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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XII Legislatura

Documento


6030
DDL0499-0002
Progetto di legge Camera n. 499 - testo presentato - (DDL12-499)
(suddiviso in 8 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C499. TESTIPDL
...C499.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC499 ZZ12 ZZRL ZZPR
     Onorevoli  Colleghi! - Il 12 maggio 1977 a Roma,
  mentre era in corso la campagna per la raccolta delle firme
  per i  referendum  promossi, ai sensi dell'articolo 75
  della Costituzione, dal partito radicale, verso le ore 20 fu
  uccisa, all'imbocco del ponte Garibaldi, Giorgiana Masi e
  furono feriti Elena Ascione e il carabiniere Francesco
  Ruggiero.  Giorgiana cadde, colpita alla schiena da un
  proiettile calibro 22 che le trapassò la vertebra, mentre
  fuggiva ad una carica della polizia.  Volgeva la schiena al
  ponte, alle forze di polizia, che avanzavano.
    Nel corso della stessa giornata, fin dalle ore 13, altre
  decine di cittadini, tra cui alcuni parlamentari, furono
  malmenati,
  colpiti e feriti dalla polizia che non denunciò invece alcun
  ferito fra gli agenti.  I 1.500 uomini della polizia, dei
  carabinieri, della guardia di finanza, della squadra mobile,
  avevano ricevuto l'ordine non solo d'impedire lo svolgimento
  della "festa" a piazza Navona e della raccolta delle
  sottoscrizioni ai  referendum  radicali, ma di coinvolgere
  tutto il centro storico di Roma, con un impressionante e
  sproporzionato impiego di forze, nella caccia di chiunque,
  "manifestante" o passante, circolasse a piedi e potesse essere
  sospettato di aver intenzione di recarsi a piazza Navona.  In
  quelle circostanze la polizia fece largo uso delle armi da
  fuoco, degli artifici lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo,
  degli altri
 
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  mezzi di coercizione, degli agenti in borghese travestiti da
  "autonomi" con bavagli, armi improprie e pistole non
  d'ordinanza.
    L'imprevisto comportamento sostanzialmente passivo dei
  "manifestanti" e dei passanti, il copioso materiale
  fotografico e cinematografico realizzato dai giornalisti che
  erano stati convocati per ben altra rappresentazione, ha
  consentito all'opinione pubblica, o almeno ad una sua parte,
  di partecipare indirettamente a quello che, secondo i
  programmi dei registi, doveva essere un bagno di sangue, una
  ritorsione per l'assassinio dell'allievo Passamonti, una
  "lezione" ai radicali e una vittoria della maggioranza
  d'ordine contro gli oppositori "sanguinari" e "violenti".
    Il risultato di questa "brillante" operazione di guerra è
  stato la privazione della vita ad una giovane, inerme, ragazza
  di 18 anni; la rabbia e la disperazione imposta anche a chi
  non voleva accettare la logica della vendetta; la riduzione
  dello spazio politico esclusivamente al confronto fra forze di
  regime e partito armato.  Poi l'indecoroso comportamento di un
  ministro della Repubblica costretto, davanti alle prove
  fornite ogni giorno dalla stampa, a smentire giorno dopo
  giorno le menzogne che era costretto a riferire persino al
  Parlamento: i "manifestanti" avevano aggredito la polizia; non
  c'erano agenti in borghese travestiti da "autonomi"; non erano
  armati; non avevano le P.38; non avevano sparato ...
    A diciassette anni da quella data, la magistratura, che
  aveva avviato due inchieste su quegli avvenimenti, una
  relativa all'assassinio di Giorgiana Masi e al ferimento di
  Elena Ascione e Francesco Ruggiero, l'altra sul comportamento
  delle forze dell'ordine nelle fasi precedenti a questi fatti,
  ha sostanzialmente rinunciato ad individuare qualsiasi
  responsabilità, dopo aver omesso qualsiasi indagine
  significativa sui fatti denunciati.  Nonostante il copioso
  materiale messo a disposizione dalla parte civile (55
  testimonianze, centinaia di fotografie, due filmati, perizie
  balistiche), dagli atti istruttori emerge un fatto
  inquietante: i magistrati inquirenti si sono praticamente
  limitati a formalizzare alcune di queste prove, a raccogliere
  dichiarazioni, nella maggioranza rese per iscritto, da parte
  dei funzionari e degli ufficiali che avevano diretto le
  operazioni del 12 maggio 1977, senza neppure interrogare il
  questore di Roma e gli estensori di questi mattinali così
  burocraticamente simili.  I massimi livelli d'indifferenza, se
  non di spudoratezza, sono stati raggiunti nella mancata
  identificazione degli agenti ripresi nei filmati e nelle
  fotografie mentre fanno uso delle armi, nella mancata
  individuazione dei responsabili delle false dichiarazioni rese
  alla stampa, in Parlamento e alla magistratura circa l'uso
  delle armi, nel rifiuto di procedere alle perizie richieste
  per determinare con precisione l'arma, il proiettile, la
  distanza dalla quale era stato sparato, la dinamica
  dell'assassinio.
    Ma nonostante la gravità dei fatti appena accennati, che
  hanno trovato ampia documentazione sui giornali e su "libri
  bianchi", il ricorso allo strumento parlamentare
  dell'inchiesta apparirebbe solo parzialmente giustificato se
  non concorressero altri motivi che configurano invece,
  pienamente, il "pubblico interesse", richiesto dall'articolo
  82 della Costituzione, nell'accertamento autonomo da parte del
  Parlamento delle gravi responsabilità del Governo,
  dell'amministrazione, della magistratura non solo in relazione
  ai comportamenti messi in atto nel corso della strage del 12
  maggio 1977, ma anche agli eventi che hanno preceduto,
  giustificato e seguìto quella tragica giornata.  E non ci
  riferiamo solo a quei comportamenti che evidenziano
  emblematicamente l'uso distorto e illegittimo della polizia e
  delle armi da fuoco, l'effetto criminogeno delle norme
  fasciste del testo unico di pubblica sicurezza a cui si è
  appellato il prefetto di Roma o di quelle della legge "Reale",
  la "resistenza" della magistratura nelle indagini che
  coinvolgano la responsabilità delle forze di polizia e del
  Governo.  Intendiamo soprattutto riferirci a quella che a molti
  è apparsa come una precisa volontà del Governo dell'epoca di
  screditare, criminalizzare, di fronte all'opinione pubblica,
  l'iniziativa
 
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  referendaria e l'opposizione non violenta del partito
  radicale attraverso una preordinata azione di provocazione
  realizzata dalla questura di Roma che per l'intera giornata
  del 12 maggio 1977 ha "cercato" il morto, sia in divisa che
  "civile", per addossarne la responsabilità sui promotori della
  inziativa politica.
    Il questore di Roma è stato rimosso ma evidentemente a noi
  sembra che i promotori di questo disegno cinico quanto
  criminale non possano essere ricercati solo nella questura di
  Roma, ma ben più in alto, nei centri di potere e di direzione
  dello Stato.  Questo accertamento consentirebbe anche di
  individuare nuovi centri di provocazione sicuramente non
  estranei alle drammatiche vicende che sono seguite in
  Italia.
    L'inchiesta parlamentare su questi fatti presenterebbe
  inoltre non solo i caratteri di una "inchiesta politica" ma
  anche quelli di una "inchiesta legislativa" che possa
  accertare e definire i presupposti di una legislazione futura,
  anche abrogativa, atta ad impedire quei comportamenti
  anticostituzionali, quelle omissioni che, sotto le più diverse
  specie, sono stati rappresentati in quella vicenda.
    Ultima, ma non meno importante, ragione della nostra
  proposta di legge è costituita dalla convinzione che in una
  "situazione aggrovigliata da un complesso di responsabilità
  pubbliche", non è stato sinora possibile ottenere una risposta
  organica agli interrogativi prima posti.  Di qui l'iniziativa
  di una inchiesta che affronti gli eventi del 12 maggio 1977,
  quelli che li hanno preceduti e seguiti, sotto ogni aspetto e
  che rappresenti anche, per gli altri poteri dello Stato, uno
  stimolo a comportamenti adeguati.
    E' forse il caso di aggiungere che la Camera ha già avuto
  modo, in varie occasioni nella VII legislatura e nelle
  seguenti, di affrontare questi problemi e di rendersi conto
  dell'ampiezza delle responsabilità politiche che sono
  coinvolte dai fatti del 12 maggio 1977.
    La Commissione parlamentare di inchiesta dovrebbe quindi
  affrontare principalmente i seguenti problemi relativi ai
  fatti del 12 maggio 1977:
      1) legittimità del provvedimento del prefetto di Roma con
  il quale si vietavano, per un periodo di circa due mesi, tutte
  le manifestazioni nella capitale; la compatibilità delle norme
  di pubblica sicurezza con il dettato dell'articolo 17 della
  Costituzione; le responsabilità politiche in relazione a
  questo divieto;
      2) individuazione delle ragioni che hanno determinato la
  decisione di mantenere il divieto per la manifestazione di
  piazza Navona, in considerazione della finalità che aveva in
  attuazione di un istituto costituzionale, anche quando gli
  organizzatori avevano annunciato di rinunciare ai comizi e di
  volersi limitare a svolgere una "festa" musicale ed a
  raccogliere le sottoscrizioni referendarie; le ragioni delle
  mancata presa in considerazione della richiesta dei segretari
  nazionali delle tre confederazioni sindacali e del presidente
  del gruppo socialista alla Camera di autorizzare almeno la
  "festa" e comunque di essere ricevuti per scongiurare la
  tragedia che si annunciava;
      3) individuazione delle eventuali pressioni politiche
  realizzate al fine di danneggiare il partito radicale e
  l'iniziativa referendaria che in quei giorni si avvicinava al
  traguardo delle 500 mila firme, attraverso un piano di
  provocazione politica e poliziesca;
      4) accertamento delle responsabilità di chi, sin dalle
  ore 13, ha diffuso tra le forze dell'ordine la notizia del
  ferimento di alcuni poliziotti da parte dei "manifestanti"; di
  chi ha dato l'ordine della prima carica contro pacifici
  passanti a piazza San Pantaleo; di chi ha dato l'ordine,
  attraverso la radio in dotazione alla polizia, di far uso
  delle armi, come risulta dalla registrazione dei colloqui
  intercorsi tra la questura e i responsabili di settore;
      5) accertamento delle responsabilità di chi ha disposto
  l'uso di agenti "travestiti" da "autonomi", che imbavagliati,
  con mazze di ferro, con pistole non d'ordinanza
 
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  hanno creato tra i poliziotti e i cittadini un clima di
  terrore e panico provocando reazioni sproporzionate da parte
  delle forze di polizia e l'uso generalizzato delle armi contro
  gruppi di persone inermi;
      6) valutazione, anche alla luce delle disposizioni
  generali di polizia, dell'intero comportamento e dei movimenti
  dei reparti di polizia nel corso dell'intera giornata;
      7) valutazione dell'attendibilità delle verifiche fatte
  sulle armi d'ordinanza, anche alla luce delle prove presentate
  dalla parte civile e che smentiscono le dichiarazioni di
  ministri e questori circa il mancato uso delle armi da fuoco
  nel corso della giornata;
      8) individuazione dei responsabili delle false
  dichiarazioni rese dal Ministro dell'interno, nei giorni
  successivi al 12 maggio, sia sulla stampa che in Parlamento e
  che solo parzialmente sono state rettificate;
      9) individuazione delle responsabilità della magistratura
  non solo in ordine alla mancata ricerca dei responsabili della
  morte di Giorgiana Masi ma anche per l'omessa individuazione e
  incriminazione dei responsabili delle numerose azioni
  delittuose che sono state realizzate nel corso
  dell'intera giornata da parte delle forze dell'ordine;
      10) censimento delle armi non d'ordinanza possedute
  singolarmente da appartenenti alle forze dell'ordine o dalle
  scuole di polizia e dei carabinieri;
      11) accertamento della esistenza o meno di altri
  documenti e dati, in possesso dell'Amministrazione, che non
  siano stati rimessi alla magistratura, in ordine allo
  schieramento delle forze di polizia, agli ordini di servizio,
  ai rapporti dei reparti operanti, nonché ai dati forniti al
  Ministro per la sua dichiarazione in Parlamento.
    Con la presente proposta di legge i deputati riformatori,
  riprendendo analoghe proposte di legge presentate dal gruppo
  parlamentare radicale nelle precedenti legislature, a partire
  dalla proposta di legge Pannella ed altri n. 104 presentata il
  20 giugno 1979 nella VIII legislatura, intendendo anche
  adempiere all'impegno preso non solo nei confronti della
  famiglia di Giorgiana Masi ma di tutti i sinceri democratici,
  intendono fornire a tutti i parlamentari di ogni gruppo
  politico una occasione per l'accertamento della verità su di
  una vicenda che ha gravemente inquinato la vita politica
  italiana e provocato conseguenze laceranti nel tessuto sociale
  del Paese.
 
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