| Onorevoli Colleghi! - Il ventiseiesimo rapporto del
Centro studi investimenti sociali (CENSIS) sul tema "Governare
le risorse umane" ha fotografato gli attuali esuberi
occupazionali: circa 660.000 nel comparto privato e quasi
400.000 in quello pubblico.
Nell'industria privata ed in quella a partecipazione
statale è in atto un vero e proprio smantellamento delle
attività produttive, con conseguente chiusura di aziende o di
settori di attività, specie nei comparti siderurgico,
meccanico, tessile, agro-alimentare, del commercio, del
credito, dei trasporti, delle assicurazioni,
dell'informatica.
Le lavorazioni cessano, oppure vengono trasferite in paesi
comunitari o extracomunitari: tanto per fare un esempio
recente, ricordiamo che la Lubiam di Mantova ha deciso di
trasferire parte delle lavorazioni in Tunisia, mentre la
Confindustria non manca di ripetere ad ogni occasione che il
costo del lavoro è alto e che una possibile alternativa alla
chiusura è proprio quella di spostare le unità produttive dove
il fattore lavoro ha una incidenza sul prodotto finito tale da
consentire all'impresa di continuare a vivere, riacquistando
competitività, anche a costo di diminuire o di azzerare posti
di lavoro.
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Tra le imprese ove le possibilità di lavoro sono andate
perdute ricordiamo soltanto la Maserati di Milano-Lambrate e
la Olivetti di Crema, i cui addetti stanno vagando tra la
cassa integrazione, la mobilità ed un futuro da inventare.
Non è azzardato ritenere che l'Italia sia avviata sulla
strada di una deindustrializzazione, che diviene sempre più
accelerata ogni giorno che passa, cosicché lo spettro di una
crisi come quella del 1929 pare affacciarsi sul nostro Paese
in modo sempre più minaccioso.
Ricette miracolose non ce ne sono, anche se è ovvio che il
costo del denaro va ridotto nell'immediato, che la ripresa
necessita di investimenti per la riconversione industriale,
che l'energia ben difficilmente potrà essere prodotta in tempi
brevi a basso costo, che i servizi alle imprese latitano, che
i poli tecnologici da noi inesistenti sono invece in piena
attività nelle aree limitrofe di Lione e della Baviera, le cui
amministrazioni locali hanno pronta e spedita competenza nei
settori produttivi. Nonostante ciò è possibile effettuare un
tentativo in extremis per rallentare la corsa verso il
"precipizio", agendo sul costo del lavoro o, meglio, sugli
oneri sociali impropri a carico delle imprese.
Prima di esaminare questo aspetto, vogliamo ricordare come
il mercato delle merci e quello del lavoro si stiano
internazionalizzando. Dal terzo mondo arrivano in Italia
centinaia di migliaia di disperati i quali hanno imparato che
da noi è possibile sopravvivere elemosinando le mille lire ai
semafori. In compenso, verso il terzo mondo emigrano le
attività manifatturiere sia a basso contenuto professionale
(confezioni) sia ad alto contenuto professionale
(componentistica elettronica).
Il punto di rottura è vicino e qui si innesta la nostra
proposta.
Seguendo questo ragionamento vediamo che nel corso degli
ultimi decenni sono state introdotte due leggi sciagurate: le
leggi 13 maggio 1988, n. 153, e 14 febbraio 1963, n. 60. La
prima pone a carico dei datori di lavoro un contributo in
favore della Cassa unica assegni familiari pari al: 6,2 per
cento per le imprese dell'industria e dei servizi; 4,15 per
artigiani e commercianti; 4,15 per cento per le imprese
agricole; 2,75 per le imprese di pesca; 4 per cento per le
altre cooperative ed i loro consorzi.
Per i datori di lavoro questi contributi si traducono in
esborsi pesanti, in cambio di qualche isolato beneficio per
taluni lavoratori (consideriamo che perdono il diritto
all'assegno i lavoratori con reddito superiore a 18.956.000
lire lorde annue ed un figlio, oppure con reddito superiore a
30.327.000 lire lorde e due figli). Un calcolo approssimativo
dimostra che solo un quinto dei lavoratori percepisce un
assegno che va dalle 20.000 alle 90.000 lire mensili.
In compenso il datore di lavoro versa un contributo che è
pari a 62.000 lire per ogni milione di retribuzione lorda
corrisposta a ciascun dipendente. Sarebbe sicuramente più
conveniente per lui sostituirsi alla Cassa unica per gli
assegni familiari (CUAF) nell'erogazione dell'assegno a coloro
che beneficiano dell'attuale normativa.
La seconda legge aveva imposto ai datori di lavoro ed ai
loro dipendenti un sacrificio pari all'1,05 per cento del
monte-salari, per la costruzione di fantomatiche "case per
lavoratori".
Il Governo Amato aveva più volte sottolineato come la
rinuncia a qualcosa da parte di tutti consentisse di evitare
danni considerevoli alla comunità. Infatti il cittadino è
stato invitato a pagarsi la "salute", compresi medico di
famiglia, medicine, analisi, visite specialistiche, ad andare
in pensione più tardi in modo da gravare sugli istituti
pensionistici per un periodo inferiore, a corrispondere allo
Stato l'affitto per l'alloggio acquistato in proprietà (tra
ICI e IRPEF si supera il 100 per cento del reddito catastale,
mediamente lire 1.500.000 l'anno).
Le iniziative prese dal Governo Amato per "fronteggiare la
crisi" l'hanno in realtà aggravata in quanto l'esosa
tassazione ha depredato e spaventato le famiglie che hanno
tagliato i propri consumi, cosicché si è ridotta (o meglio si
è congelata) la domanda interna, si è cominciato a produrre di
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meno, si sono estromessi i lavoratori in soprannumero, fino ad
arrivare alla situazione odierna.
Il Governo Amato, nel luglio 1992, concluse con i
sindacati un accordo per la riduzione di un punto del costo
del lavoro, mediante il taglio dello scatto dell'indennità di
contingenza di novembre, l'abolizione dell'istituto
indicizzato e la sua sostituzione con una cifra fissa fino ad
un successivo accordo.
Questa operazione è stata pubblicizzata come "il
toccasana" per l'economia italiana, ma come abbiamo precisato
sopra, la riduzione del costo del lavoro è limitata ad un
punto.
La nostra proposta di legge, invece, prevede la riduzione
del costo del lavoro mediante la soppressione del contributo
per gli assegni al nucleo familiare. Per quanto riguarda il
contributo GESCAL è intervenuto il comma 24 dell'articolo 3
della legge 8 agosto 1995, n. 335, di riforma delle pensioni,
in conseguenza del quale è residuato, a tale titolo, solo un
contributo di 0,35 punti percentuali a carico del datore di
lavoro fino al 31 dicembre 1998. Tale residuo contributo va
soppresso.
Qualche ulteriore decimo di punto è raggiungibile con
l'abolizione del contributo in favore dell'ENAOLI (Ente
nazionale assistenza orfani dei lavoratori italiani) che, già
nel 1976, nell'enciclopedia dei diritti previdenziali veniva
definito "un inutile carrozzone che dovrebbe essere sciolto e
le cui competenze dovrebbero essere trasferite alle
regioni".
Eliminando gli oneri sociali in favore di queste gestioni
inutili o addirittura parassitarie otterremmo una riduzione
superiore a quella decisa mediante il patto congiunto
Governo-sindacati del luglio 1992.
L'alternativa a questa riduzione del costo del lavoro è
l'incremento del numero di lavoratori cassintegrati od in
mobilità, comunque da sostenere economicamente, ricorrendo a
nuove emissioni di titoli pubblici, i cui interessi si
pagheranno con l'ulteriore aumento della pressione fiscale.
La deindustrializzazione non sempre costituisce un fatto
spontaneo congiunturale ma spesso è provocata dalla mancanza
di interventi appropriati che ritocchino il costo del lavoro,
senza gravare sui livelli d'occupazione.
Ulteriori riduzioni degli oneri sociali sarebbero
possibili introducendo la capitalizzazione del sistema
pensionistico, ma questo è solo programmabile e non
immediatamente eseguibile.
Veniamo ora alla parte cosiddetta "risarcitoria" per
quanto riguarda gli assegni per il nucleo familiare: nella
nostra proposta è ancora il datore di lavoro a corrispondere
al dipendente l'assegno per il nucleo familiare nella misura
attualmente in vigore, rivalendosi "fino a completa capienza"
sull'IRPEF da versare allo Stato per conto del dipendente, e
maturando oltre il predetto limite di "capienza" un credito
d'imposta IRPEF o IRPEG.
Il meccanismo sembrerebbe esiziale per le casse erariali
ma non lo è in quanto è esiguo il numero di coloro che
percepiscono gli assegni per il nucleo familiare: d'altra
parte dobbiamo considerare che se non si riesce subito a
ridurre significativamente il costo del lavoro gli interventi
assistenziali comporteranno per l'INPS (e quindi per lo Stato)
un sacrificio di gran lunga maggiore.
Dobbiamo spezzare la spirale al ribasso dei livelli
occupazionali; in caso contrario si prepara per l'Italia uno
scenario da Paese del terzo mondo e non da Paese europeo.
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