| Onorevoli Colleghi! -- La legge 2 aprile 1980, n. 123, che
prevede l'erogazione di contributi statali alle istituzioni
culturali, sembra aver fallito i suoi obiettivi.
L'esigenza da cui essa è nata era quella di ricondurre ad
una logica unitaria l'intera materia dei contributi agli enti
culturali, dettando al riguardo una normativa di carattere
organico e generale.
Si voleva offrire agli enti che rappresentano un elemento
di vitale importanza per la vita culturale del Paese un
adeguato sostegno di carattere economico, al fine soprattutto
di mantenere viva la cultura.
Con tale legge si mirava non solo a realizzare un
meccanismo più agile, che consentisse una revisione periodica
dei finanziamenti, ma anche ad investire il Ministero per i
beni culturali e ambientali della responsabilità di impostare
una politica di sostegno e di promozione culturale.
Si intendeva altresì assicurare al Parlamento la
possibilità non solo di controllare, attraverso le relazioni
triennali, l'attività del Governo nel settore, ma anche di
contribuire all'impostazione della politica culturale,
attraverso il parere delle Commissioni parlamentari competenti
sulla tabella comprendente gli enti ammessi al contributo.
La materia oggetto della legge è estremamente delicata,
coinvolgendo taluni princìpi costituzionali: la libertà della
cultura, dell'arte e delle scienze, l'autonomia delle
università, delle accademie e delle istituzioni di alta
cultura.
E' evidente che qualsiasi contributo finanziario diretto a
tali istituti rischia di condizionare la loro attività;
occorre dunque la massima attenzione nella gestione della
legge per assicurare la libertà della cultura e il
pluralismo.
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Tuttavia, osservazioni critiche, interrogativi e
perplessità sono stati più volte sollevati nel corso degli
anni di vigenza della legge, in sede di discussione sul parere
che le Commissioni della Camera e del Senato sono tenute ad
esprimere al Ministero per i beni culturali e ambientali, in
adempimento del dettato degli articoli 1 e 2 della legge in
questione.
E' stata, quindi, disattesa l'esigenza primaria che ha
portato all'approvazione della legge n. 123 del 1980, cioè
quella di sottrarre il tema della contribuzione alle
istituzioni culturali ad una legislazione minuta e
clientelare, e di limitare la discrezionalità del Governo
attraverso l'individuazione di criteri atti a rendere chiare e
trasparenti le inclusioni e le esclusioni nella tabella delle
istituzioni culturali ammesse al contributo statale.
Le disposizioni del provvedimento in questione si prestano,
invece, ad operazioni clientelari, all'insegna del più
deteriore assistenzialismo.
Invece di rappresentare un intervento organico in chiave di
razionalizzazione delle risorse e di moralizzazione, la legge
è uno strumento di dissipazione dei fondi dello Stato.
Ci si trova, infatti, di fronte a contributi a pioggia che
dimostrano un'ansia di garantire un formale pluralismo
culturale, quindi più numerico che di contenuto, in una logica
che ricorda il modo di agire del Ministero della cultura
popolare di buona memoria e dello statalismo assistenziale dei
Paesi socialisti.
Sempre tale logica ha portato a prevedere minimi contributi
ad alcune istituzioni come riconoscimento morale all'esistenza
delle stesse, depauperando però il capitale da assegnare ad
istituti di maggior spessore, cioè di maggiore rilevanza
culturale e capacità operativa sul piano scientifico.
Il sistema inadeguato della legge n. 123 del 1980 ha fatto
sì che la tabella delle istituzioni si sia ormai trasformata
in una cassa di mutuo soccorso, in cui domina la
preoccupazione di garantire l'equilibrio tra quelle che sono
definibili come aree "politico-culturali", vista, tra l'altro,
la presenza di un altissimo numero di fondazioni, società ed
enti legati ai partiti che non hanno alcun titolo per esservi
inseriti.
Con la legge n. 123 del 1980 si è persa, quindi, una buona
occasione per tentare di qualificare il Ministero per i beni
culturali e ambientali e farne un centro di direzione della
politica culturale e non già un ente di puro assistenzialismo;
infatti, la tabella prevista dalla legge n. 123 del 1980 dà un
quadro assai misero di quella che è l'attività di sostegno
culturale svolta dal Ministero.
Quello che si richiedeva allo Stato era un attivo impegno
di supporto e promozione culturale, il che è cosa del tutto
diversa da uno Stato mero erogatore di fondi.
In questo modo si umiliano le istituzioni di grande
prestigio e si instaurano perversi rapporti di subalternità
tra tali istituzioni e le strutture ministeriali.
La tabella rappresenta un vero e proprio mostro culturale,
data la presenza di alcuni enti beneficiari del contributo che
presentano una documentazione talmente carente, talmente
incompleta da non consentire il controllo sull'attività
svolta.
Pertanto, visti i risultati, è necessaria l'abrogazione
della legge n. 123 del 1980; se si vuole risanare il bilancio
nazionale bisogna essere attenti proprio alle "piccole spese";
troppo spesso, infatti, è attraverso i piccoli contributi a
pioggia non finalizzati che si svuotano completamente le
"stremate" casse nazionali.
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