| Onorevoli Colleghi! -- La presente proposta di legge
intende consentire il recupero integrale - e quindi il
completamento di un recupero avviato da diversi anni - del
complesso monumentale della Commenda e della chiesa di San
Giovanni di Prè, un complesso di grandissima rilevanza
storico-architettonica che ha dovuto sopportare, specialmente
nel corso di questo secolo, appropriazioni e trasformazioni
abusive da parte di privati senza scrupoli e spesso
oggettivamente favoriti dall'inerzia e dalla complicità delle
amministrazioni pubbliche e dalle sovraintendenze locali.
L'invadenza della speculazione privata non solo ha
sottratto spazi e manufatti di grande significato per la
lettura unitaria del complesso ma ha determinato altresì
cedimenti strutturali della parte pubblica del manufatto
minacciandone la stabilità a meno di realizzare, come più
volte è stato fatto, opere urgenti di sostegno.
Vale la pena di riprendere la storia del sito riassumendo
sia pure in modo succinto, le ragioni che sono alla base del
presente provvedimento.
Attorno all'anno 1000, le grandi città di mare del
Mediterraneo furono attrezzate per favorire i viaggi dei
pellegrini in Terrasanta. La Commenda era una specie di
ostello-ospedale che accoglieva i pellegrini diretti o
provenienti dalla Palestina. Fu creata e gestita sino al
Cinquecento dai Cavalieri Gerosolimitani che più tardi presero
il nome di Cavalieri di Malta. Di questo tipo particolare di
edifici sono rimasti qua e là spezzoni e ruderi. Solo la
Commenda di Prè è arrivata ai giorni nostri quasi integra. E'
un severo edificio di forme ogivali del periodo di transizione
in cui l'arte gotica si trova fusa alla romanica dell'alto
medioevo in un armonico contrasto. L'imponenza e la
suggestione dell'insieme architettonico del monumento, così
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legato alla storia di Genova, lo rendono uno dei più
caratteristici ed apprezzati della città. Della Commenda si ha
la prima notizia nel 1098 allorché le reliquie di San Giovanni
Battista vennero qui provvisoriamente collocate. L'edificio ha
avuto il privilegio, forse unico, di ospitare tre Papi: Urbano
V, che nel 1367 si fermò una quindicina di giorni di ritorno
da Avignone e diretto a Roma; Gregorio XI, che nel 1377,
circondato da tutte le autorità, celebrò in San Giovanni di
Prè la funzione di ringraziamento per il suo definitivo
ritorno da Avignone a Roma; e Urbano VI, che nel 1385-1386 vi
rimase per più di quindici mesi insieme alla Curia Romana
(caso unico con Avignone).
La chiesa di San Giovanni di Prè fu costruita
presumibilmente nel 1180, come risulta dalla lapide posta alla
base del campanile.
Alla costruzione del complesso intervennero quasi
sicuramente i maestri Antelami e presumibilmente anche
maestranze straniere provenienti dalla Terra Santa al seguito
dell'Ordine Gerosolimitano.
E' una chiesa unica nel suo genere, unica in tutto il
mondo, per una peculiarità: la volta, come il resto, è fatto
di pietra. I Cavalieri Gerosolimitani quando ne ordinarono la
costruzione vollero stupire il mondo di allora sfidando i
capolavori del passato non con l'arditezza delle strutture, ma
con il materiale usato. La chiesa di San Giovanni di Prè era
già in origine composta da due aule sovrapposte, quella
superiore ad uso esclusivo dei Cavalieri Gerosolimitani e
quella inferiore, che costituiva la Chiesa per i pellegrini,
aperta al culto per la popolazione del Borgo di Prè. Il
porticato che affiancava la chiesa verso il monte e che
comunicava direttamente con il chiostro e col cimitero fu, a
partire dal '500, chiuso per essere adattato ad Oratorio. Nel
1731 fu capovolto l'orientamento della chiesa superiore, di
impianto romanico basilicale a tre navate, ormai avulsa dal
complesso ospitaliero (già trasformato in alloggi privati) ed
investita di funzioni esclusivamente parrochiali. Fu
realizzato quindi l'ingresso verso il Borgo di Prè, nel centro
della curva absidale col portale di marmo oggi esistente e fu
collocata un'abside che occupa tutta la prima campata,
contrapposta a quella originaria. La chiesa inferiore, le cui
tre navate corrispondono alla sola navata centrale di quella
superiore, fu successivamente occupata da oratori per poi
essere utilizzata come ricreatorio, il cui aspetto attuale
corrisponde al periodo trecentesco allorché le fu attribuito
il titolo di Cappella di S. Ugo, valorizzandone gli spazi
interni. A partire dal '700 furono realizzati interventi
legati alla rapida evoluzione urbanistica della zona che
trasformarono definitivamente il complesso. I fianchi esterni
della chiesa furono sopraelevati per inserire, sopra le navate
laterali, dei locali che, nel lato a mare, ospitano l'alloggio
del parroco e, in quello a monte, l'albergo "Aquila Reale".
Infatti nel 1896 l'ex Palazzo Pinto si allargò creando una
costruzione sopra l'abside della chiesa a ridosso del
campanile. La costruzione, su tre piani, che oggi ospita le
camere dell'albergo "Aquila Reale", poggia sulla chiesa e
sulle fondamenta dell'oratorio e crea un contrasto evidente e
deturpante. E' un peso che ha provocato un cedimento del muro
laterale della Chiesa e la spaccatura dei locali sottostanti.
Nei primi anni del '900, per contenere le larghe crepe che si
erano aperte nella volta, furono costruiti tre grandi archi.
Nel 1936, durante i lavori di restauro all'interno della
Chiesa, si avvertì un cedimento del muro perimetrale della
stessa: furono allora installati tre grandi tiranti che legano
i due muri perimetrali, quello di destra con quello di
sinistra e si provvide ad eliminare i due altari addossati al
muro. Nonostante questi tentativi di ridare stabilità al
monumento, nel 1986, nel corso di nuovi restauri, risultò
compromessa la staticità della volta e si riscontrò uno
spostamento di 7-8 centimetri del muro perimetrale della
Chiesa, lato via Prè. All'inizio del 1953 il parroco riuscì ad
interessare il Ministro della pubblica istruzione, onorevole
Antonio Segni, sulla necessità di salvare e restaurare il
complesso monumentale che ospitava magazzini, negozi,
laboratori artigianali, abitazioni e i due alberghi "Aquila
Reale" e "Stella",
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nonostante fosse sottoposto ai vincoli di cui alla legge 1^
giugno 1939, n.1089. Il Ministero si dichiarò favorevole al
restauro a queste condizioni: il Comune doveva eseguire gli
espropri necessari a sue spese e lo Stato avrebbe provveduto a
quelle del restauro. Il complesso, a cose fatte, sarebbe
divenuto proprietà del Comune. Dopo snervanti trattative tra
Ministero e Comune durante ben cinque anni, con decreto in
data 8 novembre 1958, il Ministero della pubblica istruzione,
in base al combinato disposto delle leggi 25 giugno 1865,
n.2359, e 1^ giugno 1939, n.1089, dichiarò la pubblica utilità
dei lavori inerenti al restauro del complesso monumentale,
nonché delle espropriazioni a favore del Comune di Genova
stabilendo in dieci anni (scadenti il 7 novembre 1968) il
termine finale per il perfezionamento delle espropriazioni e
l'esecuzione dei lavori. Con istanza del 23 settembre 1968 il
Comune chiese la proroga di un anno per l'ultimazione della
procedura espropriativa e tre anni per l'ultimazione dei
lavori. Con decreto datato 12 dicembre 1968 (a termini
scaduti) il Ministero della pubblica istruzione prorogò i
termini fino all'8 novembre 1969 per gli espropri e fino all'8
novembre 1971 per l'ultimazione dei lavori. Con istanza del 23
ottobre 1969 il Comune chiese un'ulteriore proroga e il
Ministero della pubblica istruzione intervenne prorogando i
termini all'8 novembre 1971 per le espropriazioni e all'8
novembre 1972 per i lavori. Con decreto del prefetto di Genova
n.42903 del 13 luglio 1971 venne pronunciato l'esproprio a
favore del Comune di tutti gli immobili che non erano stati
nel frattempo acquisiti in via amichevole. Il Comune avrebbe
dovuto prendere in consegna i locali per metterli a
disposizione della Soprintendenza, esecutrice dei lavori di
restauro. Ciò avvenne, tranne per i locali appartenenti agli
alberghi "Stella" e "Aquila Reale" i cui proprietari, oltre ad
impugnare in sede giudiziaria l'indennità di esproprio, fecero
ricorso al Consiglio di Stato chiedendo l'annullamento
dell'intera procedura espropriativa, in quanto il decreto di
proroga era intervenuto dopo la scadenza dei termini e quindi
per essere divenuta inefficace, ai sensi dell'articolo 13,
ultimo comma, della legge 25 giugno 1865, n.2359, l'ottenuta
dichiarazione di pubblica utilità. Il Consiglio di Stato
accolse l'istanza proposta dai ricorrenti e, con ordinanza in
data 19 novembre 1971, sospese l'efficacia del decreto di
esproprio sicché, scaduto il termine finale fissato per
l'esecuzione dei lavori (8 novembre 1972) non sarebbe stato
possibile proseguire l'esproprio se non attravero una nuova
dichiarazione di pubblica utilità. Nel periodo stabilito
inizialmente per procedere all'esproprio (8 novembre 1958-7
novembre 1968) avvennero alcuni fatti sconcertanti:
- nel 1962-63 l'albergo "Aquila Reale" effettuò dei
mutamenti interni. Si costruì un nuovo pilastro e si trasferì
la cucina in quella parte che si trova sopra la sacrestia
della chiesa;
- verso la fine del 1963, vista la lentezza con cui
procedevano i lavori, il parroco andò a sollecitare il
soprintendente affinché chiedesse una proroga in tempo utile
al Ministero della pubblica istruzione. Il dottor Ugo Marulli,
incaricato della pratica in Comune, convinto - a quanto sembra
- che la proroga non sarebbe stata concessa, presentò
l'istanza soltanto il 23 settembre 1968 e successivamente,
forse per non essere costretto a giustificare il suo operato,
chiese ed ottenne il suo trasferimento;
- a metà circa del 1967 il parroco don Mazzarello che
seguiva i lavori giornalmente, apprese dalla viva voce del
soprintendente architetto Mazzino che nonostante il geometra
Magnasco dell'assessorato ai lavori pubblici del Comune,
settore espropri, gli avesse trasmesso l'autorizzazione, egli
non avrebbe proceduto all'occupazione dei locali dell'albergo
in quanto non aveva la certezza che il Comune, poi, avrebbe
pagato. Questo episodio pone serie perplessità sull'operato
del soprintendente del tempo.
Considerato che l'ultimo atto del Comune riguardante gli
espropri risale al 12 dicembre 1967, è evidente che lo stesso
non fece rispettare il decreto ministeriale e
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favorì di fatto gli albergatori, tanto che nel 1985-86
l'albergo "Aquila Reale" eseguì indisturbato ulteriori lavori
nei fondi appartenenti al complesso monumentale e quindi
vincolati. Il 28 luglio 1986 il Comune presentò un piano di
recupero del complesso della Commenda che nulla aveva a che
fare con quello del 1958, infatti prevedeva: "la conservazione
di quella parte dell'albergo "Aquila Reale" che si compenetra
con la chiesa di San Giovanni di Prè per taluni spazi di
servizio posti sopra la navata destra e gravante sulla stessa
e sulla sacrestia con un corpo aggiunto adibito a stanze
d'albergo". Entro il termine successivo di trenta giorni
vennero presentate delle osservazioni da parte della Chiesa e
del soprintendente architetto Semino dove si ribadì che le
soluzioni prospettate dal Comune avrebbero risolto solo
parzialmente i problemi in quanto non avrebbero eliminato il
peso dei volumi gravanti sulla Chiesa nè, pertanto, le cause
del dissesto.
Purtroppo non si tenne conto delle osservazioni e il
consiglio comunale approvò il nuovo piano di recupero
rinviando i provvedimenti sui volumi gravanti sulla navata al
corso dell'opera e accogliendo così l'espressione di intenti
della giunta che poi si mostrò priva di coerenza.
La stessa occasione della celebrazione delle "Colombiane"
del 1992 costituì per la Commenda e la chiesa di San Giovanni
di Prè un ulteriore ma parziale recupero e i nodi connessi al
contenzioso tra chiesa e albergo (ma in realtà si tratta di un
contenzioso tra interessi della cultura e della storia di una
città e interessi economici di un privato), combattuti con
tanta passione per decenni dall'anziano parroco don Mazzarello
sono rimasti irrisolti.
E' per riconoscere l'interesse generale e il dovere di
assunzione di una grande responsabilità dello Stato nella
battaglia civile e spesso solitaria dell'anziano sacerdote,
che viene presentata la presente proposta di legge.
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