| Onorevoli Colleghi! -- Le esigenze di una modifica
del decreto del Presidente della Repubblica, 11 luglio 1980,
n. 382, soprattutto su alcuni aspetti della docenza,
scaturiscono da due principali osservazioni.
Il ruolo unico dei professori universitari diviso in due
fasce, ordinari e associati, con identici compiti di didattica
e di ricerca, ha creato e crea forti difficoltà di
comprensione. Attualmente l'unica differenza fra le due figure
che, a parità di funzione, percepiscono retribuzioni diverse,
è l'elettorato passivo per le cariche di rettore, preside di
facoltà e direttore di dipartimento: cariche, cioè,
fondamentalmente di tipo amministrativo-manageriale. Anche
questo è chiaramente alquanto artificioso, se si pensa che la
qualifica di professore ordinario si ottiene attraverso un
concorso atto a stabilire una "piena maturità scientifica"
contro una "idoneità
scientifica e didattica" che distingue il professore
associato, qualifiche che non hanno nessuna attinenza con
capacità amministrative e manageriali.
Il passaggio dalla seconda fascia (associati) alla prima
(ordinari) avviene tramite concorsi a posti limitati, nei
quali commissioni costituite esclusivamente da professori di
prima fascia dovrebbero stabilire evidentemente non la piena
maturità scientifica di un candidato, che è una qualifica del
tutto estranea al fatto che ci siano o no posti disponibili,
ma la "maggior piena maturità" di alcuni candidati, tanti
quanti sono i posti. In questo modo non si tiene conto di
tutti coloro che sono comunque pienamente maturi dal punto di
vista scientifico e per i quali non c'è il posto di prima
fascia.
Ma ci sono dissonanze ancora più gravi. Infatti,
sistematicamente avviene che i
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gruppi di ordinari più potenti non solo condizionano i pochi
posti messi a concorso, ma determinano i risultati delle
elezioni delle commissioni e si ripartiscono i posti
destinandoli ai propri allievi, indipendentemente dalla
maggiore o minore maturità scientifica raggiunta. Il concorso
di prima fascia attuale penalizza i concorrenti altrettanto o
più maturi scientificamente i quali per ragioni o di carattere
o di insegnamento particolare, risultano fuori dai giochi di
potere.
Sull'immoralità degli attuali meccanismi concorsuali è
stato scritto molto, sempre da professori ordinari. Ne
riportiamo tre: Umberto Eco: "L'attuale sistema induce a
delinquere"; Nicola Tranfaglia: "I concorsi di ogni livello,
da ricercatore, da associato, da ordinario non servono a
promuovere le persone più preparate ed originali ma quelle che
hanno l'appoggio dei gruppi più potenti e dei partiti al
potere. Una simile spartizione, che ormai in certe discipline
segue criteri del tutto analoghi a quelli che ogni giorno
l'opinione pubblica vede realizzarsi nell'attribuzione delle
cariche delle banche o negli enti pubblici e che va sotto il
nome, ambiguo ma generalizzato, di "lottizzazione", ha effetti
devastanti per la ricerca scientifica ma anche per l'attività
didattica nelle nostre Università. Non solo infatti promuove
spesso personaggi che non hanno nulla da insegnare né da
ricercare, ma consegue il risultato, ancor più preoccupante,
di scoraggiare e di allontanare dal mondo scientifico migliaia
e migliaia di giovani che, di fronte alle più grossolane ed
evidenti ingiustizie che si consumano ad ogni livello,
disperano di poter proseguire o intraprendere una carriera
praticamente chiusa e sbarrata a chi non ha santi in paradiso.
In realtà, si tratta di fare uno sforzo per comprendere che
l'attuale stato di degrado e di crisi che caratterizza il
reclutamento dei docenti universitari ha cause precise, in
parte interne allo stesso mondo universitario, in parte legate
alle caratteristiche della società italiana (e non solo
italiana) dei nostri tempi"; Franco Ferrarotti: "Certo nei
concorsi il giudizio finale non viene formulato in base
all'eccellenza del candidato, ma in base all'obbedienza a
gruppi esterni. E così si finisce per accantonare candidati
bravi a favore di altri, e cresce tra i docenti la percentuale
di pur ottime persone che diventano professori universitari
senza avere tutti i numeri, specie per quanto riguarda la
vocazione all'insegnamento".
Si fa qui naturalmente riferimento alla normalità dei
concorsi, soprassedendo ai casi anomali di veri e propri
soprusi, quali, per esempio, le promozioni di familiari, di
persone legate sentimentalmente, di clienti a qualsiasi
effetto, casi che, comunque, si sono andati incredibilmente
moltiplicando negli ultimi tempi, suscitando non solo
l'attenzione della stampa nazionale, ma anche la meraviglia e
lo sdegno della comunità scientifica internazionale.
Si premette che, pur ritenendo del tutto illogica, per
quanto detto sopra, la suddivisione del ruolo unico dei
professori universitari nelle due fasce, si può accedere
all'idea, non volendo forzare minimamente la situazione, che
l'aspirazione degli associati a diventare ordinari costituisca
un incentivo ad intensificare l'esperienza e la produzione
scientifica.
La soluzione ai problemi posti si basa sulla semplice
legittima osservazione che nel ruolo unico della docenza, in
cui tutti i soggetti hanno le stesse funzioni di didattica e
di ricerca, le due fasce sono due momenti di una stessa
carriera.
Ciò richiede che invece di due organici - illogici, d'altra
parte, trattandosi di un ruolo unico - si fissi un solo
organico (somma dei due attuali). Il passaggio da una fascia
all'altra avviene attraverso una "verifica di piena maturità
scientifica" da parte di una Commissione nazionale; verifica a
domanda dell'interessato, dopo un congruo numero di anni di
permanenza nella fascia degli associati (un meccanismo simile
a quello vigente nella magistratura). Il soggetto pienamente
maturo trasforma il posto di seconda fascia in posto di prima
fascia, senza alterare l'organico complessivo del ruolo.
E' questo il solo modo per conciliare le esigenze di
selezione qualitativa (l'associato non dichiarato maturo si
presenterà
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ad una successiva verifica, colmando le lacune riscontrate)
con il diritto certo dell'avanzamento di carriera in tempi
ragionevoli di tutti i soggetti seriamente impegnati
nell'attività scientifica e didattica, senza, oltre tutto,
determinare stravolgimenti finanziari, al presente di
impossibile attuazione.
Alcuni problemi conseguenti ad una simile impostazione,
quali l'esigenza di concorsi liberi, di trasferimento in sedi
periferiche, eccetera, possono essere di facile soluzione come
suggerito rispettivamente ai commi 7, 8 e 9 dell'articolo 7 e
all'articolo 8 della presente proposta di legge.
La proposta di legge prende in considerazione anche il
problema dei ricercatori.
Va innanzi tutto osservato che il meccanismo anomalo della
cooptazione, così diffuso nell'accademia e fonte troppo spesso
di ingiustizie e di veri e propri soprusi, ha origine nel
meccanismo di assunzione dei ricercatori per il reclutamento
dei quali, come è noto, la legge prevede un concorso locale,
con presidente di commissione di norma lo stesso professore di
prima fascia che ha chiesto il concorso per un suo preciso
cliente già, in genere, frequentante l'istituto o il
dipartimento interessato. E' pur vero che hanno tutti diritto
a partecipare a detto concorso e che gli altri due membri
della commissione, uno di prima e uno di seconda fascia, sono
nominati dal Consiglio universitario nazionale; di fatto,
però, il concorso, nella quasi totalità dei
casi, viene manovrato dal presidente, che sceglie, tra
l'altro, anche i temi d'esame.
E' assolutamente necessario, quindi, che anche il
reclutamento dei ricercatori avvenga attraverso concorsi
nazionali regolati in modo analogo a quelli per i professori
universitari (v. articolo 11 e articolo 9).
L'altro problema che si presenta è legato alla necessità di
trovare sbocchi di carriera anche ai ricercatori che abbiano
una certa anzianità e che vantino una significativa produzione
scientifica e attività didattica, attestate inequivocabilmente
dalla facoltà di appartenenza.
Per essi viene prevista una "verifica di idoneità
scientifica e didattica" nell'ambito dei concorsi per la
seconda fascia (v. articolo 6, commi 7, 8 e 9) e un opportuno
inquadramento nella seconda fascia della docenza.
Permangono nel ruolo dei tecnici laureati molti soggetti
che per le note vicende storiche della università italiana
hanno svolto, al di là delle mansioni istituzionali, attività
scientifica e didattica a vario titolo. Sembra giusto dare la
possibilità a quelli che possono documentare
inequivocabilmente, con avallo della Facoltà di appartenenza,
i titoli acquisiti e che abbiano maturato una certa anzianità
nel ruolo, di entrare a far parte, attraverso un giudizio di
idoneità riservato, del ruolo dei ricercatori per il quale
hanno dimostrato attitudine.
Ciò è stato previsto all'articolo 12.
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