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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


5402
DDL0438-0002
Progetto di legge Camera n. 438 - testo presentato - (DDL12-438)
(suddiviso in 6 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C438. TESTIPDL
...C438.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC438 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- Molti italiani ignorano l'esistenza
  di una raccomandazione del Consiglio d'Europa concernente "la
  promozione della partecipazione dei dipendenti ai profitti ed
  ai risultati dell'impresa (compresa la partecipazione ai
  capitali dell'impresa)" del 3 settembre 1991 e dal Consiglio
  rimessa da tempo ai Parlamenti nazionali; l'Italia l'ha
  ricevuta nel corso del 1992, ma non risulta che sia stata
  nemmeno presa in esame dalle competenti Commissioni
  parlamentari, mentre manca del tutto un doveroso disegno di
  legge governativo di recepimento.  Infatti, come già il
  Parlamento, anche il Governo ed i sindacati di regime l'hanno
  ignorata.
    Eppure - in un momento di crisi economica e sociale come
  l'attuale - l'intenzione manifestata dalla Confindustria,
  prima con il tacito assenso, poi addirittura con l'appoggio
  del Governo e della sua maggioranza, di sopprimere la
  contingenza e di procedere al blocco della contrattazione,
  avrebbe dovuto consentire, anche a chi non fosse culturalmente
  provveduto, di cogliere
 
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  immediatamente l'occasione offerta, prima dalla
  raccomandazione del Consiglio d'Europa, e, poi, anche dal
  Trattato di Maastricht, di introdurre anche in Italia il
  principio della cogestione, anche alla luce del programma di
  privatizzazione delle aziende pubbliche.  La cogestione avrebbe
  potuto bilanciare almeno quell'"omicidio" sindacale del luglio
  1992 e far fronte agli eventi economici nazionali ed
  internazionali successivi che, nelle scelte antisociali del
  Governo Amato, hanno accelerato ed aggravato una recessione
  che si tradurrà in uno spaventoso calo produttivo ed
  occupazionale.
    Vi era stato chi, tra le forze sindacali, subito dopo la
  denuncia dell'accordo sulla contingenza, con il
  "rinvio-truffa" della questione dal novembre 1991 al giugno
  1992, aveva però indicato una alternativa, proprio nella
  direzione della raccomandazione del Consiglio d'Europa.
  Infatti la CISNAL aveva suggerito una nuova strutturazione del
  salario in risposta al falso problema del "costo del lavoro".
  Tale nuova strutturazione consisteva in una retribuzione
  fissa, uguale per tutti i dipendenti, e vicina al minimo
  vitale, oltre ad una quota aggiuntiva, variabile secondo la
  qualificazione professionale, ed infine in un'ulteriore quota
  legata strettamente ai risultati dell'impresa.
    Già il gruppo parlamentare del MSI nel corso del 1991 aveva
  presentato una proposta di legge relativa alla "impresa
  partecipativa" e risalgono allo stesso gruppo parlamentare
  proposte degli anni '70 relative all'introduzione della
  cogestione nelle imprese a partecipazione statale.
    Allorquando, con un incredibile colpo di mano, Governo e
  sindacati di regime, sul finire del luglio del '92, hanno
  convenuto, in danno dei lavoratori e sul presupposto
  palesemente infondato di una stasi dell'inflazione, di
  eliminare l'attuale quota aggiuntiva al salario (agganciata
  nel passato all'inflazione ufficiale allo scopo di rendere più
  "reale" la capacità di acquisto degli importi delle
  retribuzioni) bloccando inoltre la contrattazione, già nei
  cassetti delle Commissioni parlamentari giaceva nascosto, da
  alcuni mesi, il documento europeo sopra citato.  Tale documento
  affermava come valida ed opportuna l'introduzione della
  partecipazione dei dipendenti agli utili in varie forme, tra
  le quali, soprattutto, l'azionariato aziendale o la
  partecipazione azionaria alle rendite di fondi speciali allo
  scopo istituiti persino da altre imprese.  E precisava che tale
  partecipazione doveva consistere nella "spartizione dei
  profitti tra coloro che forniscono il capitale ed i prestatori
  d'opera, assegnando ai dipendenti, oltre ad un salario fisso,
  una parte variabile di reddito, indicizzata in modo diretto
  agli utili dell'impresa", con l'effetto di coinvolgere i
  lavoratori nella gestione della stessa, e realizzando in
  questo modo "una maggiore produttività della forza lavoro ed
  un miglioramento dei risultati complessivi dell'impresa".
  Certamente ciò avrebbe determinato "una maggiore motivazione
  ed un più profondo impegno, una maggiore identificazione dei
  lavoratori con gli interessi della loro azienda, minori tassi
  di assenteismo e di  turn over,  una riduzione della
  conflittualità all'interno delle aziende e delle tensioni tra
  lavoratori e direzione, nonché miglioramenti sul piano
  dell'organizzazione del lavoro". "E c'è poi da far conto" -
  proseguiva il documento che ha il grave torto di presentare la
  questione con qualche problematicità (fornendo strumentali
  alibi ai capitalisti più ostinati ed ottusi) la quale ad una
  appena superficiale lettura appare più che inconsistente,
  inesistente - "su una maggiore giustizia sociale nella
  distribuzione della ricchezza complessiva e sull'assicurazione
  contro l'opportunismo della direzione aziendale, in quanto si
  incoraggiano comportamenti congiunti di massimizzazione della
  ricchezza" come il "miglioramento della consapevolezza da
  parte dei dipendenti dell'economia aziendale nonché
  l'incoraggiamento di atteggiamenti positivi nei confronti di
  una maggiore democrazia nell'industria".
    Inoltre - ed il tutto sembra una risposta assai concreta e
  positiva ai problemi sociali europei (ed italiani in
  particolare) "la partecipazione agli utili" garantisce "una
  maggiore flessibilità nei guadagni
 
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  dei lavoratori.  Aumentando la frequenza degli adeguamenti
  salariali, la partecipazione agli utili può determinare
  un'occupazione più costante riducendo quindi la tendenza agli
  esuberi".
    Appare infine illuminante un passaggio contenuto nel
  documento europeo del settembre '91, proprio rispetto ad uno
  dei problemi di fondo non affrontati nel Trattato di
  Maastricht, per quel che riflette gli effetti occupazionali
  negativi derivanti dal contenimento del tasso d'inflazione.  E
  qui proprio dobbiamo affermare che è inconcepibile, dinanzi a
  questo documento europeo, che il Trattato di Maastricht non
  abbia colto quanto pure era stato profondamente analizzato e
  compiutamente proposto appena prima dal Consiglio d'Europa,
  incorporandolo come scelta di accompagnamento concreto e
  risoluzione equilibrata della questione sociale; non si ebbe,
  del resto, nel settembre del '91 il coraggio e l'intelligenza
  di emanare, invece che una raccomandazione, dal facoltativo
  accoglimento, una direttiva, vincolante come tale.
    Si affermava ancora: "Oltre a questi effetti previsti a
  livello dell'azienda, alcuni economisti (J.  Valek e M.
  Weitzman) hanno suggerito che la partecipazione agli utili
  potrebbe avere effetti stabilizzatori a livello
  macroeconomico.  Una "economia di partecipazione", all'interno
  della quale le imprese danno ai dipendenti una quota dei
  profitti in sostituzione di una parte dei loro salari,
  potrebbe avere grandi vantaggi rispetto ad una "economia di
  salari".  Infatti le imprese considererebbero il salario base
  (quello fisso) e non la remunerazione complessiva, quale costo
  marginale del lavoro e quindi la partecipazione agli utili
  ridurrebbe il costo marginale legato agli ingaggi di forza
  lavoro extra e contribuirebbe perciò non soltanto ad
  incrementare l'occupazione, ma farebbe inclinare l'intera
  economia verso una condizione di piena occupazione.  Le
  politiche monetarie potrebbero essere quindi usate per
  combattere l'inflazione senza timore di provocare
  disoccupazione".
    Nel Lussemburgo, e marginalmente anche in Spagna, è stata
  realizzata una favorevole impalcatura giuridica al riguardo,
  mentre in due Paesi comunitari è stata già emanata una
  legislazione completa, in Francia dal 1959 ed in Gran Bretagna
  dal 1978, mentre Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Irlanda,
  Paesi Bassi, Portogallo dispongono di legislazioni almeno
  parziali e hanno già, in forme diverse, fatto molto per la
  cogestione.
    In Francia sono in atto almeno 17.000 "accordi di
  partecipazione"; nella Gran Bretagna 7.000, applicati dal 30
  per cento di tutte le imprese, e così in Irlanda (250), in
  Danimarca (200), in Germania (5.000) e via di seguito, con
  esclusione - in pratica - della sola Italia (pur in presenza
  del dettato costituzionale!) dove tale scelta
  economico-sociale è assai marginale per le gravi
  responsabilità classiste del capitalismo, delle sinistre, dei
  partiti e dei sindacati di regime.
    I dipendenti coinvolti sono 6 milioni in Francia (18 per
  cento dei salariati), 3 milioni e mezzo (8 per cento dei
  salariati) nel Regno Unito, 350.000 nei Paesi Bassi (7,4 per
  cento dei salariati), 1.300.000 in Germania pari al 5 per
  cento dei salariati, in Irlanda 40.000 (il 3 per cento dei
  salariati).  In Italia solo il 2 per cento ma da parte
  esclusivamente - o quasi - di grandi imprese e senza un
  qualunque meccanismo organico, partecipativo della
  gestione.
    Infatti per risolvere in via globale il problema del
  rapporto tra governo dell'economia e questione sociale
  (completamente ignorato dal Trattato di Maastricht) non si
  tratta solo di realizzare "l'azionariato dei dipendenti".  Il
  problema è piuttosto di rendere reale, attraverso questo
  strumento, la partecipazione effettiva alla gestione
  dell'impresa da parte dei dipendenti-azionisti e garantire
  l'esercizio del potere di informazione, di controllo e di
  indirizzo con appropriate disposizioni quando, come accadrà
  nell'assoluta maggioranza dei casi, la quota detenuta dei
  lavoratori sia inferiore al 5 per cento, e realizzare, specie
  nelle imprese in crisi di processo, di prodotto, e di mercato,
  il raggiungimento da parte dei dipendentiazionisti del 51 per
  cento.
 
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    Se davvero occorre, ed è una premessa da verificare almeno
  nei tempi e nella dimensione, tendere - nell'interesse
  dell'Europa - ad una riduzione e ad una convergenza delle
  politiche monetarie e di bilancio, prima di ogni altra cosa si
  dovrà ridurre - specie dopo l'avvenuta svalutazione - il tasso
  di inflazione; e non c'è chi non veda e comunque chi possa
  negare gli effetti negativi di ciò, considerando anche altri
  problemi di natura recessiva o di crisi dei mercati
  internazionali, per l'espansionismo dello yen o per
  l'imperialismo del dollaro, stante la mancanza di una politica
  industriale, probabilmente senza precedenti in Italia come in
  Europa, paese più paese meno, naturalmente.
    Ebbene, la questione sociale appare qui già grave per il
  numero altissimo di aziende in crisi, con i lavoratori in
  cassa integrazione guadagni, in liste di mobilità, o avviati
  verso le ipotesi (nemmeno tutte praticabili per la loro
  estensione quantitativa) di una marea di prepensionamenti (che
  creano problemi sociali di tipo inusitato immettendo nel
  mercato nero le conflittualità nuove di chi, ancora attivo,
  non sente né psicologicamente, né intellettualmente, né
  fisicamente di poter essere archiviato e comunque
  marginalizzato).  Ora, se tutto questo può in tutto od in parte
  essere affrontato e risolto con l'avvio deciso ed obbligato di
  una "economia europea di partecipazione" (che oltretutto è in
  assoluta armonia con il tentativo di evitare emarginazioni
  all'interno dell'Europa) davvero non si comprende, se non con
  una chiave di lettura capitalistica, perché ancora, dinanzi al
  programma di privatizzazioni delle imprese pubbliche, si
  ignori del tutto il rapporto tra una politica deflazionistica
  e le sue conseguenze sociali.
    Non si comprende perché sia stato rotto l'equilibrio,
  storicamente assunto come scelta politica dell'Europa, di dare
  pari peso alle politiche economiche ed a quelle sociali,
  scegliendo invece di dare spazio e
  priorità alle prime senza assicurare risposta ai problemi
  delle seconde; e perché infine non ci si sia incamminati,
  cogliendo l'occasione fornita dal programma di
  privatizzazioni, lungo la strada della cogestione e lungo
  quella di un mutamento quantitativo ma anche qualitativo del
  disavanzo e del  deficit  pubblico, per realizzare una
  politica di sostegno allo sviluppo economico-produttivo.
    Da quanto precede scaturisce dunque la nostra proposta di
  collegare i dipendenti delle società a partecipazioni statali
  e degli enti da privatizzare al futuro delle loro aziende.  E'
  su questo che la proposta, non solo favorisce il concorso dei
  dipendenti alla sottoscrizione di quote del capitale sociale,
  ma intende coinvolgerli, nella loro nuova qualità di
  dipendenti-azionisti, nella gestione delle imprese, riservando
  loro cariche e funzioni nei consigli di amministrazione e
  contribuendo anche al finanziamento delle imprese.
    Ci auguriamo, dinanzi alla raccomandazione del Consiglio
  d'Europa, per il suo benefico effetto sulla produttività e
  l'occupazione, per la realtà della "cogestione" in crescita in
  Europa, che vogliate condividere l'opinione in base alla
  quale, non solo nell'interesse dei lavoratori, ma anche in
  quello delle composizioni delle nuove società, la proposta
  rappresenti un'occasione da non perdere per rilanciare
  economia e socialità dell'Italia e dell'Italia in Europa, dove
  - purtroppo - anche sotto questi aspetti, al solito, si è
  molto, ma molto più avanti di noi.  Sinora abbiamo mancato ad
  un appuntamento storico per realizzare, dopo il duplice
  fallimento dell'economia marxista e di quella capitalistica,
  l'alternativa all'economia collettivista "di Stato" ed a
  quella liberalcapitalistica di "mercato": una nuova "economia
  di partecipazione".
    La proposta in esame riproduce un progetto già presentato
  nella XI legislatura (atto Camera n. 1841) il 4 novembre
  1992.
 
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