| Onorevoli Colleghi! -- L'enorme accumulo di crediti
d'imposta, vantati dai contribuenti e dalle imprese nei
confronti dell'Erario, sottrae risorse preziose al sistema
produttivo e minaccia la sopravvivenza di molte aziende.
L'Erario ha oggi 70.674 miliardi di debiti nei confronti di
oltre 16.000 contribuenti (37.660 miliardi per imposte dirette
e 33.014 miliardi per l'IVA). I crediti IRPEF sono pari a
9.239 miliardi, di cui 1.719 per interessi. I contribuenti in
attesa di rimborso sono numerosissimi: circa 15 milioni.
Consistente anche la schiera delle imprese che hanno
versato più del dovuto: oltre mezzo milione, con un credito
nei confronti dell'erario pari a 28.421 miliardi (con un
credito d'imposta, in media, pari ad almeno 54 milioni).
L'imposta che "produce" più crediti è l'IVA, per la quale
si attendono rimborsi per 33 mila miliardi di cui 8.635 per
interessi passivi da pagare ai contribuenti (circa 371 mila
soggetti).
Nel complesso, l'Erario deve restituire 70.674 miliardi, di
cui 18 mila per interessi. La misura dell'interesse legale (10
per cento) che si applica ai rimborsi è oggi superiore al
tasso corrente sui Bot di almeno 3 punti. Una circostanza che
obbliga le finanze a provvedere al più presto ai rimborsi,
pena una perdita secca, in termini di interessi, pari a 2.000
miliardi annui.
Per numerosi operatori economici, creditori strutturali (si
pensi alle imprese esportatrici, o alle imprese i cui beni
intermedi sono soggetti ad aliquote IVA superiori a quelle
applicate alle merci prodotte), la mancata restituzione di
ingenti somme da parte dello Stato rende ancora
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più difficile sostenere la stagnazione dei mercati e la fase
recessiva che attraversa la nostra economia.
Le soluzioni finora date a questo problema sono
insoddisfacenti. Si è deciso di restituire parte dei crediti
d'imposta, "scegliendo" i creditori sulla base di criteri
discutibili ed arbitrari. Si è configurata addirittura
un'aperta violazione del dettato dell'articolo 3 della
Costituzione, quando, prima con il decreto-legge 23 gennaio
1993, n. 16 e successivamente con il decreto-legge 24
settembre 1993, n. 376, è stato stabilito in via prioritaria
il pagamento dei crediti d'imposta non inferiori, al netto
degli interessi, ai 100 milioni di lire, per i crediti
maturati entro il 31 dicembre 1985 (decreto-legge n. 16 del
1993) e 31 dicembre 1987 (decreto-legge n. 376 del 1993). Lo
stesso decreto-legge n. 376 del 1993 stabilisce che le somme
residue dei 7.500 miliardi stanziati dal citato decreto-legge
n. 16 del 1993 per crediti d'imposta di ammontare non
inferiore ai 50 miliardi di lire potranno essere utilizzati
per crediti di eguale natura maturati entro il 1990 da imprese
che hanno evidenziato perdite nel bilancio d'esercizio 1991.
Da ciò deriva un grave pregiudizio per le piccole e medie
imprese che vantano crediti di importo inferiore ai 100
milioni. L'operazione pertanto si configura anche come una
violazione dell'interesse dello Stato alla par condicio
creditorum cioè, all'interesse che sia attuata, in via di
prevenzione, la pari condizione dei creditori. Si può perfino
ravvisare una violazione del Trattato istitutivo della
Comunità europea sugli aiuti alle imprese, dal momento che del
rimborso possono beneficiare solo imprese di medie e grandi
dimensioni.
Altre soluzioni, prospettate da alcune parti politiche e
dall'associazione degli industriali, appaiono di difficile
praticabilità.
La proposta di rendere immediatamente compensabili i
crediti pregressi con i debiti fiscali e contributivi avrebbe
conseguenze assai pesanti sulla finanza pubblica, producendo
un immediato e rilevante calo di gettito. Consentire ai
contribuenti che da tempo attendono la liquidazione dei
crediti di compensarli con debiti d'imposta di importo
equivalente avrebbe il pregio di assicurare un rimborso
automatico ed immediato, ma finirebbe per penalizzare molti
contribuenti. I cosiddetti "creditori strutturali", infatti,
avrebbero serie difficoltà a ricorrere a questo automatismo. E
anche le aziende in passivo, che non hanno saldi attivi di
imposta, sarebbero penalizzate. Insomma, proprio quelle
aziende che hanno urgenza di incassare i crediti, non
potrebbero beneficiare della "compensazione".
L'ipotesi di rimborsare "tutto e subito" ha pure dei punti
deboli. Anche se la finanza pubblica è in dissesto, lo Stato -
dicono gli imprenditori - deve saldare i suoi conti.
La richiesta è che il rimborso avvenga in titoli di Stato a
tassi di mercato, liberamente negoziabili. Se il Tesoro
dovesse saldare in contanti i 70.674 miliardi di crediti tutti
in un'unica soluzione, dovrebbe fare ricorso al mercato per
una cifra equivalente. L'enorme massa di titoli, pari ad un
quarto del ricorso al mercato per il 1994, potrebbe
determinare una forte pressione al ribasso del valore di
mercato dei titoli in circolazione e un'inevitabile tendenza
al rialzo dei tassi di interesse. Un effetto del tutto
equivalente potrebbe prodursi se i crediti fossero rimborsati
in un'unica soluzione mediante titoli di Stato. In questo
caso, l'espansione dell'offerta di titoli messa in moto dagli
imprenditori che hanno necessità immediata di liquidità,
avrebbe l'effetto di svalutare i titoli di coloro che non
hanno provveduto a negoziarli subito.
* * *
La presente proposta di legge intende offrire una soluzione
che superi questi inconvenienti, assicurando al contempo il
rimborso ai creditori. Consente infatti di evitare l'"ingorgo"
di titoli pubblici derivante da un'estinzione contemporanea di
tutti i crediti, o l'enorme aumento del deficit
derivante dalla compensazione automatica debiti-crediti
pregressi d'imposta.
In particolare, si stabilisce che il Ministro del tesoro,
di concerto con i Ministri delle finanze e del bilancio e
della programmazione
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economica provveda, entro il 1^ gennaio 1995, con
propri decreti, alla regolazione in titoli dei crediti
d'imposta mediante rilascio ai contribuenti di titoli di
Stato, aventi valuta 1^ gennaio 1995, e tasso d'interesse
allineato a quello vigente sul mercato alla data stessa.
L'emissione globale, pari a 70.674 miliardi di lire, avrà le
seguenti caratteristiche: ogni taglio di titoli avrà una
diversa negoziabilità, in ragione della precedenza temporale
del credito. Pertanto saranno emessi:
a) 10.000 miliardi, negoziabili;
b) 10.000 miliardi, non negoziabili entro il
1995;
c) 10.000 miliardi, non negoziabili entro il
1996;
d) 10.000 miliardi, non negoziabili entro il
1997;
e) 10.000 miliardi, non negoziabili entro il
1998;
f) 10.000 miliardi, non negoziabili entro il
1999;
g) 10.674 miliardi, non negoziabili entro il
2000.
Le caratteristiche dei titoli, di durata non inferiore ad
anni sette, saranno determinate dal Ministro del tesoro.
Dei 10.000 miliardi stanziati il primo anno, circa 6.000
miliardi saranno destinati al pagamento degli interessi sui
70.674 miliardi di titoli emessi, con diversa negoziabilità. I
4.000 miliardi residui sono invece necessari ad assicurare il
rimborso di parte dei titoli, per un valore equivalente.
Negli anni successivi al primo sarà possibile rimborsare
quote crescenti di titoli emessi; la percentuale destinata al
pagamento degli interessi si riduce, infatti,
proporzionalmente.
Nella proposta di legge si stabilisce inoltre, all'articolo
2, che i titoli non negoziabili possano essere costituiti in
pegno a norma degli articoli da 2784 a 2807 del codice
civile.
I contribuenti che vantano crediti d'imposta sono
rimborsati nei limiti dell'importo del credito, comprensivo
degli interessi di mora, con assegnazione dei titoli di cui
all'articolo 1, nell'ordine temporale della formazione dei
crediti.
La realizzazione dell'intervento dovrebbe ovviamente
accompagnarsi al varo del cosiddetto "conto corrente fiscale",
che consente ai contribuenti di compensare automaticamente
debiti e crediti, limitando drasticamente, per il futuro, la
formazione di nuovi crediti d'imposta.
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