quantitativo immenso che fa assegnare
all'Italia il primato mondiale del possesso di opere d'arte:
due terzi di quello complessivo (si pensi che i soli monumenti
sono 4 milioni, e 36 milioni sono le opere d'arte, per non
parlare dell'incommensurabile numero di libri, di beni
archivistici, nonché di oggetti ed opere di valore artistico
minore).
Secondo Federico Zeri ci sarebbe dietro alla carenza di un
catalogo generale il tentativo di deresponsabilizzarsi:
un'opera non catalogata è un'opera della quale nessuno deve
mai rendere conto...
E non occorrerebbero cifre enormi, come quelle sin qui
sperperate senza approdare che a poche schedature, come
affermava il compianto Giuliano Briganti: "E' inutile fare una
catalogazione perfetta e complicata. Quello che conta è avere
una descrizione ed una fotografia dell'opera. Il catalogo non
serve agli studiosi. Serve ai Soprintendenti ed ai
Carabinieri". In particolare - aggiungiamo - ciò è vero
soprattutto se si considera che i furti compiuti solo dal 1970
al 20 giugno 1992, sono stati 350.000, per milioni e milioni
di pezzi trafugati.
Si colloca in questo quadro, onorevoli colleghi, la
proposta di legge che formuliamo.
Dinanzi all'evidente impotenza dello Stato - e sia chiaro,
anche di fronte alle evidenti gravissime responsabilità delle
istituzioni e dei partiti che le hanno "occupate" - in termini
di custodia, manutenzione ordinaria, valorizzazione, ci sono 4
milioni di monumenti e 30 milioni almeno di opere d'arte non
esposte che sono oggi destinate al degrado, alla spoliazione,
alla scomparsa.
Ma se, come L'Osservatore Romano scriveva nel 1988:
"La tutela del patrimonio storico ed artistico italiano è un
servizio da rendere alla comunità", come questa può
direttamente intervenire per garantire che il "servizio" a se
stessa venga reso?
Le associazioni di volontariato possono essere uno dei
quattro strumenti preposti per la salvaguardia del bene
minore; ci sono anche le istituzioni scolastiche: la funzione
educativa di una scuola, che voglia essere anche mezzo per
divulgare le tradizioni storiche e culturali del Paese, luogo
della nascita del principio di responsabilità, sede della
ricerca dell'identità nazionale nei luoghi, nella storia, nel
paesaggio, nell'arte e nell'architettura locale, consente
all'adolescente di muovere i primi passi per la sua
formazione. E poi ci sono ancora i consigli di quartiere, dove
cioè l'orgoglio della "piccola storia" degli eventi e degli
episodi, che nella loro aggregazione hanno concorso anche alla
formazione di quella più "grande", consente di realizzare una
tutela ravvicinata della dignità e dell'orgoglio locale nel
più vasto contesto urbano.
Infine vi sono le cooperative giovanili. Queste - a
differenza degli altri "strumenti" già indicati - possano
garantire anche limitati fini reddituali nei confronti dei
soci, assicurando così ai giovani, data la spaventosa
recessione produttiva ed occupazionale
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attuale, la possibilità di dedicarsi a tempo
pieno e professionalmente al monumento minore per offrirlo al
pubblico.
La proposta di legge in esame vuole sollevare le
istituzioni dal peso e dai costi della custodia, della
manutenzione ordinaria, dell'apertura al pubblico dei
monumenti minori, per i quali infatti annualmente dovrebbe
essere predisposto un elenco per farli "adottare", volta per
volta, da quello dei quattro soggetti indicati che, fornendo
ampie garanzie di affidabilità, voglia gestirli.
Resterebbero alle soprintendenze, sulla base delle
convenzioni (e delle condizioni) che esse dovranno stipulare
l'onere dei controlli, i più penetranti, opportuni e continui
che si riterranno necessari, oltre agli oneri connessi al
restauro e alla manutenzione straordinaria.
Crediamo anche che sia le associazioni di volontariato sia
le cooperative giovanili che si cimentassero in tale
"intrapresa" andrebbero "premiate" almeno con la totale
esenzione fiscale di eventuali redditi derivanti da tali
attività, stante il rilievo sociale dell'attività che
svolgerebbero e delle responsabilità che si assumerebbero.
Noi crediamo, onorevoli colleghi, che il vostro consenso
alla nostra proposta non debba e non possa mancare.
Essa consente infatti di perseguire molteplici obiettivi, e
tutti degni di considerazione: la salvaguardia e la fruizione
pubblica dei beni culturali, altrimenti negati per sempre per
l'impossibilità di intervenire
sui medesimi, la crescita culturale e la
responsabilizzazione delle giovani generazioni e delle
comunità locali, un "sollievo" per le finanze dello Stato, la
possibilità di occupazione soprattutto nel caso delle
cooperative di giovani, i cui soci altrimenti resterebbero
senza alcuna prospettiva di inserimento sociale, in
particolare nel breve e medio periodo, stante la crisi in
atto.
Si tratta di una somma di benefìci patrimoniali e sociali
di considerevole portata e che il vostro consenso consentirà
di realizzare in una forma innovativa, che non è né quella
della "privatizzazione" dei beni, espressione cioè di un
egoismo senza responsabilità sociale, né quella di una visione
"collettivizzata" della gestione del bene. Si tratta invece di
creare una specie di "responsabilità comunitaria" per la
gestione di un bene che alla comunità intera appartiene ed a
cui viene affidato per consentirne la conservazione, la tutela
e la fruizione pubblica, che altrimenti verrebbero per chissà
quanto tempo negate dalle difficili circostanze della
singolare condizione dello Stato italiano: ricco, "opulento"
addirittura, per quanto riguarda i beni culturali, ma povero -
a causa di errate scelte - dei mezzi indispensabili per
tutelarli e valorizzarli, ed occorre individuare questi mezzi
con urgenza; questa proposta di legge, già presentata nella XI
legislatura (atto Camera n. 2072), se approvata potrà
consentire di utilizzare nuovi strumenti di intervento, capaci
di recuperare il tempo perduto.
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