| Onorevoli Colleghi! - La piscicoltura italiana,
costituita da oltre mille allevamenti, da una produzione lorda
vendibile superiore a 440 miliardi l'anno e da 15.000 addetti
compreso l'indotto, con una produzione che nel 1994 ha
superato le 55.000 tonnellate, ha visto, in questi ultimi
anni, aumentare sensibilmente i propri trends produttivi
grazie all'ottimizzazione dei mangimi, al miglioramento della
situazione sanitaria e all'introduzione delle nuove
tecnologie.
Il comparto, nel suo complesso, si presenta come una
realtà produttiva di rilievo, vivace nella sua evoluzione, ed
ha fatto registrare una continua espansione. Secondo la più
recente indagine disponibile, degli oltre mille allevamenti
ittici operanti nelle acque interne dolci o salmastre, 589
sono impianti di allevamento di trota, 193 pescigattocolture,
135 anguillicolture, 64 allevamenti di specie ittiche
eurialine, 10 di storione e 55 allevamenti di altre specie. I
589 impianti di trote risultano così suddivisi: 166 nel
Veneto, 122 in Lombardia, 57 in Trentino-Alto Adige, 87 in
Friuli-Venezia Giulia, 57 in Piemonte. Da rilevare che dal
1990 ad oggi non si è registrata alcuna significativa
variazione degli impianti di troticoltura. L'intera produzione
di trote ha superato complessivamente nel 1994 le 45.000
tonnellate ed è essenzialmente localizzata nel Nord del Paese,
dove è stato censito il 75 per cento degli impianti. Il 20 per
cento ed il restante 5 per cento sono localizzati
rispettivamente nel Centro e nel Sud del Paese. Nell'ordine,
la regione che produce più trote è il Friuli-Venezia Giulia
(27-28 per cento), seguita dal Veneto (23-24 per cento),
Lombardia (18 per cento), Abruzzo (6 per cento), Piemonte,
Trentino-Alto Adige. Complessivamente queste regioni
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rappresentano oltre i quattro quinti della produzione
nazionale. La troticoltura, compreso il prodotto trasformato
fresco esprime una produzione lorda vendibile valutabile
intorno ai 220-230 miliardi. Gli allevamenti di specie
eurialine, hanno fatto registrare in questi ultimi anni un
vero e proprio boom. Infatti la produzione nazionale di
branzini, spigole e orate è passata dalle 900 tonnellate del
1990 ad oltre 4.000 tonnellate del 1994, provenienti
soprattutto da impianti a terra. Il settore risente della
forte concorrenza di analoghe produzioni di provenienza
mediterranea, in particolare dalla Grecia, che hanno
individuato nel mercato italiano il principale punto di
riferimento per le produzioni di specie eurialine. Questo
stato di cose comporta non poche difficoltà per gli operatori
nazionali del comparto, che si trovano a dover operare in una
situazione di mercato caratterizzata da estrema competitività
e quindi devono attuare iniziative volte ad un sensibile
contenimento dei costi di produzione. Per quanto riguarda
l'anguillicoltura nel 1994 sono stati censiti 135 impianti
ubicati prevalentemente nel centro-nord, mentre la produzione
di questa specie oscilla mediamente, a seconda degli anni,
intorno alle 2.700 tonnellate. Il mercato nazionale registra
interesse per l'anguilla solo stagionalmente e per brevi
periodi dell'anno. Il livello dei prezzi franco allevamento
rilevati nel periodo 1993-1994 è oscillato dalle 11.700 alle
13.000 lire per il buratello e dalle 14.500 alle 17.000 lire
per il capitone. Questi dati risultano sostanzialmente
identici alle quotazioni rilevate nel corso degli anni
precedenti. Non vi è stato quindi un allineamento dei prezzi
franco allevamento delle anguille all'aumento dei costi di
produzione derivanti dal processo inflattivo e dalla
svalutazione della lira, i cui contraccolpi si sono fatti
sentire soprattutto nei prezzi del materiale da semina, oramai
tutto d'importazione, e dei mangimi. Bisogna infine tenere
conto che la produzione di anguille in allevamento intensivo
in Europa, unita al prodotto del semintensivo italiano
(vallicoltura) e della pesca del bacino mediterraneo e del
nord Europa, copre a sufficienza una domanda relativamente
ridotta, legata soprattutto ad usi alimentari stagionali. Per
quanto riguarda la pescigattocoltura, si tratta di un'attività
di allevamento generalmente effettuata in semintensivo, tipica
della pianura padana. Da alcuni anni anche l'allevamento del
pescegatto si è andato specializzando soprattutto attraverso
l'introduzione del cosiddetto pescegatto americano, una specie
che dimostra avere migliori requisiti rispetto al pescegatto
comunemente allevato, in relazione soprattutto alla
possibilità di essere lavorato e trasformato in modo del tutto
simile alla trota. Per quanto riguarda infine la
storionicoltura, si tratta di un tipo di allevamento che si è
sviluppato soprattutto in Lombardia e la produzione nazionale
può considerarsi oramai attestata intorno alle 400 tonnellate
l'anno.
Non mancano comunque le zone d'ombra e queste derivano
essenzialmente da una gracilità strutturale delle imprese del
comparto e da una serie di fattori di natura prevalentemente
internazionale che limitano virtualmente le possibilità di
ulteriore sviluppo e di consolidamento dei risultati a
tutt'oggi acquisiti da questo settore. In un contesto quindi,
caratterizzato da una forte competitività e da una sempre più
accentuata internazionalizzazione dei flussi commerciali, le
imprese della piscicoltura italiana si trovano ad operare in
condizioni molto spesso di svantaggio rispetto ai concorrenti
comunitari e non.
E' poi da rilevare come il comparto risenta negativamente
dell'attuale particolare situazione economica nazionale, della
diminuita competitività rispetto ai Paesi terzi e
dell'esigenza di adeguarsi rapidamente alle normative
comunitarie che disciplinano sotto l'aspetto sanitario
l'attività di piscicoltura. Detti fattori di crisi
risulteranno inalterati in futuro in mancanza di adeguate
iniziative volte ad affiancare e supportare le imprese del
settore nella gestione delle complesse problematiche
tecnico-produttive ed anche commerciali.
Con la presente iniziativa si intende, pertanto, proporre
un intervento a favore del settore superando una legislazione,
stratificata negli anni, che distingue tra piscicoltura
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praticata nelle acque marine e piscicoltura nelle acque
interne. Detta differenziazione deriva dalla diversa
ripartizione della competenza tra Stato e regioni che fa
ricomprendere l'acquacoltura nelle acque marine nel Piano
nazionale della pesca (legge 17 febbraio 1982, n. 41) mentre
lascia alla disciplina regionale la piscicoltura nelle acque
interne. La recente unificazione delle competenze a livello
centrale (ricondotta principalmente al Ministero delle risorse
agricole, alimentari e forestali) ed il riconoscimento
esplicito dell'acquacoltura nelle acque interne come attività
agricola (legge 5 febbraio 1992, n. 102) non hanno ancora
condotto all'unificazione degli interventi statali in materia,
nonostante la Comunità europea non ponga distinzioni
all'interno dell'acquacoltura (si veda da ultimo il
regolamento CEE n. 2082/93 del Consiglio del 20 luglio 1993,
concernente lo strumento finanziario di orientamento della
pesca): per ammissione del Ministero competente le azioni
dirette al sostegno e sviluppo dell'acquacoltura da realizzare
anche attraverso programmi nazionali o interregionali
cofinanziati finiscono per sovrapporsi al Piano nazionale
della pesca (si veda, in proposito, il primo aggiornamento del
programma quadro del Piano agricolo nazionale). Si rende,
pertanto, necessaria la presente iniziativa volta ad estendere
le norme del Piano triennale della pesca marittima e
dell'acquacoltura nelle acque marine e salmastre
all'acquacoltura praticata nelle acque interne.
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