| Onorevoli Colleghi! -- Occorre porre rimedio ai guasti
prodotti dagli insediamenti produttivi sull'ecosistema della
valle ed al fiume Bormida in particolare.
La deliberazione del Consiglio dei ministri del 27 novembre
1987, ha dichiarato l'area della Val Bormida "ad alto rischio
ambientale". Tuttavia, l'articolo 7 della legge n. 349 del
1986 stabilisce che tale dichiarazione ha una validità di
cinque anni: pertanto, la deliberazione ha cessato di avere
efficacia nel novembre del 1992.
Dalla dichiarazione di area ad alto rischio di crisi
ambientale emerge con chiarezza che, a prescindere dai confini
della zona così come definiti, la centralità del problema e
della necessità di intervento è
nell'ACNA di Cengio e nell'inquinamento da questa
provocato.
La valle sopporta da cento anni la presenza di questa
azienda, con conseguenze gravissime sulla salute della
popolazione e dei lavoratori stessi. Il tasso di mortalità da
tumore arriva al 60 per cento nella valle contro una media
nazionale del 25 per cento, mentre decine di lavoratori sono
morti in questi anni a causa di malattie tumorali, come il
cancro alla vescica, certamente contratte nel corso della
lavorazione delle sostanze utilizzate e prodotte dall'ACNA.
Il fiume Bormida è morto per tutto il suo corso a valle
della fabbrica e le falde acquifere sono interamente
inquinate.
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Lo stesso terreno sottostante l'ACNA è completamente
impregnato di sostanze nocive, con conseguente continua
percolazione nelle falde acquifere, cosa che rende
impossibile, anche per questo motivo, la bonifica della valle
senza lo smantellamento dell'azienda.
L'ACNA è caratterizzata, come tutti i grandi insediamenti
chimici, da un impatto ambientale essenzialmente riconducibile
ad emissioni di tipo gassoso, liquido e solido. Lo
stabilimento occupa direttamente poco più di 800 addetti e dà
lavoro in modo abbastanza stabile e regolare ad un indotto che
fa salire il numero complessivo degli occupati a circa un
migliaio (si tenga conto che gli occupati del Gruppo
Montedison sono circa 66.000).
E' difficile cercare di assegnare una valenza strategica
alle produzioni dell'ACNA nell'attuale panorama dell'industria
chimica.
Si può iniziare con il dire che i prodotti dell'ACNA sono
ad elevato valore aggiunto, che vi sono degli utili
considerevoli, che c'è una posizione preminente sul mercato e
che la chimica organica di sintesi è, dagli esperti del
settore, considerata appunto strategica, trainante e
proiettata verso il futuro. Ma si deve aggiungere che l'ACNA
ha un fatturato di circa 160 miliardi e che la Montedison ha
un debito finanziario di circa 9.000 miliardi. E' anche in
questo rapporto che la posizione dell'ACNA va valutata ed
interpretata.
Sul complesso dell'impatto ambientale che nell'ACNA trova
origine, gli effluenti liquidi ed il conseguente inquinamento
e morte biologica della Bormida di Millesimo hanno da sempre
assunto un carattere centrale e di grande impatto.
Basta ricordare che l'ACNA preleva, per i propri
fabbisogni, 2.100 Mc/h e che, per stessa ammissione
dell'azienda, il rapporto tra acqua affluente e scarico, per
ben nove mesi all'anno, è al massimo di 1:1, per cui a valle
dello stabilimento non esiste un corso d'acqua in grado di
sopportare il carico inquinante come previsto dalla cosiddetta
legge Merli (legge 10 maggio 1976, n. 319).
L'impianto biologico allestito dall'ACNA si è dimostrato
completamente inadeguato alla definizione di una prospettiva,
anche lontana, di risanamento del fiume, nonostante l'ACNA
dichiari di scaricare secondo i limiti previsti dalla tabella
A della citata legge Merli (ma la cosa non è sempre
verosimile).
Va detto altresì che, come ebbe a dichiarare anche il
Ministro dell'ambiente, "... tra le molteplici sostanze
scaricate dal citato impianto della società ACNA, vi sono
numerose sostanze non comprese tra i parametri specifici e
aspecifici di cui alla tabella A allegata alla legge 10 maggio
1976, n. 319, nonché alcune, quali benzene e derivati
benzenici, aniline, fenoli e piridine, caratterizzate da
elevata tossicità".
Riteniamo l'ipotesi di riconversione degli impianti e delle
lavorazioni dell'ACNA non praticabile. La fabbrica ha
impianti, apparecchi ed architettura industriale specializzati
e finalizzati alle produzioni in essere: credere che con tali
impianti si possano effettuare produzioni diverse, ma
radicalmente diverse e soprattutto non inquinanti, rispetto
alle attuali, è irrealizzabile. In quest'ottica anche la
modifica dei modi di produrre delle sostanze in lavorazione
oggi ci sembra un'ipotesi irrealizzabile.
In quanto all'ipotesi, da più parti ventilata, di
realizzare un ciclo idrico completamente chiuso (presa
d'acqua, utilizzo, depurazione e riutilizzo della medesima),
deve essere chiaro che essa non è in alcun modo una soluzione
che consenta di continuare l'attuale attività. Infatti la
soluzione a ciclo chiuso eliminerebbe l'inquinamento liquido,
ma non quello gassoso e solido; anzi, per quanto riguarda
quest'ultimo si avrebbe un aumento della produzione di fanghi
risultanti dal processo di depurazione, fanghi che dovrebbero
trovare una collocazione in zona e quindi costituirebbero una
ulteriore potenziale fonte di inquinamento.
Sono queste considerazioni che ci portano alla conclusione
che l'ACNA non è compatibile con la valle e tanto più con
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un programma di disinquinamento. La sua chiusura immediata è
condizione per avviare la bonifica ed è quanto proponiamo con
l'articolo 1 di questa proposta di legge.
Per i proponenti il riconoscimento della incompatibilità
ambientale dell'ACNA va di pari passo con la centralità ed
ineludibilità assoluta del problema occupazionale.
Del resto vogliamo ricordare l'articolo 18 della legge 8
luglio 1986, n. 349, istitutiva del Ministero dell'ambiente,
laddove prevede che i responsabili dei danni ambientali ne
paghino anche i costi: nel nostro caso le responsabilità
dell'ACNA vanno al di là di ogni ragionevole dubbio, come
emerge dal punto c) dell'articolo 3 del protocollo
d'intesa regioni-Ministero.
La proposta di legge, infatti, nell'articolo 2, prevede la
rifusione allo Stato, anche tramite l'acquisizione delle aree
e degli impianti, dei danni arrecati e dei
costi sostenuti, da parte delle aziende responsabili.
A nessuno può sfuggire che per poter avviare il processo di
chiusura dell'ACNA si deve dare soluzione al problema della
ricollocazione dei lavoratori attraverso un attendibile piano
per la rioccupazione.
La proposta di legge prevede infatti una serie di misure
atte a rilanciare economicamente la valle, con un apposito
"piano per la rinascita della Val Bormida" predisposto dalle
regioni e supportato da incentivi fiscali (articolo 5) e
misure per attenuare l'impatto sociale della chiusura
dell'ACNA, quali garanzia di reddito per i lavoratori,
prepensionamenti e incentivi alla riassunzione (articolo 4).
Ma soprattutto si prevede (articolo 3) che siano gli stessi
lavoratori ex ACNA ad essere impegnati, tramite la creazione
di una società pubblica, nel lavoro di bonifica della
valle.
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