| Onorevoli Colleghi! -- Il settore zootecnico del nostro
Paese versa in una situazione di grave difficoltà che non gli
consente di reggere il confronto e la competizione con la
zootecnia degli altri Paesi d'Europa.
I motivi principali consistono nel differenziale dei costi
di produzione, nel fatto che nei Paesi del nord Europa si è
già realizzato il processo di ristrutturazione dell'industria
di macellazione e trasformazione delle carni bovine, nelle
diverse modalità di integrazione del reddito che danneggiano
gli allevatori italiani.
Occorre anche ricordare che negli altri Paesi vengono
assicurati incentivi straordinari, che invece sono negati ai
produttori italiani, costretti a subire, inoltre, un sistema
impositivo fiscale ingiusto.
Infatti, le normative sull'imposta sul valore aggiunto
(IVA), diverse da un Paese d'Europa all'altro (si va dallo 0
per cento del Regno Unito, al 6 per cento della Francia, al 7
per cento della Germania, al 19 per cento dell'Italia),
comportano per un qualsiasi allevatore europeo introiti almeno
doppi rispetto a quelli corrisposti agli allevatori
italiani.
E' evidente che se la competizione europea o extraeuropea
diventerà più marcata, gli allevatori italiani saranno
costretti, in assenza di una remunerazione adeguata, a
ridimensionare o a sospendere l'attività come in parte già sta
avvenendo.
L'abolizione delle frontiere interne alla Comunità europea,
con la soppressione dei controlli doganali e la modifica
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della normativa sull'IVA, hanno reso la situazione ancora più
complicata e critica.
Infatti, nell'ambito della commercializzazione dei bovini e
delle loro carni, si sono manifestati fenomeni illeciti e
malavitosi che implicano una grave alterazione nella
trasparenza del mercato.
La vastità e la gravità del fenomeno lascia presupporre che
dietro alla frode vi siano vere e proprie organizzazioni
malavitose.
Sul problema dell'IVA nel settore della zootecnia nella
passata legislatura la Commissione agricoltura del Senato
della Repubblica aveva avviato una discussione coinvolgendo
anche le associazioni del settore.
Il lavoro svolto ha reso possibile un approfondimento dei
problemi e l'acquisizione di nuovi dati e di utili indicazioni
per una eventuale iniziativa legislativa.
Per avere una idea della gravità del fenomeno è sufficiente
ricordare che, secondo i dati forniti dalle associazioni,
almeno il 25 per cento delle carni e dei bovini di
importazione commercializzati in Italia segue vie illegali e
che, per il 1992, è stata calcolata una evasione fiscale di
circa 500 miliardi.
Due sono le tecniche che vengono utilizzate per evadere
l'IVA:
si costituisce una società di comodo, intestata ad un
prestanome che acquista del bestiame nei Paesi della Comunità
europea e vende con regolari fatture, incassando l'IVA ma,
prima della scadenza per il versamento all'Erario, la società
chiude l'attività e sparisce nel nulla;
si acquista in contanti ed in valuta dal fornitore
estero.
La merce acquistata viaggia con regolare documentazione ma
viene distrutta, con la complicità del fornitore, quando
arriva a destinazione.
Attraverso questi elementari meccanismi operatori disonesti
realizzano reddito frodando il fisco e deprimendo il mercato
nazionale attraverso la vendita di bovini a prezzi ridotti,
compensati dall'IVA incassata.
Nonostante la difficoltà ad esercitare controlli adeguati,
la Guardia di finanza, dopo l'iniziativa assunta dalla
Commissione agricoltura del Senato della Repubblica e le
denunce degli allevatori e delle loro associazioni, ha
condotto con successo alcune operazioni che hanno consentito
di colpire tale organizzazione malavitosa.
Le iniziative assunte dalla Guardia di finanza, unitamente
alle denunce delle associazioni, danno una esatta dimensione
del fenomeno.
Il nostro, infatti, è un Paese che importa per il suo
fabbisogno circa 2 milioni di capi all'anno e da questo dato
si desume quale sia il danno prodotto ai nostri allevatori e a
tutta la filiera delle carni in quanto le frodi alterano
completamente i normali corsi del mercato distorcendo la
concorrenza.
E' chiaro che il perdurare di questa situazione costringerà
gli operatori onesti, che già oggi lavorano in condizioni
difficili, a dover cessare la loro attività con gravissimi
danni per l'economia del Paese.
Per ridare credibilità e trasparenza al mercato occorre
stroncare all'origine la frode.
E' evidente però che non è possibile pensare ad un
controllo di frontiera poiché una misura di questo tipo
potrebbe essere intesa come una iniziativa volta a limitare o
a frenare gli scambi intracomunitari.
Occorre inoltre tenere presente che entro il 1997 è
prevista a livello comunitario la riscossione in partenza
dell'IVA, che in Italia, come ricordato all'inizio, è la più
alta d'Europa. Infine è da considerare che la carne bovina non
è un bene di lusso ma di largo consumo.
Stroncare all'origine la frode quindi significa ridurre
l'aliquota al consumo dall'attuale 19 per cento al 9 per
cento.
In tal modo, oltre ad ovviare ad una grave forma di frode
ai danni dell'Erario, si produrrebbe un automatico effetto di
equità fiscale.
D'altra parte quella che apparentemente può sembrare una
perdita per le casse dello Stato, verrebbe ad essere
ampiamente compensata dal recupero dell'evasione ma anche e
soprattutto da un maggiore introito derivante dalla tassazione
di redditi che tornerebbero alla luce del sole.
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