| Onorevoli Colleghi! - Entro il 31 dicembre di
quest'anno, secondo quanto previsto dal comma 5 dell'articolo
3 della legge 28 dicembre 1995, n. 549, è stabilita la
chiusura dei residui manicomiali. A quasi venti anni
dall'approvazione della legge n. 180 del 1978, si profila,
dunque, una nuova, impegnativa e certamente complessa fase.
Da una parte, infatti, le nuove norme, se correttamente
applicate e in relazione agli impegni decisi dal Parlamento,
chiudono definitivamente una esperienza pluridecennale degli
ex manicomi, che già all'inizio degli anni novanta - nella
relazione al disegno di legge A.S. n. 1403, di cui ero
firmatario, e che con la proposta di legge in oggetto, già
presentata nella precedente legislatura, si intende riproporre
- ebbi modo di denunciare.
Dall'altra parte, come indicato da un ordine del giorno,
presentato dal senatore del gruppo verde, Ronchi, e approvato
dal Senato, in occasione dell'approvazione della legge n. 549
del 1995, prima richiamata, appare indispensabile che la
chiusura dei residui manicomiali sia sostenuta da essenziali
impegni: "Promuovere un'azione di coordinamento, di indirizzo
e di impulso nei confronti delle regioni affinché tale
chiusura avvenga nei tempi previsti, con progetti
differenziati e personalizzati, perché non si verifichino
situazioni di abbandono o la riproposizione di strutture
manicomiali comunque denominate; costituire presso il
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Ministero della sanità un "Osservatorio sul superamento dei
manicomi" con la partecipazione di operatori, di associazioni
di volontariato e dei familiari, di rappresentanti
istituzionali; attuare un'indagine sulle cliniche e strutture
private che ricoverano o ospitano malati di mente per
verificare che non siano manicomi mascherati; provvedere,
nell'ambito delle proprie competenze e sulla base della
disponibilità finanziaria per il settore della sanità, con
particolare riferimento agli stanziamenti non ancora impegnati
per le opere edilizie in sanità (ex articolo 20, legge
n. 67 del 1988), a promuovere le iniziative necessarie e
urgenti per contribuire ai finanziamenti indispensabili ad
attivare le strutture residenziali destinate agli ospiti dei
residui manicomiali che verranno chiusi".
Vi sono in Italia 87 ospedali ed istituti psichiatrici
(ex manicomi) con 23.400 ricoverati. A tale proposito il
coordinamento dei parlamentari per il superamento dei manicomi
- costituito alla fine dell'ottobre del 1995 - ha inteso
sottolineare due punti: che "queste strutture restano
manicomi" e di conseguenza che "per la gran parte degli ospiti
rimasti in queste strutture la situazione è, addirittura,
peggiorata: per la mancanza di programmi e di interventi
adeguati, per il permanere di un'impostazione custodialista,
per un massiccio uso di psicofarmaci, per carenze di
manutenzioni e di ristrutturazioni, per carenze di
attrezzatura, di arredi e di personale sia infermieristico che
medico, sia per le pulizie che di supporto".
In questi anni molti reparti di neuropsichiatria degli
ospedali o dei policlinici sono stati trasformati in piccoli
bunker, seguendo spesso la medesima logica dei manicomi
che si volevano chiudere. Le cliniche psichiatriche private
sono diventate, quasi sempre con la compiacenza delle unità
sanitarie locali, una sorta di parcheggio per i malati che non
si sapeva dove mettere e da chi fare assistere.
L'iniziativa parlamentare promossa in occasione dell'esame
e dell'approvazione della manovra di bilancio per il 1996, con
l'ordine del giorno e le nuove norme contenute nel
provvedimento collegato alla finanziaria, ha costituito,
obiettivamente, la premessa per un pieno ripristino e rispetto
dei diritti degli attuali ricoverati.
Vi sono alcune condizioni fondamentali e urgenti da
determinare per una effettiva attuazione degli impegni cui il
Parlamento ha vincolato l'azione di Governo. Secondo il
coordinamento dei parlamentari per il superamento dei
manicomi, occorrono accordi di programma con le regioni;
soluzioni alternative alle strutture manicomiali entro i
termini stabiliti per la loro chiusura; finanziamento di tali
interventi "utili non solo per i ricoverati degli ex
manicomi, ma anche per le necessità territoriali, presenti e
future, dei malati di mente, utilizzando oltre ai
finanziamenti disponibili, oggi male utilizzati negli ex
manicomi e spesso non impegnati, una quota aggiuntiva del
Fondo sanitario nazionale, oltre al ricavato della vendita
parziale o totale delle aree e degli edifici degli ex
manicomi, in particolare quelle parti non convertibili
realmente e radicalmente nelle nuove strutture abitative e
nella nuova organizzazione alternativa a quella manicomiale";
inserimento non traumatico nelle nuove strutture degli attuali
ricoverati presso gli ospedali ed istituti psichiatrici e
manicomi, attraverso programmi individuali di riabilitazione
ed integrazione sociale; garanzia di adeguati interventi
riabilitativi sanitari, sociali ed educativi agli ospiti delle
strutture alternative, sia con personale professionalmente
qualificato sia favorendo la partecipazione del volontariato
sociale in strutture che siano sotto la responsabilità del
dipartimento di salute mentale della unità sanitaria locale
territorialmente competente; costituzione di un Osservatorio
permanente sul superamento dei manicomi "nel quale siano
rappresentati gli utenti, le loro famiglie, operatori ed
associazioni di volontariato del settore".
L'insieme di queste proposte, che nei loro indirizzi,
appunto, impegnano il Governo ad un'effettiva chiusura dei
residui manicomiali, attraverso il loro superamento, delineano
e suggeriscono una prospettiva seria, non "ideologica", di
confronto e di indirizzo in merito all'assistenza psichiatrica
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e, in generale, al tema della salute mentale dei cittadini.
Non già soltanto una scelta pragmatica, in senso riduttivo e
strumentale, che sarebbe, per così dire, imposta dalla
esigenza di far fronte alla richiesta di revisione della legge
n. 180 secondo una logica repressiva; quanto l'ipotesi di una
soluzione non retorica alla sofferenza psichica che c'è, ed è
in aumento, in una società come la nostra che soffre la
mancanza di valori, che vive tra squilibri profondi di
ricchezze offensive e di povertà inaccettabili.
Chiunque abbia messo piede in uno degli ex ospedali
psichiatrici certo si sarà chiesto quale riforma sia stata
approvata, nel 1978, con la legge n. 180. Il problema è di
piena attualità, con alcuni progressi che tuttavia non
cancellano il ricordo (e in molti casi, la realtà) delle
situazioni che Franco Basaglia aveva denunciato con il suo
famoso volume " Crimini di pace ": lì, con tutta la loro
brutalità e crudezza, a gridare vendetta contro una società
che si era sostanzialmente "lavata" la coscienza con una legge
che mai seriamente si è voluto applicare. Sono stati anni di
iniziativa e di denunce, di informazione in merito a casi e
situazioni di "ordinaria aberrazione". Il sottoscritto, con
colleghi parlamentari, quali Pollice, Modugno, Bassi
Montanari, Cecchetto Coco e Ronchi, nelle legislature passate,
ha visto numerose di queste situazioni. Da Milano a Rieti, da
Roma a Reggio Calabria, da Messina ad Agrigento. Al di là
dell'ormai famoso caso di Agrigento (ancor oggi oggetto delle
inchieste della magistratura), scoppiato e parzialmente
risolto per la tenacia e l'impegno di Domenico Modugno, che è
riuscito a trasformarlo in caso nazionale, esiste una miriade
di situazioni che abbiamo rimosso.
A tale proposito ritengo opportuno riproporre nuovamente
due atti parlamentari che, nella X legislatura, alla fine
degli anni ottanta, rappresentarono un forte grido di denuncia
contro lo scandalo dei manicomi e, dopo la "180", degli
ex manicomi. Il primo (interrogazione n. 4-02299 del
senatore Spadaccia ed altri) riguardava specificamente la
situazione riscontrata nel manicomio di Agrigento: "Premesso
che il 7 luglio il senatore Franco Corleone, del Gruppo
federalista europeo ecologista, senza alcun preavviso si
presentava all'ospedale psichiatrico di Agrigento e, in
assenza del direttore, chiedeva al dottor Francesco Butera,
primario dell'ospedale e in quel momento facente funzioni di
direttore, di visitare l'ospedale; che il senatore Corleone
era tra l'altro accompagnato dal giornalista Gad Lerner de
L'Espresso, che sulla visita ha scritto un servizio
pubblicato sul numero 42 del 23 ottobre 1988 con una
documentazione fotografica inoppugnabile; che è quasi
impossibile descrivere la vergognosa ed allucinante situazione
oggettiva nella quale i malati sono costretti a vivere. In
questa sede è sufficiente esporre i seguenti dati che comunque
potranno dare un'immagine certamente lontana dalla realtà:
a) nell'ospedale psichiatrico di Agrigento sono
tuttora ricoverati 375 malati suddivisi in sette padiglioni
completamente fatiscenti;
b) i malati sono assistiti da tre psichiatri a
tempo pieno e da uno a mezzo orario, gli infermieri sono un
centinaio suddivisi in quattro turni (2 o 3 infermieri per
ogni reparto di 50, 60 persone);
c) la terapia praticata ai malati è esclusivamente
farmacologica;
d) le condizioni igienico-sanitarie sono tali da
rendere quasi impossibile l'accesso ai padiglioni: il pungente
odore di urina, ovunque sporcizia e rifiuti di ogni tipo, i
pavimenti corrosi ed il linoleum ormai praticamente
impregnato di escrementi, i bagni sudici, i gabinetti
incrostati, le lenzuola (là dove c'erano) sporche, le coperte
lacerate; la ditta che cura la pulizia dell'esterno dei
padiglioni (si fa per dire!) getta tutti i rifiuti in una
discarica interna all'ospedale; l'enorme numero di gatti,
l'inimmaginabile quantità di mosche, la più volte denunciata
presenza di topi, nonché i numerosi cani randagi che
scorrazzano nell'ospedale, confermano che l'unico paragone che
si può fare con questa struttura è quello di una discarica
pubblica;
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e) i malati, completamente abbandonati a loro
stessi, mangiano con il solo cucchiaio in gavette di latta o
di plastica che, dopo il pasto, devono lavarsi da soli. Il
cibo prima di essere servito è esposto, anche per ore, senza
alcuna copertura (nei reparti si sono visti gatti e mosche
gigantesche che sinistramente si aggiravano su inqualificabili
teglie di triglie); non esistono bicchieri ("chi vuole può
bere al rubinetto" è stata la laconica risposta di un
infermiere), mentre in nessun reparto vengono utilizzate
tovaglie e tovaglioli;
f) i malati sono tutti vestiti in modo
insufficiente, numerose sono le persone che portano abiti
striminziti e numerosi sono coloro che girano completamente
nudi; nei magazzini giacciono centinaia di paia di pantaloni
di taglia inferiore alla 40; gli stessi infermieri portano
camici acquistati da loro stessi (molti di loro però non
vestono alcun camice) ed alcuni portano ai malati gli abiti
smessi di casa;
g) i reparti dormitorio presentano decine di letti
allineati senza che i posti siano caratterizzati da elementi
personali, non esistono neppure armadi dove i malati possano
conservare i propri effetti; le camerate non sono riscaldate e
le finestre sono in gran parte rotte; in alcuni stanzoni sono
stati addirittura praticati buchi all'altezza del pavimento
per consentire di lavare "a secchiate d'acqua" i reparti; i
servizi igienici sono indescrivibili, alcuni presentano più
water affiancati senza alcuna divisione;
h) la regione Sicilia ha stanziato 16 miliardi per
la ristrutturazione dei reparti e la gara di appalto, dopo
anni, e stata conclusa solo qualche mese fa. Nonostante ciò è
legittimo ritenere che il miglioramento delle strutture non
migliorerebbe le condizioni dei malati: l'insufficienza
dell'organico non consentirebbe alcuna modifica delle terapie
e i reparti cadrebbero in breve in stato di abbandono (in
particolare gli infermieri maschi si rifiutano di pulire i
reparti poiché questo è compito dei portantini che però non ci
sono);
che più volte durante la visita i malati hanno espresso
la volontà di uscire (secondo il dottor Butera, la maggior
parte di questi potrebbe essere dimessa) mentre ad alcuni di
loro è proibito uscire anche dai reparti e tutti i padiglioni
sono circondati da alte reti metalliche;
che più volte, in numerose relazioni scritte, i
responsabili sanitari dell'ospedale hanno denunciato la
situazione dell'ospedale senza che per questo nulla cambiasse
e che 18 mesi fa un maresciallo dei carabinieri ha, con un
fotografo, effettuato una visita nei reparti dell'ospedale,
gli interroganti chiedono di sapere:
quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda
prendere per modificare la situazione da lager
riscontrata nell'ospedale psichiatrico di Agrigento;
se intende aprire un'indagine amministrativa
sull'ospedale psichiatrico di Agrigento;
quali immediate iniziative intende prendere nei
confronti dell'assessore regionale alla sanità e nei confronti
dell'unità sanitaria locale competente;
cosa intende fare per garantire l'applicazione della
legge n. 180 del 1978".
Il secondo atto (interpellanza n. 2-00235 da me
presentata al Senato), conteneva una denuncia:
"Premesso che: il senatore Francesco Corleone
(accompagnato dal giornalista de L'Espresso, Gad Lerner,
dall'assistente parlamentare dell'onorevole Modugno, Gaetano
Benedetto, e dal fotografo Franco Zecchin) ha visitato in
tempi diversi numerosi ospedali psichiatrici per constatare lo
stato di applicazione della legge n. 180 del 1978;
che già in precedenti interrogazioni si denunciava la
drammatica e vergognosa situazione degli ospedali psichiatrici
di Rieti ed Agrigento;
che numerosi altri ospedali (valga per tutti l'esempio
di Girifalco, in provincia di Catanzaro) versano in uno stato
di abbandono totale tale da renderli simili più che a
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strutture sanitarie a dei veri e propri lager;
che questa situazione è stata nuovamente confermata
dalle visite effettuate nei giorni 20, 21 e 22 febbraio 1989
negli ospedali di Reggio Calabria, Messina e Scicli
(Ragusa);
che l'ospedale di Reggio Calabria, che sorge su di un
terreno di 17 ettari, ha già ricevuto due ordinanze di
sgombero da parte della magistratura per inagibilità dei
locali;
che nonostante questo ben 352 malati (193 uomini e 159
donne) sono lì ricoverati in condizioni subumane;
che nonostante l'assistenza di 14 medici, un igienista,
2 psicologi, un farmacista e 7 assistenti sociali, il loro
stato di abbandono è pressoché totale e le terapie loro
destinate sono esclusivamente farmacologiche;
che i 7 reparti in cui sono suddivisi i pazienti versano
in condizioni ripugnanti sia per l'assoluta carenza di beni
essenziali quali coperte e lenzuola, comodini, sedie, armadi,
eccetera, sia per l'indescrivibile stato delle poche cose
esistenti: reti dei letti sfondate ed arrugginite, materassi
inservibili, coperte sudicie;
che anche le strutture igienico-sanitarie risultano
assolutamente carenti e prive di quell'elemento di
riservatezza necessario per la tutela della dignità umana dei
ricoverati;
che l'ospedale psichiatrico "Mandalari" di Messina,
diretto dal mese di dicembre dal professor Giuseppe Spadaro,
già direttore per lunghi anni dell'ospedale psichiatrico di
Girifalco, nonostante alcune apparenze positive, oltre alle
stesse carenze riscontrate negli ospedali di Agrigento e
Reggio Calabria presenta un'incredibile situazione di
sovraffollamento: 312 uomini e 362 donne sono letteralmente
stipati in 7 reparti, un'altra cinquantina di malati vivono in
due comunità protette ed in un cosiddetto day hospital,
sebbene nella struttura sanitaria vi sia una sartoria ed un
magazzino-guardaroba efficientemente gestito da una suora e da
15 sarte, i malati sono prevalentemente scalzi e con abiti
laceri e sporchi, numerosi anche i degenti vestiti in maniera
approssimativa se non addirittura nudi, ovvero con abiti
inadeguati alla stagione;
che le camerate hanno letti, alcuni a castello, talmente
ravvicinati da rendere impossibile la presenza di sedie e
comodini, tanto che non si arriva a capire dove verranno
ubicati i mobili acquistati dall'amministrazione dell'ospedale
per oltre 600 milioni;
che nel primo reparto donne le 83 ricoverate dormono in
un unico stanzone servito solo da 2 bagni e disgustose sono le
condizioni igieniche complessive in cui vivono gli ammalati:
fetore insopportabile dei materassi intrisi di urine, coperte
lacere, muri macchiati;
che la pulizia dei reparti è affidata alla cooperativa
"Mariva" che impiega nell'ospedale 48 addetti il cui operato,
vista la situazione riscontrata, è pressoché nullo;
che l'ospedale ha interi reparti senza riscaldamento (ad
esempio il secondo reparto donne con 75 ricoverate) ed altri
riscaldati con stufe a legna che hanno completamente annerito
i soffitti e le pareti;
che a Scicli, in provincia di Ragusa, all'interno
dell'ospedale civile è presente un reparto per i lungodegenti
definito "dementi tranquilli": è questo un reparto quasi
fantasma visto che a detta di alcuni amministratori non è
collegato nè al servizio psichiatrico di diagnosi e cura, nè
al servizio neurologico, nè al servizio geriatrico e non ha un
capitolo nei bilanci della unità sanitaria locale;
che sebbene siano arrivati materassi nuovi, dopo lo
scandalo di Agrigento, le condizioni di indigenza dei
ricoverati sono totali: si pensi che circa 50 donne rinchiuse
in un padiglione vengono lavate per terra utilizzando un'unica
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spugna per tutte e l'acqua di volta in volta viene raccolta in
un catino;
che queste donne passano l'intera giornata sedute ai
tavoli di uno stanzone ed alcune di loro non escono
all'esterno dal 1961: analoga situazione si registra nel
reparto uomini, dove malati vagano come anime in pena da uno
spoglio salone ad un cortile recintato da un alto muro
sovrastato da una rete metallica;
che si segnala, in particolare, che fra le pazienti ve
ne era una con una gigantesca ernia non curata ed un'altra
operata da appena due giorni al femore,
gli interpellanti chiedono di sapere:
quali urgenti provvedimenti si intendano adottare per
porre fine al suddetto stato di cose e quali decisioni si
intendano prendere per verificare eventuali responsabilità del
personale medico, paramedico ed amministrativo nonché dei
responsabili delle unità sanitarie locali competenti;
se si intenda aprire un'accurata indagine per verificare
le condizioni generali dei malati di mente nel nostro Paese,
nonché lo stato di applicazione della legge n. 180 del
1978".
Le risposte a quelle, come ad altre interrogazioni ed
interpellanze, quando ci sono state, sono di ordine formale.
Restano, in tutta obiettività, documenti che meritano di
essere riproposti.
Per due ordini di ragioni. Il primo, rivolto alla fine
degli anni settanta ed all'approvazione della legge n. 180
del 1978, riguarda le leggi che non sanciscono comportamenti
già definiti sul piano dei comportamenti umani, del costume,
degli atteggiamenti sociali; ma si pongono come premessa per
provocare ed accelerare mutamenti ritenuti necessari. La legge
n. 180 del 1978 appartiene a questa categoria.
Il secondo - che fa ritenere condivisibili le premesse e i
contenuti della legge n. 180 del 1978, al di là delle ragioni
contingenti che ne consentirono la nascita - ha a che fare con
il rispetto della sofferenza psichica dell'uomo, nel senso del
suo recupero e superamento anziché dell'emarginazione e della
repressione.
Ancora una volta il problema è costituito da una volontà
politica dominante e da una coscienza collettiva che appaiono
non solo lontane dall'accoglimento effettivo di questa nuova
impostazione, ma anche attivamente riluttanti e spesso ostili.
Alcuni sostengono oggi che la chiusura dei manicomi, non
avendo trovato un terreno predisposto ad accoglierla, ha
comportato tanti disagi ed inconvenienti per cui si rendono
necessarie modifiche della legge n. 180 del 1978 tali da
costituire nella sostanza, secondo la nostra opinione, un
ritorno indietro con la riapertura di strutture segreganti.
Altri invece si attestano in una pura difesa ideologica della
legge n. 180 dal 1978, negandone limiti ed insufficienze
palesi.
Entrambe le posizioni riducono in effetti il complesso
problema della patologia psichiatrica e della cura ad una
semplice questione di strutture, come se collocare in ospedale
anziché in manicomio il paziente psichiatrico fosse di per sè
sufficiente a trasformare l'intervento repressivo in
intervento terapeutico.
Il manicomio è stato un luogo orrendo, non solo e non
tanto per le sbarre e i letti di contenzione. Il manicomio è
stato quello che tutti noi sappiamo, soprattutto perché gli
uomini che lo hanno inventato e gestito hanno usato se stessi
e questi strumenti con modalità e intenzioni repressive.
Non si può proporre di modificare in senso terapeutico le
strutture psichiatriche, se non si comincia almeno a porre il
problema di chi sono e cosa fanno gli uomini che di queste
strutture hanno la responsabilità.
Qual è, dunque, ancor più in previsione e con l'obiettivo
della chiusura dei residui manicomiali, il problema dalla cui
valutazione può maturare anche una impostazione estranea alle
posizioni speculari ora richiamate? E', a mio avviso e di
quanti in questi anni non hanno mai ritenuto risolutiva la
sola decretazione per legge della chiusura dei manicomi, il
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problema della formazione professionale degli operatori
psichiatrici.
Così come non fu sufficiente, anche se rappresentò un
primo passo indispensabile, aprire i manicomi per far
"guarire" i malati mentali dalla loro "malattia"; così come
non è possibile pensare che basti modificare le strutture e le
organizzazioni assistenziali perché gli operatori psichiatrici
acquisiscano automaticamente la capacità umana e professionale
di accostarsi alla sofferenza psichiatrica con rispetto ed
attitudine terapeutica; così oggi non è sufficiente prendere
atto della cosiddetta "territorializzazione dell'assistenza
psichiatrica", cioè l'approccio al disturbo psichico nel luogo
dove si manifesta e non la sua enucleazione dal contesto
sociale.
Nella fase attuale, come peraltro già affermato in
passato, è onesto ammettere che la tutela della salute mentale
della popolazione non è certamente un compito soltanto del
Servizio sanitario nazionale, anche se la istituzione del
dipartimento per la salute mentale delle unità sanitarie
locali, previsto dall'articolo 1 della presente proposta di
legge, può essere un utile strumento per raggiungere alcuni e
precisi obiettivi delineati negli articoli successivi.
Inoltre, è altrettanto onesto e corretto ricordare che
generalmente, in questo campo come in altri (per esempio AIDS,
malattie veneree, sessualità, aborto, eccetera), riguardante
problemi coinvolgenti la personalità e la vita privata
dell'individuo, il ricorso al servizio pubblico avviene per
necessità e non per scelta.
Infatti, specialmente per la malattia mentale, accade che
l'individuo evita il servizio pubblico fino a quando gli è
possibile, per la carica di giudizio morale di cui è insito
spesso il comportamento degli operatori. Il ricorso al
servizio pubblico avviene successivamente come ultima
ratio, quando non ha più importanza il giudizio morale
degli altri ed il soggetto è etichettato come "diverso". A
questo punto è contraddittorio per coloro che lo chiedono, ed
illusorio e mistificante per coloro che lo promettono, pensare
di trovare una soluzione definitiva ai problemi della
sofferenza umana da parte di un servizio psichiatrico che sia
inteso in senso totalizzante e non problematico.
Inoltre, se è vera la necessità di tutelare la salute
mentale in ogni età della vita, non può essere dimenticato
quanta importanza abbiano l'infanzia e l'adolescenza.
La prevenzione non può cominciare, allora, soltanto al
compimento del diciottesimo anno, ma diventa fondamentale
impegnare, nei limiti delle possibilità più sopra espresse, il
servizio sanitario soprattutto nel settore materno-infantile,
organizzando finalmente la neuropsichiatria infantile nel
nostro Paese ai livelli delle nazioni più progredite (articolo
3).
L'articolo 2 della presente proposta di legge affronta il
complesso problema del ricovero psichiatrico della popolazione
adulta, finora non risolto oppure risolto attraverso la
mistificazione del ricovero ospedaliero.
Infatti, in patologia psichiatrica molteplici sono le
ragioni che possono rendere utile, opportuno o addirittura
necessario, il ricovero. Raramente si tratta di ragioni
oggettive. Nella stragrande maggioranza dei casi l'esigenza
del ricovero scaturisce da esigenze estremamente soggettive
sia che il ricovero sia richiesto dallo stesso paziente, sia
che esso sia richiesto da terze persone (parenti, medici,
altri), con il consenso o meno dell'interessato.
Parlare di ragioni soggettive, riconoscerne la validità,
ritenere che la risposta terapeutica debba tenere conto di
esse, significa impostare il problema del ricovero
psichiatrico su basi totalmente diverse da quelle finora in
vigore.
Se la risposta manicomiale (di contenimento, di
repressione, di occultamento della patologia psichiatrica) ha
rivelato tutta la rozzezza e la violenza della sua
impostazione, anche l'attuale risposta (ricovero nei piccoli
servizi di diagnosi e cura dell'ospedale civile, con il limite
dei quindici posti letto) sta mostrando tutta la sua
inadeguatezza quantitativa e qualitativa:
quantitativa, perché l'assurdo limite dei quindici posti
letto imposto dalla legge costringe spesso a rifiutare il
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ricovero a chi ne necessita, e contemporaneamente a buttare
letteralmente fuori dall'ospedale qualcuno per far posto a
qualcun altro, quando l'unica indicazione alla forzata
dimissione di un paziente è che ce n'è un altro più grave di
lui;
qualitativa, perché il ricovero in ospedale civile si
basa su un imbroglio: per restituire dignità civile al
paziente, gli si nega la specificità della sua sofferenza e
del suo bisogno attraverso la medicalizzazione inevitabile in
quel contesto. Un ricovero psichiatrico rispettoso della
soggettività delle esigenze e dei bisogni dei pazienti può
essere definito da questi propositi: consentire al paziente
un'esperienza di accoglimento e di accettazione proprio
allorché, in conseguenza della sua patologia, tutte le
relazioni con il suo ambiente di appartenenza vanno in crisi;
promuovere un processo di superamento della crisi nel quale
egli sia attivamente partecipe e corresponsabile.
A questi obiettivi può corrispondere un luogo di ricovero
impostato secondo i principi della comunità
socio-terapeutica.
La comunità socio-terapeutica è infatti organizzata e
gestita in modo tale da dare un significato terapeutico
emancipatorio ed evolutivo a tutti i momenti della vita
comunitaria.
Questo significa un alto grado di addestramento e capacità
socio-terapeutiche specifiche da parte del personale, ma
soprattutto da parte del responsabile della comunità
stessa.
Infine, nell'articolo 4 è affrontato il problema
determinante della formazione professionale degli
operatori.
La malattia mentale, il disturbo psichico, la patologia
comportamentale sono disfunzioni che riguardano la sfera
soggettiva, intrapsichica e relazionale, degli individui.
Analogamente, l'approccio a questo tipo di sofferenza, la
sua valutazione e la stessa risposta terapeutica sono funzioni
strettamente connesse con la personalità e la soggettività di
coloro cui competono compiti terapeutici ed assistenziali in
questo ambito.
Un'assistenza psichiatrica adeguata alle necessità di
coloro che vi si rivolgono con richieste ed aspettative di
aiuto pone, pertanto, un duplice ordine di problemi: quelli
organizzativi e strumentali, e quelli riguardanti la qualità
umana e professionale degli operatori socio-sanitari.
I primi sono stati affrontati e risolti, nelle varie
epoche, conformemente alla ideologia sulla malattia mentale
prevalente al momento.
I secondi sono stati finora affrontati, nel migliore dei
casi, esclusivamente attraverso modalità di insegnamento che
consistono nella trasmissione di nozioni, di teorie, di
tecniche.
Una formazione professionale che prenda in considerazione
l'aspetto essenziale di qualsiasi intervento psichiatrico,
cioè la relazione umana tra operatore ed utente, deve mettere
in grado l'operatore stesso di divenire consapevole dei
fattori emotivi ed affettivi che entrano in gioco in tale
relazione.
Questa consapevolezza non è trasmissibile per
insegnamento, ma è gradualmente raggiungibile attraverso
esperienze che mettano in grado l'operatore di vivere in prima
persona la realtà emotiva ed affettiva di una relazione
terapeutica.
Attraverso questa esperienza l'operatore diventa
consapevole delle proprie esigenze e reazioni emotive, di come
possono anche gravemente interferire nel lavoro terapeutico ed
assistenziale, di come possono essere controllate ed anche
utilizzate per la comprensione dei problemi dell'utente e
quindi per una efficace risposta di aiuto.
Strumento privilegiato per questo tipo di formazione è il
piccolo gruppo (dieci, quindici partecipanti), condotto da un
formatore esperto in questa tecnica, cioè specificamente
addestrato per questo lavoro.
Questo tipo di formazione non può essere nè imposta nè
generalizzata, perché si basa sulla partecipazione e
collaborazione attiva, motivata e volontaria dei
partecipanti.
In conclusione, noi non vogliamo la sofferenza delle
famiglie e verso di esse non abbiamo alcun atteggiamento di
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sufficienza o di disumanità, ma continuiamo a tenere al centro
della nostra attenzione e preoccupazione i problemi del
malato, in quanto individuo e cittadino non da sopportare e da
nascondere, bensì da aiutare senza paternalismi. Il nostro
rifiuto delle soluzioni ghettizzanti è allo stesso tempo
rifiuto della pratica dell'abbandono, ed affermiamo che è
nella capacità di capire i fenomeni in quanto rivelatori di
una realtà, e non di impedire che i matti diano fastidio, che
si misura la civiltà di una società.
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