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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


2501
DDL0150-0002
Progetto di legge Camera n. 150 - testo presentato - (DDL13-150)
(suddiviso in 10 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C150. TESTIPDL
...C150.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC150 ZZ13 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! - Entro il 31 dicembre di
  quest'anno, secondo quanto previsto dal comma 5 dell'articolo
  3 della legge 28 dicembre 1995, n.  549, è stabilita la
  chiusura dei residui manicomiali.  A quasi venti anni
  dall'approvazione della legge n.  180 del 1978, si profila,
  dunque, una nuova, impegnativa e certamente complessa fase.
     Da una parte, infatti, le nuove norme, se correttamente
  applicate e in relazione agli impegni decisi dal Parlamento,
  chiudono definitivamente una esperienza pluridecennale degli
  ex manicomi, che già all'inizio degli anni novanta - nella
  relazione al disegno di legge A.S. n. 1403, di cui ero
  firmatario, e che con la proposta di legge in oggetto, già
  presentata nella precedente legislatura, si intende riproporre
  - ebbi modo di denunciare.
     Dall'altra parte, come indicato da un ordine del giorno,
  presentato dal senatore del gruppo verde, Ronchi, e approvato
  dal Senato, in occasione dell'approvazione della legge n. 549
  del 1995, prima richiamata, appare indispensabile che la
  chiusura dei residui manicomiali sia sostenuta da essenziali
  impegni: "Promuovere un'azione di coordinamento, di indirizzo
  e di impulso nei confronti delle regioni affinché tale
  chiusura avvenga nei tempi previsti, con progetti
  differenziati e personalizzati, perché non si verifichino
  situazioni di abbandono o la riproposizione di strutture
  manicomiali comunque denominate; costituire presso il
 
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  Ministero della sanità un "Osservatorio sul superamento dei
  manicomi" con la partecipazione di operatori, di associazioni
  di volontariato e dei familiari, di rappresentanti
  istituzionali; attuare un'indagine sulle cliniche e strutture
  private che ricoverano o ospitano malati di mente per
  verificare che non siano manicomi mascherati; provvedere,
  nell'ambito delle proprie competenze e sulla base della
  disponibilità finanziaria per il settore della sanità, con
  particolare riferimento agli stanziamenti non ancora impegnati
  per le opere edilizie in sanità  (ex  articolo 20, legge
  n. 67 del 1988), a promuovere le iniziative necessarie e
  urgenti per contribuire ai finanziamenti indispensabili ad
  attivare le strutture residenziali destinate agli ospiti dei
  residui manicomiali che verranno chiusi".
     Vi sono in Italia 87 ospedali ed istituti psichiatrici
  (ex  manicomi) con 23.400 ricoverati.  A tale proposito il
  coordinamento dei parlamentari per il superamento dei manicomi
  - costituito alla fine dell'ottobre del 1995 - ha inteso
  sottolineare due punti: che "queste strutture restano
  manicomi" e di conseguenza che "per la gran parte degli ospiti
  rimasti in queste strutture la situazione è, addirittura,
  peggiorata: per la mancanza di programmi e di interventi
  adeguati, per il permanere di un'impostazione custodialista,
  per un massiccio uso di psicofarmaci, per carenze di
  manutenzioni e di ristrutturazioni, per carenze di
  attrezzatura, di arredi e di personale sia infermieristico che
  medico, sia per le pulizie che di supporto".
     In questi anni molti reparti di neuropsichiatria degli
  ospedali o dei policlinici sono stati trasformati in piccoli
  bunker,  seguendo spesso la medesima logica dei manicomi
  che si volevano chiudere.  Le cliniche psichiatriche private
  sono diventate, quasi sempre con la compiacenza delle unità
  sanitarie locali, una sorta di parcheggio per i malati che non
  si sapeva dove mettere e da chi fare assistere.
     L'iniziativa parlamentare promossa in occasione dell'esame
  e dell'approvazione della manovra di bilancio per il 1996, con
  l'ordine del giorno e le nuove norme contenute nel
  provvedimento collegato alla finanziaria, ha costituito,
  obiettivamente, la premessa per un pieno ripristino e rispetto
  dei diritti degli attuali ricoverati.
     Vi sono alcune condizioni fondamentali e urgenti da
  determinare per una effettiva attuazione degli impegni cui il
  Parlamento ha vincolato l'azione di Governo.  Secondo il
  coordinamento dei parlamentari per il superamento dei
  manicomi, occorrono accordi di programma con le regioni;
  soluzioni alternative alle strutture manicomiali entro i
  termini stabiliti per la loro chiusura; finanziamento di tali
  interventi "utili non solo per i ricoverati degli  ex
  manicomi, ma anche per le necessità territoriali, presenti e
  future, dei malati di mente, utilizzando oltre ai
  finanziamenti disponibili, oggi male utilizzati negli  ex
  manicomi e spesso non impegnati, una quota aggiuntiva del
  Fondo sanitario nazionale, oltre al ricavato della vendita
  parziale o totale delle aree e degli edifici degli  ex
  manicomi, in particolare quelle parti non convertibili
  realmente e radicalmente nelle nuove strutture abitative e
  nella nuova organizzazione alternativa a quella manicomiale";
  inserimento non traumatico nelle nuove strutture degli attuali
  ricoverati presso gli ospedali ed istituti psichiatrici e
  manicomi, attraverso programmi individuali di riabilitazione
  ed integrazione sociale; garanzia di adeguati interventi
  riabilitativi sanitari, sociali ed educativi agli ospiti delle
  strutture alternative, sia con personale professionalmente
  qualificato sia favorendo la partecipazione del volontariato
  sociale in strutture che siano sotto la responsabilità del
  dipartimento di salute mentale della unità sanitaria locale
  territorialmente competente; costituzione di un Osservatorio
  permanente sul superamento dei manicomi "nel quale siano
  rappresentati gli utenti, le loro famiglie, operatori ed
  associazioni di volontariato del settore".
     L'insieme di queste proposte, che nei loro indirizzi,
  appunto, impegnano il Governo ad un'effettiva chiusura dei
  residui manicomiali, attraverso il loro superamento, delineano
  e suggeriscono una prospettiva seria, non "ideologica", di
  confronto e di indirizzo in merito all'assistenza psichiatrica
 
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  e, in generale, al tema della salute mentale dei cittadini.
  Non già soltanto una scelta pragmatica, in senso riduttivo e
  strumentale, che sarebbe, per così dire, imposta dalla
  esigenza di far fronte alla richiesta di revisione della legge
  n. 180 secondo una logica repressiva; quanto l'ipotesi di una
  soluzione non retorica alla sofferenza psichica che c'è, ed è
  in aumento, in una società come la nostra che soffre la
  mancanza di valori, che vive tra squilibri profondi di
  ricchezze offensive e di povertà inaccettabili.
     Chiunque abbia messo piede in uno degli ex ospedali
  psichiatrici certo si sarà chiesto quale riforma sia stata
  approvata, nel 1978, con la legge n.  180.  Il problema è di
  piena attualità, con alcuni progressi che tuttavia non
  cancellano il ricordo (e in molti casi, la realtà) delle
  situazioni che Franco Basaglia aveva denunciato con il suo
  famoso volume " Crimini di pace ": lì, con tutta la loro
  brutalità e crudezza, a gridare vendetta contro una società
  che si era sostanzialmente "lavata" la coscienza con una legge
  che mai seriamente si è voluto applicare.  Sono stati anni di
  iniziativa e di denunce, di informazione in merito a casi e
  situazioni di "ordinaria aberrazione".  Il sottoscritto, con
  colleghi parlamentari, quali Pollice, Modugno, Bassi
  Montanari, Cecchetto Coco e Ronchi, nelle legislature passate,
  ha visto numerose di queste situazioni.  Da Milano a Rieti, da
  Roma a Reggio Calabria, da Messina ad Agrigento.  Al di là
  dell'ormai famoso caso di Agrigento (ancor oggi oggetto delle
  inchieste della magistratura), scoppiato e parzialmente
  risolto per la tenacia e l'impegno di Domenico Modugno, che è
  riuscito a trasformarlo in caso nazionale, esiste una miriade
  di situazioni che abbiamo rimosso.
     A tale proposito ritengo opportuno riproporre nuovamente
  due atti parlamentari che, nella X legislatura, alla fine
  degli anni ottanta, rappresentarono un forte grido di denuncia
  contro lo scandalo dei manicomi e, dopo la "180", degli
  ex  manicomi.  Il primo (interrogazione n. 4-02299 del
  senatore Spadaccia ed altri) riguardava specificamente la
  situazione riscontrata nel manicomio di Agrigento: "Premesso
  che il 7 luglio il senatore Franco Corleone, del Gruppo
  federalista europeo ecologista, senza alcun preavviso si
  presentava all'ospedale psichiatrico di Agrigento e, in
  assenza del direttore, chiedeva al dottor Francesco Butera,
  primario dell'ospedale e in quel momento facente funzioni di
  direttore, di visitare l'ospedale; che il senatore Corleone
  era tra l'altro accompagnato dal giornalista Gad Lerner de
  L'Espresso,  che sulla visita ha scritto un servizio
  pubblicato sul numero 42 del 23 ottobre 1988 con una
  documentazione fotografica inoppugnabile; che è quasi
  impossibile descrivere la vergognosa ed allucinante situazione
  oggettiva nella quale i malati sono costretti a vivere.  In
  questa sede è sufficiente esporre i seguenti dati che comunque
  potranno dare un'immagine certamente lontana dalla realtà:
       a)  nell'ospedale psichiatrico di Agrigento sono
  tuttora ricoverati 375 malati suddivisi in sette padiglioni
  completamente fatiscenti;
       b)  i malati sono assistiti da tre psichiatri a
  tempo pieno e da uno a mezzo orario, gli infermieri sono un
  centinaio suddivisi in quattro turni (2 o 3 infermieri per
  ogni reparto di 50, 60 persone);
       c)  la terapia praticata ai malati è esclusivamente
  farmacologica;
       d)  le condizioni igienico-sanitarie sono tali da
  rendere quasi impossibile l'accesso ai padiglioni: il pungente
  odore di urina, ovunque sporcizia e rifiuti di ogni tipo, i
  pavimenti corrosi ed il  linoleum  ormai praticamente
  impregnato di escrementi, i bagni sudici, i gabinetti
  incrostati, le lenzuola (là dove c'erano) sporche, le coperte
  lacerate; la ditta che cura la pulizia dell'esterno dei
  padiglioni (si fa per dire!) getta tutti i rifiuti in una
  discarica interna all'ospedale; l'enorme numero di gatti,
  l'inimmaginabile quantità di mosche, la più volte denunciata
  presenza di topi, nonché i numerosi cani randagi che
  scorrazzano nell'ospedale, confermano che l'unico paragone che
  si può fare con questa struttura è quello di una discarica
  pubblica;
 
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       e)  i malati, completamente abbandonati a loro
  stessi, mangiano con il solo cucchiaio in gavette di latta o
  di plastica che, dopo il pasto, devono lavarsi da soli.  Il
  cibo prima di essere servito è esposto, anche per ore, senza
  alcuna copertura (nei reparti si sono visti gatti e mosche
  gigantesche che sinistramente si aggiravano su inqualificabili
  teglie di triglie); non esistono bicchieri ("chi vuole può
  bere al rubinetto" è stata la laconica risposta di un
  infermiere), mentre in nessun reparto vengono utilizzate
  tovaglie e tovaglioli;
       f)  i malati sono tutti vestiti in modo
  insufficiente, numerose sono le persone che portano abiti
  striminziti e numerosi sono coloro che girano completamente
  nudi; nei magazzini giacciono centinaia di paia di pantaloni
  di taglia inferiore alla 40; gli stessi infermieri portano
  camici acquistati da loro stessi (molti di loro però non
  vestono alcun camice) ed alcuni portano ai malati gli abiti
  smessi di casa;
       g)  i reparti dormitorio presentano decine di letti
  allineati senza che i posti siano caratterizzati da elementi
  personali, non esistono neppure armadi dove i malati possano
  conservare i propri effetti; le camerate non sono riscaldate e
  le finestre sono in gran parte rotte; in alcuni stanzoni sono
  stati addirittura praticati buchi all'altezza del pavimento
  per consentire di lavare "a secchiate d'acqua" i reparti; i
  servizi igienici sono indescrivibili, alcuni presentano più
  water  affiancati senza alcuna divisione;
       h)  la regione Sicilia ha stanziato 16 miliardi per
  la ristrutturazione dei reparti e la gara di appalto, dopo
  anni, e stata conclusa solo qualche mese fa.  Nonostante ciò è
  legittimo ritenere che il miglioramento delle strutture non
  migliorerebbe le condizioni dei malati: l'insufficienza
  dell'organico non consentirebbe alcuna modifica delle terapie
  e i reparti cadrebbero in breve in stato di abbandono (in
  particolare gli infermieri maschi si rifiutano di pulire i
  reparti poiché questo è compito dei portantini che però non ci
  sono);
       che più volte durante la visita i malati hanno espresso
  la volontà di uscire (secondo il dottor Butera, la maggior
  parte di questi potrebbe essere dimessa) mentre ad alcuni di
  loro è proibito uscire anche dai reparti e tutti i padiglioni
  sono circondati da alte reti metalliche;
       che più volte, in numerose relazioni scritte, i
  responsabili sanitari dell'ospedale hanno denunciato la
  situazione dell'ospedale senza che per questo nulla cambiasse
  e che 18 mesi fa un maresciallo dei carabinieri ha, con un
  fotografo, effettuato una visita nei reparti dell'ospedale,
     gli interroganti chiedono di sapere:
       quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda
  prendere per modificare la situazione da  lager
  riscontrata nell'ospedale psichiatrico di Agrigento;
       se intende aprire un'indagine amministrativa
  sull'ospedale psichiatrico di Agrigento;
       quali immediate iniziative intende prendere nei
  confronti dell'assessore regionale alla sanità e nei confronti
  dell'unità sanitaria locale competente;
       cosa intende fare per garantire l'applicazione della
  legge n. 180 del 1978".
     Il secondo atto (interpellanza n.  2-00235 da me
  presentata al Senato), conteneva una denuncia:
     "Premesso che: il senatore Francesco Corleone
  (accompagnato dal giornalista de  L'Espresso,  Gad Lerner,
  dall'assistente parlamentare dell'onorevole Modugno, Gaetano
  Benedetto, e dal fotografo Franco Zecchin) ha visitato in
  tempi diversi numerosi ospedali psichiatrici per constatare lo
  stato di applicazione della legge n.  180 del 1978;
       che già in precedenti interrogazioni si denunciava la
  drammatica e vergognosa situazione degli ospedali psichiatrici
  di Rieti ed Agrigento;
       che numerosi altri ospedali (valga per tutti l'esempio
  di Girifalco, in provincia di Catanzaro) versano in uno stato
  di abbandono totale tale da renderli simili più che a
 
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  strutture sanitarie a dei veri e propri  lager;
       che questa situazione è stata nuovamente confermata
  dalle visite effettuate nei giorni 20, 21 e 22 febbraio 1989
  negli ospedali di Reggio Calabria, Messina e Scicli
  (Ragusa);
       che l'ospedale di Reggio Calabria, che sorge su di un
  terreno di 17 ettari, ha già ricevuto due ordinanze di
  sgombero da parte della magistratura per inagibilità dei
  locali;
       che nonostante questo ben 352 malati (193 uomini e 159
  donne) sono lì ricoverati in condizioni subumane;
       che nonostante l'assistenza di 14 medici, un igienista,
  2 psicologi, un farmacista e 7 assistenti sociali, il loro
  stato di abbandono è pressoché totale e le terapie loro
  destinate sono esclusivamente farmacologiche;
       che i 7 reparti in cui sono suddivisi i pazienti versano
  in condizioni ripugnanti sia per l'assoluta carenza di beni
  essenziali quali coperte e lenzuola, comodini, sedie, armadi,
  eccetera, sia per l'indescrivibile stato delle poche cose
  esistenti: reti dei letti sfondate ed arrugginite, materassi
  inservibili, coperte sudicie;
       che anche le strutture igienico-sanitarie risultano
  assolutamente carenti e prive di quell'elemento di
  riservatezza necessario per la tutela della dignità umana dei
  ricoverati;
       che l'ospedale psichiatrico "Mandalari" di Messina,
  diretto dal mese di dicembre dal professor Giuseppe Spadaro,
  già direttore per lunghi anni dell'ospedale psichiatrico di
  Girifalco, nonostante alcune apparenze positive, oltre alle
  stesse carenze riscontrate negli ospedali di Agrigento e
  Reggio Calabria presenta un'incredibile situazione di
  sovraffollamento: 312 uomini e 362 donne sono letteralmente
  stipati in 7 reparti, un'altra cinquantina di malati vivono in
  due comunità protette ed in un cosiddetto  day hospital,
  sebbene nella struttura sanitaria vi sia una sartoria ed un
  magazzino-guardaroba efficientemente gestito da una suora e da
  15 sarte, i malati sono prevalentemente scalzi e con abiti
  laceri e sporchi, numerosi anche i degenti vestiti in maniera
  approssimativa se non addirittura nudi, ovvero con abiti
  inadeguati alla stagione;
       che le camerate hanno letti, alcuni a castello, talmente
  ravvicinati da rendere impossibile la presenza di sedie e
  comodini, tanto che non si arriva a capire dove verranno
  ubicati i mobili acquistati dall'amministrazione dell'ospedale
  per oltre 600 milioni;
       che nel primo reparto donne le 83 ricoverate dormono in
  un unico stanzone servito solo da 2 bagni e disgustose sono le
  condizioni igieniche complessive in cui vivono gli ammalati:
  fetore insopportabile dei materassi intrisi di urine, coperte
  lacere, muri macchiati;
       che la pulizia dei reparti è affidata alla cooperativa
  "Mariva" che impiega nell'ospedale 48 addetti il cui operato,
  vista la situazione riscontrata, è pressoché nullo;
       che l'ospedale ha interi reparti senza riscaldamento (ad
  esempio il secondo reparto donne con 75 ricoverate) ed altri
  riscaldati con stufe a legna che hanno completamente annerito
  i soffitti e le pareti;
       che a Scicli, in provincia di Ragusa, all'interno
  dell'ospedale civile è presente un reparto per i lungodegenti
  definito "dementi tranquilli": è questo un reparto quasi
  fantasma visto che a detta di alcuni amministratori non è
  collegato nè al servizio psichiatrico di diagnosi e cura, nè
  al servizio neurologico, nè al servizio geriatrico e non ha un
  capitolo nei bilanci della unità sanitaria locale;
       che sebbene siano arrivati materassi nuovi, dopo lo
  scandalo di Agrigento, le condizioni di indigenza dei
  ricoverati sono totali: si pensi che circa 50 donne rinchiuse
  in un padiglione vengono lavate per terra utilizzando un'unica
 
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  spugna per tutte e l'acqua di volta in volta viene raccolta in
  un catino;
       che queste donne passano l'intera giornata sedute ai
  tavoli di uno stanzone ed alcune di loro non escono
  all'esterno dal 1961: analoga situazione si registra nel
  reparto uomini, dove malati vagano come anime in pena da uno
  spoglio salone ad un cortile recintato da un alto muro
  sovrastato da una rete metallica;
       che si segnala, in particolare, che fra le pazienti ve
  ne era una con una gigantesca ernia non curata ed un'altra
  operata da appena due giorni al femore,
     gli interpellanti chiedono di sapere:
       quali urgenti provvedimenti si intendano adottare per
  porre fine al suddetto stato di cose e quali decisioni si
  intendano prendere per verificare eventuali responsabilità del
  personale medico, paramedico ed amministrativo nonché dei
  responsabili delle unità sanitarie locali competenti;
       se si intenda aprire un'accurata indagine per verificare
  le condizioni generali dei malati di mente nel nostro Paese,
  nonché lo stato di applicazione della legge n.  180 del
  1978".
     Le risposte a quelle, come ad altre interrogazioni ed
  interpellanze, quando ci sono state, sono di ordine formale.
  Restano, in tutta obiettività, documenti che meritano di
  essere riproposti.
     Per due ordini di ragioni.  Il primo, rivolto alla fine
  degli anni settanta ed all'approvazione della legge n.  180
  del 1978, riguarda le leggi che non sanciscono comportamenti
  già definiti sul piano dei comportamenti umani, del costume,
  degli atteggiamenti sociali; ma si pongono come premessa per
  provocare ed accelerare mutamenti ritenuti necessari.  La legge
  n.  180 del 1978 appartiene a questa categoria.
     Il secondo - che fa ritenere condivisibili le premesse e i
  contenuti della legge n.  180 del 1978, al di là delle ragioni
  contingenti che ne consentirono la nascita - ha a che fare con
  il rispetto della sofferenza psichica dell'uomo, nel senso del
  suo recupero e superamento anziché dell'emarginazione e della
  repressione.
     Ancora una volta il problema è costituito da una volontà
  politica dominante e da una coscienza collettiva che appaiono
  non solo lontane dall'accoglimento effettivo di questa nuova
  impostazione, ma anche attivamente riluttanti e spesso ostili.
  Alcuni sostengono oggi che la chiusura dei manicomi, non
  avendo trovato un terreno predisposto ad accoglierla, ha
  comportato tanti disagi ed inconvenienti per cui si rendono
  necessarie modifiche della legge n.  180 del 1978 tali da
  costituire nella sostanza, secondo la nostra opinione, un
  ritorno indietro con la riapertura di strutture segreganti.
  Altri invece si attestano in una pura difesa ideologica della
  legge n.  180 dal 1978, negandone limiti ed insufficienze
  palesi.
     Entrambe le posizioni riducono in effetti il complesso
  problema della patologia psichiatrica e della cura ad una
  semplice questione di strutture, come se collocare in ospedale
  anziché in manicomio il paziente psichiatrico fosse di per sè
  sufficiente a trasformare l'intervento repressivo in
  intervento terapeutico.
     Il manicomio è stato un luogo orrendo, non solo e non
  tanto per le sbarre e i letti di contenzione.  Il manicomio è
  stato quello che tutti noi sappiamo, soprattutto perché gli
  uomini che lo hanno inventato e gestito hanno usato se stessi
  e questi strumenti con modalità e intenzioni repressive.
     Non si può proporre di modificare in senso terapeutico le
  strutture psichiatriche, se non si comincia almeno a porre il
  problema di chi sono e cosa fanno gli uomini che di queste
  strutture hanno la responsabilità.
     Qual è, dunque, ancor più in previsione e con l'obiettivo
  della chiusura dei residui manicomiali, il problema dalla cui
  valutazione può maturare anche una impostazione estranea alle
  posizioni speculari ora richiamate?  E', a mio avviso e di
  quanti in questi anni non hanno mai ritenuto risolutiva la
  sola decretazione per legge della chiusura dei manicomi, il
 
                               Pag. 7
 
  problema della formazione professionale degli operatori
  psichiatrici.
     Così come non fu sufficiente, anche se rappresentò un
  primo passo indispensabile, aprire i manicomi per far
  "guarire" i malati mentali dalla loro "malattia"; così come
  non è possibile pensare che basti modificare le strutture e le
  organizzazioni assistenziali perché gli operatori psichiatrici
  acquisiscano automaticamente la capacità umana e professionale
  di accostarsi alla sofferenza psichiatrica con rispetto ed
  attitudine terapeutica; così oggi non è sufficiente prendere
  atto della cosiddetta "territorializzazione dell'assistenza
  psichiatrica", cioè l'approccio al disturbo psichico nel luogo
  dove si manifesta e non la sua enucleazione dal contesto
  sociale.
     Nella fase attuale, come peraltro già affermato in
  passato, è onesto ammettere che la tutela della salute mentale
  della popolazione non è certamente un compito soltanto del
  Servizio sanitario nazionale, anche se la istituzione del
  dipartimento per la salute mentale delle unità sanitarie
  locali, previsto dall'articolo 1 della presente proposta di
  legge, può essere un utile strumento per raggiungere alcuni e
  precisi obiettivi delineati negli articoli successivi.
  Inoltre, è altrettanto onesto e corretto ricordare che
  generalmente, in questo campo come in altri (per esempio AIDS,
  malattie veneree, sessualità, aborto, eccetera), riguardante
  problemi coinvolgenti la personalità e la vita privata
  dell'individuo, il ricorso al servizio pubblico avviene per
  necessità e non per scelta.
     Infatti, specialmente per la malattia mentale, accade che
  l'individuo evita il servizio pubblico fino a quando gli è
  possibile, per la carica di giudizio morale di cui è insito
  spesso il comportamento degli operatori.  Il ricorso al
  servizio pubblico avviene successivamente come ultima
  ratio,  quando non ha più importanza il giudizio morale
  degli altri ed il soggetto è etichettato come "diverso".  A
  questo punto è contraddittorio per coloro che lo chiedono, ed
  illusorio e mistificante per coloro che lo promettono, pensare
  di trovare una soluzione definitiva ai problemi della
  sofferenza umana da parte di un servizio psichiatrico che sia
  inteso in senso totalizzante e non problematico.
     Inoltre, se è vera la necessità di tutelare la salute
  mentale in ogni età della vita, non può essere dimenticato
  quanta importanza abbiano l'infanzia e l'adolescenza.
     La prevenzione non può cominciare, allora, soltanto al
  compimento del diciottesimo anno, ma diventa fondamentale
  impegnare, nei limiti delle possibilità più sopra espresse, il
  servizio sanitario soprattutto nel settore materno-infantile,
  organizzando finalmente la neuropsichiatria infantile nel
  nostro Paese ai livelli delle nazioni più progredite (articolo
  3).
     L'articolo 2 della presente proposta di legge affronta il
  complesso problema del ricovero psichiatrico della popolazione
  adulta, finora non risolto oppure risolto attraverso la
  mistificazione del ricovero ospedaliero.
     Infatti, in patologia psichiatrica molteplici sono le
  ragioni che possono rendere utile, opportuno o addirittura
  necessario, il ricovero.  Raramente si tratta di ragioni
  oggettive.  Nella stragrande maggioranza dei casi l'esigenza
  del ricovero scaturisce da esigenze estremamente soggettive
  sia che il ricovero sia richiesto dallo stesso paziente, sia
  che esso sia richiesto da terze persone (parenti, medici,
  altri), con il consenso o meno dell'interessato.
     Parlare di ragioni soggettive, riconoscerne la validità,
  ritenere che la risposta terapeutica debba tenere conto di
  esse, significa impostare il problema del ricovero
  psichiatrico su basi totalmente diverse da quelle finora in
  vigore.
     Se la risposta manicomiale (di contenimento, di
  repressione, di occultamento della patologia psichiatrica) ha
  rivelato tutta la rozzezza e la violenza della sua
  impostazione, anche l'attuale risposta (ricovero nei piccoli
  servizi di diagnosi e cura dell'ospedale civile, con il limite
  dei quindici posti letto) sta mostrando tutta la sua
  inadeguatezza quantitativa e qualitativa:
       quantitativa, perché l'assurdo limite dei quindici posti
  letto imposto dalla legge costringe spesso a rifiutare il
 
                               Pag. 8
 
  ricovero a chi ne necessita, e contemporaneamente a buttare
  letteralmente fuori dall'ospedale qualcuno per far posto a
  qualcun altro, quando l'unica indicazione alla forzata
  dimissione di un paziente è che ce n'è un altro più grave di
  lui;
       qualitativa, perché il ricovero in ospedale civile si
  basa su un imbroglio: per restituire dignità civile al
  paziente, gli si nega la specificità della sua sofferenza e
  del suo bisogno attraverso la medicalizzazione inevitabile in
  quel contesto.  Un ricovero psichiatrico rispettoso della
  soggettività delle esigenze e dei bisogni dei pazienti può
  essere definito da questi propositi: consentire al paziente
  un'esperienza di accoglimento e di accettazione proprio
  allorché, in conseguenza della sua patologia, tutte le
  relazioni con il suo ambiente di appartenenza vanno in crisi;
  promuovere un processo di superamento della crisi nel quale
  egli sia attivamente partecipe e corresponsabile.
     A questi obiettivi può corrispondere un luogo di ricovero
  impostato secondo i principi della comunità
  socio-terapeutica.
     La comunità socio-terapeutica è infatti organizzata e
  gestita in modo tale da dare un significato terapeutico
  emancipatorio ed evolutivo a tutti i momenti della vita
  comunitaria.
     Questo significa un alto grado di addestramento e capacità
  socio-terapeutiche specifiche da parte del personale, ma
  soprattutto da parte del responsabile della comunità
  stessa.
     Infine, nell'articolo 4 è affrontato il problema
  determinante della formazione professionale degli
  operatori.
     La malattia mentale, il disturbo psichico, la patologia
  comportamentale sono disfunzioni che riguardano la sfera
  soggettiva, intrapsichica e relazionale, degli individui.
     Analogamente, l'approccio a questo tipo di sofferenza, la
  sua valutazione e la stessa risposta terapeutica sono funzioni
  strettamente connesse con la personalità e la soggettività di
  coloro cui competono compiti terapeutici ed assistenziali in
  questo ambito.
     Un'assistenza psichiatrica adeguata alle necessità di
  coloro che vi si rivolgono con richieste ed aspettative di
  aiuto pone, pertanto, un duplice ordine di problemi: quelli
  organizzativi e strumentali, e quelli riguardanti la qualità
  umana e professionale degli operatori socio-sanitari.
     I primi sono stati affrontati e risolti, nelle varie
  epoche, conformemente alla ideologia sulla malattia mentale
  prevalente al momento.
     I secondi sono stati finora affrontati, nel migliore dei
  casi, esclusivamente attraverso modalità di insegnamento che
  consistono nella trasmissione di nozioni, di teorie, di
  tecniche.
     Una formazione professionale che prenda in considerazione
  l'aspetto essenziale di qualsiasi intervento psichiatrico,
  cioè la relazione umana tra operatore ed utente, deve mettere
  in grado l'operatore stesso di divenire consapevole dei
  fattori emotivi ed affettivi che entrano in gioco in tale
  relazione.
     Questa consapevolezza non è trasmissibile per
  insegnamento, ma è gradualmente raggiungibile attraverso
  esperienze che mettano in grado l'operatore di vivere in prima
  persona la realtà emotiva ed affettiva di una relazione
  terapeutica.
     Attraverso questa esperienza l'operatore diventa
  consapevole delle proprie esigenze e reazioni emotive, di come
  possono anche gravemente interferire nel lavoro terapeutico ed
  assistenziale, di come possono essere controllate ed anche
  utilizzate per la comprensione dei problemi dell'utente e
  quindi per una efficace risposta di aiuto.
     Strumento privilegiato per questo tipo di formazione è il
  piccolo gruppo (dieci, quindici partecipanti), condotto da un
  formatore esperto in questa tecnica, cioè specificamente
  addestrato per questo lavoro.
     Questo tipo di formazione non può essere nè imposta nè
  generalizzata, perché si basa sulla partecipazione e
  collaborazione attiva, motivata e volontaria dei
  partecipanti.
     In conclusione, noi non vogliamo la sofferenza delle
  famiglie e verso di esse non abbiamo alcun atteggiamento di
 
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  sufficienza o di disumanità, ma continuiamo a tenere al centro
  della nostra attenzione e preoccupazione i problemi del
  malato, in quanto individuo e cittadino non da sopportare e da
  nascondere, bensì da aiutare senza paternalismi.  Il nostro
  rifiuto delle soluzioni ghettizzanti è allo stesso tempo
  rifiuto della pratica dell'abbandono, ed affermiamo che è
  nella capacità di capire i fenomeni in quanto rivelatori di
  una realtà, e non di impedire che i matti diano fastidio, che
  si misura la civiltà di una società.
 
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