| Colleghi deputati! -- Secondo il calcolo del Ministero
delle finanze i tributi, nel nostro ordinamento, sono
quarantatré, di cui ventotto erariali, sette comunali, tre
provinciali e cinque regionali. L'inventario dei tributi, così
come redatto dagli uffici dell'Unione europea, segnala,
secondo questa valutazione, il sostanziale allineamento
dell'Italia agli altri Paesi della Comunità europea, che
vedono, ad esempio, vigenti in Francia sessantasette tributi,
in Danimarca cinquantotto, in Belgio trentadue, in Olanda
trentaquattro, in Germania ventotto. Secondo altre indicazioni
di calcolo, elaborate da esperti fiscali in relazione alle
attività assoggettate a tributo (ossia al presupposto
impositivo), in una tortuosa molteplicità di aliquote, tasse e
concessioni, la mappa del prelievo fiscale, nel nostro Paese,
fra imposte sul reddito e sul
patrimonio (quattro), tasse ed imposte sugli affari (dodici),
imposte sulle attività finanziarie (quindici), imposte di
registro (ventisei), concessioni governative (quarantasette),
imposte di bollo (diciannove), tasse sugli atti giudiziari e
notarili (quindici), tasse scolastiche ed universitarie
(sedici), tributi doganali (ventuno), accise ed imposte di
consumo (quindici), imposte su giochi e spettacoli (otto),
tributi regionali (quarantotto), tributi provinciali (cinque),
tributi comunali (ventiquattro), altre imposte (tredici)
elenca ben 292 voci di tributi.
Di tutti questi prelievi, solo sette imposte danno l'81 per
cento del gettito totale, che è stato per il 1993 di circa 430
mila miliardi di lire.
A prescindere dalla diatriba sulla valutazione quantitativa
dei tributi, è acquisizione comune ed universale che il nostro
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sistema fiscale è complesso, farraginoso, oppressivo per i
cittadini e richiede interventi di ulteriore riequilibrio, di
semplificazione, di riconduzione ad equità, nell'ambito di una
sua ristrutturazione decentrata su base regionale di
ispirazione federalista.
E' urgente la necessità di un intervento per la riduzione
della pressione fiscale troppo gravosa sul mondo del lavoro,
della produzione e sulle fasce sociali più emarginate dei
cittadini. In particolare sui cittadini associati, nella
gestione del tempo libero, in centri di volontariato senza
finalità di lucro, fra i quali debbono annoverarsi i
pensionati delle categorie economicamente più deboli e
socialmente meno protette, grava, creando anche problemi
burocratici, l'imposta sugli spettacoli.
Questa imposta, che complessivamente (considerate cioè
tutte le attività artistiche, culturali e sportive del Paese,
oltre i giochi e le scommesse) rende all'erario soltanto 492
miliardi di lire, è costosa e complicata per i suoi meccanismi
di accertamento e di riscossione e soprattutto prevede a
carico dei contribuenti una serie di adempimenti del tutto
sproporzionati rispetto al risultato conseguito.
Tale imposta è odiosa per la sua incidenza sulla cultura e
sulla fruizione del tempo libero, in particolare dei più umili
e diseredati cittadini: titolari di pensioni sociali,
disabili, lavoratori autonomi e dipendenti a più basso
reddito.
Sono soggetti ad imposta infatti gli spettacoli
cinematografici e misti di cinema ed avanspettacolo, anche se
in circoli e sale private: gli spettacoli sportivi di ogni
genere ovunque si svolgano, nei quali si tengano, o meno,
scommesse; gli spettacoli teatrali, le esecuzioni musicali, i
balli, le lezioni di ballo collettive, i veglioni e gli altri
intrattenimenti di ogni natura, i corsi mascherati ed in
costume, le rievocazioni storiche, le giostre e le
manifestazioni similari; gli spettacoli di opere liriche, di
balletto, di prosa, di operetta, di commedia musicale, di
concerti vocali e strumentali, gli spettacoli di burattini e
marionette; le mostre, le fiere campionarie, le esposizioni
scientifiche, artistiche e industriali, le rassegne
cinematografiche.
E dunque questa imposta non riguarda solo l'organizzazione
imprenditoriale, per fini di lucro, del divertimento
collettivo e della gestione del tempo libero, ma è pervasiva
di tutti gli aspetti dell'associazionismo e
dell'organizzazione del tempo e delle attività di
socializzazione degli handicappati, degli anziani, delle
persone in genere bisognose di un rapporto e di un inserimento
in realtà e strutture associative. Essa colpisce, inoltre, un
settore culturale (cinema e teatro) in profonda crisi. Queste
creazioni e manifestazioni culturali hanno, al contrario,
necessità di risorse per riorganizzarsi, per servire da
positiva immagine nel mondo del nostro Paese, per conquistare
mercati internazionali, da cui la nostra economia può ricavare
valuta ben più pregiata ed utile delle entrate che l'imposta
in oggetto garantisce allo Stato e che lo Stato è poi
costretto, con ulteriore attività burocratica, a redistribuire
attraverso sussidi e contributi.
Essa rappresenta anche l'esempio più classico e lampante di
una funzione amministrativa-fiscale svolta con lo scopo
preminente di giustificare l'esistenza di un apparato
burocratico, diretto od indiretto, preposto all'attività
impositiva, di controllo e di riscossione, in regime anche di
concessione, ed alla gestione, infine, di un contenzioso tanto
modesto quanto inutile.
La sua stessa disciplina normativa costituita da una
miriade di disposizioni accumulatesi nel tempo, pur dopo la
riforma tributaria del 1972, testimonia l'assunto.
Come si è rilevato, l'imposta in oggetto trova applicazione
anche agli spettacoli ed alle attività organizzate e promosse
dalle società e dai circoli per i propri soci e persino per
gli spettacoli e per le altre attività organizzati per fini di
beneficenza o comunque non di lucro. E quindi colpisce anche
le modeste attività ricreative promosse dai centri sociali, in
prevalenza formati da anziani pensionati ai livelli minimi di
sussistenza.
L'imposta è regolata dal decreto del Presidente della
Repubblica 26 ottobre
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1972, n. 640, e successive modificazioni, dalla legge 10
maggio 1983, n. 182 e successive modificazioni; dal
decreto-legge 4 agosto 1987, n. 326, convertito, con
modificazioni, dalla legge 3 ottobre 1987, n. 403. Alla
disciplina legislativa sono seguiti innumerevoli interventi
amministrativi. E così sono stati emanati, da parte del
Ministro delle finanze, i seguenti decreti: 9 giugno 1973,
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 154 del 16 giugno
1973; 14 ottobre 1976, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 292 del 2 novembre 1976; 19 gennaio 1979, e 31
gennaio 1979, pubblicati nella Gazzetta Ufficiale n. 34
del 3 febbraio 1979; 5 luglio 1979, pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale n. 198 del 20 luglio 1979; 23
dicembre 1981, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.
356 del 30 dicembre 1981; 11 aprile 1988, pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale n. 221 del 20 settembre 1988; 12
aprile 1990, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 92
del 20 aprile 1990.
La semplificazione tributaria, unitamente a ragioni di
riorganizzazione dell'apparato di accertamento e di controllo
da dislocare più utilmente sul terreno della ricerca mirata
all'evasione nella imposizione diretta, oltre che ad evidenti
esigenze di sostegno all'industria culturale ed a necessità di
equo trattamento, di rispetto e di incentivo ad una
organizzazione sociale del tempo libero degli anziani
(garanzia
peraltro di riduzione delle sindromi depressive ad alto costo
per la collettività), sorreggono l'opportunità di una sua
profonda revisione.
In questa prospettiva e nell'attesa della più ampia riforma
fiscale, è necessario però sopprimere questa imposta con
riferimento ai circoli, alle società, ai centri sociali non
aventi fini di lucro.
In tal modo questi centri di aggregazione saranno in primo
luogo assolti dall'obbligo di erogazione di un contributo,
irrilevante per le casse dello Stato e comunque compensabile
con un lieve aumento delle aliquote gravanti sui giochi e
sulle scommesse organizzate per fini di lucro e sui proventi
delle case da gioco. L'equivalente di tale contributo potrà
dai centri essere più utilmente destinato ad attività
sociali.
In secondo luogo, i centri saranno liberati da una serie di
adempimenti e di controlli burocratici e fiscali che assillano
gli organi delle associazioni e che mostrano agli associati il
volto di uno Stato capace ed invadente anche nei momenti
dedicati alla distensione ed alla socializzazione.
Queste le ragioni della presente proposta di legge
consegnata all'attenzione ed alla sensibilità di tutti i
colleghi, a prescindere dalle differenti concezioni di
politica fiscale.
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