| Onorevoli Colleghi! -- Molti italiani ignorano l'esistenza
di una raccomandazione del Consiglio d'Europa concernente "la
promozione della partecipazione dei dipendenti ai profitti ed
ai risultati dell'impresa (compresa la partecipazione ai
capitali dell'impresa)" del 3 settembre 1991 e dal Consiglio
rimessa da tempo ai Parlamenti nazionali; l'Italia l'ha
ricevuta nel corso del 1992, ma non risulta che sia stata
nemmeno presa in esame dalle competenti Commissioni
parlamentari, mentre manca del tutto un doveroso disegno di
legge governativo di recepimento. Infatti, come già il
Parlamento, anche il Governo ed i sindacati di regime l'hanno
ignorata.
Eppure - in un momento di crisi economica e sociale come
l'attuale - l'intenzione manifestata dalla Confindustria,
prima con il tacito assenso, poi addirittura con l'appoggio
del Governo e della sua maggioranza, di sopprimere la
contingenza e di procedere al blocco della contrattazione,
avrebbe dovuto consentire, anche a chi non fosse culturalmente
provveduto, di cogliere
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immediatamente l'occasione offerta, prima dalla
raccomandazione del Consiglio d'Europa, e, poi, anche dal
Trattato di Maastricht, di introdurre anche in Italia il
principio della cogestione, anche alla luce del programma di
privatizzazione delle aziende pubbliche. La cogestione avrebbe
potuto bilanciare almeno quell'"omicidio" sindacale del luglio
1992 e far fronte agli eventi economici nazionali ed
internazionali successivi che, nelle scelte antisociali del
Governo Amato, hanno accelerato ed aggravato una recessione
che si tradurrà in uno spaventoso calo produttivo ed
occupazionale.
Vi era stato chi, tra le forze sindacali, subito dopo la
denuncia dell'accordo sulla contingenza, con il
"rinvio-truffa" della questione dal novembre 1991 al giugno
1992, aveva però indicato una alternativa, proprio nella
direzione della raccomandazione del Consiglio d'Europa.
Infatti la CISNAL aveva suggerito una nuova strutturazione del
salario in risposta al falso problema del "costo del lavoro".
Tale nuova strutturazione consisteva in una retribuzione
fissa, uguale per tutti i dipendenti, e vicina al minimo
vitale, oltre ad una quota aggiuntiva, variabile secondo la
qualificazione professionale, ed infine in un'ulteriore quota
legata strettamente ai risultati dell'impresa.
Già il gruppo parlamentare del MSI nel corso del 1991 aveva
presentato una proposta di legge relativa alla "impresa
partecipativa" e risalgono allo stesso gruppo parlamentare
proposte degli anni '70 relative all'introduzione della
cogestione nelle imprese a partecipazione statale.
Allorquando, con un incredibile colpo di mano, Governo e
sindacati di regime, sul finire del luglio del '92, hanno
convenuto, in danno dei lavoratori e sul presupposto
palesemente infondato di una stasi dell'inflazione, di
eliminare l'attuale quota aggiuntiva al salario (agganciata
nel passato all'inflazione ufficiale allo scopo di rendere più
"reale" la capacità di acquisto degli importi delle
retribuzioni) bloccando inoltre la contrattazione, già nei
cassetti delle Commissioni parlamentari giaceva nascosto, da
alcuni mesi, il documento europeo sopra citato. Tale documento
affermava come valida ed opportuna l'introduzione della
partecipazione dei dipendenti agli utili in varie forme, tra
le quali, soprattutto, l'azionariato aziendale o la
partecipazione azionaria alle rendite di fondi speciali allo
scopo istituiti persino da altre imprese. E precisava che tale
partecipazione doveva consistere nella "spartizione dei
profitti tra coloro che forniscono il capitale ed i prestatori
d'opera, assegnando ai dipendenti, oltre ad un salario fisso,
una parte variabile di reddito, indicizzata in modo diretto
agli utili dell'impresa", con l'effetto di coinvolgere i
lavoratori nella gestione della stessa, e realizzando in
questo modo "una maggiore produttività della forza lavoro ed
un miglioramento dei risultati complessivi dell'impresa".
Certamente ciò avrebbe determinato "una maggiore motivazione
ed un più profondo impegno, una maggiore identificazione dei
lavoratori con gli interessi della loro azienda, minori tassi
di assenteismo e di turn over, una riduzione della
conflittualità all'interno delle aziende e delle tensioni tra
lavoratori e direzione, nonché miglioramenti sul piano
dell'organizzazione del lavoro". "E c'è poi da far conto" -
proseguiva il documento che ha il grave torto di presentare la
questione con qualche problematicità (fornendo strumentali
alibi ai capitalisti più ostinati ed ottusi) la quale ad una
appena superficiale lettura appare più che inconsistente,
inesistente - "su una maggiore giustizia sociale nella
distribuzione della ricchezza complessiva e sull'assicurazione
contro l'opportunismo della direzione aziendale, in quanto si
incoraggiano comportamenti congiunti di massimizzazione della
ricchezza" come il "miglioramento della consapevolezza da
parte dei dipendenti dell'economia aziendale nonché
l'incoraggiamento di atteggiamenti positivi nei confronti di
una maggiore democrazia nell'industria".
Inoltre - ed il tutto sembra una risposta assai concreta e
positiva ai problemi sociali europei (ed italiani in
particolare) "la partecipazione agli utili" garantisce "una
maggiore flessibilità nei guadagni
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dei lavoratori. Aumentando la frequenza degli adeguamenti
salariali, la partecipazione agli utili può determinare
un'occupazione più costante riducendo quindi la tendenza agli
esuberi".
Appare infine illuminante un passaggio contenuto nel
documento europeo del settembre '91, proprio rispetto ad uno
dei problemi di fondo non affrontati nel Trattato di
Maastricht, per quel che riflette gli effetti occupazionali
negativi derivanti dal contenimento del tasso d'inflazione. E
qui proprio dobbiamo affermare che è inconcepibile, dinanzi a
questo documento europeo, che il Trattato di Maastricht non
abbia colto quanto pure era stato profondamente analizzato e
compiutamente proposto appena prima dal Consiglio d'Europa,
incorporandolo come scelta di accompagnamento concreto e
risoluzione equilibrata della questione sociale; non si ebbe,
del resto, nel settembre del '91 il coraggio e l'intelligenza
di emanare, invece che una raccomandazione, dal facoltativo
accoglimento, una direttiva, vincolante come tale.
Si affermava ancora: "Oltre a questi effetti previsti a
livello dell'azienda, alcuni economisti (J. Valek e M.
Weitzman) hanno suggerito che la partecipazione agli utili
potrebbe avere effetti stabilizzatori a livello
macroeconomico. Una "economia di partecipazione", all'interno
della quale le imprese danno ai dipendenti una quota dei
profitti in sostituzione di una parte dei loro salari,
potrebbe avere grandi vantaggi rispetto ad una "economia di
salari". Infatti le imprese considererebbero il salario base
(quello fisso) e non la remunerazione complessiva, quale costo
marginale del lavoro e quindi la partecipazione agli utili
ridurrebbe il costo marginale legato agli ingaggi di forza
lavoro extra e contribuirebbe perciò non soltanto ad
incrementare l'occupazione, ma farebbe inclinare l'intera
economia verso una condizione di piena occupazione. Le
politiche monetarie potrebbero essere quindi usate per
combattere l'inflazione senza timore di provocare
disoccupazione".
Nel Lussemburgo, e marginalmente anche in Spagna, è stata
realizzata una favorevole impalcatura giuridica al riguardo,
mentre in due Paesi comunitari è stata già emanata una
legislazione completa, in Francia dal 1959 ed in Gran Bretagna
dal 1978, mentre Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Irlanda,
Paesi Bassi, Portogallo dispongono di legislazioni almeno
parziali e hanno già, in forme diverse, fatto molto per la
cogestione.
In Francia sono in atto almeno 17.000 "accordi di
partecipazione"; nella Gran Bretagna 7.000, applicati dal 30
per cento di tutte le imprese, e così in Irlanda (250), in
Danimarca (200), in Germania (5.000) e via di seguito, con
esclusione - in pratica - della sola Italia (pur in presenza
del dettato costituzionale!) dove tale scelta
economico-sociale è assai marginale per le gravi
responsabilità classiste del capitalismo, delle sinistre, dei
partiti e dei sindacati di regime.
I dipendenti coinvolti sono 6 milioni in Francia (18 per
cento dei salariati), 3 milioni e mezzo (8 per cento dei
salariati) nel Regno Unito, 350.000 nei Paesi Bassi (7,4 per
cento dei salariati), 1.300.000 in Germania pari al 5 per
cento dei salariati, in Irlanda 40.000 (il 3 per cento dei
salariati). In Italia solo il 2 per cento ma da parte
esclusivamente - o quasi - di grandi imprese e senza un
qualunque meccanismo organico, partecipativo della
gestione.
Infatti per risolvere in via globale il problema del
rapporto tra governo dell'economia e questione sociale
(completamente ignorato dal Trattato di Maastricht) non si
tratta solo di realizzare "l'azionariato dei dipendenti". Il
problema è piuttosto di rendere reale, attraverso questo
strumento, la partecipazione effettiva alla gestione
dell'impresa da parte dei dipendenti-azionisti e garantire
l'esercizio del potere di informazione, di controllo e di
indirizzo con appropriate disposizioni quando, come accadrà
nell'assoluta maggioranza dei casi, la quota detenuta dei
lavoratori sia inferiore al 5 per cento, e realizzare, specie
nelle imprese in crisi di processo, di prodotto, e di mercato,
il raggiungimento da parte dei dipendentiazionisti del 51 per
cento.
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Se davvero occorre, ed è una premessa da verificare almeno
nei tempi e nella dimensione, tendere - nell'interesse
dell'Europa - ad una riduzione e ad una convergenza delle
politiche monetarie e di bilancio, prima di ogni altra cosa si
dovrà ridurre - specie dopo l'avvenuta svalutazione - il tasso
di inflazione; e non c'è chi non veda e comunque chi possa
negare gli effetti negativi di ciò, considerando anche altri
problemi di natura recessiva o di crisi dei mercati
internazionali, per l'espansionismo dello yen o per
l'imperialismo del dollaro, stante la mancanza di una politica
industriale, probabilmente senza precedenti in Italia come in
Europa, paese più paese meno, naturalmente.
Ebbene, la questione sociale appare qui già grave per il
numero altissimo di aziende in crisi, con i lavoratori in
cassa integrazione guadagni, in liste di mobilità, o avviati
verso le ipotesi (nemmeno tutte praticabili per la loro
estensione quantitativa) di una marea di prepensionamenti (che
creano problemi sociali di tipo inusitato immettendo nel
mercato nero le conflittualità nuove di chi, ancora attivo,
non sente né psicologicamente, né intellettualmente, né
fisicamente di poter essere archiviato e comunque
marginalizzato). Ora, se tutto questo può in tutto od in parte
essere affrontato e risolto con l'avvio deciso ed obbligato di
una "economia europea di partecipazione" (che oltretutto è in
assoluta armonia con il tentativo di evitare emarginazioni
all'interno dell'Europa) davvero non si comprende, se non con
una chiave di lettura capitalistica, perché ancora, dinanzi al
programma di privatizzazioni delle imprese pubbliche, si
ignori del tutto il rapporto tra una politica deflazionistica
e le sue conseguenze sociali.
Non si comprende perché sia stato rotto l'equilibrio,
storicamente assunto come scelta politica dell'Europa, di dare
pari peso alle politiche economiche ed a quelle sociali,
scegliendo invece di dare spazio e
priorità alle prime senza assicurare risposta ai problemi
delle seconde; e perché infine non ci si sia incamminati,
cogliendo l'occasione fornita dal programma di
privatizzazioni, lungo la strada della cogestione e lungo
quella di un mutamento quantitativo ma anche qualitativo del
disavanzo e del deficit pubblico, per realizzare una
politica di sostegno allo sviluppo economico-produttivo.
Da quanto precede scaturisce dunque la nostra proposta di
collegare i dipendenti delle società a partecipazioni statali
e degli enti da privatizzare al futuro delle loro aziende. E'
su questo che la proposta, non solo favorisce il concorso dei
dipendenti alla sottoscrizione di quote del capitale sociale,
ma intende coinvolgerli, nella loro nuova qualità di
dipendenti-azionisti, nella gestione delle imprese, riservando
loro cariche e funzioni nei consigli di amministrazione e
contribuendo anche al finanziamento delle imprese.
Ci auguriamo, dinanzi alla raccomandazione del Consiglio
d'Europa, per il suo benefico effetto sulla produttività e
l'occupazione, per la realtà della "cogestione" in crescita in
Europa, che vogliate condividere l'opinione in base alla
quale, non solo nell'interesse dei lavoratori, ma anche in
quello delle composizioni delle nuove società, la proposta
rappresenti un'occasione da non perdere per rilanciare
economia e socialità dell'Italia e dell'Italia in Europa, dove
- purtroppo - anche sotto questi aspetti, al solito, si è
molto, ma molto più avanti di noi. Sinora abbiamo mancato ad
un appuntamento storico per realizzare, dopo il duplice
fallimento dell'economia marxista e di quella capitalistica,
l'alternativa all'economia collettivista "di Stato" ed a
quella liberalcapitalistica di "mercato": una nuova "economia
di partecipazione".
La proposta in esame riproduce un progetto già presentato
nella XI legislatura (atto Camera n. 1841) il 4 novembre
1992.
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