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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


2410
DDL0139-0002
Progetto di legge Camera n. 139 - testo presentato - (DDL13-139)
(suddiviso in 3 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C139. TESTIPDL
...C139.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC139 ZZ13 ZZRL ZZPR
     Onorevoli Colleghi! - Il ventiseiesimo rapporto del
  Centro studi investimenti sociali (CENSIS) sul tema "Governare
  le risorse umane" ha fotografato gli attuali esuberi
  occupazionali: circa 660.000 nel comparto privato e quasi
  400.000 in quello pubblico.
     Nell'industria privata ed in quella a partecipazione
  statale è in atto un vero e proprio smantellamento delle
  attività produttive, con conseguente chiusura di aziende o di
  settori di attività, specie nei comparti siderurgico,
  meccanico, tessile, agro-alimentare, del commercio, del
  credito, dei trasporti, delle assicurazioni,
  dell'informatica.
     Le lavorazioni cessano, oppure vengono trasferite in paesi
  comunitari o extracomunitari: tanto per fare un esempio
  recente, ricordiamo che la Lubiam di Mantova ha deciso di
  trasferire parte delle lavorazioni in Tunisia, mentre la
  Confindustria non manca di ripetere ad ogni occasione che il
  costo del lavoro è alto e che una possibile alternativa alla
  chiusura è proprio quella di spostare le unità produttive dove
  il fattore lavoro ha una incidenza sul prodotto finito tale da
  consentire all'impresa di continuare a vivere, riacquistando
  competitività, anche a costo di diminuire o di azzerare posti
  di lavoro.
 
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     Tra le imprese ove le possibilità di lavoro sono andate
  perdute ricordiamo soltanto la Maserati di Milano-Lambrate e
  la Olivetti di Crema, i cui addetti stanno vagando tra la
  cassa integrazione, la mobilità ed un futuro da inventare.
     Non è azzardato ritenere che l'Italia sia avviata sulla
  strada di una deindustrializzazione, che diviene sempre più
  accelerata ogni giorno che passa, cosicché lo spettro di una
  crisi come quella del 1929 pare affacciarsi sul nostro Paese
  in modo sempre più minaccioso.
     Ricette miracolose non ce ne sono, anche se è ovvio che il
  costo del denaro va ridotto nell'immediato, che la ripresa
  necessita di investimenti per la riconversione industriale,
  che l'energia ben difficilmente potrà essere prodotta in tempi
  brevi a basso costo, che i servizi alle imprese latitano, che
  i poli tecnologici da noi inesistenti sono invece in piena
  attività nelle aree limitrofe di Lione e della Baviera, le cui
  amministrazioni locali hanno pronta e spedita competenza nei
  settori produttivi.  Nonostante ciò è possibile effettuare un
  tentativo  in extremis  per rallentare la corsa verso il
  "precipizio", agendo sul costo del lavoro o, meglio, sugli
  oneri sociali impropri a carico delle imprese.
     Prima di esaminare questo aspetto, vogliamo ricordare come
  il mercato delle merci e quello del lavoro si stiano
  internazionalizzando.  Dal terzo mondo arrivano in Italia
  centinaia di migliaia di disperati i quali hanno imparato che
  da noi è possibile sopravvivere elemosinando le mille lire ai
  semafori.  In compenso, verso il terzo mondo emigrano le
  attività manifatturiere sia a basso contenuto professionale
  (confezioni) sia ad alto contenuto professionale
  (componentistica elettronica).
     Il punto di rottura è vicino e qui si innesta la nostra
  proposta.
     Seguendo questo ragionamento vediamo che nel corso degli
  ultimi decenni sono state introdotte due leggi sciagurate: le
  leggi 13 maggio 1988, n. 153, e 14 febbraio 1963, n. 60.  La
  prima pone a carico dei datori di lavoro un contributo in
  favore della Cassa unica assegni familiari pari al: 6,2 per
  cento per le imprese dell'industria e dei servizi; 4,15 per
  artigiani e commercianti; 4,15 per cento per le imprese
  agricole; 2,75 per le imprese di pesca; 4 per cento per le
  altre cooperative ed i loro consorzi.
     Per i datori di lavoro questi contributi si traducono in
  esborsi pesanti, in cambio di qualche isolato beneficio per
  taluni lavoratori (consideriamo che perdono il diritto
  all'assegno i lavoratori con reddito superiore a 18.956.000
  lire lorde annue ed un figlio, oppure con reddito superiore a
  30.327.000 lire lorde e due figli).  Un calcolo approssimativo
  dimostra che solo un quinto dei lavoratori percepisce un
  assegno che va dalle 20.000 alle 90.000 lire mensili.
     In compenso il datore di lavoro versa un contributo che è
  pari a 62.000 lire per ogni milione di retribuzione lorda
  corrisposta a ciascun dipendente.  Sarebbe sicuramente più
  conveniente per lui sostituirsi alla Cassa unica per gli
  assegni familiari (CUAF) nell'erogazione dell'assegno a coloro
  che beneficiano dell'attuale normativa.
     La seconda legge aveva imposto ai datori di lavoro ed ai
  loro dipendenti un sacrificio pari all'1,05 per cento del
  monte-salari, per la costruzione di fantomatiche "case per
  lavoratori".
     Il Governo Amato aveva più volte sottolineato come la
  rinuncia a qualcosa da parte di tutti consentisse di evitare
  danni considerevoli alla comunità.  Infatti il cittadino è
  stato invitato a pagarsi la "salute", compresi medico di
  famiglia, medicine, analisi, visite specialistiche, ad andare
  in pensione più tardi in modo da gravare sugli istituti
  pensionistici per un periodo inferiore, a corrispondere allo
  Stato l'affitto per l'alloggio acquistato in proprietà (tra
  ICI e IRPEF si supera il 100 per cento del reddito catastale,
  mediamente lire 1.500.000 l'anno).
     Le iniziative prese dal Governo Amato per "fronteggiare la
  crisi" l'hanno in realtà aggravata in quanto l'esosa
  tassazione ha depredato e spaventato le famiglie che hanno
  tagliato i propri consumi, cosicché si è ridotta (o meglio si
  è congelata) la domanda interna, si è cominciato a produrre di
 
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  meno, si sono estromessi i lavoratori in soprannumero, fino ad
  arrivare alla situazione odierna.
     Il Governo Amato, nel luglio 1992, concluse con i
  sindacati un accordo per la riduzione di un punto del costo
  del lavoro, mediante il taglio dello scatto dell'indennità di
  contingenza di novembre, l'abolizione dell'istituto
  indicizzato e la sua sostituzione con una cifra fissa fino ad
  un successivo accordo.
     Questa operazione è stata pubblicizzata come "il
  toccasana" per l'economia italiana, ma come abbiamo precisato
  sopra, la riduzione del costo del lavoro è limitata ad un
  punto.
     La nostra proposta di legge, invece, prevede la riduzione
  del costo del lavoro mediante la soppressione del contributo
  per gli assegni al nucleo familiare.  Per quanto riguarda il
  contributo GESCAL è intervenuto il comma 24 dell'articolo 3
  della legge 8 agosto 1995, n. 335, di riforma delle pensioni,
  in conseguenza del quale è residuato, a tale titolo, solo un
  contributo di 0,35 punti percentuali a carico del datore di
  lavoro fino al 31 dicembre 1998.  Tale residuo contributo va
  soppresso.
     Qualche ulteriore decimo di punto è raggiungibile con
  l'abolizione del contributo in favore dell'ENAOLI (Ente
  nazionale assistenza orfani dei lavoratori italiani) che, già
  nel 1976, nell'enciclopedia dei diritti previdenziali veniva
  definito "un inutile carrozzone che dovrebbe essere sciolto e
  le cui competenze dovrebbero essere trasferite alle
  regioni".
     Eliminando gli oneri sociali in favore di queste gestioni
  inutili o addirittura parassitarie otterremmo una riduzione
  superiore a quella decisa mediante il patto congiunto
  Governo-sindacati del luglio 1992.
     L'alternativa a questa riduzione del costo del lavoro è
  l'incremento del numero di lavoratori cassintegrati od in
  mobilità, comunque da sostenere economicamente, ricorrendo a
  nuove emissioni di titoli pubblici, i cui interessi si
  pagheranno con l'ulteriore aumento della pressione fiscale.
     La deindustrializzazione non sempre costituisce un fatto
  spontaneo congiunturale ma spesso è provocata dalla mancanza
  di interventi appropriati che ritocchino il costo del lavoro,
  senza gravare sui livelli d'occupazione.
     Ulteriori riduzioni degli oneri sociali sarebbero
  possibili introducendo la capitalizzazione del sistema
  pensionistico, ma questo è solo programmabile e non
  immediatamente eseguibile.
  Veniamo ora alla parte cosiddetta "risarcitoria" per
  quanto riguarda gli assegni per il nucleo familiare: nella
  nostra proposta è ancora il datore di lavoro a corrispondere
  al dipendente l'assegno per il nucleo familiare nella misura
  attualmente in vigore, rivalendosi "fino a completa capienza"
  sull'IRPEF da versare allo Stato per conto del dipendente, e
  maturando oltre il predetto limite di "capienza" un credito
  d'imposta IRPEF o IRPEG.
     Il meccanismo sembrerebbe esiziale per le casse erariali
  ma non lo è in quanto è esiguo il numero di coloro che
  percepiscono gli assegni per il nucleo familiare: d'altra
  parte dobbiamo considerare che se non si riesce subito a
  ridurre significativamente il costo del lavoro gli interventi
  assistenziali comporteranno per l'INPS (e quindi per lo Stato)
  un sacrificio di gran lunga maggiore.
     Dobbiamo spezzare la spirale al ribasso dei livelli
  occupazionali; in caso contrario si prepara per l'Italia uno
  scenario da Paese del terzo mondo e non da Paese europeo.
 
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