| La Camera,
premesso che:
il 16, 17, 18 febbraio 2001 il quotidiano La
Repubblica ha pubblicato una documentata ricostruzione
dell' affaire Telecom Italia-Telekom Serbia;
la smentita del Ministro degli affari esteri Dini,
pubblicata da La Repubblica del 16 febbraio 2001 ("Non
mi sono mai occupato, né nessuno mi ha mai parlato di questo
affare.... Lo appresi a contratto firmato, dai giornali")
appare francamente incredibile, considerato che si trattò di
una gigantesca transazione internazionale tra due aziende di
Stato, operanti per giunta in un settore strategico. Peraltro
il ministro Dini ha successivamente dichiarato alla Camera dei
deputati, contraddicendosi palesemente: "Le fonti di
informazione del ministero degli affari esteri furono
essenzialmente i giornali serbi, in particolare Nin e
Nasaborba, che ne parlarono nel febbraio del 1997, e le
indicazioni di massima che la stessa Stet fornì, sempre nel
febbraio del 1997, alla nostra direzione generale degli affari
economici. Che l'informativa - e soltanto l'informativa - ci
fosse pervenuta nel corso delle ultime fasi del negoziato
emerge chiaramente da una comunicazione del nostro
ambasciatore a Belgrado che nel febbraio del 1997 faceva stato
di voci che egli riferiva con riserva circa l'eventuale
conclusione dell'acquisto da parte della Stet di una quota
dell'ente serbo delle telecomunicazioni".
lo stesso onorevole Dini, di fronte ad un rapporto
della Cia dell'aprile 1999 che sollevava la questione
dell'affare Telecom, accusò l'agenzia americana di "cercare di
screditare chi sostiene a volte posizioni negoziali diverse da
Washington";
tale transazione è stata compiuta in ispregio della
posizione internazionale ufficiale dell'Italia, quasi ponendo
in essere una opposta e dissimulata linea strategica nei
confronti della ex Jugoslavia;
la transazione stessa non sembra essere stata dettata
dagli interessi economici dell'Italia, anche a prescindere dai
diritti degli azionisti, ma dal perseguimento di occulti
interessi politici, sotto la spinta di forti pressioni
lobbistiche;
il sospetto che la transazione nascondesse anche
tangenti a favore di vari soggetti variamente implicati o a
vantaggio personale del dittatore comunista Milosevic oppure
celasse comunque un indiretto aiuto al rafforzamento del suo
regime, fu chiaramente prospettato da importanti organi di
stampa e da autorevoli parlamentari mediante interrogazioni e
dichiarazioni coeve alla nascita del primo Governo D'Alema;
la ridda di voci, accuse, smentite, precisazioni,
innescate dagli articoli de La Repubblica e coinvolgenti
ormai le più alte cariche italiane e serbe, è tale da chiamare
pesantemente ed intollerabilmente in causa la credibilità, se
non addirittura la moralità, del Governo italiano e del suo
Ministro degli affari esteri;
l' affaire ha ormai assunto rilievo penale, dal
momento che la procura della
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Repubblica di Torino starebbe indagando per falso in
bilancio, corruzione e peculato, giacché i dirigenti della
Telecom erano effettivamente pubblici ufficiali o almeno
incaricati di pubblico servizio ed il denaro impiegato
nell'operazione era denaro pubblico, nonché di azionisti
privati;
le polemiche non riguardano solo l'Italia, ma anche la
Grecia, che tramite l'Ote acquistò insieme a Telecom Italia il
49 per cento di Telekom Serbia, subordinandosi però alla
trattativa gestita in termini sostanzialmente privatistici dal
dittatore Milosevic e dal direttore generale di Telecom
Italia, Tomaso Tommasi di Vignano;
sono già state disposte dalla magistratura torinese le
rogatorie per accedere ai conti della Paribas di
Francoforte e della Barclays Bank di Londra, dove furono
accreditati rispettivamente circa 16 milioni di marchi
tedeschi a beneficio della banca Nestatw securities
limited e circa un milionesettecentomila marchi alla
Weil Gotshall e Manges: tutto denaro versato dalla
Stet, la finanziaria pubblica dell'Iri che controllava Telecom
prima della privatizzazione, benché, stando al comunicato
della Presidenza del Consiglio dei ministri del 22 febbraio
2001, non vi fosse "alcuna competenza diretta del consiglio
d'amministrazione della Stet in ordine all'acquisizione",
effettuata, secondo lo stesso comunicato, da Stet
InternationalNetherlands, società di diritto olandese
controllata da Stet International a sua volta
controllata da Stet Società Finanziaria
Telefonica, all'epoca posseduta com'è noto dall'Iri,
controllato dal ministero del tesoro, del bilancio e della
programmazione economica: dunque fu utilizzata una società
d'infimo livello per portare a termine un'operazione di
primaria importanza e d'eccezionale impatto sulla politica
estera italiana;
sui suddetti conti bancari la greca Ote avrebbe
versato altro denaro e per tale versamento starebbero
indagando i giudici di Atene;
l' Espresso del 7 dicembre 2000, anticipando di
settanta giorni La Repubblica, pubblicò un lungo
articolo nel quale ricordava che i dettagli dell'acquisto
della quota di Telekom Serbia erano stati concordati il 15
gennaio 1997 in un incontro riservato, tenuto a Belgrado tra
il direttore generale della Telecom, Tomaso Tommasi di Vignano
(che appena due settimane dopo sarà nominato amministratore
delegato al posto di Ernesto Pascale) e Milosevic;
al vertice di Rambouillet il segretario di Stato Usa,
signora Albright, diede al ministro Dini dell'"Oudini dei
serbi", accusandolo di scambiare documenti con la delegazione
di Belgrado;
Boris Tadic, attuale Ministro delle telecomunicazioni
serbo, ha dichiarato che "le trattative furono a tal punto
nascoste agli occhi dell'opinione pubblica che perfino oggi
facciamo fatica a recuperare informazioni sui momenti chiave
della vicenda"; e inoltre che "Milosevic utilizzò il denaro
incassato con Telecom per mantenere la pace sociale. E lo
spese fino all'ultima moneta. Oggi nelle nostre casse non è
rimasto un solo marco del miliardo e 568 milioni di marchi
incassati allora (circa 1.568 miliardi di lire)";
secondo lo stesso Tadic, inoltre, sarebbero numerose
le prove o gli esempi di corruzione tuttora in atto attraverso
le forniture alla Telekom Serbia da parte di Telecom Italia,
che riservatamente lo avrebbe messo a parte di "timori per
l'incolumità personale dei manager italiani presenti a
Belgrado";
risulta avviata dal Governo di Belgrado un'inchiesta
ufficiale sui possibili comportamenti finanziari scorretti di
Telekom Serbia. L'inchiesta durerà un mese, ed alla fine il
Governo serbo non esclude di chiedere un arbitrato
internazionale. In proposito, il vice premier serbo Vuk
Obradovic, che è anche capo della commissione di controllo
delle privatizzazioni nelle imprese di Stato, ha dichiarato
che saranno esaminate attentamente tutte le procedure per
questa privatizzazione e verranno resi pubblici "molto presto
tutti gli atti criminali nel settore economico e finanziario
serbo negli ultimi dieci anni";
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in una dichiarazione, rilasciata il 19 febbraio 2001,
l'europarlamentare onorevole Benedetto della Vedova ha
affermato: "Il 14 dicembre del 1998, durante il dispiegamento
delle forze di Milosevic in Kosovo (amministratore delegato di
Telecom Italia è Franco Bernabé, presidente Bernardino
Libonati: siamo in piena gestione Ifil del gruppo delle
telecomunicazioni), all'assemblea degli azionisti, insieme con
Gianfranco Dell'Alba, chiedo formalmente conto della
partecipazione in Telekom Serbia, partecipazione, dico, che
rappresentava una gravissima compromissione della società con
il regime di Milosevic e che poteva creare un grave danno a
una azienda internazionalizzata come Telecom. Bernabé non
proferisce parola sull'argomento e Libonati cerca
continuamente di interrompermi affermando che non si trattava
di questioni inerenti all'azienda. Erano così poco "inerenti
all'azienda", che nel bilancio dell'anno successivo del gruppo
telefonico, il 1999, la partecipazione in Telekom Serbia viene
valutata in appena 200 milioni di dollari (circa 400 miliardi
di lire), contro i 900 miliardi del costo dell'accordo
concluso un anno prima";
la vicenda Telecom Italia-Telekom Serbia dimostra che
la cosiddetta diplomazia degli affari può procurare anche
cattivi affari e peggiore politica, e talvolta affondare nella
corruzione e nell'intrigo perché il fatto di finanziare
Milosevic, quando il regime era alla bancarotta, ricavandone
discredito e danno, costituisce una gravissima responsabilità
per i Ministri implicati e per il Governo di cui facevano
parte:
impegna il Governo
al di là delle comunicazioni rese il 28 febbraio 2001 e
alla luce del dibattito seguitone, a presentare immediatamente
alla Camera dei deputati una relazione scritta che precisi
quanto segue:
1) per quali ragioni un'operazione di così grande
portata economica e di così gravi implicazioni politiche sia
stata affidata, come hanno ammesso il Presidente del Consiglio
dei ministri ed il Ministro del tesoro, del bilancio e della
programmazione economica alla Stet International
Netherlands, società di diritto olandese controllata da
Stet International spa, a sua volta controllata da Stet
Società Finanziaria Telefonica, all'epoca controllata dal
ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica e successivamente fusa con Telecom Italia";
2) chi furono i percettori finali dei versamenti
effettuati dalla Stet sui conti della Paribas di
Francoforte e della Barclays Bank di Londra, a quale
cifra ammontavano esattamente ed a quale titolo furono
realmente disposti;
3) quali attività svolse la Ubs di Zurigo ed in base a
quali elementi, in veste di advisor, avrebbe stimato in
circa 900 miliardi di lire il valore, sicuramente inferiore,
del 29 per cento di Telekom Serbia acquistato da Telecom
Italia;
4) se è vero che tale partecipazione sia stata iscritta
in bilancio per 400 miliardi di lire, cioè meno della metà, e
per quali motivi;
5) l'ammontare esatto delle somme sborsate direttamente
o indirettamente, a qualsiasi titolo (per esempio: prezzo,
consulenze, mediazioni, cambio, tasse) da Stet e/o da Telecom
per l'acquisizione di Telekom Serbia e se le cifre stesse
corrispondano a quelle iscritte a fronte nei bilanci Stet e
Telecom;
6) per quali ragioni l'amministratore delegato di
Telecom Italia, Tomaso Tommasi di Vignano, firmatario
dell'acquisto di Telekom Serbia, disattese il rapporto della
società di revisione Coopers e Lybrand che bocciò il
primo bilancio della Telekom Serbia "privatizzata" perché vi
si sovrastimavano gli utili e il capitale;
7) se debba considerarsi, secondo le affermazioni di
Tomaso Tommasi di Vignano, "una normale commissione per una
prestazione professionale" la parcella di 960 mila marchi
riconosciuta al conte
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Gianni Vitali "compagno di caccia di Milosevic", come
rivelato dal Wall Street Journal;
8) se esistano davvero delle clausole segrete del
contratto Telecom Italia-Telekom Serbia, rientranti in un giro
di tangenti europee ideato dal regime di Belgrado nel 1997,
come confermato dal giornale spagnolo La Vanguardia;
quale sia il loro eventuale contenuto; se e per quali motivi i
responsabili di Stet e Telecom le abbiano celate non solo agli
organi societari, ma anche ai Ministri competenti e
controllanti;
9) il ruolo svolto da Dyocilo Maslovaric, intermediario
dell'affare Telecom al tempo in cui era ambasciatore di
Milosevic presso la Santa Sede, ma già interrogato dalla
magistratura italiana;
10) se risponde a verità che il Governo di Belgrado pose
il segreto di Stato sul contratto di vendita e quali ne furono
i motivi che sicuramente dovettero essere notificati al
Governo italiano;
11) se corrisponde a verità quanto dichiarato dall'ex
ambasciatore jugoslavo presso il Vaticano, Maslovaric, secondo
cui la tangente di 32 miliardi sarebbe stata pagata dai serbi
a consulenti inglesi, mentre gli italiani "hanno pagato la Ubs
svizzera";
12) a chi si riferiva il presidente yugoslavo Milosevic,
quando affermò, che il denaro della tangente fu destinato "a
quei mafiosi di italiani". Circostanza questa ribadita,
secondo indiscrezioni di stampa, dal Maslovaric nel corso del
menzionato interrogatorio;
13) se risulta agli atti della Presidenza del Consiglio
dei ministri o dei ministeri competenti o dell'Iri o della
Telecom una qualche documentazione scritta, di qualsiasi
natura, comprovante, come dovuto per legge, che la Telecom e/o
la Stet informarono le autorità di Governo e se ne ricevettero
eventuali risposte;
14) come hanno potuto i responsabili politici e
amministrativi, che avrebbero dovuto essere informati,
chiamarsi fuori dalla vicenda, rendendo le seguenti
dichiarazioni, sorprendenti alla luce dei fatti:
Tomaso Tommasi di Vignano (amministratore delegato di
Telecom): "Di tangenti, di beghe internazionali, di problemi
interni della Serbia, io non so assolutamente nulla. Ho
condotto una trattativa molto complessa durata circa tre anni
e mezzo e della quale ho sempre reso conto a chi di dovere...
Io non ho mai parlato dell'operazione con Dini, ma con il
ministero degli affari esteri inteso come struttura";
Lamberto Dini (Ministro degli affari esteri): "Noi della
Farnesina siamo completamente estranei. Né io né il ministero
ci siamo occupati di queste cose. Sono assolutamente
all'oscuro. L'ho saputo dai giornali, a contratto firmato e me
ne rallegrai ... Sono cose che possono chiarire solo i
Ministri dell'epoca. Io posso parlare per me, non di
altri";
Guido Rossi (Presidente di Telecom): "Sono
sconcertato";
Romano Prodi (Presidente del Consiglio dei ministri): "Non
risulta che sia mai stata presentata un'interrogazione a
riguardo ... Confermo che agli atti non mi risulta alcuna
interrogazione giacente perché a me risultava evasa";
Antonio Maccanico (Ministro per le riforme istituzionali):
"All'epoca dei fatti non avevo nessuna competenza nel settore
telefonico né me ne sono mai occupato";
Piero Fassino (Sottosegretario agli affari esteri):
"Dell' affaire Telekom Serbia non ho mai saputo nulla, se
non dai giornali";
Enrico Micheli (Sottosegretario alla Presidenza del
Consiglio dei ministri): "Non ho mai ricevuto notizia o
qualsivoglia comunicazione dell'acquisizione di una quota di
Telekom Serbia da parte di Stet International
Netherlands, trattandosi di una questione di carattere
aziendale, che come tale esulava totalmente dal mio ruolo e
dalle mie competenze".
(1-00513)
"Pisanu, Selva, Pagliarini, Follini, Volontè".
(28 febbraio 2001)
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