| Onorevoli Deputati! -- Solo da poco tempo siamo usciti da
una situazione di massimo pericolo, caratterizzata dalla
divisione del mondo in blocchi, dalla lotta tra i sistemi e
dal potere, superiore a tutti gli altri poteri, delle armi
nucleari; non solo la nostra società e la nostra vita erano
minacciate di distruzione, ma erano anche profondamente
influenzate e inquinate da quella condizione di conflitto
permanente e di primato delle armi di sterminio che informava
tutto l'ordine politico.
Con la grande svolta dell'86, quando Gorbaciov, con la
"dichiarazione di Nuova Delhi" passò a una politica volta a
costruire "un mondo libero dalle armi nucleari e non
violento", con i grandi eventi dell'89 e le decisioni che
portarono alla caduta del muro di Berlino e agli accordi
per il disarmo e per la revoca della minaccia nucleare,
quell'ordine è finito.
Ma non sono finite le ambizioni di potenza e di dominio, le
tensioni e le ragioni dei conflitti; e con la guerra del Golfo
la violenza istituzionalizzata delle armi è stata ripristinata
come regola di governo nei rapporti tra gli Stati e strumento
privilegiato per la gestione delle controversie
internazionali.
La società politica, non solo italiana, ma europea e
mondiale, si trova dunque ora ad un bivio, si trova dinanzi a
due strade. Ognuna di queste due strade ha un cippo di
partenza. Uno è la scelta di non violenza e di ripudio della
guerra che, già formulata nel '45 dopo la grande guerra
mondiale, è rimasta sommersa fino a quando è stata riproposta
con forza dalle
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nuove visioni politiche e dagli atti che hanno portato ai
cruciali mutamenti in Europa, allo smantellamento di Comiso,
alla distruzione dei missili nucleari in Europa, ai grandi
trattati di Helsinki, di Vienna e di Parigi. L'altro cippo di
partenza è rappresentato dalla guerra del Golfo, dalla
rivendicazione e rilegittimazione del primato della forza e
delle armi, dal "nuovo modello di difesa", dalla spinta al
passaggio agli eserciti mercenari e alla guerra come
mestiere.
Questi due modi di pensare il mondo e il futuro, questi due
scenari alternativi, sono ambedue ai nastri di partenza.
Nessuno dei due ha ancora il futuro per sé, nessuno dei due ha
vinto sull'altro. La partita è ancora tutta da giocare.
Opportunità e pericoli dell'attuale fase
costituente.
Quello che è certo, è che sta cambiando la struttura del
mondo. L'umanità intera, e non solo l'Europa, è entrata in
fase costituente, analogamente a ciò che avvenne nel 1945 alla
fine della seconda guerra mondiale; e anche in Italia, dopo un
lungo periodo di stasi - stabilità o stagnazione che fosse -
si è accesa una gran febbre di novità, così che anche i
conservatori si fanno campioni del cambiamento, e le stesse
istituzioni sembrano talvolta applicarsi a distruggersi, per
poter ricostruirsi in altro modo.
Tuttavia occorre una strategia del cambiamento, per non
rischiare di mancare i risultati e di perdere princìpi e
regole di convivenza irrinunciabili. Questo vale per l'Italia,
dove occorre un criterio di riferimento molto forte, di
priorità e di valore, per discernere tra tutte le riforme
proposte o già in atto; e vale per il mondo, dove il gioco
spontaneo delle forze non più trattenute nella gabbia
nucleare, può innescare un processo di disordine-repressione,
con la ricaduta in una situazione di guerra e di dominio
ancora peggiore di quella da cui siamo usciti.
In effetti siamo in una condizione a rischio. E' vero che
avremo migliaia di testate nucleari in meno. Ma 33 milioni di
poveri negli Stati Uniti sono troppi, un miliardo di poveri
nel mondo sono troppi; 33.960 bambini iracheni morti nei primi
cinque mesi del 1992 per effetto dell' embargo sono
troppi; i "ragazzini della strada" uccisi in Brasile sono
troppi; i popoli non liberati sono troppi; i morti per fame in
Asia, Africa e America Latina sono troppi; troppo grande è il
divario tra popolazioni ridottissime che godono di immensi
spazi e immense risorse, come in Canada o in Australia, e
popolazioni esorbitanti chiuse in spazi troppo stretti e avari
di risorse, come in India o in Bangladesh; troppo duro per le
popolazioni uscite dal collettivismo è l'impatto col nuovo
sistema economico, che nella fase di transizione non riesce a
provvedere nemmeno alle cose più essenziali; e troppo grande è
lo scarto tra bisogni, desideri e aspettative che ovunque sono
crescenti e i beni destinati a soddisfarli, che per molti
restano irraggiungibili. C'è troppo di tutto ciò perché il
mondo possa avere la pace.
E ci sono altri fattori, non materiali, ma culturali e
spirituali, che fanno emergere un grandissimo pericolo. Sono
sentimenti che nelle società ricche traggono origine
dall'inconscio collettivo, dal senso della perduta stabilità,
dalla paura del futuro, dal timore di non conservare i diritti
o i privilegi acquisiti, e che si esprimono in una ricerca di
esclusività, in una esacerbata affermazione di identità, in
una ostilità per lo straniero, in un ostracismo per il
diverso, in una caduta delle garanzie giuridiche, in una
difesa corporativa del proprio gruppo, o regione o nazione, in
un daltonismo sociale che non ha occhi per il colore della
pelle degli altri. Questi sentimenti sono storicamente alla
base delle culture di destra e di guerra, e tali culture a
loro volta alimentano i fascismi.
La grande ondata di violenza che si è abbattuta
sull'Europa, e che colpisce indiscriminatamente l'ebreo, il
turco, l'arabo, o anche semplicemente "il meridionale", è già
qualcosa di più che il sintomo di una malattia, è la malattia.
Essa è qualcosa che comprende e supera l'antisemitismo, il
razzismo, la xenofobia: è la difesa
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parossistica di sé perseguita, peraltro illusoriamente,
attraverso l'esclusione dell'altro. La malattia è appunto
l'esclusione: l'altro, per il suo esserci, per il suo essere
diverso, è percepito come una minaccia, come un attentato alla
propria identità, come un concorrente, insomma come un nemico;
e dunque da cancellare, da escludere.
C'è oggi un pericolo di fascismo in Europa; non certo il
fascismo che l'Italia e la Germania hanno già conosciuto,
perché le tragedie storiche non si ripetono mai eguali; è vero
però che il grembo che quel fascismo aveva generato si è
rinvigorito, secondo la profezia di Brecht, ed è oggi, nella
crisi profonda della coscienza europea, capace di generare
nuove incarnazioni di quella medesima malattia storica e
politica.
Se oggi rileggiamo il discorso pronunciato nel 1988 dall'ex
Presidente del Bundestag, Jenninger, con l'analisi delle
condizioni prossime o remote che avevano preparato in Germania
l'avvento del nazismo; e se rileggiamo il discorso pronunziato
nel 1951 all'Augustinianum di Milano da un nostro padre
costituente, Giuseppe Dossetti, con l'analisi delle cause
profonde che avevano favorito l'avvento del fascismo in
Italia, non possiamo non riscontrare con allarme che molti di
quei germi e di quelle cattive radici sono presenti anche
oggi, anche nelle società e nelle culture che si professano
democratiche.
Jenninger aveva chiamato in causa giudizi e stati d'animo
negativi od ambigui, già presenti nella società e nella
cultura tedesca, che il nazismo aveva portato fino all'estrema
e più agghiacciante perversione. La protesta che non ci fu nel
1938 per gli eccidi degli ebrei nella "notte dei cristalli",
non c'era stata neanche quando essi erano stati privati dei
loro diritti, quando erano stati ridotti a "non persone",
quando era stato smontato lo Stato di diritto. In questa
omertà verso il nazismo erano confluite, secondo il Presidente
del Bundestag, le frustrazioni generate dalla Repubblica di
Weimar, le insofferenze verso il sistema dei partiti e verso
un pluralismo rispettoso delle minoranze, l'avversione
piccolo-borghese alla modernità; vi erano confluiti la
soddisfazione per i successi internazionali della Germania,
per l'incipiente benessere e la piena occupazione e il timore
che tale "miracolo" del regime potesse interrompersi; vi erano
confluiti un antisemitismo che veniva da lontano, e "la
convinzione, da parte di molti tedeschi, che l'esistenza degli
ebrei rappresentasse davvero un problema e che ci fosse
davvero qualcosa come una "questione ebraica""; su questa
società il nazionalsocialismo aveva esercitato la sua
seduzione, rendendola "capace di mettere uomo contro uomo
nello spirito di un uso del potere spregiudicato e
fanatico".
A sua volta Giuseppe Dossetti nel 1951 affermava che il
problema di fronte a cui si trovava in quel momento l'Italia
non era relativo a questa o quella riforma od opinione
particolare da fare ma una scelta fondamentale che tutte le
includeva e qualificava, e la grande scelta era tra fascismo o
non fascismo. Non si trattava del fascismo nella forma storica
e accidentale che aveva assunto nel ventennio, ma di quel
contenuto sostanziale del fascismo che aveva inquinato fin
dall'inizio lo Stato italiano e che ancora non era stato
superato.
Nella ricostruzione di Dossetti il fascismo del '22 non era
stato tanto la reazione ad una rivoluzione socialista o
comunista che non c'era mai stata, e che anzi a quel punto era
già stata sconfitta (secondo una intuizione di Turati che
vedeva il fascismo ascendente quanto il socialismo è
declinante) ma era stato frutto di mali antichi della storia
italiana, dall'unificazione compiuta come conquista regia, che
aveva lasciato il Sud preda di rapporti feudali e il mondo
contadino arretrato e politicamente irretito nelle clientele,
alla repressione antioperaia e al protezionismo industriale
cominciati con la crisi di fine secolo, alla squalifica del
Parlamento trascinato contro la sua volontà nella guerra del
'15, al tentativo
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delle classi dirigenti liberali di rispondere col
trasformismo all'insorgenza delle masse popolari reduci dalle
illusioni e dai sacrifici della guerra; problemi che si
riproponevano nel secondo dopoguerra, aggravati dalla guerra
fredda e dalle conseguenze interne dello scontro tra i
blocchi.
Se rievochiamo queste pagine di storia europea e delle
interpretazioni che ne sono state date, non è per stabilire
delle impossibili analogie con la situazione attuale che è del
tutto diversa. Vero è però che vi sono delle costanti che
continuano o che ritornano. Nazionalismi e micronazionalismi
sono di nuovo irruenti in Europa, spesso in lotta tra loro. I
fantasmi del nazismo e del fascismo vengono risuscitati e anzi
orgogliosamente inalberati dai "naziskin". Nonostante i
rigurgiti di antisemitismo, sono ben pochi oggi a credere che
esista una "questione ebraica"; ma c'è una "questione
extracomunitaria", c'è l'angoscia dello straniero, il timore
che egli venga a mettere in pericolo o a toglierci il lavoro,
la casa, il benessere che del resto abbiamo da poco e molti
ancora non hanno; c'è la convinzione che non la giusta
risposta alle loro esigenze, ma l'esistenza stessa degli
extraeuropei del Sud e del Terzo Mondo rappresenti un
problema, sia dentro che fuori dei nostri confini, tanto che
gli stessi "modelli di difesa" vengono ridisegnati come
risposta a una "minaccia" che viene da Sud; il divario
strutturale e l'antagonismo tra le due Italie si accentuano,
il problema del Mezzogiorno giace ancora irrisolto, e le reti
delle clientele si sommano e confondono con quelle della
criminalità, mentre la mafia, ingigantita dallo spettacolo
della sua ferocia e del marasma statale, sembra invincibile;
crescono la protesta contro il sistema dei partiti, non senza
loro colpa, e l'insofferenza verso un pluralismo garantista
dei diritti individuali e rispettoso delle minoranze; si
giudica debole il pensiero e si vuole forte il potere, è
denigrato il diritto mentre alligna l'idea che con soluzioni
di forza i drammi possano essere addossati agli altri e i
conflitti risolti a proprio favore.
Resistenza e pace.
E' in questo scenario così complesso e difficile, che si
pone il compito, da tutti ritenuto necessario, di costruire un
nuovo ordine interno e internazionale, sulla scia della crisi
e dell'esaurimento del vecchio. Di tale nuovo ordine non
esiste, giustamente, né modello, né prototipo, né un progetto
completo in ogni sua parte. Le ideologie che lo promettevano
sono fallite. Si tratterà dunque di un processo, di una grande
impresa collettiva, con molti protagonisti, molte incognite,
molte alternative, e senza mai il termine di una realizzazione
compiuta. Ma proprio perché si tratta di un processo aperto,
sono molto importanti gli ingredienti che si mettono in esso,
è importante che non siano smarriti i valori e le norme,
accreditati da lunghe tradizioni, le conquiste etiche e
civili, le realizzazioni più alte della politica e del
diritto, le esperienze e le lezioni del passato, le eredità
positive delle antiche rivoluzioni; è con questo corredo che
ognuno giocherà le sue carte, metterà in gioco i suoi valori,
farà valere le sue aspettative. Ma prima di tutto è necessario
che siano stabilite come invalicabili le condizioni senza le
quali questo processo non sarebbe possibile, sarebbe
brutalmente rovesciato e interrotto, e un nuovo ordine non
potrebbe costruirsi. Queste condizioni sono che sia salvata la
libertà e che sia esclusa la guerra. Le due sfide preliminari
sono perciò che si resista al fascismo e sia scelta la pace;
pace che non si pretende qui di assumere nel senso già
compiuto che la assimila a un ordine di solidarietà e di
giustizia, ma nel senso determinato e immediato che consiste
intanto nel ripudio della guerra come istituzione legittimata
e come strumento di risoluzione delle controversie
internazionali e di offesa o imposizione di volontà agli altri
popoli.
Questi due punti fermi non sono un programma politico, ma
sono, a nostro avviso, il criterio e il presupposto di ogni
programma politico, l'opzione politica dirimente
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rispetto a ogni riforma o progetto di rinnovamento
interno e internazionale.
In ogni problema o conflitto politico, anche di ordine
interno, anche relativo alle condizioni di lavoro e di vita,
alle scelte economiche o alla distribuzione ed uso delle
risorse, c'è sempre infatti una soluzione di guerra, che
"mette uomo contro uomo", che gioca il potere come dominio e
che ha nella forza il suo ultimo criterio, e c'è una soluzione
di pace che mette gli uomini insieme, ne assume le
contraddizioni cercandone il superamento nel consenso, nel
rispetto di regole a tutti comuni, e nell'uso di un potere
volto a comporre nella giustizia e nel diritto gli interessi
di tutti. E' questa, nel senso sostanziale, la scelta tra
fascismo e non fascismo.
Il ripudio della guerra come condizione della
politica.
Nell'ordine internazionale questa scelta si pone, in modo
specifico e determinato, come ripudio della guerra. E' questa
oggi, la necessità più stringente. Venuta meno infatti
l'interdizione della guerra derivante di fatto dall'equilibrio
strategico tra i blocchi e dal terrore nucleare, la stessa
drammatica situazione del mondo, con i suoi nodi economici,
demografici ed ecologici, che sembrano politicamente
inestricabili, con il conflitto Nord-Sud, con la disgregazione
dell'Europa dell'Est, con i nazionalismi e i fondamentalismi
insorgenti, con vastissime aree di perdurante oppressione
politica e di miseria generalizzata, e con gli stati d'animo e
le culture che prima abbiamo evocato, rende molto grande il
pericolo che la guerra o un proliferare di guerre finisca per
essere la risposta privilegiata al disordine prodotto dai
problemi irrisolti.
L'esperienza della guerra del Golfo, scelta come strumento
per ristabilire l'ordine internazionale, e che molti
considerano così ben riuscita da rappresentare il prototipo di
futuri conflitti dello stesso tipo "rapidi, efficaci e con
poche vittime", per i quali già si stanno ristrutturando gli
eserciti, dice che si tratta di un pericolo tutt'altro che
remoto.
Ma tale scelta di guerra va respinta, non per un pacifismo
pregiudiziale e assoluto, o puramente ideale, o astratto, ma
per una precisa ragione politica. Se non si ricorre alla
guerra, i problemi che incombono devono essere per forza
altrimenti risolti. Le soluzioni, anche parziali, anche
graduali, anche intermedie, devono essere trovate. La
politica, tutt'altro che svigorita o declassata, trova qui il
suo più alto cimento. L'invenzione creativa, la cultura, il
diritto, le fedi, il negoziato, il dialogo, le conquiste di
civiltà trovano qui il loro campo di esercizio, la sfida a
superarsi, a cercare nuove sintesi e nuovi approdi. E' da qui
che parte la costruzione del nuovo ordine mondiale. La guerra
è un arresto del processo, una risposta reazionaria, una via
d'uscita illusoria; è un mito, perché suppone che i problemi
possano essere cancellati, invece che risolti.
In questo senso la guerra del Golfo, dal suo inizio con
l'aggressione irachena al Kuwait, alla sua conclusione con le
ruspe armate che seppellivano i soldati vivi nel deserto, non
è il punto di partenza di un nuovo ordine mondiale, ma è il
punto d'arrivo del vecchio, appartiene allo stesso ordine che
ha generato due guerre mondiali e l'orrore di Auschwitz; e la
guerra civile jugoslava ne è il primo corollario.
Il ripudio della guerra è, al contrario, l'inizio di un
nuovo corso; non certo il raggiungimento, ma il presupposto,
il punto d'avvio e il principio generatore di una società
nuova. E qui sta anche la prova a cui il sistema di mercato,
il capitalismo, deve alfine misurarsi. Esso ha vinto tutto, si
dice, non ha più concorrenti su tutta la terra. Ora dunque
deve combattere con se stesso; deve dimostrare, come una
volta, agli esordi del "pensiero politico nuovo", lo sfidò a
fare Gorbaciov, se è in grado di sussistere e svilupparsi
separandosi dal militarismo, rifiutando la guerra, rinunciando
al dominio, desistendo dallo sfruttamento e dallo scambio
ineguale col Terzo Mondo, abbandonando la violenza. La
risposta democratica, di principio, è che questo è possibile.
Ma lo sarà, lo potrà
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essere anche nella realtà? E' questo il vero terreno del
conflitto, è questa la questione su cui si gioca il futuro del
mondo, e anche quello della nostra vita quotidiana e
comune.
Perché le cose si mettano su questa strada, occorre un
concorso di azioni diverse e di forze diverse. Nessuno può
farcela da solo; nessuna delle culture politiche e delle forze
storiche le cui origini risalgono alle ideologie
ottocentesche, si è dimostrata pari al compito di realizzare
la pace e salvare la libertà; per quanto la pace e la libertà
figurassero nei loro programmi, esse non sono state infatti in
grado di superare il sistema politico che include la guerra, e
se sono riuscite a sconfiggere il fascismo, non sono state
però in grado di evitarne e impedirne l'ascesa.
Per realizzare l'obiettivo di una politica liberata dalla
guerra e convertita a strumento e presidio della liberazione
umana, occorre dunque fare appello a diverse forze e
tradizioni, spostarle su questo terreno primario di confronto,
chiamarle ad azioni e fronti di lotta comuni, non per una
logica di schieramento o per una strategia di potere, ma
perché la natura stessa dell'impresa esige l'interazione di
diversi mondi ideali e la convergenza di diversi soggetti in
operazioni e iniziative comuni.
Azioni unite (joint ventures) per il ripudio della
guerra e il servizio alla libertà.
Una di tali iniziative comuni è quella che qui proponiamo.
Si tratta di una proposta di legge di iniziativa popolare, che
sottoponiamo alla firma dei cittadini, recante norme per
l'attuazione dell'articolo 11 della Costituzione e degli
impegni enunciati nel preambolo dello statuto dell'ONU: il che
vuol dire ripudio della guerra e servizio alla libertà degli
uomini e dei popoli. Ma questa iniziativa, il cui ambito
proprio è quello legislativo, e la cui efficacia normativa
illustreremo tra breve, è nello stesso tempo l'esempio e il
prototipo di altre iniziative comuni che in altri ambiti,
politico, economico, culturale, religioso, potrebbero essere
assunte, sempre improntate al criterio dirimente del rifiuto
della guerra e della salvezza della democrazia: ciò per cui il
diritto da solo, per quanto essenziale, non basta.
Noi pensiamo che per incentivare, promuovere e sostenere
tali iniziative, si potrebbe creare una specie di centro
permanente, di struttura di servizio, di luogo di incontro di
energie e di competenze diverse. Si potrebbe prendere a
modello una delle istituzioni più caratteristiche e moderne
dell'economia capitalistica, la joint venture, e
riprodurla in altro contesto e con altre finalità. Come le
joint ventures sono le strutture in cui diversi soggetti
ed imprese mettono insieme capitali, saperi e destini per
produrre dei beni e realizzarne il profitto, così si possono
costituire delle joint ventures in cui mettere insieme
azioni, competenze e carismi per costruire la pace e
promuovere la liberazione; delle joint ventures, delle
"azioni unite per il ripudio della guerra e il servizio alla
libertà"; delle "azioni unite" per la resistenza alla violenza
delle istituzioni e del potere, e per l'incremento della
giustizia e del diritto, al fine di trarne il profitto di una
convivenza più umana; azioni unite per progettare, realizzare
o anche semplicemente per mettere in comunicazione tra loro
progetti e iniziative di pace per le diverse situazioni di
crisi, le città e gli ospedali, il Centro America e Israele e
la Palestina, il terzo escluso delle società ricche e la
disperazione delle società povere. Tali joint ventures,
o comitati o segretariati delle Azioni Unite potrebbero
nascere sia in sede locale che nazionale, e anche, se
possibile, in sede internazionale.
"Azioni Unite" vuol dire mettere insieme delle azioni, non
confondere tra loro dei soggetti, non stemperare le
differenze, non far venir meno le identità. Ognuno resti com'è
e dov'è, con le sue tradizioni, le sue convinzioni e le sue
bandiere, nel rispetto ognuno dell'essere dell'altro. Ma
assumendo la priorità del ripudio della guerra e del servizio
alla libertà, dove la libertà di ciascuno sia al servizio
della libertà degli altri, ognuno può investire
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qualcosa in questa impresa comune; si possono investire
soldi, azioni, idee, iniziative politiche e giuridiche,
mobilitazioni popolari e controinformazione, attività
teoretiche e contemplazione; e qualcuno potrebbe ritenere che
valga la pena di investirvi la vita.
Tenendo presente questa più generale prospettiva, vediamo
ora quali sono i contenuti e le ragioni della proposta di
legge che qui viene illustrata.
Le ragioni di necessità e di urgenza che motivano questa
legge.
Le drammatiche vicende che hanno contrassegnato la crisi e
la guerra del Golfo e che hanno fatto sì che l'Italia si sia
ritrovata in guerra, per la prima volta dopo 45 anni, malgrado
l'esistenza nell'ordinamento costituzionale di un principio
che sancisce un incontrovertibile ripudio della guerra, hanno
fatto sì che si riproponesse l'attualità dell'articolo 11
della Costituzione.
Spontaneamente si è creato un movimento di massa contro la
guerra che ha avuto il suo fulcro nell'esigenza di far
rivivere nel Paese quel principio di civiltà giuridica che il
potere aveva sacrificato e che i mass media avevano
apertamente disatteso. E' accaduto che il Capo del Governo
invocasse proprio il principio pacifista, sancito
dall'articolo 11 della Costituzione, per legittimare
l'intervento dell'Italia e che alla guerra, con un artifizio
verbale, venisse cambiato nome perché il Parlamento potesse
avallarla sbrigativamente e con una procedura inusitata.
Il dibattito sulla efficacia, la giuridicità e
l'attuabilità dell'articolo 11 della Costituzione è uscito
così dai circoli ristretti dei giuristi ed è diventato una
grande e drammatica questione nazionale.
Ad esso è strettamente intrecciata la riflessione sui
fondamenti dello statuto dell'ONU, sul ruolo che hanno svolto
le Nazioni Unite, e sull'interazione fra l'intervento della
coalizione e le funzioni dell'ONU.
Sul piano interno la violazione del principio pacifista ha
accelerato ed in un certo senso incoraggiato tentativi e
pretese di svolta autoritaria, che erano in atto già da tempo
e che hanno contrassegnato, fra l'altro, le più autorevoli
proposte di riforma istituzionale, che sotto molti profili
possono risultare funzionali alla guerra.
Si è constatato che la violenza del diritto alla pace
comporta e favorisce la violazione di altri diritti e di altre
libertà fondamentali.
Innanzitutto il diritto all'informazione, che è stata
"militarizzata" e piegata alle esigenze belliche, poiché, come
è stato sottolineato, la guerra si combatte anche con i
mass media, che sono stati così indirizzati a
minimizzare e nascondere le atrocità del conflitto e ad
esaltarne i caratteri di potenza, rapidità ed efficacia.
In secondo luogo il diritto alla libertà di manifestazione
del pensiero: così se il Presidente Cossiga ha attaccato i
magistrati firmatari dell'appello dei giuristi del 26 gennaio
1991, un tribunale della Repubblica, processando un pacifista,
ha ritenuto che la libertà di riunione e manifestazione del
pensiero fosse meno rilevante e meritevole di tutela rispetto
all'incondizionata obbedienza agli ordini delle autorità.
Soltanto con un doppio artifizio giuridico, dapprima
cambiando nome alla guerra e poi ricorrendo ad un
decreto-legge dell'ultima ora (il decreto-legge 19 gennaio
1991, n. 17, convertito, con modificazioni, dalla legge 20
marzo 1991, n. 88), si è evitato di risuscitare il codice
penale militare di guerra. Ciò avrebbe comportato non solo la
reintroduzione della pena di morte, ma la criminalizzazione di
ogni forma di dissenso o di critica alla guerra, attraverso un
corpo di norme che appartiene alla notte della storia.
La facilità con cui l'Italia ha rilegittimato la guerra
come strumento al servizio della politica, ha dimostrato che,
in realtà, la pace era già perduta all'interno e che il
principio del ripudio della guerra e della cooperazione alla
costruzione di un ordinamento internazionale che assicuri la
pace e la giustizia fra le nazioni era stato di fatto
abbandonato e reso inoperante ben prima
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di venire formalmente e troppo facilmente violato con la
decisione dell'intervento militare nel Golfo.
Sotto il profilo della scienza giuridica è ormai da tempo
acquisito che i princìpi fondamentali della Costituzione,
anche quelli che hanno una forte dimensione programmatica,
hanno piena validità ed efficacia giuridica nel nostro
ordinamento.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi, per poter
assicurare la loro piena operatività è necessario un percorso
di attuazione, sia attraverso provvedimenti legislativi e
regolamentari, sia attraverso l'intervento della
giurisprudenza costituzionale ed ordinaria, sia attraverso la
partecipazione popolare. Di ciò si resero conto gli stessi
Costituenti.
"Questo progetto di Costituzione - affermò
significativamente Calamandrei - non è l'epilogo di una
rivoluzione già fatta, ma è il preludio, l'introduzione,
l'annunzio, di una rivoluzione, nel senso giuridico e
legalitario, ancora da fare".
Malgrado il cammino compiuto le promesse di libertà e di
giustizia che i Costituenti hanno fatto al popolo italiano
hanno trovato soltanto in parte attuazione.
Bisognerà attendere 22 anni ed una legge dello Stato "lo
statuto dei diritti dei lavoratori", perché i diritti civili
potessero trovare tutela anche nei confronti del potere
privato all'interno della fabbrica e perché la Costituzione
potesse conquistare un vasto territorio da cui era stata fino
ad allora rigorosamente esclusa.
Ci sono voluti trent'anni perché con la legge 11 luglio
1978, n. 382 (norme di principio sulla disciplina militare),
si cominciasse a dare una timida attuazione al principio
affermato dall'articolo 52 della Costituzione per cui
"l'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito
democratico della Repubblica". Principio, questo, la cui
perdurante e diffusa disapplicazione è emersa con la vicenda
Gladio.
Il principio pacifista-internazionalista di cui agli
articoli 10, primo comma, ed 11 della Costituzione, che i
padri costituenti avevano concepito, non solo per "salvare le
future generazioni dal flagello della guerra", ma anche per
fondare un indistruttibile patto di fratellanza fra il popolo
italiano e tutti gli altri popoli del mondo, non ha
virtualmente avuto alcuna disciplina di applicazione ed è
stato contraddetto in mille occasioni dalla prassi politica di
governo.
Soltanto con la legge 26 febbraio 1987, n. 49, è stata
organicamente disciplinata (peraltro in modo insoddisfacente)
quell'attività di cooperazione allo sviluppo che il principio
della giustizia fra le nazioni esige in modo indiscutibile.
Il settore del commercio internazionale delle armi, in cui
l'Italia aveva conquistato un triste primato, consolidando
regimi irriguardosi dei diritti dell'uomo ed alimentando le
loro imprese bellicose, che invece aveva l'obbligo giuridico
di impedire (o almeno scoraggiare), è stato oggetto di una
accanita battaglia politica per la resistenza opposta dal
complesso militare-industriale che ha cercato di bloccare ogni
iniziativa legislativa in materia.
Alla fine è stata approvata una legge per il controllo del
commercio delle armi (legge 9 luglio 1990, n. 185) che,
malgrado taluni aspetti positivi, ha sostanzialmente fallito
l'obiettivo di regolare la materia in modo coerente con i
princìpi dell'articolo 11 della Costituzione.
E' rimasto, invece, completamente privo di disciplina il
problema della partecipazione dell'Italia alla sicurezza
internazionale, in conformità agli obblighi derivanti dalla
nostra adesione al sistema delle Nazioni Unite, e delle
eventuali azioni umanitarie compiute con l'intervento delle
Forze armate.
Ciò ha consentito una completa libertà di iniziativa e di
azione a coloro che hanno programmato ed attuato l'intervento
italiano nella guerra del Golfo, mentre la perdurante assenza
di una disciplina sui sistemi d'arma rende possibili assurde
proposte sul nuovo modello di difesa.
Nel contempo, il dibattito in corso sulle riforme
istituzionali, pur avendo evidenziato
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un raggio vastissimo di opinioni in campo, presenta
tuttavia un insuperabile limite di fondo: l'assenza di ogni
riferimento ai valori fondamentali del patto costituzionale ed
alla loro problematica attuazione.
E tuttavia il discorso sui valori precede concettualmente e
funzionalmente ogni discorso sulle forme ed i metodi della
democrazia, essendo questi ultimi fortemente correlati ai
primi.
La prima riforma che appare indispensabile per ridare
vigore alla democrazia italiana è quella di recuperare la
piena operatività dei princìpi fondamentali della
Costituzione, che costituiscono gli elementi identificanti,
originali ed irrinunciabili del patto con il quale i padri
costituenti hanno voluto garantire la libertà e la felicità
delle generazioni future.
Di qui questa proposta di una articolata disciplina di
attuazione dell'articolo 11 della Costituzione e del preambolo
dello statuto dell'ONU, che si propone, senza nessuna pretesa
di essere esaustiva, di dare attuazione ai molteplici e
complessi princìpi, sia impliciti che espliciti, contenuti
nell'articolo 11 della Costituzione e agli intendimenti e agli
impegni che, alla fine della seconda guerra mondiale, sono
stati posti a fondamento del nuovo libero Patto fra le
nazioni.
Poiché il diritto alla pace è bene originario, essenziale,
che appartiene in modo indivisibile ai singoli ed alla
comunità, la sua tutela deve partire direttamente dai
cittadini, prima ancora che dai corpi politici organizzati.
Per questo si è optato per una proposta di legge di iniziativa
popolare, preceduta da una consultazione pubblica, quanto più
estesa possibile, il che non esclude che tale proposta di
legge sia contemporaneamente "incardinata" in Parlamento,
mediante la presentazione alle Camere da parte dei
parlamentari che intendano farlo, così da stabilire fin
dall'inizio una significativa correlazione tra iniziativa
popolare e iniziativa parlamentare.
I princìpi e i contenuti normativi della proposta di
legge.
Le norme di attuazione dell'articolo 11 della Costituzione
e del preambolo dello statuto dell'ONU sono composte da 34
articoli, divisi in sei differenti capi.
Capo I - Fini e principi.
Il primo capo si riferisce ai princìpi e contiene gli
articoli da 1 a 8.
L'esigenza di rendere espliciti ed indiscutibili i princìpi
contenuti nelle tre proposizioni dell'articolo 11, attraverso
una legge di attuazione, deriva dalla necessità di ribadirne
la giuridicità e nello stesso tempo di renderli più operanti,
cioè di accrescerne la capacità di orientare gli obiettivi, il
contenuto ed i criteri di condotta della politica estera,
nonché di consentire una più facile individuazione degli
scostamenti della politica governativa dai canoni legali,
incrementando, al contempo, la possibilità di controllo
dell'opinione pubblica.
Molto schematicamente si può rilevare che nell'articolo 11
sono contenute norme che si collocano a diversi livelli: norme
finali, o di scopo (quelle sulla pace e la giustizia fra le
nazioni) e norme strumentali (sulla limitazione della
sovranità e l'adesione ad organizzazioni internazionali),
norme esplicite (il ripudio della guerra) e norme implicite
(quella che consente la guerra in funzione di legittima difesa
della Patria).
Il ripudio della guerra è una norma strumentale, che
enuncia una condizione inderogabile per il perseguimento di
una più generale direttiva finalistica (la pace e la
giustizia); pertanto, non è possibile che lo scopo della
costruzione della pace e della giustizia internazionale venga
utilizzato, come è avvenuto per giustificare la partecipazione
italiana alla guerra, per sancire una sorta di deroga alla
disposizione sul ripudio della guerra, essendo, invece, la
messa fuori legge della guerra
Pag. 10
il canone essenziale ed imprescindibile per la realizzazione
di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le
nazioni.
Di qui la disposizione dell'articolo 1 che chiarisce che
tale scopo non può essere perseguito, in nessun caso, facendo
ricorso allo strumento della guerra.
L'articolo 2 costituisce una esplicitazione del principio,
implicitamente contenuto nell'articolo 11 (in relazione
all'articolo 52 della Costituzione), che ammette il ricorso
alla guerra per la difesa della Patria da aggressioni armate
altrui, e nello stesso tempo precisa i contenuti del concetto
di difesa della Patria, sulla scia della nota pronunzia della
Corte costituzionale, n. 165 del 24 maggio 1985 che ha
statuito che l'adempimento del dovere costituzionale di difesa
della Patria (articolo 52, primo comma, della Costituzione)
può essere realizzato attraverso la "prestazione di adeguati
comportamenti di impegno sociale non armato".
Dopo tale pronunzia il concetto di difesa della Patria ha
cessato, anche sotto il profilo giuridico, di essere ostaggio
della cultura militarista ed ha acquistato una più estesa e
penetrante valenza positiva.
E tuttavia appare più che mai necessaria una norma che
renda espliciti e definiti i contenuti del dovere civico di
difesa della Patria per evitare ogni aberrazione (come sarebbe
l'estensione della difesa militare ai cosiddetti interessi
vitali dell'Occidente) e per rendere coerente la difesa con i
princìpi finalistici e solidaristici dell'articolo 11.
A questo riguardo il comma 2 dell'articolo 2 precisa che
l'Italia provvede alla difesa, così come concepita nel comma
1, "nella indivisibile solidarietà con tutti i popoli".
Il comma 3 dell'articolo 2, rompendo un inveterato
pregiudizio della cultura militarista sull'esclusività della
difesa armata, introduce il concetto della difesa popolare
nonviolenta (DPN), stabilendo che la difesa da aggressioni e
attacchi armati si fonda su due componenti, che hanno pari
dignità e pari valore strategico: la difesa militare armata e
la difesa popolare non violenta. L'organizzazione concreta
della difesa popolare non violenta, esulendo dagli scopi di
una normativa sui princìpi, viene rinviata ad una apposita
legge, che dovrà raccogliere i frutti della ricerca e della
sperimentazione scientifica elaborata in questo settore. In
questa sede viene soltanto precisato che la DPN si avvale del
servizio civile, escludendosi implicitamente che il servizio
civile ne possa essere completamente assorbito.
L'elaborazione del concetto di difesa della Patria porta
anche ad un inquadramento di principio dell'obiezione di
coscienza al servizio militare attraverso la norma di cui
all'articolo 3.
Tale norma sancisce la pari dignità del servizio civile e
il diritto di scelta tra l'un servizio e l'altro, dal momento
che entrambi concorrono a dare attuazione ai differenti
profili che integrano il concetto di difesa della Patria, e
sono ambedue orientati ai fini generali dell'ordinamento.
Ovviamente la disciplina del servizio civile viene rinviata
ad una specifica normativa (che esulerebbe dagli scopi di
questa legge), in considerazione del fatto che è in fase
avanzata di elaborazione da parte delle Camere una legge di
riforma in questa materia.
Nell'articolo 4 si rende esplicita l'assunzione da parte
dell'Italia degli impegni presi dai popoli delle Nazioni
Unite, di cui al preambolo dello statuto dell'ONU, sia in
ordine alla liberazione dal "flagello della guerra", sia in
ordine all'affermazione di diritti umani, della giustizia, del
diritto, sia in ordine all'istituzione di sistemi alternativi
alla forza delle armi; e si riprende il contenuto del punto 4
dell'articolo 2 dello statuto dell'ONU sulla rinunzia alla
minaccia e all'uso della forza, e dell'articolo 33 sul
perseguimento della soluzione pacifica delle controversie
internazionali.
Il principio della dignità e della giustizia fra le nazioni
postula una serie di politiche volte a realizzare una azione
di cooperazione internazionale, una politica di solidarietà
col Sud del mondo, di promozione della pace, di appoggio alla
Pag. 11
crescita economica ed umana del pianeta. Oggi è possibile
individuare dei criteri oggettivi per dare un contenuto
sufficientemente preciso al concetto di giustizia
internazionale, sì da renderlo più concretamente attuabile.
Il punto di partenza ovviamente è la Carta dell'ONU ed i
numerosi atti internazionali, sia pure di diverso valore e
portata, che hanno definito contenuti concreti e percorsi di
attuazione ai princìpi di emancipazione, giustizia,
solidarietà e rispetto della dignità dell'uomo che sono a
fondamento dello statuto delle Nazioni Unite: dalla
dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 ai due
patti sui diritti civili e politici e sui diritti economici,
sociali e culturali del 1966, dalla risoluzione dell'Assemblea
generale circa la sovranità sulle risorse naturali del 1962
alla Carta dei diritti e doveri economici degli Stati del
1974, alla Dichiarazione sul diritto allo sviluppo del
1986.
I criteri che debbono ispirare l'azione dell'Italia per la
promozione della dignità umana e della giustizia
internazionale sono delineati dall'articolo 5. Tale norma è
divisa in tre parti.
La prima parte contiene un esplicito richiamo ai princìpi
contenuti nei Patti ONU del 1966 (ratificati dall'Italia con
legge 25 ottobre 1977, n. 881), che costituiscono una vera e
propria pietra miliare per la costruzione di un nuovo ordine
internazionale basato sul diritto e sui diritti dell'uomo e
dei popoli, nonché alla Carta dei diritti e dei doveri
economici degli Stati (approvata dall'Assemblea generale con
la risoluzione 12 dicembre 1974, n. 3281 - XXIX) e agli altri
princìpi e programmi deliberati dalle Nazioni Unite "per
promuovere un nuovo ordine politico ed economico
internazionale che assicuri la dignità umana, lo sviluppo
economico ed il progresso sociale di tutti i popoli".
La seconda parte esplicita, estrapolandoli, taluni princìpi
contenuti tanto nella Carta del 1974, quanto nella successiva
Dichiarazione sul diritto allo sviluppo (adottata
dall'Assemblea generale con la risoluzione 4 dicembre 1986, n.
128-XLI).
Il rapporto con il Sud del mondo non deve essere improntato
al perseguimento del maggior vantaggio commerciale, né può
limitarsi a fornire programmi di assistenza a quegli Stati che
si trovino in condizioni svantaggiate, bensì deve tendere ad
incoraggiare una ristrutturazione degli scambi ed un più
equilibrato rapporto fra i prezzi di prodotti esportati e
quelli dei prodotti importati dai Paesi in via di sviluppo, al
fine di consentire a tutti i Paesi un adeguato sviluppo
economico-sociale.
Non si tratta di mere petizioni di principio. Malgrado
l'accentuarsi della distanza fra il Nord ed il Sud del mondo
ed il non avvenuto decollo del nuovo ordine economico
internazionale, le politiche di cooperazione allo sviluppo
sono avvertite tuttora dalla Comunità internazionale come un
imperativo giuridico.
Tale imperativo è, per esempio, alla base delle quattro
Convenzioni stipulate dalla CEE con i Paesi ACP (all'ultima
delle quali l'Italia ha aderito con la legge 6 giugno 1991, n.
177).
Infine la terza parte dell'articolo 5 mette in gioco le
formazioni sociali internazionali, attive nel campo della
cooperazione allo sviluppo e della protezione dei diritti
umani, disponendo che l'azione per la promozione della
giustizia internazionale si realizza anche attraverso la
collaborazione con tali formazioni sociali.
Si tratta di un significativo riconoscimento del ruolo e
della funzione delle ONG, cioè di questo nuovo soggetto
collettivo, attivo sulla scena internazionale, che rappresenta
interessi panumani (si pensi alle oltre 20.000 organizzazioni
internazionali non governative, di cui 831 con status
consultivo all'ONU) ed introduce un elemento irriducibile di
pluralismo rispetto al vecchio ordinamento internazionale
inteso come società di Stati.
Infine gli articoli 6, 7 e 8 completano il quadro dei
princìpi ponendo il parametro fondamentale dell'integrità
della biosfera, intesa anche come preservazione della vita per
le generazioni future, del sostegno alla liberazione dei
popoli nell'autodeterminazione, nell'interdipendenza e nella
solidarietà,
Pag. 12
e del rispetto dei valori culturali, fondato tanto sul
riconoscimento reciproco delle diverse culture, quanto sul
dialogo e quindi sulla "coesistenza pacifica" fra le diverse
culture (con la delegittimazione di ogni integralismo).
Capo II - Azione rispetto alle minacce alla pace, alle
violazioni della pace ed agli atti di aggressione; azione
umanitaria.
L'Italia ha aderito alle Nazioni Unite essendo diventata un
membro dell'Organizzazione nel 1955 (l'adesione è stata
ratificata con la legge 17 agosto 1957, n. 848).
Ciò è avvenuto in attuazione della seconda e terza
proposizione dell'articolo 11 della Costituzione, che i
Costituenti hanno concepito proprio in vista dell'adesione
dell'Italia alle Nazioni Unite, considerata come
l'Organizzazione internazionale funzionalmente rivolta alla
costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace e
la giustizia fra le nazioni.
L'adesione alle Nazioni Unite non costituisce una deroga od
una limitazione al principio del ripudio della guerra poiché,
come ha testimoniato recentemente Dossetti, uno dei padri
dell'articolo 11, la seconda proposizione "non attenua, ma
conferma il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali".
E tuttavia il sistema di sicurezza introdotto dalla Carta
di San Francisco prevede la possibilità dell'adozione di
misure coercitive contro gli Stati che compiano atti di
aggressione o pongano in essere minacce alla pace o alla
sicurezza collettiva, mediante ricorso all'uso delle Forze
armate che gli Stati membri devono mettere a disposizione del
Consiglio di sicurezza.
L'uso residuo, circoscritto, e limitato della forza sotto
la direzione del Consiglio di sicurezza, così come previsto
dagli articoli 42 e seguenti della Carta dell'ONU, però, è
qualcosa di profondamente differente dal fatto bellico.
L'uso della forza in funzione di polizia è qualcosa di
ontologicamente differente dall'uso della forza in funzione
della guerra.
Lo statuto dell'ONU non ammette il ricorso alla guerra come
mezzo lecito di soluzione delle controversie internazionali,
né - tanto meno - come strumento di azione delle Nazioni
Unite.
E' ben vero che la distinzione fra misure coercitive
realizzate con l'uso della forza e ricorso alla
guerra-sanzione può apparire sfumata ove si depotenzi la
concezione universalistica e normativa dell'ONU, quale
ordinamento finalizzato alla salvaguardia della pace tramite
la soluzione pacifica delle controversie fra Stati e la tutela
dei diritti fondamentali dell'uomo e dei popoli, a favore
della concezione statalistica e realistica dell'ONU, quale
associazione fra Stati sovrani dominata dalle grandi potenze
alle quali sarebbe affidato il mantenimento dell'ordine, anche
con il mezzo della guerra.
In realtà le due concezioni convivono ambiguamente
nell'esperienza delle Nazioni Unite. L'articolo 11 della
Costituzione, prefigurando l'adesione dell'Italia ad
organizzazioni internazionali rivolte allo scopo di promuovere
un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le
nazioni, ha optato inequivocabilmente per la concezione
universalistica e normativa dell'ONU.
Questa concezione deve essere tenuta ferma nel
comportamento dell'Italia quale membro delle Nazioni Unite.
La Carta delle Nazioni Unite privilegia la soluzione con
mezzi pacifici delle controversie che potrebbero portare ad
una violazione della pace (articolo 1, primo comma) e tratta
nel capo VI i mezzi e le procedure per la soluzione pacifica
delle controversie come prevenzione della guerra.
Qualora il regolamento pacifico delle controversie non sia
stato tentato o non abbia avuto effetto positivo, allora si
pone il problema delle misure da adottare per far fronte alle
violazioni della pace ed agli atti di aggressione.
Pag. 13
Mentre l'attuazione del capo VI della Carta di San
Francisco non richiede alcuna particolare disciplina, ben
diverso è il problema dell'attuazione del capo VII, che
postula uno specifico adattamento dell'ordinamento giuridico
interno.
Le misure sanzionatorie che possono essere adottate dal
Consiglio di sicurezza sono di due tipi: misure non implicanti
l'uso della forza (di cui all'articolo 41) e misure implicanti
l'uso della forza (di cui all'articolo 42). Delle prime si
occupa l'articolo 9 e delle seconde l'articolo 10 della
presente proposta di legge.
Articolo 9 - Anzitutto si afferma l'impegno dell'Italia a
cooperare alla soluzione pacifica delle controversie, con
mezzi di diplomazia preventiva.
Quanto alle misure previste dall'articolo 41, esse
vincolano tutti gli Stati membri, però non sono immediatamente
esecutive poiché l'adesione all'ONU non comporta cessione di
sovranità in senso tecnico, come avviene nei confronti della
CEE (che può emanare dei regolamenti che hanno forza di legge
in tutti gli Stati membri), bensì soltanto l'assunzione di
penetranti obblighi internazionali.
Di qui l'esigenza dl prefigurare il ricorso ad appositi
provvedimenti legislativi per dare attuazione alle misure di
cui all'articolo 41 "sempre che tali misure risultino conformi
allo statuto".
Tale inciso non costituisce una scappatoia per sottrarsi
all'obbligo di porre in essere le sanzioni decretate dal
Consiglio di sicurezza, bensì una clausola di garanzia del
sistema
E' noto, infatti, che la Carta dell'ONU presenta un
carattere rigido e che gli organi non possiedono un potere
costituente: non possono pertanto adottare provvedimenti che
modifichino o deroghino le norme dello statuto.
D'altro canto non esiste neanche la possibilità di invocare
una istanza giurisdizionale in cui possa essere effettuato il
controllo di legittimità degli atti (tale non è la Corte
internazionaie di giustizia).
Vale pertanto il principio affermato dall'articolo 2,
quinto comma, della Carta che stabilisce che i membri delle
Nazioni Unite devono collaborare con ogni azione intrapresa
dall'organizzazione in conformità alle disposizioni dello
statuto.
Le misure implicanti l'uso della forza armata di cui
all'articolo 42 possono essere realizzate dal Consiglio di
sicurezza soltanto facendo ricorso alle forze armate messe a
disposizione dagli Stati membri, in virtù degli accordi
speciali previsti dall'articolo 43.
E' noto che tali accordi non sono mai stati stipulati e che
il Consiglio di sicurezza non dispone delle forze armate
necessarie per poter intraprendere le possibili azioni di
polizia internazionale richieste per la tutela della pace.
E tuttavia il problema, a seguito delle più recenti
evoluzioni del quadro internazionale è divenuto nuovamente di
attualità. Infatti il Consiglio di sicurezza dell'ONU
riunitosi, per la prima volta nella sua storia, a livello dei
Capi di Stato e di governo dei Paesi membri il 31 gennaio
1992, ha incaricato il Segretario generale, Boutros Ghali, di
stendere un rapporto sulle modalità di intervento dell'ONU nel
campo delle azioni in favore della pace.
Il rapporto, reso pubblico il 18 giugno 1992, propugna la
costituzione di forze armate dell'ONU ed invita il Consiglio
di sicurezza a concludere, quanto prima possibile, gli accordi
speciali previsti dall'articolo 43 dello statuto e a
riattivare quel Comitato di Stato maggiore, previsto
dall'articolo 47, che inutilmente Francia ed URSS avevano
tentato di suscitare nel corso della crisi del Golfo
Persico.
Articolo 10 - Benché il sistema previsto dagli articoli 43
e seguenti per le azioni di polizia internazionale dell'ONU
non abbia avuto finora attuazione, la prassi conosce diverse
esperienze in cui si è fatto ricorso all'uso di una forza
armata dell'ONU (i cosiddetti caschi blu) sotto il comando del
Segretario generale per effettuare delle missioni di
interposizione, pacificazione e controllo dei conflitti.
E' questo il caso delle operazioni della Forza delle
Nazioni Unite nel Congo (ONUC - 1960/1964) o delle varie
missioni
Pag. 14
nel Medio Oriente per controllare il rispetto degli accordi
di tregua, a partire dall'UNEF I (che operò sulla frontiera
egiziano-israeliana dal 1956 al 1967), all'UNEF II (sempre
sulla frontiera egizianoisraeliana dal 1973 al 1979) all'UNDOF
(Forza di osservazione dislocata nel Golan nel 1974 e tuttora
in opera), all'UNIFIL (forza cuscinetto fra Israele e il
Libano, costituita nel 1978 e tuttora in opera). Le forze
delle Nazioni Unite operano anche a Cipro (UNFICYP, costituita
nel 1964 e tuttora in essere) e si apprestano a garantire il
prossimo svolgimento del referendum istituzionale
nel Sahara occidentale con una missione denominata MINURSO,
disposta dalla risoluzione n. 690/1991 del Consiglio di
sicurezza, nonché in Cambogia, dove una missione militare e
civile delle Nazioni Unite, denominata UNTAC, stabilita sulla
base della risoluzione n. 668/1990, sta assicurando la
transizione verso un assetto pacifico dopo gli orrori del
genocidio e di undici anni di guerra civile.
Il compito più difficile sino ad ora affrontato dalle forze
di pace dell'ONU, è certamente quello della missione in
Jugoslavia, denominata UNPROFOR, stabilita sulla base delle
risoluzioni 713/1991 e seguenti del Consiglio di sicurezza,
che ha giocato un ruolo determinante per bloccare il conflitto
sulla frontiera serbo-croata e si è poi impegnata ad
assicurare il flusso dei soccorsi per la martoriata
popolazione di Sarajevo e di altri centri bosniaci, in una
drammatica congiuntura della quale è impossibile prevedere gli
esiti.
Le forze per il mantenimento della pace vengono dislocate
con il consenso di tutte le parti interessate, sono dotate di
armamenti modesti e non hanno una funzione di belligeranza.
E' controverso se la loro costituzione ed il loro operato
rientri nel capitolo VI (azione di conciliazione) o nel
capitolo VII (azione di polizia internazionale). Non può
dubitarsi, tuttavia, che esse svolgano una azione positiva per
il mantenimento della pace e che siano configurabili come vere
e proprie forze armate dell'ONU, essendo sotto il comando del
Segretario generale, e che l'uso della forza è perfettamente
conforme ai limiti intrinseci di cui all'articolo 42.
Questa funzione positiva (anche se limitata) per il
mantenimento della pace è generalmente riconosciuta, tanto che
nel 1988 è stato attribuito il premio Nobel per la pace
proprio alle Forze dell'ONU per il mantenimento della pace.
Nell'occasione Perez De Cuellar aveva dichiarato nel
discorso di accettazione: "le operazioni per il mantenimento
della pace hanno contribuito ad introdurre nella sfera
militare il principio della non-violenza. Esse offrono una
onorevole alternativa ai conflitti ed un mezzo per ridurre
contese e tensioni, in modo che una soluzione possa essere
ricercata attraverso il negoziato. Non era mai accaduto prima
d'ora nella storia dell'umanità che delle forze militari
venissero impiegate sul piano internazionale, non già con
l'intenzione di muovere una guerra o di divenire uno strumento
di dominazione o di servire gli interessi di una potenza,
oppure di un gruppo di potenze, ma col preciso scopo di
prevenire dei conflitti fra i popoli".
Poiché le forze per il mantenimento della pace non sono
previste dallo statuto delle Nazioni Unite, la eventuale
partecipazione dell'Italia deve essere necessariamente
regolata con legge. A tal fine è stata posta la norma di cui
all'articolo 10 che prevede che l'Italia, fin quando non
avranno attuazione gli articoli 45 e seguenti dello statuto,
può soltanto fornire formazioni non armate, forze di polizia e
personale civile, per funzioni non implicanti l'uso della
forza, nonché contingenti militari per partecipare all'azione
delle forze dell'ONU.
Anche in questo caso è previsto che i relativi accordi
siano autorizzati dalle Camere in virtù dell'articolo 80 della
Costituzione.
L'articolo 11 della proposta di legge si propone di dare
attuazione all'articolo 43 dello statuto dell'ONU,
riconoscendo la validità di tale norma, rimasta sino ad ora
inattuata.
Pag. 15
E' previsto perciò l'obbligo dell'Italia di procedere alla
stipulazione degli accordi speciali previsti dallo statuto per
mettere a disposizione del Consiglio di sicurezza le forze
necessarie ai fini istituzionali dell'Organizzazione. Tali
accordi possono essere stipulati anche in forma collettiva
come previsto dall'articolo 43, terzo comma, dello statuto
delle Nazioni Unite; e ciò tenendo conto del fatto che
l'Italia partecipa al processo di integrazione europea e a
diverse organizzazioni internazionali le quali potrebbero
stipulare specifici accordi con il Consiglio di sicurezza,
mentre la stessa CEE potrebbe operare secondo le previsioni
dell'articolo 53 dello statuto.
Per contrastare una deprecatissima prassi instauratasi nel
campo dei rapporti internazionali, che tende a sottrarre al
Parlamento il controllo della politica estera, il comma 3
dell'articolo 11 precisa opportunamente che gli accordi di cui
sopra devono essere autorizzati dalle Camere, in conformità
all'articolo 80 della Costituzione e all'articolo 43, terzo
comma, dello statuto dell'ONU.
Il comma 4 stabilisce che l'impiego dei contingenti
militari, messi a disposizione dell'ONU, deve avvenire
esclusivamente sotto il comando del Consiglio di sicurezza in
conformità degli articoli 45, 46 e 47 dello statuto
dell'ONU.
Il costante richiamo alle norme dello statuto, per quanto
possa sembrare ovvio, trova una sua robusta ragione di essere
nell'esigenza di evitare che possa essere contrabbandata per
azione di polizia internazionale delle Nazioni Unite
l'iniziativa militare di singoli Stati o multinazionale,
quand'anche questa azione venga consentita o approvata dal
Consiglio di sicurezza, e quindi di impedire il ricorso
all'azione militare al di là o al di fuori dei limiti
strutturali e funzionali delle Nazioni Unite.
Proprio per questo motivo il comma 5 dell'articolo 11 fa
salva la facoltà dell'Italia di rifiutare la propria
collaborazione militare in caso di azioni armate che
esorbitino dai limiti intrinseci di cui all'articolo 42 dello
statuto dell'ONU o che comportino, comunque "un uso massiccio
ed indiscriminato della violenza militare proprio della
guerra".
Anche in questo caso vale quanto si è detto prima in ordine
al diritto-dovere degli Stati membri dell'ONU di cooperare con
le Nazioni Unite in conformità alle disposizioni dello
statuto.
La partecipazione alle azioni di polizia internazionale
delle Nazioni Unite non può, pertanto, essere frutto di un
mero automatismo che, dalla stipulazione di un accordo per la
messa a disposizione delle truppe, faccia discendere la
partecipazione a qualunque operazione senza possibilità di
sindacato alcuno.
In ultima istanza la decisione sull'uso della forza spetta
sempre all'Italia che non può vagliare l'opportunità politica
delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, ma deve
verificare la loro conformità allo statuto.
Tale decisione deve essere assunta in conformità ai
princìpi della rappresentatività democratica: pertanto
l'ultimo inciso del comma 4 prevede che la decisione su ogni
ipotesi di impiego delle forze armate deve essere
preventivamente autorizzata dalle Camere.
Va da sé che le Camere non potrebbero autorizzare il
ricorso ad un uso massiccio ed indiscriminato della violenza
militare poiché ciò contrasta tanto col principio
costituzionale del ripudio della guerra, quanto con le norme
che sono a fondamento delle Nazioni Unite.
Articolo 12. - Il 1992 è stato l'anno di Maastricht, il
trattato, siglato il 7 febbraio 1992, che dovrebbe sancire la
nascita di una nuova Europa, attraverso la trasformazione
delle Comunità Europee in "Unione europea". Col trattato il
processo di integrazione europea effettua un notevole, anche
se controverso, passo in avanti. Gli obiettivi fondamentali
della nuova Unione sono due: a) rafforzare la coesione
economico-sociale attraverso l'instaurazione di una unione
economica e monetaria che porti alla adozione di una moneta
unica; b) definire una identità dell'Europa sulla scena
internazionale, mediante l'attuazione di una politica estera e
di sicurezza
Pag. 16
comune, nella prospettiva di pervenire ad una difesa
comune.
Il trattato accomuna la politica estera e la politica di
difesa, sebbene si tratti di settori concettualmente
distinti.
A norma dell'articolo J. 2: "gli obiettivi della politica
estera e di sicurezza comune sono i seguenti:
difesa dei valori comuni, degli interessi fondamentali e
dell'indipendenza dell'Unione;
rafforzamento della sicurezza dell'Unione e dei suoi
Stati membri in tutte le sue forme;
mantenimento della pace e rafforzamento della sicurezza
internazionale conformemente ai princìpi della Carta delle
Nazioni Unite, nonché ai princìpi dell'Atto finale di Helsinki
e agli obiettivi della Carta di Parigi;
promozione della cooperazione internazionale;
sviluppo e consolidamento della democrazia e dello Stato
di diritto, nonché rispetto dei diritti dell'uomo e delle
libertà fondamentali".
Per perseguire questi obiettivi il trattato prevede che gli
Stati membri dell'Unione realizzeranno delle "azioni comuni",
che saranno decise dal Consiglio (dei ministri) sulla base
degli orientamenti generali del Consiglio europeo.
Le azioni comuni "vincolano gli Stati membri nelle loro
prese di posizione e nella condotta della loro azione"
(articolo J. 3, n. 4). In mancanza di strutture comuni o
integrate di difesa, il trattato prevede che le azioni comuni,
decise dal Consiglio, dovranno essere elaborate ed attuate
dalla Unione dell'Europa Occidentale (UEO). In questo modo
l'UEO viene assorbita nel processo di integrazione europea e
diviene una struttura della nascente Unione europea, sebbene
non tutti gli Stati membri delle Comunità europee facciano
parte della UEO (non vi partecipano, infatti, la Grecia, la
Danimarca e l'Irlanda). In realtà l'UEO è un organismo dotato
soltanto di strutture politiche, essendo stata la cooperazione
militare tra gli stessi Stati membri dell'Unione dell'Europa
Occidentale sviluppata tradizionalmente ed esclusivamente in
ambito NATO. In tema di sicurezza, quindi, il trattato di
Maastricht, introduce un preciso riferimento alla NATO,
prevedendo che: "la politica dell'Unione... rispetta gli
obblighi derivanti per alcuni Stati membri dal Trattato
dell'Atlantico del Nord ed è compatibile con la politica di
sicurezza e difesa comune adottata in questo ambito" (cioè
nell'ambito della NATO). La UEO, che viene costantemente
definita come il pilastro europeo dell'Alleanza atlantica, non
avendo vere e proprie strutture militari, ha bisogno di
appoggiarsi sull'Alleanza atlantica e di utilizzarne mezzi e
strutture, secondo il principio del doppio cappello. Infatti,
come prima conseguenza del trattato, la UEO ha deciso di
trasferire la sede del Consiglio e del Segretariato generale
da Londra a Bruxelles. In definitiva il rapporto tra la
nascente Unione europea, la UEO, la NATO e gli Stati Uniti
d'America (nazione egemone della NATO) non è stato affrontato
con chiarezza, né risolto in modo definitivo nel testo del
trattato di Maastricht, talché la futura difesa comune europea
appare come una nebulosa dai confini indefinibili.
In questo quadro non aiutano a fare chiarezza le ulteriori
vicende relative alla nascita del corpo militare integrato
francotedesco, annunziata a La Rochelle nel maggio del 1992,
struttura che si propone come un embrione di esercito europeo
integrato, in concorrenza col ruolo che dovrebbe giocare l'UEO
e la recente decisione della NATO, assunta dal Consiglio
atlantico di Oslo del 4 giugno 1992, con la quale l'Alleanza,
per la prima volta nella sua storia e in aperta contraddizione
con il trattato NATO, ha dichiarato la sua disponibilità a
mettere le sue strutture militari a disposizione della
Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa per
operazioni di peace keeping o di peace making
nell'area euro-asiatica.
L'UEO, dal canto suo, riunitasi a livello di Consiglio dei
ministri degli esteri e della difesa, il 19 giugno 1992 a
Petersberg, ha approvato una dichiarazione con cui gli
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Stati membri si sono fissati come obiettivo di "sostenere,
caso per caso, la messa in opera di efficaci misure di
prevenzione dei conflitti e di gestione delle crisi, e
specialmente le attività di mantenimento della pace della CSCE
o del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite". Per
realizzare questi obiettivi, gli Stati membri si impegnano a
mettere a disposizione della UEO delle unità militari. Queste
unità potranno essere utilizzate: "per delle missioni
umanitarie o di evacuazione di profughi; delle missioni di
mantenimento della pace; delle missioni di forze di
combattimento per la gestione delle crisi, ivi comprese le
operazioni per il ristabilimento della pace". Infine la CSCE,
nella conferenza di Helsinki del luglio del 1992, ha deciso di
trasformarsi in un patto di sicurezza regionale, ai sensi del
capitolo VII della Carta dell'ONU.
In questo momento molte gravissime crisi sono in corso
nell'area dell'ex Europa Orientale e sono stati ideati
molteplici strumenti di intervento, in un contesto in cui non
vi è chiarezza, neanche sotto il profilo giuridico.
L'unica cosa certa è che le azioni comuni nel settore della
difesa, tanto in ambito dell'Unione europea, quanto in ambito
NATO, quanto in ambito UEO, devono comunque rispettare tanto
le norme dello statuto dell'ONU (che prevalgono sempre sulle
obbligazioni nascenti da altri trattati internazionali, di cui
all'articolo 103 dello statuto), quanto i princìpi supremi
dell'ordinamento costituzionale (che non sono derogabili
neanche in sede di integrazione europea).
Per garantire che tali azioni militari non travalichino lo
statuto dell'ONU e i princìpi supremi dell'ordinamento
costituzionale, l'articolo 12 subordina la partecipazione
dell'Italia al preliminare accertamento di conformità da parte
delle Camere, sulla scia di quanto già previsto dalle
disposizioni di cui all'articolo 10.
Articolo 13. - Resta a questo punto il problema di
individuare se siano consentiti ulteriori impieghi delle Forze
armate italiane all'estero. L'unico intervento ammissibile, al
di là degli interventi in sede ONU, di cui si è detto prima,
coerente col principio costituzionale del ripudio della
guerra, è quello umanitario.
L'articolo 13 prevede che le Forze armate italiane e
componenti civili non armate possano partecipare ad azioni non
belligeranti che abbiano contenuto umanitario. E' richiesto
però il consenso dello Stato interessato. Ciò non perché il
principio della sovranità degli Stati sia ritenuto prevalente
su quello della solidarietà fra i popoli, bensì per una
ragione pratica, perché l'intervento delle Forze armate nel
territorio di un altro Stato, anche se rivolto ad un fine
umanitario, quando viene attuato senza il consenso dello Stato
interessato, può essere percepito come un atto di ostilità e
può portare allo scoppio delle ostilità.
Che può succedere nei casi in cui a seguito di eventi
straordinari (colpi di Stato, rivoluzioni, eccetera) lo Stato
interessato non sia più in grado di esprimere un valido
consenso? L'ipotesi non è regolata poiché occorrerà valutare
caso per caso, ma l'intervento umanitario non può essere
escluso in via di principio poiché la solidarietà fra gli
uomini ed i popoli costituisce un criterio fondamentale di
orientamento nell'esercizio della politica estera.
Articolo 14. - L'Italia ha ratificato tutte le principali
convenzioni internazionali di carattere umanitario, relative
al diritto dei conflitti armati e si è dotata, sin dal 1938,
di una legge di guerra (regio decreto 8 luglio 1938, n. 1415),
che recepisce i princìpi di diritto umanitario contenuti nelle
convenzioni all'epoca vigenti, rendendoli ancora più
espliciti.
Dopo la seconda guerra mondiale il diritto bellico
umanitario ha conosciuto un imponente sforzo di codificazione,
che ha dato origine al sistema delle quattro convenzioni di
Ginevra dell'agosto 1949 e dei due protocolli aggiuntivi del
giugno del 1977. Anche tali convenzioni e protocolli sono
stati ratificati dall'Italia e sono pertanto pienamente
vigenti nel nostro ordinamento giuridico. Di conseguenza in
qualunque condizione di impiego e in ogni
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circostanza, l'utilizzo delle Forze armate italiane è
soggetto al rigoroso rispetto del diritto bellico umanitario
regolarmente vigente. L'esperienza della guerra nel Golfo,
però, ha mostrato che le Forze aeree italiane sono state poste
sotto il comando operativo del Centro americano di
coordinamento delle Forze aeree di Rijad, sebbene gli Stati
Uniti non avessero ratificato i due protocolli di Ginevra e si
ritenessero svincolati (come hanno anche dimostrato nel corso
delle operazioni militari) dalle relative norme.
In questa circostanza, quindi, le Forze armate italiane
hanno cooperato con l'azione di una struttura militare che ha
commesso gravi violazioni delle norme che disciplinano i
conflitti armati, inevitabilmente concorrendovi.
Nel caso di azioni comuni o di altre forme di intervento in
associazione con più Paesi, deve essere chiaro che le Forze
armate italiane sono comunque e inderogabilmente tenute
all'osservanza di tutte le norme del diritto bellico
umanitario, sia quelle di derivazione pattizia, sia quelle di
derivazione consuetudinaria. Di qui l'opportunità di ribadire,
con una apposita norma, questo pur ovvio principio.
Articolo 15. - Prevedere una disciplina specifica per gli
interventi delle Forze armate italiane all'estero è già una
garanzia per scongiurare un uso delle Forze armate che non sia
coerente con il sistema delineato in applicazione
dell'articolo 11 della Costituzione. Tuttavia una norma senza
sanzione viene comunemente definita imperfetta. Per rendere
una normativa pienamente operante occorre che l'ordinamento
preveda delle adeguate reazioni alle possibili violazioni
delle norma stessa.
La questione è particolarmente delicata nella materia in
oggetto poiché la violazione delle norme che regolano
l'intervento delle Forze armate all'estero comporta quasi
inevitabilmente il ricorso alla guerra.
A questo riguardo non è stato necessario prevedere
l'introduzione di norme penali ad hoc. E' bastato
richiamare implicitamente la distinzione fra uso lecito ed uso
illecito della forza, per cui i fatti di uso della violenza
militare commessi in virtù di operazioni non consentite dalla
legge non sono suscettibili di discriminazioni di sorta e
ricadono, pertanto, sotto l'imperio della legge penale comune.
Per cui ogni uccisione integrerà un reato di omicidio, ogni
bombardamento integrerà un reato di strage, ogni distruzione
di cose integrerà un reato di danneggiamento.
Articolo 16. - In queste circostanze scatteranno le norme
di cui alla legge sui princìpi della disciplina militare
(legge n. 382 del 1978) e del rispettivo regolamento (decreto
del Presidente della Repubblica n. 545 del 1986) che impongono
ai militari di disobbedire agli ordini la cui esecuzione
costituisca manifestamente reato.
Infine è stata introdotta una garanzia politica: il diritto
di resistenza, da attuarsi esclusivamente in modo non violento
a fronte di quegli atti e provvedimenti adottati dalla
Pubblica autorità in violazione delle disposizioni che
consentono l'uso delle Forze armate all'estero.
E' facile obiettare che la canonizzazione del diritto di
resistenza potrebbe generare una diffusa indisciplina sociale
che potrebbe anche pregiudicare l'uso lecito delle forze
armate a cagione della difficoltà dei singoli di giudicare
sulla liceità o illiceità di un determinato tipo di
intervento; in realtà l'esercizio del diritto di resistenza
non è un fatto che si può verificare ad libitum, rimesso
agli umori delle masse. Chi ricorre al diritto di resistenza
lo fa a proprio rischio e pericolo perché in definitiva
saranno i giudici a decidere sulla liceità/illiceità degli
interventi armati e delle azioni di resistenza.
La previsione del diritto di resistenza, lungi dal demolire
l'autorità dello Stato, ha, in realtà, una funzione
preventiva. Serve a dissuadere gli organi politici di governo
dal violare la normativa costituzionale in materia, che ne
esce così rafforzata.
E' una garanzia politica, la garanzia politica
fondamentale, quella che affida al
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popolo, titolare della sovranità, la tutela di quelle leggi
che della sovranità sono l'espressione basilare.
Articolo 17. - Coerente a questo sistema di garanzia è la
norma di cui all'articolo 17, che prevede che gli atti del
Consiglio supremo di difesa aventi ad oggetto gli interventi
delle Forze armate italiane all'estero non possono essere
classificati come segreti.
Ciò per consentire alle Camere ed all'opinione pubblica il
dovuto controllo di legalità.
Capo III - Disciplina dei sistemi d'arma e
divieto del commercio delle armi da guerra.
Articolo 18. - Lo strumento militare deve essere
coerente con i fini, i princìpi ed i valori di un ordinamento
fondato sul ripudio della guerra. Per questo una legge di
attuazione dell'articolo 11 della Costituzione non può
prescindere dall'affrontare il problema degli strumenti
tecnici operativi di cui le Forze armate devono essere dotate.
Devono essere banditi, pertanto, quei sistemi d'arma aventi lo
scopo di una proiezione strategica di potenza (portaerei,
vettori a lungo raggio e simili), poiché si tratta di
strumenti che esulano dalle necessità della difesa militare
della Patria e sono funzionali ad una politica di potenza, che
il Costituente ha inteso esiliare per sempre dal nostro
ordinamento.
L'accumulazione di ingenti quantità di armi e la
predisposizione di determinati sistemi d'arma con vocazione
fortemente offensiva è un presupposto indispensabile per ogni
politica offensiva o di potenza. Di qui l'esigenza di una loro
interdizione. Così come sarebbe un fatto altamente simbolico
se tutti gli Stati escludessero dai loro arsenali i carri
armati, tipico sistema d'arma di tutte le invasioni, le
aggressioni internazionali e le repressioni interne.
Articolo 19. - Il commercio internazionale delle armi gioca
un ruolo fondamentale per rendere possibili i conflitti, sia
internazionali che interni, e, al contempo, consolida quei
regimi che, per carenza intrinseca di istituti democratici e
per disprezzo dei diritti umani, hanno bisogno di fare ricorso
alla forza per l'autoconservazione.
Non v'è dubbio che la politica di potenza concepita ad
aggressivamente condotta dall'Iraq di Saddam Hussein è stata
resa possibile dalla facilità con cui questo Paese è riuscito
a costruirsi uno strumento militare funzionale a tale
politica.
Occorre riconoscere che le armi da guerra, per la loro
intrinseca pericolosità, non sono un prodotto che possa essere
immesso nei circuiti del commercio internazionale secondo la
legge della domanda e dell'offerta.
Il limite insuperabile della legge n. 185 del 1990 sul
controllo del commercio delle armi non risiede in questa o
quella disposizione, ma nell'impostazione di fondo che porta a
considerare le armi da guerra come una "merce" della quale la
legge comprime l'intrinseca libertà di produzione e smercio,
attraverso un sistema autorizzatorio.
Il punto di partenza, al contrario, non può essere la
libertà di produzione e di commercio, da regolare, sorvegliare
ed eventualmente restringere mediante un sistema di
autorizzazioni, ma il riconoscimento dello statuto di "beni
illeciti" delle armi, di cui può soltanto essere consentita
una limitata producibilità e trasferibilità con le stesse
cautele con cui si consente la circolazione e la produzione -
per uso terapeutico - di determinate droghe.
L'articolo 19 vieta, pertanto, in linea di principio, il
commercio internazionale delle armi da guerra, impegnando il
Governo italiano ad adoperarsi in sede internazionale perché
tale divieto sia recepito dagli altri Stati.
Articolo 20. - Una volta posto il principio generale
dell'interdizione del commercio delle armi, occorre pensare al
regime delle deroghe ammissibili per soddisfare
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le esigenze di difesa della Patria e delle patrie, che non
possono essere contestate.
A ciò provvede la norma di cui all'articolo 20 prevedendo
una sintetica ma efficace disciplina della progettazione,
produzione e circolazione delle armi da guerra, la cui
produzione può avvenire solo su commessa e sotto il controllo
del Governo e la cui circolazione all'estero può avvenire
soltanto nel quadro di accordi internazionali (che devono
necessariamente essere sottoposti a ratifica parlamentare ai
sensi dell'articolo 80 della Costituzione) conformi alle
disposizioni della presente legge.
Articolo 21. - Anche in questo quadro di interdizione della
libertà di produzione e di commercio della "merce" armi,
rimane un ulteriore problema da risolvere, di non poco conto,
che riguarda i limiti dei sistemi d'arma ammissibili per le
funzioni legittime di difesa. Orbene, il diritto bellico
umanitario vieta l'impiego in guerra di determinate categorie
di armi: le armi chimiche, le armi batteriologiche, le bombe a
frammentazione, i proiettili esplosivi, le armi incendiarie e,
in genere, quelle che possono causare "sofferenze non
necessarie".
Le armi nucleari, invece, pur non essendo direttamente
interdette (come quelle chimiche e batteriologiche) devono
considerarsi comunque illecite perché producono effetti, nei
confronti della popolazione umana e dell'ambiente naturale,
considerati inammissibili dal diritto bellico.
Una volta che viene riconosciuto come illecito l'impiego di
tali sistemi d'arma, è chiaro che ne devono essere vietati
anche la produzione ed il commercio. A tal fine l'articolo 21,
colmando una lacuna della normativa internazionale, introduce
il principio che è vietata la produzione ed il commercio delle
armi il cui uso sia vietato dalle Convenzioni
internazionali.
La categoria delle armi vietate in assoluto viene,
pertanto, determinata per relationem, facendo rinvio
all'ordinamento internazionale. Ciò consente che questo
divieto possa essere continuamente aggiornato senza far
ricorso a nuove norme di legge.
Articolo 22. - Per quanto riguarda le armi nucleari,
batteriologiche e chimiche, il divieto di fabbricazione,
produzione e transito è già stato posto dalla legge n. 185 del
1990 (articolo 1, comma 7), che però introduce una deroga per
quei sistemi d'arma che siano in dotazione alle Forze armate
della NATO in Italia, che rende privo di significato pratico
il ripudio delle armi NBC, dal momento che in Italia sono
comunque dislocate migliaia di armi nucleari (sulla cui
consistenza non vengono date informazioni) ed una quantità
imprecisata di armi chimiche.
L'articolo 22 rende coerente tale divieto, prevedendo che
esso si estende anche alle Forze armate dei Paesi alleati, che
devono provvedere a smantellarle nel termine di sei mesi dalla
data di entrata in vigore della legge.
L'articolo 23 canonizza la legittima aspirazione delle
popolazioni siciliane a che la base militare di Comiso, già
utilizzata per l'installazione dei missili nucleari americani
da crociera recentemente smantellati, in virtù del trattato di
Washington sull'eliminazione degli euromissili, sia finalmente
riconvertita ad usi civili.
Gli articoli 24, 25, 26 e 27 completano la disciplina di
questo capo, prevedendo che essa si estende anche alle
componenti dei sistemi d'arma, introducendo delle norme penali
per i contravventori alle disposizioni sulla produzione e sul
commercio dei materiali di armamento e provvedendo per
l'abrogazione delle norme incompatibili della legge n. 185 del
1990.
Capo IV - Attivita degli enti locali.
Articolo 28. - L'attuazione dei princìpi di pace,
giustizia e solidarietà internazionale postulati dall'articolo
11 della Costituzione e dal preambolo dello statuto
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dell'ONU, non è affare che riguardi soltanto l'attività degli
organi incaricati della politica estera. Anche gli enti locali
sono chiamati a svolgere un ruolo sul terreno che è loro
proprio, che è quello dell'educazione e della formazione
culturale.
Già la legge sulla cooperazione internazionale (26 febbraio
1987, n. 49) aveva individuato un ruolo ed una funzione degli
enti locali, attribuendo loro - indirettamente - soggettività
giuridica nel campo della cooperazione internazionale. Questa
soggettività viene messa ulteriormente a fuoco dalla norma di
cui all'articolo 28 che chiama gli enti locali ad operare nel
campo della educazione e soprattutto della formazione
scolastica per la diffusione della cultura della pace, della
non violenza e della cooperazione fra i popoli, agendo anche
in collaborazione con le associazioni attive in questo
settore.
Ciò consente di superare definitivamente le difficoltà
formali che gli organi di controllo avevano talora frapposto
alle iniziative degli enti locali in questo campo.
Capo V - Trasparenza e coerenza dell'azione
internazionale.
Articoli 29 e 30. - L'azione internazionale deve essere
coerente con i princìpi più volte enunciati e, per esserlo
effettivamente, deve essere trasparente. Non sono ammissibili
zone d'ombra, santuari, territori riservati da cui sia escluso
il controllo politico-parlamentare, quello giuridico e quello
dell'opinione pubblica.
Di qui la necessità di reagire ad una aberrante prassi
costituzionale che ha visto la costruzione di una politica
internazionale "segreta", attraverso la stipulazione di
accordi riservati, realizzati in forma diversa dai trattati,
talora da organi che non sono titolari del potere di
formazione della volontà dello Stato nel campo dei rapporti
internazionali (com'è il caso dell'accordo CIA-SIFAR del 1956
che avrebbe dato origine a Gladio, il cui contenuto è stato
reso inaccessibile persino ai magistrati che dovrebbero
indagare sulla dubbia legalità di tale struttura).
Il rimedio individuato è quello di rendere retroattiva una
norma di legge (legge 11 dicembre 1984, n. 839) che ha già
reso obbligatoria la pubblicazione nella Gazzetta
Ufficiale di tutti gli accordi internazionali, comunque
stipulati.
Potrebbe però sorgere un ulteriore problema, che è stato
sollevato proprio in relazione dalla vicenda Gladio. Spesso
gli Stati che stipulano accordi segreti prevedono una apposita
clausola di "segretezza" che vincola i contraenti a non
rendere di pubblico dominio tale accordo. Pertanto l'obbligo
giuridico nascente dal diritto interno di rendere pubblici gli
accordi segreti, contrasterebbe con l'obbligo internazionale
di tener fede al patto di segretezza.
Questo problema viene, pertanto, opportunamente affrontato
dalla norma in esame che lo risolve dichiarando nulle tali
clausole, anche sotto il profilo del diritto internazionale,
alla luce delle disposizioni della Convenzione di Vienna sul
diritto dei trattati che prevede la possibilità che uno Stato
possa invocare l'invalidità del consenso prestato nel caso di
malafede dell'altro contraente.
Resta a questo punto il problema della ulteriore validità
dei trattati e degli accordi segreti che verrebbero in luce in
virtù dell'obbligo di pubblicazione. Di qui la necessità di
prevedere che la (eventuale) sanatoria dei trattati che
rientrano nelle categorie previste dall'articolo 80 della
Costituzione deve essere fatta per legge (articolo 30).
L'articolo 31, infine, introduce una norma di "chiusura" di
questa disciplina organica di attuazione dei princìpi
costituzionali in materia, statuendo che nella propria azione
in seno agli organismi internazionali l'Italia debba essere
coerente con tali princìpi e debba adoperarsi per promuovere
il metodo democratico tanto nelle relazioni, quanto nel
funzionamento delle istituzioni internazionali e per il
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rafforzamento dei poteri e delle funzioni delle istanze
giurisdizionali internazionali: in altre parole per
l'attuazione dei princìpi propri dello Stato di diritto anche
nella comunità internazionale.
Capo VI - Disposizioni finali.
Le disposizioni finali - articoli 32, 33 e 34 - non si
limitano alla rituale abrogazione delle norme incompatibili ed
alla fissazione della data dell'entrata in vigore della nuova
disciplina. Esse introducono una novità di rilievo:
l'abolizione della pena di morte, che nel nostro ordinamento
sopravvive soltanto per i delitti previsti dalle leggi
militari di guerra, in quanto incompatibile con l'esigenza del
rispetto dei valori essenziali della persona umana. Viene,
inoltre, specificamente prevista l'abrogazione di un intero
corpo di norme estratte dal codice penale militare di guerra,
molte delle quali già gravate da pesanti sospetti di
incostituzionalità, la cui ulteriore permanenza in vita
costituisce un pericolo gravissimo per l'esistenza stessa
della democrazia (com'è il caso della norma che consente
l'applicazione della legge militare di guerra in caso di
urgente ed assoluta necessità), ovvero un attento potenziale
ai diritti umani fondamentali ed una inammissibile coartazione
di ogni azione individuale o collettiva per la pace.
Se tali abrogazioni non potessero essere rapidamente
conseguite mediante l'approvazione parlamentare della presente
proposta di legge e del suo articolo 30, potrà rendersi
necessario il ricorso al referendum abrogativo; sarebbe
anche questo un modo per dare attuazione, grazie all'impulso e
alla volontà politica dei cittadini, all'articolo 11 della
Costituzione e agli impegni di giustizia e di pace enunziati
dal preambolo dello statuto delle Nazioni Unite; sarebbe anche
questa una di quelle "Azioni Unite", di cui abbiamo illustrato
la necessità e il disegno, che molti uomini e donne insieme,
con i loro movimenti, partiti, sindacati e chiese, potrebbero
intraprendere nel perseguire il ripudio della guerra, il
superamento del dominio, l'inveramento della democrazia e il
servizio alla libertà.
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