| Onorevoli Colleghi! -- Uno degli ultimi provvedimenti
approvati nella XI legislatura è stata l'istituzione, operata
dall'articolo 11 della legge 24 dicembre 1993, n. 537, di un
contributo coatto a favore dell'Istituto nazionale della
previdenza sociale, a carico delle fasce più deboli del lavoro
autonomo, che si vedono sottratto il 15 per cento del loro
emolumento lordo in cambio di una millantata pensione a 65
anni.
E' qui chiara l'ipocrisia di un Governo che da una parte
rileva la crisi occupazionale e finge di adoperarsi per la sua
soluzione, dall'altra vara una disposizione legislativa che
disincentiva il lavoro autonomo, in larga parte attuato sotto
forma di collaborazione coordinata e continuativa senza
vincolo di subordinazione (forma
normalmente preferita dal datore di lavoro, soprattutto di
fronte a soggetti giovani, per intuitive ragioni di ordine
economico e fiscale) ed obbliga i disoccupati ed i giovani in
cerca di prima occupazione a dover accedere esclusivamente al
lavoro dipendente (molto più difficile da ottenere) o
addirittura al lavoro nero, con gli ovvi pregiudizi per le
entrate fiscali dello Stato.
E' anche evidente che i lavoratori anziani e non pensionati
i quali si avvalgono del contratto di collaborazione
coordinata e continuativa vengono ad essere danneggiati in
quanto, a fronte di una perdita immediata di una parte del
loro compenso, soltanto dopo venti anni di contribuzione (e
quindi a 70/80 anni) potranno ipoteticamente godere di un
minimo trattamento pensionistico.
Pag. 2
Il regolamento, che avrebbe dovuto essere emanato dal
Ministro del lavoro e della previdenza sociale avrebbe
aggravato la situazione collegando il contributo minimo di
questi lavoratori autonomi con quello della gestione
commercianti (a causa della minimum tax), contributo
minimo che attualmente è di lire 2 milioni annui, ma che è
destinato a salire.
Ma il problema di fondo è comunque costituito dal ruolo
centrale che viene insistentemente assegnato alla previdenza
pubblica, senza la minima considerazione di come questa sia
ormai sull'orlo del collasso, come ha ammesso lo stesso
presidente dell'INPS, continuando ad ignorare che il futuro
della previdenza sta nell'utilizzo di nuove forme
previdenziali (quali i fondi pensionistici privati e le
assicurazioni private, così come si tende a fare nei Paesi
industrializzati), lasciando spazio all'autonomia del singolo
ed ampliandone, rispetto al passato, il ventaglio di scelte
relative al proprio futuro.
| |