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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


5806
DDL0475-0002
Progetto di legge Camera n. 475 - testo presentato - (DDL12-475)
(suddiviso in 13 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C475. TESTIPDL
...C475.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC475 ZZ12 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! -- A circa sedici anni
  dall'applicazione della legge 22 maggio 1978, n. 194, occorre
  riflettere sul se e come i propositi proclamati al primo comma
  dell'articolo 1 della legge ("Lo Stato garantisce il diritto
  alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il
  valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo
  inizio") abbiano trovato concreta realizzazione:
      1) gli aborti "clandestini", cavallo di battaglia per la
  legalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza, non
  solo non sono diminuiti, ma negli ultimi anni sono aumentati
  (fonte AIED: 70-100 mila nel 1986; 87 mila nel 1987; intorno
  agli 80.000 nel 1990);
      2) nel 1986 il 27,2 per cento delle gestanti che hanno
  abortito aveva già fatto
  ricorso all'aborto in precedenza almeno una volta, nel 1990
  il 28,9 per cento: una "recidività" così diffusa conferma il
  carattere meramente propagandistico proprio del compito
  dichiarato di rendere "cosciente" e "responsabile" la
  procreazione;
      3) si registra una pratica abortiva capillare che non è
  spiegata da situazioni eccezionali, da pericoli seri o reali
  per la salute o da difficoltà economiche familiari: dalla
  relazione ministeriale del 1990 si deduce che le donne che
  abortiscono sono in gran parte coniugate (62,5 per cento), in
  età compresa fra i 20 e i 39 anni (63,9 per cento), con
  sufficiente livello di istruzione (75,3 per cento), e con non
  più di due figli (81,3 per cento); aumentano tuttavia i dati
  riferiti alle donne nubili (33,3 per cento)
 
                               Pag. 2
 
  che nel nord raggiungono il 40 per cento; l'aborto è
  diventato cioè una scelta di cultura;
      4) è mancata qualsiasi tutela per le "maternità
  difficili": i consultori pubblici si limitano, nella maggior
  parte dei casi, a rilasciare la certificazione per abortire e
  a smistare le donne verso i centri a ciò abilitati;
      5) la legge n. 194 del 1978, ha contribuito a
  incrementare il terribile calo della natalità e ad aggravare,
  quindi, i problemi ad esso connessi: immigrazione dai paesi
  del sud-Mediterraneo, aumento della popolazione anziana,
  eccetera;
      6) l'aspetto più grave: posto che i dati scientifici
  attestano inconfutabilmente che il nascituro è "un essere
  umano" fin dal momento del concepimento, dieci anni di aborto
  "legale" in Italia hanno significato quasi 2 milioni e mezzo
  di omicidi "legali" e sovvenzionati col denaro pubblico.
    Da queste schematiche considerazioni, dobbiamo dedurre che
  occorre ristabilire con fermezza e senza ambiguità il
  principio che l'aborto è da ritenersi illecito e che lo Stato
  deve prevenirlo con tutti i mezzi, creando strutture di
  sostegno alla famiglia ed incoraggiando la maternità.
    La discussione parlamentare del giugno 1988 delle "mozioni
  sul diritto alla vita" è stata illuminante, sotto questo
  aspetto, perché ha evidenziato una serie di posizioni
  politiche, alcune chiare e coerenti, altre ambigue e di
  compromesso.  Un dato è certo: il caso-aborto non può essere
  considerato definitivamente archiviato; la stessa legge, con
  l'articolo 16, lo impedisce.  L'articolo 16, infatti, nel
  prevedere la relazione annuale del Ministro della sanità e del
  Ministro di grazia e giustizia, non risponde secondo noi ad
  una sorta di curiosità del Parlamento, ma impone a questo di
  riflettere sui dati, evidentemente per assumere, poi,
  decisioni conseguenti.
    La drastica affermazione di quanti sostengono che "la legge
  non si tocca", si pone allora al di fuori di ogni logica,
  specialmente se si tiene conto del fatto, assai rilevante, che
  nel momento in cui si dibatte - con onestà intellettuale, ci
  pare - sull'opportunità di modificare addirittura il dettato
  costituzionale, sarebbe quanto meno anomalo che non ci si
  dovesse accingere a por mano a eventuali modifiche legislative
  motivate da una serie di circostanze che si sono verificate
  nell'arco di un decennio.
    Lo si voglia o no, è cambiata la qualità del dibattito, ed
  è cambiata anche sulla scorta dell'esperienza fatta attraverso
  l'attuazione della vigente legislazione.  La passata scarsa
  attenzione per il fattore umano cede oggi il posto ad un
  dibattito che potremmo a giusta ragione definire esistenziale,
  dibattito generato in gran parte dalle riflessioni sulla
  denatalità e sulla disgregazione della famiglia.
    I valori di comunicazione e di solidarietà incominciano a
  prevalere sulla società dei singoli, dalle caratteristiche
  così lontane dalla reale natura dell'essere umano.  La
  denatalità, con tutte le sue implicazioni di carattere etico,
  economico, culturale e sociale, è tema al quale non si può
  continuare ad accostarsi attraverso articoli di stampa o
  tavole rotonde, ma è tema degno della più profonda ed accurata
  analisi da parte di uno Stato che (senza smentite sino ad
  oggi) ha affermato, nella conferenza demografica mondiale
  tenutasi a Città del Messico nell'agosto 1984, insieme agli
  Stati Uniti d'America e ad alcuni Paesi del terzo mondo, di
  essere nettamente contrario al controllo delle nascite, ed in
  particolare alle pratiche abortive come metodo per limitare e
  contenere la crescita della popolazione mondiale.
    Ancora più urgente si pone allora per noi, per questo
  Parlamento, una riflessione sul tipo di società nella quale
  viviamo: una società attraversata da mille inquietudini,
  travagliata da mille mali, una società che rifugge dal dolore
  e che tendenzialmente rifiuta la rinuncia, il sacrificio e
  l'abnegazione come parametri di riferimento comportamentale o
  decisionale, una società che non sa affrontare i problemi e
  cerca di superare la sua incapacità attraverso una sorta di
  decisionismo irriflessivo e non ponderato che le consente in
  qualche modo di superare il problema stesso per la
 
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  scorciatoia, come direbbe Corrado Guerzoni, attraverso cioè
  l'assunzione di metodi radicali.  Sicché nel caso specifico
  dell'aborto, ad esempio, non si potenzia la via
  dell'educazione, della crescita culturale, dell'aiuto alla
  famiglia, ma si procede con metodi di assai rapido impiego.  E
  così di seguito, per l'eutanasia o per la droga, quando si
  propone di liberalizzarla invece di impedirne il
  diffondersi.
    Diciamo pure, e con coraggio, che viviamo in una società
  sopita verso i valori morali, una società che più che protesa
  ad evitare l'insorgere e l'affermarsi della violenza tende a
  giustificare, con fuorvianti motivazioni di carattere
  sociologico, la violenza stessa.  La realtà è che è difficile
  intervenire ormai su un tessuto sociale che assorbe tutto: gli
  scandali, la violenza sui minori, sulle donne e sugli anziani,
  l'eutanasia, il razzismo emergente nelle sue forme palesi e
  nei suoi aspetti più sofisticati (attraverso, per esempio, le
  manipolazioni genetiche), il riaffiorante terrorismo, la
  delinquenza comune, la prostituzione minorile, la pornografia,
  la violenza della disoccupazione, la violenza
  dell'immagine.
    E' difficile intervenire, ma è nostro compito farlo, prima
  che sia troppo tardi.  Non è mai tardi, comunque, per una
  società che ha necessità di risorgere soprattutto nella sua
  espressione giovanile, alla quale noi, proprio noi, non siamo
  stati in grado di fornire certezze, di tutelarla, di
  difenderla, di trasmettere valori.
    E' proprio dai giovani che viene la sollecitazione maggiore
  ad intervenire per evitare che l'egoismo continui a prevalere
  sul bene collettivo.  E' soprattutto da loro che derivano la
  volontà di affermare il coraggio della verità nell'analisi
  della situazione attuale e la forza del giudizio morale sulla
  realtà.
    Non possiamo più assistere colpevolmente inerti al
  calpestamento quotidiano del diritto fondamentale della
  persona alla vita e, ancor più, ad una degna qualità della
  vita; non possiamo neppure trovare giustificazioni alle
  trappole insidiose che vengono tese alle libertà dei singoli
  ed alle istituzioni, prima fra tutte la famiglia che, a nostro
  avviso, dev'essere una volta per tutte tutelata con adeguati
  interventi.
    Non possiamo, quindi, ridurre la nostra attenzione alla
  decisione di mantenere, non mantenere o modificare la legge n.
  194 del 1978; dobbiamo invece partire dal suo esame, dopo
  sedici anni di applicazione, per chiederci che senso abbia,
  alla luce dell'analisi dei dati contenuti nella relazione del
  Ministro, mantenere così com'è una legge che, lungi
  dall'eliminare quella che fu definita la "piaga dell'aborto
  clandestino", si viene a collocare in una società
  profondamente segnata dalla denatalità, dall'incalzante
  sterilità, da un alto tasso di mortalità giovanile, dalla
  droga e dall'AIDS; una società popolata da anziani ma
  soprattutto ormai tendenzialmente non più avvezza a difendere
  il valore "vita"; una società ricca di contraddizioni: pronta
  a marciare per la pace ma intimamente razzista, pronta ai
  cortei in difesa della qualità della vita e dell'ambiente ma
  disponibile alle tangenti dei "palazzinari", pietosamente - e
  a giusta ragione - protesa ad eliminare la vivisezione ma
  abortista; una società in una parola forse soltanto amaramente
  e dolorosamente ipocrita.
    A che cosa serve, allora, questo tipo di legge, se non a
  mascherare di ipocrisia quello che potrebbe essere un gesto
  finalmente e seccamente rivoluzionario: dare la vita?
    La legislazione vigente, così com'è impostata, e
  soprattutto nella sua pratica attuazione, non tutela, come
  qualcuno si ostina a sostenere, le fasce più emarginate, più
  povere, socialmente e culturalmente meno evolute; lo si legge
  dai dati.  Ne fruiscono soprattutto - lo riportiamo tra
  virgolette - "donne dai trent'anni in su, con uno o più figli,
  e con un livello di istruzione medio", come dice il Ministro
  della sanità.  L'aborto, cioè, è proprio il male della media
  borghesia, volta al consumismo, al benessere economico,
  inquinata dalla cultura utilitaristica, lontana ormai anni
  luce dal concetto di amore.  Non perdiamo, allora, l'occasione
  di riflettere su uno strumento legislativo che abbiamo tutti
  il dovere di rendere adeguato
 
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  ad una società priva di orientamento, che richiede certezze
  con sempre maggiore insistenza.
    L'impegno del nostro gruppo non nasce oggi: non abbiamo
  avuto ripensamenti improvvisi; fin dal 1981 ci siamo impegnati
  nel  referendum  concernente la legge sull'aborto.  Nel
  1983, in sede parlamentare, nella mozione sulle donne,
  ripresentata e purtroppo mai discussa, avevamo già posto il
  problema dei consultori (e della revisione della legge n. 405
  del 29 luglio 1975), che svolgono un intervento squisitamente
  sanitarizzato e che sono, quindi, volutamente ed
  intenzionalmente privati degli strumenti che avrebbero dovuto
  sostenerli nell'attuazione dei loro fini istituzionali.  Una
  proposta di modifica della legge n. 405 è stata da noi
  nuovamente avanzata all'inizio della XI legislatura.  Abbiamo
  presentato una specifica mozione sulla legge n. 194 del 1978,
  e sulla sua attuazione già negli anni passati, come pure una
  risoluzione in Commissione sanità; nel 1986 un ordine del
  giorno, in parte accolto dal Governo, contenente una richiesta
  di riqualificazione della spesa anche attraverso una analisi
  attenta della politica dei servizi sociali.  L'8 marzo 1988,
  abbiamo avanzato la proposta di istituire una Commissione di
  inchiesta sulla condizione della donna e della famiglia.  Vi
  sono state altre analoghe proposte inerenti, in modo
  specifico, al diritto alla vita.  Del 29 aprile 1988 è la
  proposta di legge per una Commissione di inchiesta
  parlamentare sulla violenza verso i minori.
    Tuttavia sino ad oggi nessuna decisione concreta è stata
  assunta in questa sede.  Non sono stati presi in considerazione
  non diciamo uno dei documenti citati, ma neanche, per esempio,
  la proposta di Maria Eletta Martini, di istituire una
  Commissione bicamerale sul funzionamento dei consultori: una
  proposta che nella IX legislatura è andata abbondantemente
  avanti nel suo  iter  legislativo ma che inspiegabilmente
  non è stata ripresa, proprio nel momento in cui da altra parte
  politica si sostiene - secondo un'ottica naturalmente ben
  diversa e diametralmente opposta alla nostra - che vanno
  rifinanziate le leggi per il funzionamento dei consultori e
  per la piena attuazione della legge n. 194.
    La discussione avvenuta nel giugno 1988 e la conseguente
  decisione (ma quale poi?) - è amaro constatarlo - scaturiscono
  da una necessità sinceramente avvertita di discutere, con
  serenità ed impegno, su una legge che nel panorama legislativo
  italiano si delinea come fortemente datata.  Ma essa, proprio
  perché datata, necessita di una attenta rilettura, che deve
  avvenire in un ambiente ormai, lo si voglia o no,
  culturalmente diverso.  Intendiamo dire che in tale ambiente i
  nodi delle stridenti differenziazioni ideologiche vengono al
  pettine giornalmente; è lo stesso ambiente in cui - per
  esempio in tema di scuola - si discute attraverso la
  discriminante fra qualità e quantità del lavoro.  In tema di
  ora di religione e norme concordatarie occorre assumere
  posizioni chiare ed inequivocabili.  In tema di aborto si deve
  scegliere tra una impostazione - legittima, sia chiaro, per
  chi ne è convinto - materialistica ed edonistica ed un'altra
  esattamente opposta.
    Ormai siamo al  redde rationem.  Anche chi ha creduto a
  una cultura nichilista, e di essa si è alimentato, deve
  concludere che è fallita e che occorre ricostruire subito un
  sistema di valori.  Crediamo anche alla buona fede di quanti,
  laici, operarono per l'approvazione della legge n. 194 del
  1978 nell'intento di approntare un provvedimento che evitasse
  l'aborto clandestino - fu l'argomento maggiore di propaganda
  che si agitò in favore di quella legge - e rendesse più
  responsabili padre e madre nella loro scelta di essere
  genitori.  Tuttavia la legge è fallita.
    Lo stesso Gozzini - non appartenente certo all'area della
  destra: tutt'altro! - affermava che l'interruzione volontaria
  della gravidanza burocratizzata ed analizzata è usata come
  mezzo di regolamentazione delle nascite, cioè  contra
  legem.  Gozzini in ciò si distingueva dalla Turco e dalla
  Golfanelli, ma forse si avvicinava molto a Natta il quale, in
  un'intervista, pure ammise la possibilità - a suo tempo - di
  una revisione della legge.
 
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    Giglia Tedesco invita a non assumere più vecchie e
  "passatiste" posizioni e a far dispiegare alla legge "tutte le
  sue potenzialità positive"; il che è in linea con alcune
  richieste della sinistra di rifinanziare le leggi n. 194 del
  1978 e n. 405 del 1975.  Ma si pensa onestamente di poter fare
  una cosa del genere di fronte ad una situazione che evidenzia
  il fallimento di fondo della legge?
    Il fatto è che l'equivoco è iniziale: dobbiamo sapere chi
  intenda salvare solo la dignità della donna, e come, e chi
  intenda salvaguardare l'esistenza dell'essere umano, donna o
  feto che sia, in quanto tale.  Si ritiene che la dignità della
  donna sia salva soltanto per il fatto che certi problemi si
  affrontano alla luce del sole?  Anche qui ci permettiamo di
  chiedere come si spieghi che persistano gli aborti
  clandestini, soprattutto per le minorenni, cioè, per chi,
  evidentemente, vuole tutelare il suo privato sempre e comunque
  come colpa da nascondere.
    Crediamo, allora, che quell'obiettivo sia fallito e che il
  vero obiettivo debba essere quello di invitare alla vita, di
  creare le condizioni per viverla, di operare per una crescita
  culturale in virtù della quale si comprenda che concepire un
  essere umano è l'unico vero atto che giustifica l'esistenza
  stessa dell'uomo.  Ciò che bisogna stabilire, dunque, è come
  far compiere responsabilmente quell'atto, come rendere tutti
  consapevoli del grande compito che ha l'essere umano.
    Che significato, allora, può assumere l'affermazione
  secondo la quale quella legge "non si tocca"?  Il Parlamento ha
  il dovere di rivedere una legge i cui obiettivi non siano
  assolutamente stati conseguiti.  Non dovremmo allora rivedere
  nessuna delle leggi precedenti, nonostante il loro fallimento?
  Dovremmo ostinarci, per esempio, ancora sulla legge n. 180 del
  13 maggio 1978 o mantenere le unità sanitarie locali così come
  sono?  Non dovremmo andare a riguardare l'intera politica dei
  servizi sociali, con la contestuale riqualificazione della
  spesa per gli enti locali?  Si tratta di servizi sociali della
  cui validità, peraltro, non siamo affatto convinti.
    D'altro canto, dicevamo, il cedimento politico della DC
  all'epoca del varo della legge n. 194 del 1978 fu legato, fra
  l'altro, alla garanzia che la legge avrebbe avuto un controllo
  e una verifica annuali: è questo l'elemento contenuto
  nell'articolo 16 della legge stessa, in virtù del quale ogni
  anno dovremmo discutere sui contenuti della relazione, non per
  il gusto di discuterne, ma per il dovere di assumere poi
  decisioni conseguenti.
    Possiamo dire che i consultori funzionano, che le
  équipes  dimostrano professionalità, che le regioni si
  sono date da fare per creare professionalità e specialisti;
  che vi sono psicologi, che vi sono realmente assistenti
  sociali, che il consultorio risponde effettivamente al suo
  fine istituzionale che è quello di tutelare e incentivare la
  famiglia?
    Possiamo dire che il personale scelto in virtù delle leggi
  regionali risponde all'esigenza proclamata dalla legge n. 194
  del 1978, all'articolo 1?  Oppure esso è ormai impegnato
  soltanto nel lavoro di  routine,  di rilascio di
  certificati per l'aborto?  L'aborto può essere un atto
  moralmente indifferente, se si intende realmente rispettare e
  tutelare la vita umana?
    Abbiamo avuto una serie di perplessità ma anche l'approdo a
  certezze sui convincimenti che nel tempo abbiamo maturato.  Si
  tratta di una serie di certezze che sono state avallate
  proprio dal dibattito così acceso che si è svolto negli ultimi
  tempi, essenzialmente a seguito dell'ordinanza (non della
  sentenza) della Corte costituzionale.  Intorno ad essa vi è
  stato un gran parlare, tant'è che anche i  mass-media
  hanno avvertito la necessità di chiarire quello che in fin
  dei conti avevamo capito tutti quanti, cioè che la Corte
  costituzionale ha preferito comportarsi come fece a suo tempo,
  nel momento in cui talune forze politiche e il Movimento per
  la vita presentarono due proposte di  referendum  (una
  minimale, l'altra massimale) della quale la Corte accettò la
  minimale, per cui dei dieci  referendum  proposti dal
  partito radicale ne ammise cinque.  La Corte costituzionale
  ancora una volta non volle esprimersi sull'articolo 5, forse
  per quell'atteggiamento
 
                               Pag. 6
 
  un po' "pilatesco" che Carlo Casini già aveva
  evidenziato nel libro  Gli anni di Erode  pubblicato
  alcuni anni addietro.  Il problema della scelta di chi deve
  abortire e di come debba farlo non ci sembra possa essere
  ricondotto alla sfera del personale.  Anche al riguardo esiste
  una contraddizione tra quanti da un lato vorrebbero ricondurre
  il tutto alla sfera personale, dall'altro chiedono la
  procedibilità d'ufficio (per esempio, in materia di violenza
  sessuale): occorre coerenza per dare un indirizzo alla
  società!
    Noi pensiamo che la normativa esistente debba essere
  rivista e si debbano adottare nuovi interventi a sostegno
  delle maternità difficili, ivi compresa la condizione delle
  ragazze madri, delle quali non si parla mai.  Non si è
  adeguatamente affrontato lo spinoso problema di chi intende
  assumersi fino in fondo la responsabilità di una situazione
  che oggi forse è meno difficile da affrontare, ma che tale era
  certamente fino a qualche tempo addietro.
    Occorre creare le condizioni per ricondurre la società
  nella sua interezza al rispetto della vita e al rifiuto della
  violenza nelle sue varie espressioni, palesi ed occulte;
  promuovere una impegnata azione educativa (è questa che manca
  essenzialmente), coinvolgendo la scuola, gli organi di
  informazione e tutte le strutture territoriali; disegnare, con
  un preciso raccordo fra enti locali, USL e consultori, una
  rete di strutture socio-assistenziali che siano anche di
  supporto economico alla famiglia o alla donna che voglia
  accogliere una nuova vita.
    Avevamo chiesto, inascoltati, nel giugno 1988, che lo
  stesso Governo promuovesse, entro novanta giorni dalla
  votazione sulle mozioni parlamentari, una conferenza nazionale
  sul diritto alla vita, a nostro avviso propedeutica rispetto
  agli interventi da adottare.  Qualunque dibattito si svolga in
  Parlamento, infatti, non è necessariamente quello che la
  società vuole in realtà.  La nostra è una società in
  evoluzione, profondamente cambiata, molto più riflessiva
  rispetto a dieci, quindici, vent'anni addietro: perché non
  coinvolgerla, prima che il Parlamento continui ad assumere
  ostinatamente posizioni già prese, o ne assuma di nuove,
  irriflessive o fortemente ideologizzate?
    In tal senso abbiamo presentato negli anni scorsi
  nuovamente una proposta di risoluzione che, anche a seguito
  del vivace dibattito sul caso della clinica Mangiagalli, e
  delle diverse posizioni assunte all'interno dei partiti di
  Governo, ci auguravamo potesse essere accolta: nulla!
    Avvertiamo, intanto, il dovere di presentare la presente
  proposta di legge, con cui chiediamo che venga sancito un
  principio irrinunciabile: l'illiceità della pratica
  abortiva.
    Con ciò risulta subito evidente come sia completamente
  ribaltato l'impianto della legge n. 194 di cui, peraltro, con
  l'articolo 11 si chiede l'abrogazione.
    Con l'articolo 1 si elimina l'ambiguità intorno all'"inizio
  della vita umana", chiarendo che esso va inteso "dal momento
  del concepimento".  I commi 2 e 3 dello stesso articolo 1
  individuano nell'intervento sinergico di Stato, regioni e enti
  locali l'impegno all'assistenza delle donne, nel periodo
  antecedente e successivo al parto, e del neonato.  Gli articoli
  2 e 3 sono infatti, più chiaramente specificati
  rispettivamente per gli interventi speciali a carattere
  sanitario e socio-assistenziale e per gli interventi di
  sostegno economico e familiare.
    I compiti dei consultori sono puntualmente definiti
  all'articolo 4: ad essi sono conferiti altri compiti, oltre a
  quelli previsti dalla legge n. 405 del 1975, in rapporto alle
  tipologie di intervento ipotizzate nei precedenti articoli 2 e
  3.
    I consultori sono sottratti alla loro attuale
  caratterizzazione di strutture troppo sanitarizzate.
    Gli articoli 6, 7 e 8 definiscono una chiara casistica in
  merito ai casi di interruzione della gravidanza di donna non
  consenziente, di donna consenziente o di interruzione colposa.
  Le cause di non punibilità, riferite al solo "grave pericolo
  per la vita o la salute della donna" (che dovrà comunque
  essere consenziente) sono contemplate nell'articolo 9, nel
  quale è compreso
 
                               Pag. 7
 
  il caso previsto dall'articolo 54 del codice penale.
  All'articolo 10 è, in maniera chiara, definita la possibilità
  della obiezione di coscienza.
    Un procedimento snello, che, ad avviso dei proponenti,
  rimette ordine e chiarezza in una normativa (quella della
  legge n. 194) che, a distanza di sedici anni, ha chiaramente
  mostrato la inadeguatezza e la inefficacia.
    La mistificazione della eliminazione dell'aborto
  clandestino ha fatto il suo tempo.  La cultura della vita, cui
  sentiamo di ispirarci con totale convinta adesione, impone
  paternità e maternità responsabili, ma impone altresì che per
  il conseguimento di tale obiettivo convergano più forze
  istituzionali e sociali che offrono elementi di certezza al
  nascere delle nuove famiglie.
    L'aborto fa parte di una visione rozza della vita, del
  rapporto fra gli individui, e dell'individuo con se stesso:
  all'uomo ed alle donne, in particolare del duemila, è
  richiesto con forza ed urgenza, il recupero della dignità di
  essere uomo.  Aver rispetto per se stessi è un ottimo inizio
  per imboccare la strada del vivere civile.
    Aver paura di stabilire norme chiare che ripristinino la
  sacralità della vita, non è certo un passo indietro per
  quanti, dopo una sbornia di progresso, intendano riprendere la
  via della civiltà.
    E' quanto avrebbero dovuto comprendere quei colleghi
  cattolici e, fra essi, quei democristiani, fra cui Carlo
  Casini, che nella X legislatura negarono alla nostra parte
  politica la possibilità di discutere con urgenza il
  provvedimento.
 
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