| Onorevoli Colleghi! - La necessità di un'inchiesta
parlamentare sulle responsabilità politiche e manageriali del
dissesto della Finmare risulta dalle cifre della situazione
finanziaria del gruppo, e dall'importanza dei trasporti
marittimi per il nostro Paese.
La struttura economica del nostro Paese fa assumere, per
ragioni oggettive (carenza di materie prime, importazione di
semilavorati, eccetera) un gran peso ai trasporti marittimi.
La flotta Finmare, in particolare per quanto riguarda i
traffici di linea, il trasporto di prodotti per la siderurgia
ed i servizi di collegamento con le isole, ha assolto ad una
funzione strategica per lo sviluppo economico e sociale del
nostro Paese.
L'atavica natura speculativa e la debolezza strutturale
dell'armamento privato italiano non hanno mai consentito ad
esso, pur massicciamente sostenuto dallo Stato, una funzione
analoga. In tutti i passaggi cruciali dell'evoluzione del
trasporto marittimo, dalla "containerizzazione" allo sviluppo
del traffico Ro-Ro, il ruolo della flotta pubblica è
stato insostituibile e trainante.
Il costante passivo della bilancia dei noli indica
l'insufficienza strutturale della flotta nazionale. Tutti i
Paesi europei ed industrializzati sostengono e proteggono le
loro flotte attraverso diversi canali, finanziari o fiscali.
Ciò che andrebbe messo in discussione non è dunque il sostegno
dello Stato a questa attività, da ogni Paese considerata
strategica, quanto piuttosto le forme di tali interventi.
Ma lo stesso discutibile progetto di privatizzazione della
flotta non può avere come premessa un "colpo di spugna" sulle
gravi responsabilità politiche e personali di chi, a diversi
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livelli e con diverse colpe, ha gestito la politica statale
dei trasporti marittimi, la Finmare e le società da essa
controllate.
Non vi è dubbio che il livello dell'indebitamento Finmare
(mutui per 1200 miliardi di lire) è anche fortemente derivato
da scelte errate (quando non "truffaldine") dell'attuale
gruppo dirigente.
Basti pensare alle continue ed ingiustificate
trasformazioni delle navi Tirrenia e a discutibili scelte di
"iperautomatizzazione" per le nuove costruzioni Italia e Lloyd
Triestino, nonché ai vari "balletti" per la costituzione di
nuove società (Interlogistica, Italmar, Viamare), all'azzardo
dell'inserimento nel settore del gas e all'assenza di una
specifica politica economica del settore.
Di tutto ciò si dovrà discutere e qualcuno dovrà rendere
conto.
La finanziaria dell'IRI Finmare ha anticipato, fuori dagli
indirizzi definiti dal Parlamento, processi di dismissione di
attività di cui tutt'oggi sfuggono criteri e obiettivi, dato
che, a fronte di queste operazioni, scarsissimi saranno gli
introiti per le casse dello Stato, mentre già sono evidenti i
gravi danni sul piano sociale e occupazionale.
In particolare appare poco chiaro l'operato delle società
Italia e Lloyd Triestino cui la legge 5 dicembre 1986, n.
856, affidava lo svolgimento dei servizi internazionali di
linea, grazie ad un piano di risanamento che prevedeva
investimenti per nuove navi, prepensionamenti del personale
eccedente, contributi di avviamento.
I piani della legge n. 856 del 1986 non sono stati
realizzati; le navi Europa ed Africa sono state
vendute a compagnie concorrenti per poi essere rinoleggiate;
si sono create nuove aziende (Italmare e Interlogistica) di
cui è oggi evidente l'inutilità ed il peso economico.
Vi è poi l'operazione Sidermar, di cui Finmare è azionista
di maggioranza, che vede avviata la scissione dell'azienda in
tre diverse società, finalizzata alla vendita delle stesse.
Questa operazione, che di per sé è in contrasto con la
notoria tendenza dell'armamento internazionale alle forti
concentrazioni che consentono la realizzazione sia di economie
di scala, sia di una struttura della flotta e dell'assetto
finanziario in grado di meglio affrontare la competizione,
viene realizzata con un'evidente sottovalutazione dei beni e
delle navi (alcune delle quali di recente costruzione e di
tipologia speciale), fatto che prefigura non una vendita ma
una vera e propria "regalia" a favore di acquirenti privati:
ciò non va certo a beneficio del bilancio dello Stato.
Va sottolineato che la società Sidermar ha chiuso il
bilancio 1992 con un utile di oltre 4 miliardi di lire. E già
le navi Lupus e Draco, analogamente a quelle del
Lloyd Triestino, sono state vendute a terzi per essere poi
rinoleggiate per un periodo di dieci anni.
Da questo quadro muovono serie preoccupazioni per la
tenuta occupazionale del gruppo.
Sono anche inevitabili alcuni dubbi su indirizzi che
portano ad una vera e propria svendita della flotta pubblica
(per altro, come nel caso Sidermar, in attivo), ove è
difficile intravedere una minima strategia in favore di
interessi generali. Emerge un contesto in cui le commistioni
di interessi pubblici con interessi privati del
management sono inquietanti. Ed ancora più inquietante è
la mancanza da parte del Governo di una politica di settore
che renda quanto meno comprensibili le scelte di dismissioni
che stanno per essere compiute.
Va pertanto chiarito:
se le scelte autonomamente compiute dalla Finmare
possono essere considerate compatibili con gli orientamenti
governativi e, comunque, con finalità di interesse
generale;
se non sia opportuno bloccare l'operazione di scissione
e vendita della Sidermar finché non siano chiariti tutti i
termini dell'operazione attuale, così come di quelle passate,
rendendo trasparente l'utilizzo delle risorse derivanti dalla
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vendita all'estero di Lupus e Draco a fronte dei
costi affrontati dalla Sidermar per rinoleggiare le suddette
imbarcazioni;
quali siano le motivazioni che non hanno permesso di
portare a termine i piani previsti dalla legge n. 856 del 1986
da parte delle società Italia e Lloyd Triestino e quali siano
gli obiettivi della conseguente operazione di vendite di
alcune navi di proprietà sociale alla compagnia concorrente
M.S.C. di Ginevra.
E' bene considerare inoltre che la procura della
Repubblica di Roma ha avviato un'indagine preliminare sulla
vendita di otto navi, cedute nel corso dell'ultimo quinquennio
dalla Finmare, per l'appunto, alla Mediterranean Shipping
Company, una società svizzera che fa capo all'imprenditore
Gianluigi Aponte. Tali navi, prima di essere consegnate, o in
tempi recenti erano state oggetto di costosissimi lavori di
ristrutturazione.
Inoltre, non si può non segnalare il fatto che, mentre le
porta container Europa e Africa, due turbonavi da
27.836 tonnellate di stazza lorda, venivano vendute dal Lloyd
Triestino a 4 miliardi di lire ciascuna, un'altra società
pubblica, l'Italia (parimenti del gruppo Finmare), questa era
impegnata in acquisti di navi usate sul mercato estero.
Si fa presente che nel 1990 la Finmare aveva venduto alla
Mediterranean Shipping Company due navi della società
Italia, le turbonavi Italica e Americana a prezzo
di rottame, circa 1,5 miliardi di lire l'una, salvo
rinoleggiarle subito dopo dalla compagnia svizzera.
E' difficile capire le motivazioni di questo bazar
di svendite, acquisti, noleggi, trasformazioni e
intermediazioni all'interno del gruppo Finmare.
Solo da questi brevi cenni emerge l'esigenza di fare luce
sulla materia. Svolgere questa inchiesta rappresenta un
elementare impegno di giustizia nei confronti dei dipendenti
del gruppo, che vedono oggi in forte pericolo il loro posto di
lavoro, nonché nei confronti dei cittadini utenti. Nessuno
deve poter sfuggire alle proprie responsabilità.
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