| Onorevoli Colleghi! -- Le ultime elezioni politiche hanno
rappresentato il primo esperimento, in epoca repubblicana, di
rinnovo delle due Camere con un sistema elettorale di tipo
maggioritario. Tale metodo di scrutinio ha rappresentato la
risposta alla fondamentale scelta popolare compiuta con il
referendum del 18 aprile 1993. Purtroppo, la soluzione
raggiunta dalle forze politiche in sede parlamentare
all'indomani di quel pronunciamento pressoché univoco del
corpo elettorale, non è stata all'altezza delle domande
provenienti dalla società civile. Con il referendum,
infatti, i cittadini hanno chiaramente manifestato
l'intendimento di cambiare profondamente gli assetti della
rappresentanza politica, troppo condizionata dalla
mediazione di partiti sempre più egemoni ed invadenti, per
riacquistare un potere di intervento diretto nella scelta dei
governanti e delle opzioni programmatiche in base alle quali
compiere le scelte fondamentali per il governo del paese.
I partiti che avrebbero dovuto recepire tali domande si
sono dimostrati inadeguati al compito loro assegnato ed hanno
prodotto una legge elettorale, in particolare per la Camera
dei deputati, che, pur costituendo un significativo passo
avanti, non ha prodotto i risultati sperati. Infatti, gli
obiettivi dei promotori dei referendum elettorali,
confermati dall'amplissima maggioranza di suffragi conseguiti
nel Paese, erano essenzialmente di due tipi: garantire la
bipolarizzazione intorno a programmi
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alternativi della competizione politica e consentire
l'investitura diretta di una chiara maggioranza di governo.
Entrambi dovevano garantire l'effettivo passaggio dell'Italia
ad una democrazia dell'alternanza secondo quanto avviene
nell'ambito delle democrazie avanzate dell'occidente.
Quanto alla bipolarizzazione, bisogna dire che essa non
solo non è completamente avvenuta, ma anche nella misura in
cui è successo, l'accordo tra differenti forze comuni si è
rivelato assai effimero.
La nascita di due poli è stata resa impossibile dalla
circostanza che i tentativi di contrapposizione si sono
determinati con esclusivo riferimento a parole d'ordine di
tipo ideologico, piuttosto che su chiare alternative di
programma. Prova ne sia che in entrambi i due schieramenti
maggioritari, grande peso è stato attribuito alle formazioni
estreme, a scapito di scelte che apparissero credibili
all'elettorato mediano. Ed è noto che il segno tangibile della
buona salute di una democrazia maggioritaria, come insegnano
gli ordinamenti di più antica tradizione democratica, consiste
nel fatto che la competizione si svolge intorno al centro, per
la conquista dei voti degli elettori che, con la loro scelta,
sono in condizione di determinare la vittoria dell'una o
dell'altra formazione. Il fatto che alcuni milioni di elettori
(che certo sarebbero stati determinanti per modificare gli
esiti finali della competizione), nelle scorse elezioni,
abbiano preferito non schierarsi né dall'una né dall'altra
parte, la dice lunga sul fallimento di questo obiettivo.
Ma anche al loro interno, le formazioni più grandi,
candidate ad ottenere la maggioranza dei seggi, sono apparse
più che schieramenti programmatici, delle vere e proprie
coalizioni elettorali, legate dall'unico interesse di
rafforzarsi a vicenda per spartirsi successivamente i seggi
parlamentari. E così è avvenuto, tanto che ci troviamo oggi,
fatto unico in una democrazia maggioritaria, ad avere ben 11
gruppi parlamentari. Né la maggioranza, né l'opposizione sono
costituite, in Parlamento, con la stessa formula che le ha
tenute unite durante le elezioni.
Quanto all'investitura diretta della maggioranza, anch'essa
non è avvenuta. Siedono oggi nello stesso Governo forze che,
durante la campagna elettorale, si sono contrapposte
strenuamente, cosicché non solo non può dirsi che gli elettori
abbiano scelto una maggioranza programmaticamente coesa e
chiara, ma, addirittura, nemmeno può dirsi che abbiano
premiato una sola coalizione elettorale! Cosicché la
formazione del nuovo esecutivo ha riproposto i soliti metodi
di contrattazione delle poltrone, di voltafaccia programmatici
scandalosi e, come esito, la formazione di un Governo di
coalizione assai simile, sotto il profilo della formula, a
quelli della prima Repubblica.
Il rischio, a questo punto, è che, dopo le prime speranze,
si debba registrare, in breve tempo, una nuova ondata di
rigetto delle istituzioni, determinata dalle delusioni per il
fallimento di una riforma tanto caldeggiata dai cittadini.
E' dovere, dunque, di coloro che hanno avuto a cuore la
battaglia referendaria continuare nell'impegno intrapreso.
Per queste ragioni, onorevoli colleghi, riteniamo sia
giunto il momento per realizzare quella effettiva riforma del
sistema elettorale che garantisca il raggiungimento degli
obiettivi inizialmente previsti. Noi riteniamo che tale
risultato possa raggiungersi solo con un sistema elettorale a
doppio turno che può essere, inoltre, fruttuosamente
coordinato con un progetto di riforma costituzionale per
l'elezione diretta del Capo del Governo.
Mediante il doppio turno si possono innanzitutto evitare
due limiti dell'attuale sistema, che hanno determinato,
saldandosi, la perpetuazione della frammentazione partitica,
senza nemmeno agevolare la competizione verso il centro.
Con l'eliminazione della quota proporzionale, per giunta
attribuita, alla Camera, con voto separato, infatti, è
possibile recidere la causa della doppiezza dimostrata dai
partiti che, mentre si presentano insieme nella quota
maggioritaria, coltivano la propria identità separata e
autossufficiente in quella proporzionale. Tale contraddizione,
purtroppo, è risultata
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fortemente sbilanciata verso l'identità collettiva, impedendo
che il meccanismo maggioritario - seppure riguardante il 75
per cento dei seggi - consentisse l'elezione di parlamentari
effettivamente sganciati dal condizionamento partitico,
rappresentativi della società civile, legati, più che
dall'appartenenza ad una sigla, dalla fedeltà ad un
programma.
D'altra parte non si può ritenere che la semplice
abolizione della quota proporzionale garantisca un
miglioramento della rappresentanza. Infatti, in un Paese
ancora così frammentato e con una distribuzione
territorialmente diseguale degli insediamenti partitici, il
sistema maggioritario ad un solo turno rischia, da un lato, di
avvantaggiare le soluzioni di tipo localistico e, dall'altro,
di punire quegli elettori che non vogliano avallare candidati
che esprimono una opportunistica coalizione di liste che si
sono "spartite" il territorio nazionale sommando le proprie
distribuzioni di consenso, senza sottoscrivere un programma
comune.
In effetti, data la presenza, ancora rilevante, di una
forte frammentazione partitica, la regola di attribuire
ciascun seggio a colui che abbia ottenuto la maggioranza
relativa rischia di consentire la vittoria a candidati che
rappresentino solo una esigua minoranza degli elettori.
Il doppio turno, invece, che ha già manifestato i suoi
effetti positivi nelle competizioni amministrative per
l'elezione diretta dei sindaci, consentirebbe di evitare
simili rischi, di mantenere in capo all'elettore una scelta
ponderata tra i due candidati che incontrano i maggiori
consensi e, infine, di garantire quella concentrazione della
competizione al centro, senza la quale non sarà possibile la
nascita di due poli programmatici moderni.
Infine, l'articolo 9 della proposta di legge garantisce un
coordinamento con l'auspicabile riforma dell'articolo 92 della
Costituzione, che introduca l'elezione diretta del Primo
ministro. In particolare, la previsione di un obbligo di
collegamento da parte del singolo candidato con il candidato
Premier, consentirebbe di favorire il processo di
polarizzazione della competizione intorno a due schieramenti
nazionali, programmaticamente definiti e selezionati in modo
da garantire la maggiore rappresentatività attraverso un
doppio turno. Solo così i cittadini potranno veramente
eleggere il proprio Governo.
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