| Onorevoli Colleghi! -- Il problema occupazionale è oggi tra
quelli che maggiormente affliggono la società italiana. Il
tema del milione di posti di lavoro entro i prossimi due anni
viene dibattuto ad ogni livello tra fiducia e scetticismo, tra
toni da promesse messianiche ed apostrofi di palese mendacio,
il tutto mentre molte famiglie e moltissimi giovani si
dibattono nella dura lotta del quotidiano. Si ritiene, anche
su istanze provenienti dalla base artigiana del Paese, che un
raddoppio dei limiti dimensionali degli occupati nell'impresa
artigiana, possa favorire la creazione di migliaia di posti di
lavoro in tutta Italia. Ciò in quanto molte imprese
preferiscono bloccare l'espansione della propria azienda ai
limiti di cui all'articolo 4 della legge 8 agosto 1985, n.
443, per non perdere la possibilità di fruire dei benefìci
previsti
per gli artigiani, ma soprattutto per non consegnare le
proprie piccole aziende ai sindacati di sinistra, per non
essere obbligati a non essere più padroni delle proprie
attività, che spesso passano nelle mani di chi gestisce
sindacalmente il personale. Oltretutto tale raddoppio dei
limiti dimensionali, previsti dalla citata legge n. 443 del
1985, determina, nel contempo, una fluidità di mercato che,
pur non riconducendo del tutto al tema delle cosiddette
"gabbie salariali", tiene in debito conto un rapporto
imprenditore-dipendenti collegato alle microrealtà locali
delle varie entità territoriali italiane. L'urgenza della
modifica dell'articolo 4 della legge n. 443 del 1985 nasce
anche dalla necessità, - oltre che della creazione di migliaia
di posti di lavoro nel Meridione, laddove sono numerosissime
le imprese artigiane deliberatamente
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ferme ai limiti dimensionali di cui alla legge in
questione -, di adeguare, dopo circa dieci anni, tali limiti
alle esigenze di ritmi produttivi che, avvalendosi di una
maggiore meccanizzazione per la lavorazione in serie,
necessitano di personale, che, attraverso l'apprendistato,
venga a conoscenza delle innovazioni tecnologiche più
avanzate. Appare pertanto difficile oggi rifiutare una
modifica legislativa che risponderebbe a tre sostanziali
requisiti:
creazione di almeno 50.000 posti di lavoro;
rapporto dei salari alle realtà locali;
introduzione di giovani apprendisti alle conoscenze delle
nuove tecnologie produttive del settore artigiano.
Riteniamo pertanto, onorevoli colleghi, che la modifica
proposta debba essere approvata in tempi assai rapidi per dare
risposte agli artigiani che intendono ingrandire le proprie
aziende senza perdere la qualifica di artigiano, anche per la
tipicità della conduzione aziendale e del lavoro prodotto.
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