| Onorevoli Colleghi! -- Negli ultimi decenni la medicina è
andata incontro a profonde trasformazioni. Il progresso
tecnico, in particolare, ha creato un rapporto diverso tra
medico e malato modificando i momenti fondamentali della
diagnosi e della terapia. Si è stabilito un rapporto meno
strettamente personale, più mediato dagli strumenti sempre più
sofisticati di indagine e cura.
E' un progresso che ha portato indubbiamente a grandi
vittorie nella lotta alle malattie e permesso più lunghe
sopravvivenze, senza ovviamente poter eludere, ad un certo
momento, la morte. Nel contempo, sul campo delle sue battaglie
vittoriose, la medicina inevitabilmente ha fatto crescere il
numero delle persone in difficili condizioni di vita, alle
quali, più che la
tecnica, è indispensabile un buon rapporto umano. La caduta
di questo rapporto ha inciso negativamente soprattutto per
questi malati e per quanti in genere sono al termine della
vita, per i quali il modo di morire è sempre meno umano,
partecipato, significativo.
Oggi è noto che circa il 70 per cento delle persone muore
nelle istituzioni sanitarie. La prevalenza della morte
ospedaliera su quella domiciliare può essere considerata
soprattutto sotto due aspetti, tra loro complementari: uno
pertinente alla società ed uno più propriamente alla
medicina.
L'edonismo della nostra società esalta i valori della vita
soprattutto nella espressione dell'efficienza fisica, quindi
rifiuta la morte e ne attua un primo distacco separando
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da sé chi sta per morire, in pratica con il ricovero
ospedaliero. Per l'altro aspetto la medicina, declamata
soprattutto per i suoi lati avanzati, quasi miracolistici,
suscita sempre maggiori attese di vittoria sulla morte e
induce al suo ricorso anche nei casi disperati. La sua
finalità pare essere solo quella di guarire, senza più
attenzione e preparazione ai bisogni di chi non ha più
speranza di vita; alle necessità allargate, al di là di quelle
fisiche, cioè a quelle di ordine psicologico, affettivo,
morale, spirituale e sociale.
Il malato che muore è quindi isolato, in un luogo estraneo,
tra estranei; respinto da una società che nega la morte, non
considerato da una medicina tutta protesa nel progetto
faustiano di sconfitta della morte. C'è bisogno di un
recupero, un cambio di tendenza, perché cresce sempre più il
numero delle persone nell'area dei bisogni non riconosciuti.
Tra queste persone un grande numero è costituito dai malati di
tumore in fase avanzata, per i quali non servono più cure
attive contro il cancro, ma quelle necessarie a lenire il
dolore, a ridurre il disagio dei tanti sintomi di una malattia
avanzata, a dare gli indispensabili aiuti psicologici per
affrontare il momento più drammatico della vita.
Su questo terreno sono sorte nell'ultimo decennio in Italia
molte iniziative spontanee, attraverso fondazioni,
associazioni volontarie, che oggi hanno raggiunto ottimi
livelli organizzativi, adeguata preparazione, forte sviluppo
di lavoro nell'assistenza e nella promozione di una diversa
cultura della medicina nel campo dei malati non più guaribili
e prossimi alla morte.
Ma è un quarto di secolo che in Inghilterra è sorto il
primo centro al riguardo.
Nel 1965 fu fondato a Londra da Cecily Saunders il S.
Cristopher Hospice, capofila di una vasta rete di centri
inglesi dedicati all'assistenza dei malati di cancro
nell'ultimo periodo di vita ed al supporto alle loro famiglie.
Alla struttura "residenziale (l' hospice) fu ben presto
affiancato un servizio di assistenza domiciliare,
indispensabile per poter garantire ai pazienti, oltre al
controllo dei sintomi, in particolare del dolore, anche la
continuità assistenziale. A qualche anno di distanza da questa
esperienza pilota, furono attivate le prime esperienze di
assistenza domiciliare negli USA, dove la peculiare struttura
del sistema previdenziale basato sulle assicurazioni private
obbligò gli operatori sanitari ad analizzare attentamente il
problema del rapporto costo/beneficio. I risultati delle più
significative di queste esperienze (Cleveland, Rochster)
indicarono univocamente una maggior economicità
dell'assistenza domiciliare rispetto alla tradizionale
assistenza in regime di ricovero ospedaliero.
Tuttavia, ancor prima della considerazione dei costi, è
necessario anteporre l'interesse del malato. Quando non sono
più necessari esami diagnostici e trattamenti terapeutici
praticabili esclusivamente in ospedale, il malato e la
famiglia preferiscono generalmente l'assistenza a casa; nel
conforto della casa, tra gli affetti familiari, le medicine
stesse, soprattutto quelle per il dolore, ottengono anche
effetti migliori. Il reinserimento a casa di un malato in fase
avanzata di una malattia grave, quale quella neoplastica o di
AIDS, si rende però possibile, nella generalità dei casi,
quando vi è il supporto di una équipe che orienti e
sostenga la famiglia nella difficile gestione della
malattia.
Per questo scopo, agli inizi degli anni settanta, si
costituì all'Istituto dei tumori di Milano un servizio di
terapia del dolore e cure palliative sotto la direzione del
professor Vittorio Ventafridda (primario anestesista), nello
stesso tempo sorse la fondazione Floriani, una iniziativa
volontaria per consentire al servizio di terapia del dolore di
svolgere, attraverso i propri mezzi finanziari, l'assistenza
domiciliare agli stessi malati visti e seguiti inizialmente
all'Istituto.
Con analoghe finalità nel 1984 si costituì a Genova
l'associazione Gigi Ghirotti, all'interno dell'Ospedale San
Martino di Genova. Nacque per opera di alcuni anestesisti che
si dedicavano da qualche tempo alla terapia del dolore
oncologico all'interno del grande ospedale genovese, all'epoca
dotato di 3.500 posti letto. L'amministrazione ospedaliera
prese atto dell'iniziativa
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e del forte impegno dimostrato destinando per la
nuova attività un medico ed una infermiera sotto la direzione
del professor Franco Henriquet, primario anestesista
dell'ospedale. Con l'integrazione dell'associazione il
servizio di terapia del dolore e cure palliative dell'ospedale
iniziò anche a svolgere l'assistenza domiciliare. Negli ultimi
anni il servizio ha raggiunto un'assistenza domiciliare
intorno a 500 malati per anno.
Nel 1985 iniziò anche a Bologna l'attività di assistenza
domiciliare, promossa dal professor Franco Pennuti, primario
della divisione di oncologia dell'ospedale Malpighi, fondata
sui seguenti presupposti:
diritto al paziente e ai suoi familiari ad una libera
scelta;
necessità di una assistenza il più possibile globale,
orientata cioè a cercare una risposta a tutti i bisogni e le
sofferenze del paziente (fisici, psicologici, morali,
sociali);
assicurazione di un livello assistenziale per lo meno
pari a quello ottenibile in una struttura specialistica
pubblica.
Anche a Bologna l'attività di assistenza domiciliare è
stata resa possibile, inizialmente soprattutto, da una
associazione di volontariato, l'Associazione nazionale per lo
studio e la cura dei tumori solidi (ANT). Questa associazione,
proprio per il suo carattere nazionale, svolge il proprio
lavoro di assistenza domiciliare per i malati di tumore anche
in altre città d'Italia. Queste associazioni di volontariato
si sono rese indispensabili per poter sostenere con fondi
privati le spese necessarie a svolgere l'assistenza
domiciliare per i malati dimessi dagli ospedali.
Il crescente impegno di lavoro e l'obiettivo di estendere
l'assistenza e tutti coloro che possono avere bisogno delle
cure palliative domiciliari, ben più di quanti siano
attualmente assistiti da queste organizzazioni volontarie,
hanno imposto e tuttora impongono la ricerca di maggiori
sicurezze per far fronte alle esigenze.
In particolare l'associazione Gigi Ghirotti di Genova ha
sollecitato la responsabilizzazione delle istituzioni
pubbliche ottenendo risposte positive attraverso forme diverse
di partecipazione, sia da parte della regione Liguria, sia da
parte di singole Unità sanitarie locali (USL) cittadine.
La regione Liguria, già nel piano sanitario regionale del
triennio 1989-1991, previde, nel capitolo delle azioni
programmate per le malattie neoplastiche, l'inserimento
dell'associazione Gigi Ghirotti per favorire l'assistenza
domiciliare dei malati di tumore in fase avanzata. In questa
linea di indirizzo la regione Liguria dal 1991 affida alla
associazione Gigi Ghirotti, nell'ambito dell'assistenza
domiciliare integrata (ADI), le cure a domicilio di circa 100
malati di tumore in fase avanzata.
Alcune USL della provincia di Genova hanno per proprio
conto stipulato convenzioni con l'associazione Gigi Ghirotti
per garantire l'assistenza domiciliare ai malati di tumore in
fase avanzata nell'ambito del loro territorio. In due USL
della città di Genova, in particolare, è stato possibile
realizzare un più forte coinvolgimento dell'ente pubblico
nell'impegno delle cure palliative. Le due USL infatti hanno
affidato ad un medico specialista, preparato in medicina
palliativa, l'assistenza domiciliare attraverso lo strumento
normativo della medicina specialistica convenzionata.
L'assistenza domiciliare in queste USL deve essere svolta con
la partecipazione del medico di famiglia o almeno con il suo
benestare e con la collaborazione possibile di tutti i servizi
socio-sanitari di cui può disporre la USL. L'associazione Gigi
Ghirotti, in accordo con le due USL, integra gratuitamente
l'assistenza in considerazione della propria esperienza di
molti anni in questo campo e della sua consolidata équipe
multidisciplinare, tra cui la vasta rete di volontari.
Analoghi coinvolgimenti delle istituzioni pubbliche sono
stati raggiunti da altre associazioni di volontariato che
operano in questo campo di attività, in particolare quelle già
ricordate di Milano e Bologna. Tuttavia, nonostante la
presenza di associazioni di cure palliative con équipe
di assistenza domiciliare ben strutturate e valide, vi
saranno sempre situazioni di
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malati che per motivi diversi non potranno essere assistiti a
casa e per i quali è quindi indispensabile, sino al termine
della vita, il ricovero ospedaliero. Per queste situazioni
sono sorte nel mondo anglosassone particolari istituzioni di
ricovero, gli hospices.
Si tratta di ambienti di ricovero per malati al termine
della vita, prevalentemente per malati di tumore ed oggi anche
per malati di AIDS, ambienti nei quali si cerca di riprodurre
per quanto è più possibile l'atmosfera di famiglia, si
permette la massima agibilità di accesso per familiari e
amici, la massima flessibilità di orari, una grande
personalizzazione dell'assistenza. Ogni hospice è un
centro organizzativo e di riferimento per l'assistenza
domiciliare nel territorio di competenza.
Questo consente la massima disponibilità di accesso alla
struttura di ricovero, anche temporanea, per chi è in
assistenza domiciliare nel territorio dell' hospice.
La nostra realtà culturale rifiuta generalmente questo
modello assistenziale che deve prevedere una piena
consapevolezza dello stato di malattia. Nella vicina Francia,
anche culturalmente a noi più affine, il piano sanitario
nazionale prevede per i malati di tumore al termine della
vita, per i quali è necessario il ricovero, piccole unità di
cure palliative all'interno degli ospedali generali. Con
questa scelta si è inteso far rimanere all'interno delle
istituzioni sanitarie, ove si esercita comunemente la
medicina, l'assistenza ai morenti, perché sia considerata un
campo di intervento proprio della medicina, un compito che non
esuli dalla professione medica là dove si esercita
istituzionalmente. Le unità di cure palliative, dotate da 5 a
10 posti letto, prestano servizio di consulenza e intervento
per tutto l'ospedale e gestiscono nel contempo, con la propria
équipe, l'assistenza domiciliare nell'ambito del
territorio di loro competenza.
In Italia non vi è un piano sanitario di previsione e
intervento per i malati di tumore in fase avanzata e, più in
generale, per i malati delle cure palliative. Contingenze
economiche, oltre a motivi culturali, suggeriscono in questo
momento, quale programma minimo indispensabile, l'attuazione
di un piano che preveda a livello ospedaliero l'istituzione di
servizi autonomi di cure palliative con organico proprio ed
equiparazione giuridica e normativa agli altri servizi
ospedalieri. Il servizio svolgerà consulenza per ogni
divisione di cura dell'ospedale, avrà attività ambulatoriale
soprattutto per riferimento dei familiari e di day-hospital
per quanto necessario ai malati deambulabili o
trasportabili; dovrà anche occuparsi dell'assistenza
domiciliare raccordandosi ed integrandosi con i servizi
territoriali istituiti allo scopo od eventualmente gestirla in
proprio nelle situazioni di loro inesistenza.
Con questa scelta programmatica, che non prevede unità di
cure palliative dotate di posti letto, si trasferirebbe
all'interno di ogni divisione di cura dell'ospedale,
attraverso l' équipe del servizio di cure palliative, una
maggiore sensibilizzazione e considerazione per il trattamento
del dolore e dei sintomi nei malati non più guaribili e nel
loro ultimo periodo di vita; si potrebbe sollevare altrettanta
sensibilità e considerazione per le implicazioni psicologiche
che una malattia grave con incombenza di morte provoca nel
malato e nei familiari. Queste considerazioni ed i
comportamenti assistenziali conseguenti diverrebbero così
patrimonio comune di ognuno nell'esercizio della professione
ovunque ed a qualsiasi livello la eserciti.
Il piano assistenziale che intendiamo proporre dovrebbe
essere costituito da due servizi, uno a livello ospedaliero ed
uno a livello territoriale, tra loro strettamente correlati
per garantire la continuità assistenziale del malato. Entrambi
i servizi pubblici delle cure palliative possono essere
integrati dall'apporto delle associazioni di volontariato che
hanno maturato esperienze sino ad oggi in questo campo e sono
state promotrici e sostenitrici della crescita delle
iniziative a livello pubblico. Occorre anche considerare che
nella nostra realtà assistenziale pubblica vi è un corpo di
leggi e normative che prevedono forme di interventi nelle
diverse circostanze di necessità della persona; nella pratica
operativa tuttavia si disattende spesso quanto le leggi
dispongono. L'assistenza domiciliare
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è comunque il punto più debole e carente del Servizio
sanitario nazionale e proprio per questo lo Stato deve
maggiormente impegnarsi per risollevarlo e adeguarlo il più
possibile alle necessità.
Le associazioni volontarie o del privato sociale devono
avere il fine di stimolare le istituzioni pubbliche a compiere
i propri doveri, a realizzare compiutamente le prestazioni, a
mantenere adeguati livelli assistenziali; inoltre devono
integrare con l'apporto dei loro volontari gli interventi
delle istituzioni per la soddisfazione di bisogni in aree
(aiuto morale, affettivo, spirituale) che non possono essere
di esclusivo dominio dei tecnici.
In una situazione di carenze gravi delle istituzioni
pubbliche nell'assistenza
domiciliare, soprattutto per i malati oncologici, gli
anziani, i malati di AIDS, è inevitabile che vi debba essere
l'intervento di supplenza delle associazioni di volontariato,
anche con l'apporto di loro tecnici (medici, infermieri ed
altri ruoli professionali); questo tipo di intervento dovrebbe
però essere realizzato con una stretta collaborazione tra chi
opera per conto delle associazioni volontarie e chi è inserito
nelle istituzioni sanitarie pubbliche e preposto
all'assistenza sul territorio. L'intervento tecnico delle
associazioni volontarie dovrebbe comunque essere previsto in
un'ottica di transitorietà, in vista appunto di una piena
assunzione di ruolo del Servizio sanitario pubblico.
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