| Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge
intende attirare l'attenzione su un tema recentemente oggetto
di un rinnovato interesse, ingiustamente ignorato in passato
dal dibattito o sbrigativamente rimosso dalla coscienza
collettiva. Si tratta del problema degli effetti delle
comunicazioni televisive di massa sugli utenti, dei possibili
danni che da essi derivano e delle possibili opportunità che
il mezzo televisivo offre.
Né si può, d'altra parte, ignorare quei soggetti - come ad
esempio i bambini - che appaiono maggiormente esposti a tali
effetti. La condizione di questi mette paradigmaticamente in
luce le potenzialità ed i limiti della televisione, la quale
può svolgere sia una funzione di intrattenimento o di supporto
formativo, sia veicolare a immagini e messaggi verso i quali
l'infanzia non è in grado di opporre sufficienti strumenti
critici.
La presente proposta di legge, pertanto, si muove in
parallelo rispetto alle questioni, oggetto di ampio dibattito
e di precisi impegni programmatici del Governo, relative alla
garanzia della cosiddetta par condicio nell'accesso ai
mezzi di comunicazione a fini di propaganda politica e della
più generale questione del pluralismo radiotelevisivo e
dell' antitrust.
L'intervento che qui si propone mantiene, infatti, una sua
assoluta autonomia anche nell'auspicata eventualità che ai
problemi da ultimo menzionati si possa porre presto rimedio.
Se, infatti, par condicio ed antitrust,
costituiscono riforme indilazionabili per garantire eguali
diritti ai soggetti (collettivi) che sono i partiti e le
imprese schiacciate dal regime oligopolistico, l'obiettivo
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della tutela degli utenti si colloca sul piano,
imprescindibile, delle garanzie individuali, cui ogni
cittadino ha diritto.
Si tratta - si dirà - di tematiche largamente analizzate
dalla letteratura specialistica ed oggetto anche di frequente
divulgazione, tradizionalmente appannaggio di gruppi portatori
di approcci piuttosto integralistici o moralistici. Ci sono,
però, due novità che ci paiono degne di considerazione e che
fanno acquisire all'intera problematica i contorni di una
questione di civiltà, piuttosto che l'apparenza
oscurantistica. Da un lato, va segnalata l'inattesa attualità
tributata a questi temi, sia dalla stampa quotidiana e
periodica che da parte di personalità al di sopra di ogni
sospetto di faziosità e di illiberalità. Intendiamo riferirci
sia ai recenti pronunciamenti avvenuti in sede comunitaria, ma
soprattutto, per l'indubitabile valenza simbolica del fatto,
al recente allarme lanciato, poco prima della morte, dal
grande filosofo Karl Popper. Quest'ultimo ha messo in luce, in
particolare, come la battaglia per una maggiore garanzia degli
utenti televisivi possa essere oggi definita come una
questione liberale a tutti gli effetti. In particolare,
l'illustre autore si è soffermato sull'importanza di
approfondire lo studio degli effetti del mezzo televisivo
sulla formazione della personalità umana, in particolar modo
dei minori, ponendo l'attenzione, con la consueta acutezza,
sul significato del mezzo di comunicazione di massa come il
più potente strumento educativo per veicolare modelli, valori
e stili di vita.
D'altra parte - ed è questa la seconda considerazione - i
progressi tecnici via via più rapidi e sofisticati consentono
oggi di riflettere, probabilmente, su possibili modalità di
contenimento degli eventuali danni del mezzo radiotelevisivo e
di valorizzazione delle potenzialità positive, in modo da
contemperare in maniera assai più equilibrata le esigenze
della libera iniziativa e della libertà di manifestazione del
pensiero, costituzionalmente garantite, con quelle della
tutela della persona la quale, anch'essa, risulta interessata
da un'ampia disciplina costituzionale. E' anche per tali
ragioni che, pur essendo da condividere pienamente le profonde
riflessioni di Popper, sembra peraltro impraticabile, oltre
che fortemente dubbia sul piano della legittimità, la proposta
che formula, di prevedere forme di controllo astratto degli
operatori radiotelevisivi, mediante la previsione di "patenti"
o "brevetti" da attribuirsi in via preventiva ed eventualmente
revocare successivamente.
Ma, nel prospettare un intervento legislativo, non si
poteva non tenere conto della "storia" del dibattito
sull'argomento, la quale, come avviene purtroppo per numerosi
altri temi, influenza la serenità di un possibile confronto,
rischiando di irrigidire pregiudizialmente le posizioni. Né,
d'altra parte, e proprio per la durezza di alcuni scontri del
passato, si può ignorare che l'esame delle problematiche in
questione è stato troppo spesso condizionato da uno scarso
livello di approfondimento, da una utilizzazione polemica ed
interessata dei risultati delle numerose ricerche che, in sede
scientifica, sono pure state svolte.
Si tratta però, ormai, di non protrarre oltre una così
grave lacuna e di procedere, con le dovute cautele, ad
affontare la questione. E' per questo motivo che si è
prescelto un approccio cauto nelle iniziative, ma molto fermo
sul piano dei princìpi. Si è così ritenuto di proporre
l'istituzione di una commissione permanente, composta da
studiosi, con il compito di aggiornare annualmente i cittadini
e le istituzioni interessate sui progressi nella ricerca
sull'argomento, sulle proposte di soluzione di problemi
specifici, sui casi di particolare allarme verificatisi nel
periodo precedente. Contestualmente, però, ed al fine di
agganciarla ai primi risultati dell'indagine della
commissione, si propone di delegare il Governo ad attuare una
prima disciplina che abbia ad oggetto i settori meno
incontroversi sui quali si richiede un intervento secondo
alcuni ben precisi princìpi ispiratori. In particolare, sembra
di poter dire che siano due i versanti estremamente scoperti:
da un lato, quello della disciplina delle forme di
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risarcimento delle violazioni della dignità umana che
risultano previsti dalla stessa Costituzione come casi in cui
la libertà di manifestazione può subire giustificate
limitazioni. D'altro lato, si intende intervenire su un
aspetto particolarmente criticabile della comunicazione
televisiva, i cui danni, anche psicologici, sono
particolarmente studiati. Si tratta delle operazioni
consistenti nella sovrapposi- zione acritica e senza evidente
cesura tra rappresentazioni del reale e rappresentazioni di
fiction, nonché di forme, ancor più condannabili, di
"addomesticamento" della realtà ad esigenze dello
spettacolo.
Queste situazioni, com'è fin troppo evidente, non possono
considerarsi, in alcun modo, garantite dalle norme sulla
libertà di manifestazione del pensiero, proprio perché
costituisce acquisizione ormai pacifica che le falsificazioni
del reale non rientrino tra gli oggetti assistiti dalla tutela
costituzionale.
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