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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


2689
DDL0163-0002
Progetto di legge Camera n. 163 - testo presentato - (DDL13-163)
(suddiviso in 33 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C163. TESTIPDL
...C163.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC163 ZZ13 ZZRL ZZPR
    Onorevoli Colleghi! - I convegni de il "Mondo"
  appartengono ormai al patrimonio della democrazia italiana, ad
  una stagione politica caratterizzata insieme da intransigenza
  e concretezza.
     Nel 1960 veniva pubblicato da Laterza con il titolo "Verso
  il regime" il volume che raccoglie gli atti dell'omonimo
  convegno che con le relazioni di Mario Boneschi e Leopoldo
  Piccardi denunciava la situazione in Italia in cui "la
  Costituzione è rimasta come un edificio al rustico; privata
  delle sue articolazioni democratiche, la Repubblica ha
  mantenuto la struttura centralizzata e autoritaria del vecchio
  Stato fascista e prefascista, le istituzioni sono avvolte in
  un'atmosfera di discredito e di sfiducia, il conformismo
  dilaga perché, a torto o a ragione, il cittadino medio,
  pressato dal bisogno, ritiene che all'infuori della protezione
  dei potenti nulla si possa avere e che, d'altra parte, ogni
  abuso sia possibile a chi gode i favori della classe politica.
  La crescente confusione fra Stato e governo, fra gli interessi
  e le leggi dello Stato italiano e gli interessi e le finalità
  di un'istituzione extrastatale verso la quale i governanti
  democristiani si mostrano più ossequienti che verso la
  Costituzione repubblicana; la censura, larvata, capziosa,
  sorniona, che raggiunge ogni attività del cittadino e insidia
  tutte le sue conoscenze; lo strapotere dei monopoli, che si
  servono dei mezzi pubblici per una politica privata, sono
  altrettanti fattori che fanno gravemente temere delle sorti
  delle democrazia in Italia".
     Dopo oltre trent'anni, in condizioni del tutto nuove e
  originali, con la caduta del potere democristiano e della
  partitocrazia, si torna a parlare di pericolo dell'instaursi
  di un regime.
 
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     E' significativo che tale denuncia nell'VIII Convegno
  degli Amici del Mondo (31 gennaio-1 febbraio 1959), trovasse
  il momento pregnante nella relazione di Ernesto Rossi "Per una
  riforma della RAI" perché "l'utilizzazione dei grandi
  strumenti moderni di persuasione, la radio e la T.V., per il
  "lavaggio dei cervelli", il graduale addormentamento
  dell'elettorato, la falsa euforia delle cifre ufficiali, il
  cieco egoismo dei privilegiati, la massificazione
  intellettuale del ceto medio, preparano il regime e creano le
  premesse di un nuovo tipo di dittatura morbida".
     Nell'introduzione Paolo Pavolini esplicitava il senso
  della proposta "Scopo di questi convegni, infatti, è suggerire
  temi di meditazione non linee o programmi politici, oppure
  affrontare particolari problemi concreti.  Uno di questi
  problemi è rappresentato dalla radio e dalla televisione,
  strumenti per loro natura innocui e imparziali, di cultura, di
  diletto e di informazione, che per volontà del regime
  democristiano sono divenuti invece armi illegittime di
  pressione politica, veicoli di faziosità clericali, o
  semplicemente di scemenze.  Ernesto Rossi ha preparato un
  completo progetto di riforma della RAI-TV che tende a
  riportare l'ente e le sue espressioni ai compiti che sono loro
  propri.  In un intervento riportato in questo volume si dice
  che gli Amici del "Mondo" si sono dimostrati un pò simili al
  monte della favola, che dopo aver posto sotto accusa tutto il
  regime nel suo insieme e nei suoi maggiori istituti, si sono
  contentati di partorire il topolino della riforma di un ente
  di importanza assai inferiore ai temi trattati.  Non siamo
  d'accordo con questo appunto.  Con il progetto di riforma della
  RAI-TV gli Amici del "Mondo" hanno voluto dare un saggio di
  concretezza e fornire un esempio di come si deve affrontare in
  pratica un tema preciso, per portare subito la lotta con il
  regime in Parlamento, nei ristretti limiti in cui questa lotta
  oggi è possibile; per fornire a tutti i deputati e senatori di
  buona volontà un progetto già pronto su cui impegnarsi; per
  mostrare al paese quale può essere domani il metodo da usare
  per aprire nella sede adatta quella serie di dibattiti su
  argomenti precisi a cui gli zelatori del regime dovranno per
  forza rispondere.  Se anche non sarà possibile raccogliere una
  maggioranza parlamentare per approvare il progetto degli Amici
  del "Mondo" sulla RAI-TV, e il Parlamento vorrà respingere
  questa ragionevole proposta, non si sarà certo perduto il
  tempo.  Il regime va incalzato e logorato senza tregua; a
  questo progetto se ne aggiungeranno altri: prima o poi, è
  fatale, il paese finirà per comprendere".
     Tale fiducia riposta nella capacità dei cittadini di
  capire rappresentava un segno di ottimismo della volontà,
  frustrato per troppo tempo, e che oggi va riaffermato anche se
  gli scarti di umore, gli alti e bassi delle convinzione che si
  registrano nell'opinione pubblica fa spesso sorgere dei
  dubbi.
     Il progetto di legge fu immediatamente presentato in
  Parlamento il 12 marzo 1959, da Ugo La Malfa.  Successivamente,
  il 22 giugno 1964, al Senato Ferruccio Parri presentò un
  disegno di legge sulla riforma della RAI che teneva largamente
  presente il progetto La Malfa "le cui direttive generali erano
  state discusse e vagliate da un convegno di studiosi e
  giuristi" (sic!) - la non citazione di Rossi e degli Amici del
  Mondo è piuttosto curiosa - "tenuto alcuni anni avanti a
  Roma".
     Il 25 febbraio 1965 l'identico testo fu presentato alla
  Camera da Lajolo, Marchesi, Pajetta, Alicata, Rossana
  Rossanda.
     Oggi che la questione informazione è diventata addirittura
  esplosiva per gli effetti sulle decisioni dei cittadini e per
  il ruolo proprietario del Presidente del Consiglio, si
  ripropone l'urgenza di un dibattito e di decisioni sul
  servizio pubblico, sul duopolio, e sull' antitrust.  E'
  paradossale che si sia iniziato il confronto con l'offensiva
  sulla RAI, con le conseguenti, forzate dimissioni dei
  "professori" e l'elezione di un nuovo consiglio
  d'amministrazione.  Le polemiche sulle nomine, le proposte di
  attribuire all'IRI la nomina del consiglio d'amministrazione e
  la necessità di una riforma della "legge Mammì", mi ha
  convinto a ripresentare il testo di riforma di Ernesto Rossi
  non per mera provocazione intellettuale, ma perché in un
 
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  momento in cui si usa e abusa di rivendicazioni liberali e
  liberaldemocratiche è bene tornare alle origini e soprattutto
  perché in un momento in cui occorre rifondare un "sistema"
  azzerando metodi di faziosità, censure, lottizzazioni, una
  proposta antica ma non polverosa può servire come termine di
  paragone anche per dimostrare che meglio si poteva fare in
  passato.
     Per queste ragioni non si è ritenuto di intervenire con
  modifiche all'articolato se non con quelle indispensabili alle
  mutate condizioni normative.  L'articolato quindi va letto
  tenendo conto che fu scritto in una situazione di monopolio,
  con presenza di una sola rete e con assenza del colore.
     Ma proprio la riflessione preoccupata del peso sulla
  democrazia dei mezzi di comunicazione dimostra la modernità
  del pensiero di Ernesto Rossi che qui di seguito viene
  riproposto pressoché integralmente:
     "L'amico Piccardi ha detto in quali direzioni ci dovremmo
  muovere per opporci allo scivolamemto, che sta divenendo
  sempre più rapido, verso il "regìme".  Al "regime" ci spingono
  tutte le forze reazionarie del nostro paese: i grandi baroni
  delle industrie del Nord per conservare i loro privilegi
  monopolistici e per sbarazzarsi dei sindacati operai; i
  latifondisti meridionali che temono la riforma agraria e la
  riduzione del dazio sul grano; i profittatori delle
  speculazioni edilizie, dei lavori pubblici del contrabando del
  petrolio, della farina importata dalla POA, che non ammettono
  intrusioni di parlamentari, giornalisti o agenti del fisco nei
  loro affari pritati; i generali che sperano aumenti di spese
  militari ed un ampliamento dell'organico degli alti gradi
  dell'esercito; i burocrati desiderosi di ampliare ancor più al
  di fuori di ogni controllo, i loro feudi nella pubblica
  amministraazione; le supreme gerarchie ecclesiastiche, che
  aspirano ad un ordinamento completamente conforme ai princìpi
  affermati nel  Sillabo.
     Bisogna riconoscere che nell'attuale situazione interna ed
  internazionale, è ben difficile fare attecchire le delicate
  pianticelle liberali, appena poggiate dalla Costituente sul
  suolo ancor tutt'ingombro dei residui appestati del regime
  fascista.
  Indipendenza della stampa e indipendenza dalla RAI.
     Visentini ha osservato che il tema della mia relazione
  poteva sembrare una risposta scherzosa al tema della relazione
  Piccardi.  Domanda Piccardi: "Che cosa fare?" - e Rossi
  risponde: "una riforma della RAI".  Questa  boutade  è
  giustificata soltanto dalla composizione tipografica del
  nostro biglietto d'invito.  Dopo la rassegna panoramica della
  situazione fatta da Piccardi, una risposta del genere sarebbe
  il classico topolino partorito dalla montagna.
     Col nostro progetto di legge sulla RAI intendiamo solo
  portare un esempio di come possono trovare applicazione, in un
  caso particolare, i suggerimenti di Piccardi, per meglio
  chiarire il nostro pensiero, e per continuare in quella che è
  ormai la tradizione dei convegni degli Amici del "Mondo" di
  dare una impostazione il più possibile concreta ai problemi
  della vita politica italiana.  Fra i problemi che ci sembravano
  più maturi nella pubblica opinione abbiamo scelto quello della
  RAI, perché pensiamo che presenti una maggiore probabilità di
  essere effettivamente risolto nel senso da noi desiderato.  Lo
  stesso facemmo nel I convegno dedicato ai monopoli
  industriali, quando presentammo un progetto di legge per la
  "irizzazione" dei servizi telefonici.  Neppure allora pensavamo
  che fosse possibile dare una soluzione soddisfacente al
  problema dei monopoli con tale "irizzazione".  Ma la nostra
  proposta poteva servire a concretare, in un caso particolare,
  come avremmo voluto tradurre in pratica le nostre affermazioni
  teoriche.  L'esperienza ha poi dimostrato che il caso era bene
  scelto, perché la nostra proposta è stata in sostanza
  accettata ed è divenuta legge: l'anno scorso i pacchetti
  azionari della TETI e della SET sono passati alla STET del
  gruppo IRI.
     Che il problema della RAI sia oggi sentito da molti come
  un problema attuale e importante mi pare dimostrato anche
 
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  dalle manifestazioni di insofferenza che ci sono state
  ultimamente per alcune trasmissioni radiofoniche e televisive.
  Mi basterà ricordare le critiche sollevate dalle conferenze
  stampa del Presidente del Consiglio, Fanfani, trasmesse alla
  TV e dalla serie di trasmissioni televisive intitolata:
  "Cinquant'anni di vita italiana".
     Tutti ormai hanno capito quali pericolosi strumenti per il
  condizionamento dei cervelli, e quindi per la instaurazione di
  un regime totalitario, sono diventate la RAI e la TV.
     La presente mia relazione è la continuazione e il
  completamento delle relazioni che presentai l'anno scorso al
  nostro convegno su "Stampa in allarme".  Mi soffermai allora
  sui pericoli che le nostre istituzioni democratiche corrono
  per il fatto che la maggior parte dei giornali "indipendenti"
  sono finanziati, direttamente o indirettamente, dai "padroni
  del vapore".  Ora intendo richiamare la vostra attenzione sui
  pericoli che corrono le medesime istituzioni per il fatto che
  le trasmissioni radiofoniche e televisive sono fatte da un
  unica società, controllata esclusivamente dal governo, e sono,
  in conseguenza, al servizio esclusivo della Democrazia
  cristiana e del Vaticano.
     Nella relazione dell'anno scorso sulla stampa, sostenni
  che l'unica vera garanzia al diritto che, nei regimi
  democratici, tutti i cittadini dovrebbero avere di essere
  informati in modo veritiero e completo sugli avvenimenti e
  sulle varie correnti dell'opinione pubblica, e la molteplicità
  delle imprese giornalistiche indipendenti (indipendenti non
  dai finanziatori, ché tale indiPendenza non potrà mai aversi,
  ma indipendenti le une dalle altre, cioè non collegate ad un
  unico centro, attraverso catene della Confindustria o intese
  fra i maggiori gruppi capitalistici).  Solo quando ci siano
  parecchi giornali che sostengono interessi ed opinioni
  diverse, il veleno emesso da un giornale può trovare un
  contravveleno negli altri giornali.  Altre possibili garanzie -
  dissi allora - sono la pubblicità delle fonti di finanziamento
  dei giornali e l'ampliamento e rafforzamento di quel diritto
  di rettifica che già si trova nella nostra legge sulla stampa.
  Infine, suggerii una riforma del nostro ordinamento giuridico
  per acclimatare anche nel nostro paese i  Boards of
  trustees  che assicurano la continuità dell'indirizzo
  politico ad alcuni giornali inglesi di fama internazionale.
     Col progetto di legge che ho l'incarico di illustrarvi,
  noi non chiediamo di abolire il monopolio della RAI, perché
  non vogliamo aumentare ancor più la potenza dei "padroni del
  vapore", dato che solo loro domani avrebbero i mezzi
  finanziari necessari per costruire nuove stazioni radiofoniche
  e televisive, in concorrenza con la RAI.  Chiediamo, invece, di
  rendere la RAI il più possibile indipendente dal governo, per
  conciliare il monopolio col diritto riconosciuto a tutti i
  cittadini nell'articolo 21 della Costituzione, di manifestare
  liberamente il loro pensiero "con ogni mezzo di
  trasmissione".
  L'"ordigno vociferante".
     Il 15 novembre 1926, l'onorevole L. Hore Belisha (che poi
  fu, per diverse volte, ministro nei governi conservatori)
  salutò alla Camera dei Comuni con queste parole l'avvento
  dell'era della radio, che "rendeva per la prima volta
  possibile in Inghilterra una vera democrazia":
     "Il sistema rappresentativo è soltanto un espediente; non
  è il sistema che avremmo voluto avere.  Abbiamo adottato questo
  sistema solo perché non era possibile attuare una reale
  democrazia, giacché una reale democrazia presuppone che tutti
  i cittadini si riuniscano, come facevano ad Atene, per
  ascoltare i discorsi.  Per mezzo della radio, per la prima
  volta possiamo associare tutta la collettività al nostro
  Parlamento e darle la possibilità di ascoltare i discorsi,
  come nell'antica Atene, per conoscere le opinioni dei propri
  rappresentanti".
     Hore Belisha era una persona intelligente, ma aveva forse
  una opinione troppo favorevole della democrazia ateniese;
 
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  certo, nel 1926, aveva una idea troppo rosea di quelle che
  avrebbero potuto essere le conseguenze politiche della
  diffusione della radio.  Mentre la lettura stimola la
  riflessione e sviluppa il senso critico, la radio tende, in
  generale, a convincere facendo appello ai sentimenti più
  elementari, senza discussione e senza riflessione.
     Si fa più fatica - osservava anni fa Luigi Einaudi - a
  leggere la parola trasferita dai piombi della tipografia sulla
  carta dei giornali che non ad ascoltare ad ogni ora del giorno
  il verbo pronunciato dall'ordigno vociferante nella stanza in
  cui si vive.  Quella parola entra come uno stillicidio nel
  cervello dell'ascoltatore; a poco a poco lo rende incapace di
  ragionare e lo inebetisce.
     Già prima della televisione l'influenza della radio nel
  suscitare stati d'animo collettivi di paura, di odio, di
  entusiasmo, era immensamente maggiore di quella del cinema e
  della stampa.  C'e ancora chi ricorda quel che avvenne più di
  venti anni fa, quando, il 30 ottobre 1937, una stazione di
  New, York trasmise un adattamento del romanzo popolare  La
  guerra dei due mondi  di H. G. Wells.
     "Prima che l'emissione fosse terminata - riferisce Jacque
  Kaiser in  Mort d'une Liberté  citando le fonti - si poté
  vedere su tutta l'estensione degli Stati Uniti della gente che
  pregava Dio, urlava, fuggiva perdutamente, per scampare alla
  morte che stava per arrivare da parte dei marziani.  Alcuni si
  precipitavano per salvare dal supposto pericolo i parenti;
  altri trasmettevano per telefono il loro addio od i loro
  consigli alle persone amate, e si affrettavano ad informare i
  vicini; altri ancora cercavano di avere notizie più precise
  dalle redazioni dei giornali o dalle stazioni radiofoniche
  emittenti, oppure chiamavano autombulanze e auto della
  polizia.
     I radioascoltatori di quella trasmissione - scrive Kaiser
  - furono valutati fra i sei e i dodici milioni; circa due
  milioni credettero veri i fatti annunciati dalla radio; più
  del 70 per cento furono presi dal panico; il 28 per cento
  avevano ricevuto un'educazione superiore".
     Questo accadde negli Stati uniti, il paese più ricco e
  tecnicamente più progredito del mondo, in cui da generazioni e
  completamente scomparso l'analfabetismo e le case editrici, i
  giornali, i settimanali sfornano in continuazione migliaia di
  tonnellate di carta stampata...
  La TV nei regimi totalitari ed in quelli
  democratici.
     Sappiamo tutti quale diabolico strumento fu "l'ordigno
  vociferante" dell'EIAR durante il fatidico ventennio.  E che
  cosa può essere la televisione in un regime totalitario lo ha
  esattamente previsto Giorgio Orwell nel romanzo:  1984.
  Nonostante sia comparso dieci anni fa, quando la televisione
  era ancora ai primi passi, questo romanzo ci fa ben capire
  quale terribile forza suggestionatrice la Tv mette al servizio
  delle dittature.
     Anche nei regimi democratici la TV - se non viene regolata
  in modo da rendere continuamente possibili le repliche
  dell'opposizione, la presentazione delle tesi non conformiste,
  i dibattiti su tutte le questioni controverse - può riuscire
  assai più pericolosa della radio.  La testimonianza della vista
  dà, infatti, una certezza che non dà la testimonianza
  dell'udito.  L'oratore alla TV può suggestionare molto più
  facilmente guardando negli occhi e accompagnando le parole coi
  gesti, e può far trangugiare i più ributtanti beveroni di
  propaganda, mescolandoli ai dolci sorrisi delle belle ragazze
  ed ai movimenti delle gambe delle ballerine.
     In un foglio della sinistra democristiana (e precisamente
  nel primo numero di quest'anno di "Politica") pochi giorni fa
  ho letto una severa critica della trasmissione: "Cinquant'anni
  di storia italiana".  Il direttore del quindicinale, Nicola
  Pistelli, in essa giustamente rileva che - con gli strumenti
  di cui oggi dispongono tutti i governi - neanche il fascismo
  avrebbe più bisogno, per affermarsi, degli aspetti violenti
  che lo caratterizzarono nel 1921: "forse gli basterebbe
  addormentare la coscienza della gente intorno ai
  televisori".
 
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     Basta osservare le facce imbambolate dei telespettatori
  che assistono, in un pubblico locale, alla più idiota
  trasmissione della TV per convincersi che dallo schermo emana
  un vero fluido ipnotico, che ottenebra le facoltà critiche e
  volitive, trattenendo per ore davanti al video, qualunque
  stupidaggine venga ammannita.
     Nella democrazia a suffragio universale questo fluido ha
  effetti straordinari durante le campagne elettorali.
     Nessuna dichiarazione alla stampa ed alla radio - ha
  scritto André Siegfried dopo le elezioni presidenziali
  americane del 1952 - avrebbe permesso la straordinaria
  autodifesa del vice presidente Nixon, durante la sua campagna
  elettorale; i suoi argomenti valevano quello che valevano, ma,
  apparendo sugli schermi accanto alla moglie, egli produceva
  con la sua presenza un potente effetto, derivante da una
  sollecitazione emotiva.
     Che cosa sarebbe successo - possiamo domandarci - per la
  Repubblica, se la televisione fosse stata già quella che è
  oggi, ed Umberto di Savoia avesse potuto presentarsi al video
  tenendo in collo il principino?  A questa domanda ho già
  risposto sul "Mondo", che se Umberto avesse seguito i consigli
  degli esperti in propaganda televisiva, senza dire neppure una
  parola sui problemi costituzionali, molto probabilmente
  saremmo ancora in regime monarchico.  E questa probabilità
  diventa per me certezza se Umberto avesse potuto presentarsi
  sullo schermo assieme ad una moglie del genere della
  principessa Grace di Monaco.
     Commentando il grande successo che Anthony Eden aveva
  ottenuto la settimana prima alla televisione, con le sue
  risposte alle domande postegli dai quattro giornalisti
  specializzati in politica estera, il " New Statesman and
  Nation " del 27 novembre 1954 ha scritto:
     "Le battaglie politiche del futuro saranno vinte da coloro
  che sapranno meglio profittare della possibilità che la TV
  offre di parlare all'elettore, da uomo ad uomo, nell'intimità
  della sua casa.
     Faremmo bene a tener sempre presente questa previsione per
  non trovarci davanti alle più amare sorprese".
  Gli abbonati alle radioaudizioni ed alla
  televisione.
     Nel 1938 il numero degli abbonati alle radioaudizioni in
  Italia era di 978 mila; alla fine del 1948 era più che
  raddoppiato: 2 milioni e 205 mila; alla fine del 1958 gli
  abbonati erano 7 milioni 138 mila: la percentuale delle
  famiglie abbonate sul totale delle famiglie italiane era già
  salita al 56,53 per cento.  L'incremento netto degli
  abbonamenti continua a crescere: e stato di 187 mila nel 1956,
  di 307 mila nel 1957, di 423 mila nel 1958; in pochi anni
  arriveremo alla saturazione completa del mercato, come già è
  avvenuto negli Stati Uniti, in Inghilterra e in molti altri
  paesi economicamente più progrediti.
     Alla fine del 1958 gli abbonati alla televisione erano 673
  mila, più del triplo che nel 1954.  Da una inchiesta eseguita
  nel giugno del 1957 dalla RAI, in collaborazione con
  l'Istituto Doxa, nelle regioni del Mezzogiorno incluse nelle
  reti televisive solo al principio di quell'anno (Puglia,
  Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna), risulta che le
  trasmissioni televisive erano allora seguite, in quelle
  regioni, dal 42 per cento della popolazione adulta
  complessiva: 110 mila adulti disponevano di un televisore in
  casa propria; circa 1,9 milioni di persone si recavano ad
  assistere alle trasmissioni, con frequenze varie, nei locali
  pubblici, mentre poco più di un milione si recavano in casa di
  amici o parenti, e 200 mila circa alternavano entrambe le
  possibilità; il telegiornale era normalmente seguito, nella
  sua prima edizione serale, da circa mezzo milione di adulti,
  che salivano ad oltre un milione il giovedi e la domenica.
  Alla fine del 1958 il numero degli abbonati alla televisione
  era salito a 1 milione e 96 mila, cioè erano abbonati alla TV
  l'8,68 per cento delle famiglie italiane.
     Le notizie, i commenti, i discorsi trasmessi attraverso
  l'etere, hanno, quindi, anche nelle zone più depresse, una
 
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  diffusione molto maggiore di quelli trasmessi attraverso la
  stampa; arrivano in paesi dove ancora non esiste né una
  rivendita di giornali, né un cinema, né una scuola;
  interessano alle vicende politiche nazionali ed internazionali
  non solo la popolazione che era stata sinora appena raggiunta
  dai giornali sportivi, dai giornali a fumetti e dai
  fotogiornali, ma anche gli analfabeti: una massa enorme, che
  non ha alcuna educazione politica, che accetta informazioni e
  commenti per motivi passionali, senza il minimo esame critico;
  che crede nei sortilegi, negli amuleti, nelle stregonerie, nel
  miracolo di san Gennaro, nelle lacrime delle madonne; che può
  essere facilmente indirizzata nelle più opposte direzioni
  dagli esperti di psicologia collettiva.
     Questa massa costituisce un elemento determinante della
  composizione del nostro Parlamento e quindi della natura del
  nostro Governo.
     Il problema della RAI, perciò, non è un problema
  d'importanza marginale: è un problema, come si dice, "di
  fondo", per chi vuole consolidare e sviluppare le istituzioni
  democratiche in Italia.
  La RAI e il Parlamento italiano.
     Ad analoghi risultati, ben poco soddisfacenti per il
  nostro amor proprio di italiani, arriveremmo confrontando le
  relazioni ed i resoconti delle discussioni parlamentari nei
  due paesi.
     In Inghilterra il problema delle trasmissioni
  radiofoniche-televisive è stato oggetto di diverse importanti
  inchieste parlamentari (comitato Sykes del 1923, comitato
  Crawford del 1925, comitato Ullswater del 1935, comitato
  Beveridge del 1949, di frequenti relazioni nei "libri bianchi"
  governativi, e di lunghe discussioni alla Camera dei Comuni
  (sul rinnovo delle licenze alla BBC, sul diritto di veto del
  Postmaster, sulla istituzione della ITA, sui servizi
  d'oltremare, ecc.).  Nel Parlamento italiano, invece, il
  problema non è mai stato seriamente discusso: anche il rinnovo
  della concessione in esclusiva per venti anni alla RAI e il
  passaggio del pacchetto azionario di maggioranza della RAI
  dalla SIP all'IRI, sono stati disposti nel 1952 alla
  chetichella, con semplici provvedimenti amministrativi, senza
  alcun intervento della Camera e del Senato.
     Da undici anni funziona (o meglio non funziona) una
  commmissione parlamentare, alla quale il decreto 3 aprile
  1947, n. 428, ha affidato il compito di assicurare
  l'indipendenza e l'obbiettività informativa delle
  radiodiffusioni.  Quando venne istituita, il giornale "Il
  Popolo" scrisse che "il criterio al quale si ispirava il
  lavoro della commissione in materia politica era quello di
  assicurare, attraverso un organo particolarmente sensisibile e
  capace di portare la sua voce in tutti gli ambienti della vita
  pubblica e privata, qual è la radio, il giuoco della
  discussione e la possibilità di esprimesi a tutti i
  rappresentanti dei partiti".
     Poiché è necessario, pena il decadimento degli ideali di
  libertà e di democrazia, che dinnanzi al microfono si
  avvicendino gli oratori di tutte le correnti politiche (...)
  si è ritenuto opportuno creare un mezzo che, pariteticamente
  valutandone e rappresentandone gli interessi, ne equilibri e
  coordini le manifestazioni.  Viene così meno il pericolo che un
  partito o un gruppo di partiti, profittando della sua salita
  al potere, monopolizzi a suo utile e profitto esclusivo il più
  efficace mezzo di educazione del popolo.
     Ma lo strumento allora costruito non era certo uno
  strumento adeguato al raggiungimento di questo fine.  Parlando
  sulla RAI ad un convegno a Firenze, il 16 maggio 1954, Piero
  Calamandrei disse che la commissione parlamentare per l'alta
  vigilanza era una "commissione fantasma".  Io direi piuttosto
  che è una "commissione truffa" una delle tante porte dipinte
  sui muri della nostra pubblica amministrazione, con sopra, a
  grandi caratteri luminosi, la scritta: "Supremo organo di
  controllo".  Servono a mascherare le responsabilità,
  consentendo ai ministri di rispondere a chi protesta: "Ha
  sbagliato uscio: si rivolga al piano di sotto".
     La Commissione parlamentare non ha alcun effettivo potere:
  può esercitare soltanto un controllo "a posteriori" e
 
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  presentare le sue eventuali doglianze al governo.  L'articolo
  12 della legge 3 aprile 1947, n. 428, che istituì la
  commissione, dispone che essa "trasmette le sue deliberazioni
  alla Presidenza del Consiglio dei ministri, che deve impartire
  al presidente dell'ente concessionario le disposizioni
  necessarie per curarne l'esecuzione e deve informare il
  Ministro delle poste e telecomunicazioni", ma l'articolo 18
  stabilisce anche che "per la trasmissione di notizie di
  carattere politico-militare o di notizie attuali di carattere
  finanziario o economico, capaci di pregiudicare i rapporti
  internazionali, il credito dello Stato, o interessi di
  carattere generale, l'ente con cessionario può interpellare la
  presidenza del Consiglio ed in tale caso deve osservarne le
  istituzioni".
     Come il gruppo democristiano interpreta queste due
  disposizioni contraddittorie, e che cosa intende per
  indipendenza della RAI, è spiegato molto chiaramente nella
  relazione che un membro della commissione, l'onorevole Tozzi
  Condivi, presentò il 13 giugno 1955:
     "L'Ente concessionario - egli scrisse - non può
  dimenticare, non deve dimenticare che esercita una funzione
  per conto dello Stato, il quale, in democrazia, è retto da un
  potere esecutivo, il quale è strumento della maggioranza per
  la realizzazione di un programma accettato dalla maggioranza
  della nazione.  Pertanto la funzione della nostra commissione,
  secondo l'evidente spirito del legislatore è e rimane questa:
  controllare che le direttive date siano rispettate dall'ente,
  riferendone in caso di violazione, proprio alla presidenza del
  Consiglio dei ministri!  Non dice neppure, il decreto, che si
  debba riferire al Parlamento; stabilisce che si deve riferire
  alla presidenza del Consiglio dei ministri, la quale, a sua
  volta, risponde di fronte al Parlamento ed alla nazione.
     Sapendo che le sue trasmissioni entrano nelle case di
  tutti, la RAI - aggiunse l'onorevole democristiano - per non
  offendere alcuno, deve nelle materie libere, cercare di
  corrispondere proporzionalmente ai desideri di tutti, deve
  usare dei criteri di obbiettività ed imparzialità".
     Ma chi può essere giudice spassionato?  Quando si parla di
  obbiettività, umanamente, non può prescindersi dalla
  soggettività, ed è indubbio che l'obbiettività della RAI sarà
  naturalmente, direi più inconsciamente, influenzata dalla
  soggettività della magggioranza.  Questa realtà precisa di uno
  Stato democratico, nel quale la direzione e la responsabilità
  della cosa pubblica sono attribuite alla maggioranza, non può
  non influenzare l'obbiettività e l'indipendenza politica della
  RAI, la quale esercita un servizio per conto dello Stato.  Se
  questa non fosse stata la volontà del legislatore, allora,
  così come per il comitato che formula le direttive artistiche,
  si sarebbe dovuto creare un organo indipendente dal
  Parlamento, il quale avrebbe dovuto operare in spazi astrali,
  là dove sussiste l'obbiettività pura per eccellenza.
     Perché tutti potessero avere piena libertà di esprimere le
  loro opinioni - secondo l'onorevole Tozzi Condivi - sarebbe
  necessario lasciare libero l'esercizio della radio a diverse
  società private, così come avviene in altri Stati, ed
  analogamente a quanto per la stampa è disposto anche in
  Italia.
     Fino a tanto che questo non sarà, non sarà neppure
  possibile fare diversamente, e l'obbiettività sarà sempre
  relativa o, per meglio dire, dovrà sempre tenere come criterio
  dominante l'interesse dello Stato, rappresentato di volta in
  volta da maggioranze che possono mutare e le quali non
  potranno mai permettere - come in nessuno Stato permettono -
  che un loro servizio eserciti della propaganda, segua delle
  direttive, in contrasto con le direttive della politica della
  maggioranza, la quale è, per costituzione, l'espressione
  parlamentare dell'intera nazione.
     Sulla base di questi princìpi "democratici", l'onorevole
  Tozzi Condivi concluse l'esame delle veline delle trasmissioni
  effettuate dalla RAI affermando che "la RAI si è sforzata al
  massimo di attuare quella inumana clausola di obbiettività e
  di imparzialità che le è stata imposta, dopo aver premesso
 
                               Pag. 9
 
  che, però, non può discostarsi dalle direttive della
  Presidenza del Consiglio dei ministri!!".
     La parola "inumana" è fra virgolette nel testo della
  relazione, e nella stessa relazione sono anche i due punti
  esclamativi.
     Il 10 giugno 1954 gli onorevoli Farini, comunista, e
  Schiavetti, socialista, hanno presentato una proposta di legge
  (n. 966) per estendere la vigilanza della commissione
  parlamentare a tutti i programmi delle radiodiffusioni e delle
  trasmissioni televisive e per sottoporre al suo parere
  vincolante l'approvazione dei programmi e la nomina del
  presidente e del consigliere delegato della RAI.
     Noi siamo decisamente contrari a proposte di questo
  genere.  Anche se la commissione potesse veramente farsi
  ubbidire dai funzionari della RAI, non potrebbe mai dare
  ordini sgraditi al governo, perché è formata di rappresentanti
  dei gruppi parlamentari in rapporto proporzionale alla
  consistenza numerica di ogni gruppo, e quindi riflette nella
  sua composizione la composizione stessa della maggioranza
  governativa.
     La commissione parlamentare non può essere rinvigorita con
  ricostituenti.  E' nata morta, va seppellita.
  La BBC e il Parlamento inglese.
     Perché possiate avere un altro termine di confronto
  consentitemi di ricordare alcune battute di una discussione
  che si svolse alla Camera dei Comuni sulla BBC, il 14 maggio
  1956, subito dopo la crisi di Suez.
     Quel che più stupisce l'italiano che legge il resoconto di
  tale discussione è che le critiche, allora rivolte alla BBC,
  non vennero dai laburisti scontenti per l'eccessivo
  conformismo governativo della BBC; vennero dai conservatori,
  che accusavano la BBC di indebolire la politica estera inglese
  e di seminare l'indisciplina fra le truppe combattenti, dando
  troppo rilievo alle opinioni dell'opposizione.
     Nessuno dei deputati mise neppure in discussione la
  libertà della BBC per i servizi interni, in tempi normali; ma
  i conservatori sostennero che il governo aveva il dovere di
  esercitare un certo controllo sulle trasmissioni all'estero,
  durante le crisi internazionali, in cui erano impegnate le
  forze armate della Gran Bretagna.
     Il deputato conservatore Rawlison, dopo aver riconosciuto
  che, anche in quell'occasione, la BBC aveva equamente
  distribuito il tempo delle trasmissioni tra governativi e
  oppositori, sostenne che la libertà della BBC non poteva
  essere egualmente ampia nei servizi per l'interno e in quelli
  per l'estero.  Egli lesse alcuni brani del " Manchester
  Guardian ", trasmessi pochi giorni prima dai servizi
  d'oltremare, in cui la politica governativa riguardo al canale
  di Suez era definita "pazzesca, completamente sbagliata, sotto
  ogni riguardo morale, militare e politico".
     "Se queste parole - osservò il deputato conservatore -
  sono state ascoltate dai nostri soldati, attraverso un
  servizio pagato dai contribuenti inglesi, non potrebbero aver
  suscitato in loro delle perplessità?"
     L'onorevole Wigg lo interruppe esclamando:
     "Spero bene di sì!"
     Immaginate cosa sarebbe successo dopo una simile
  interruzione nel Parlamento italiano ...  L'indipendente
  interruttore sarebbe stato per lo meno bollato con un marchio
  di infamia come traditore della patria.  Invece l'onorevole
  Rawlison pacatamente ribatté:
     "Dall'interruzione dell'onorevole collega mi è parso di
  capire che egli spera che la perplessità e la divisione
  fossero state effettivamente suscitate fra i nostri soldati
  dalle trasmissioni radio proprio nel momento in cui stavano
  per muovere all'assalto".
     Poi riprese:
     "La radio per l'estero deve parlare in nome del governo
  inglese (interruzioni: "Oh!  Oh!").  Dovrebbe trasmettere la
  politica estera del governo in carica.  Ben s'intende che io
  parlo solo delle trasmissioni di politica estera, per
 
                              Pag. 10
 
  l'estero, Queste trasmissioni dovrebbero rispecchiare la
  politica del governo in carica, che è sostenuta dalla
  maggioranza di questa Camera.  Essa sola dovrebbe andare
  all'estero nel nome di questo paese".
     L'onorevole Gordon Walker replicò:
     "La BBC si è fatta una straordinaria reputazione in tutto
  il mondo solo perché riporta liberamente, obbiettivamente e
  imparzialmente le varie opinioni che vengono sostenute nel
  nostro paese.  Se accettassimo le stupefacenti idee
  dell'onorevole Rawlison sulla censura e le direttive del
  governo, egli forse potrebbe essere soddisfatto nel sentire
  che tutte le cose che desidera vengono effettivamente
  trasmesse attraverso l'etere, ma le trasmissioni non
  entrerebbero nelle orecchie di nessuno".
     Ed un altro deputato laburista, l'onorevole Pannel,
  disse:
     "A poco a poco, col passare degli anni, la BBC si è fatta
  una buona reputazione per l'onestà con la quale riporta le
  notizie.  Uno degli appunti più gravi che si muovono ai
  giornali è che, in generale, gli abitanti del nostro paese
  credono sempre meno a quel che leggono sui loro fogli.
  Leggiamo i giornali per distrarci e per divertirci, ma ci
  rivolgiamo alla radio per essere informati in modo
  veritiero".
     La BBC aveva riportato ampiamente gli articoli del
  "Manchester Guardian" (che vende solo 300-400 mila copie), e
  non aveva dato uno spazio corrispondente alla loro tiratura ai
  giornali che avevano una diffusione di due o tre milioni di
  copie, "perché - osservò l'onorevole Pannel - l'influenza
  politica dei giornali era in rapporto inverso alla loro
  circolazione".
     L'onorevole Wigg disse che il suo collega conservatore,
  nonostante sedesse da molti anni alla Camera dei Comuni, non
  aveva ancora capito la procedura con la quale erano assegnate
  le ore per le trasmissioni politiche.  Pareva non sapesse che
  esisteva un accordo tra i partiti politici e la BBC, per il
  quale ogni partito, in qualsiasi momento, poteva fare una
  trasmissione radio.
     "Se un giorno - concluse - dovesse essere scritto
  l'epitaffio della democrazia, esso potrebbe consistere nelle
  lettere BBC.  La democrazia non può vivere se non ha una buona
  informazione; fondamento della democrazia non è la possibilità
  di mettere ogni cinque anni un pezzetto di foglio in un'urna;
  democrazia significa che ogni cittadino è positivamente
  associato al lavoro del corpo politico".
     Nella risposta conclusiva, l'onorevole Alport, assistente
  del Postmaster Generale, riconobbe che nelle situazioni del
  genere di quella che si era aperta con la crisi nel Medio
  Oriente, la BBC, navigando tra Scilla e Cariddi, poteva
  facilmente essere sbattuta dalle tempeste un poco più a destra
  o un poco più a sinistra.
     "Ma il sapere che occhi vigilanti seguono continuamente la
  BBC - egli dichiarò - per vedere come porta il grave carico
  delle sue responsabilità, e il fatto che il suo operato forma
  oggetto di discussioni in Parlamento, sono cose di grande
  importanza per la BBC e costituiscono una garanzia per il
  pubblico di tutte le tendenze politiche".
     Vi prego di scusarmi per questa mia lunga digressione: ma
  ho ritenuto opportuno illustrare, con un esempio, quali
  delicati problemi politici ha fatto nascere il nuovo strumento
  di comunicazione delle idee, e come, nei periodi di crisi,
  riesca difficile, anche in un paese veramente democratico,
  qual è l'Inghilterra, dare i servizi radio in modo da
  conciliare le contrastanti esigenze.
     D'altra parte, ritengo possa essere istruttivo riconoscere
  con quale serietà viene discussa nella Camera dei Comuni
  l'attività della BBC, e come tutti gli uomini politici
  inglesi, anche i conservatori al governo, siano continuamente
  preoccupati di garantire la sua indipendenza, perché dia
  servizi imparziali e oggettivi.
  Il progetto di legge.
       Da quanto ho esposto finora mi pare risulti
  sufficientemente dimostrata la necessità di una radicale
  riforma della RAI per assicurare l'imparzialità e
  l'obiettività dei suoi servizi.  A questo fine abbiamo
 
                              Pag. 11
 
  preparato lo schema di progetto di legge che passo ora ad
  illustrare nei punti essenziali.
  1)  Trasformazione della RAI in ente di diritto
  pubblico.
     La RAI è una società per azioni.
     E' questa, però, una "finzione giuridica": in realtà la
  RAI ha soltanto la forma della società commerciale, in quanto
  suo compito è quello di prestare un servizio pubblico, non di
  distribuire dividendi agli azionisti; il suo capitale sociale
  è sottoscritto quasi completamente dallo Stato, non dai
  privati; la volontà del suo consiglio di amministrazione (sei
  membri di nomina governativa e dieci nominati dall'assemblea
  generale, formata di rappresentanti dell'IRI e della SIP) si
  identifica con la volontà del governo; il suo collegio
  sindacale è presieduto da un funzionario della Ragioneria
  generale; la nomina del suo presidente, del suo consigliere
  delegato e del suo direttore generale è fatta dal governo; il
  governo le assicura l'esclusività dei servizi radiofonici e
  televisivi; i suoi canoni di abbonamento sono stabiliti con
  decreto ministeriale e riscossi con la stessa procedura delle
  imposte; e -  last but not least -  comunque vadano le
  cose, la RAI non può fallire.
     Questa finzione giuridica, in pratica, mette i servizi
  radiofonici e televisivi alle complete dipendenze del governo
  in carica; rende più difficile ottenere che la RAI venga
  veramente gestita come un servizio pubblico; agevola, con la
  rappresentanza degli azionisti nel consiglio di
  amministrazione, la collusione tra i gruppi capitalistici
  privati ed i funzionari dello Stato; sottrae la contabilità
  della RAI al controllo della Corte dei conti e del
  Parlamento.
     Nel progetto di legge noi proponiamo, perciò, di
  trasformare la RAI da società per azioni in un ente di diritto
  pubblico.
     Non abbiamo previsto alcuna norma per l'operazione
  finanziaria con la quale dovrebbe essere attuata questa
  riforma, né per regolare quella che dovrebbe poi essere la sua
  vita interna: l'assunzione ed il licenziamento del personale,
  la procedura per le spese, i contratti, le transazioni, i
  giudizi; i controlli da esercitare sulle sue contabilità,
  eccetera.  Queste materie andrebbero disciplinate nel
  regolamento e nello statuto dell'ente (sulla falsariga degli
  ordinamenti vigenti per la Banca Nazionale del Lavoro, la
  Cassa del Mezzogiorno, l'ENI), in modo da consentire all'ente
  la massima possibile autonomia finanziaria, la rapidità delle
  decisioni e l'agilità dei movimenti, indispensabili per
  un'efficiente gestione e per un continuo adeguamento delle sue
  strutture organizzative e dei suoi impianti alle variazioni
  delle conoscenze tecniche e dei gusti degli utenti.
  2)  Costituzione di un Comitato di garanzia.
     Il problema principale da risolvere per raggiungere i fini
  che ci proponiamo è quello della scelta dei dirigenti.  Gli
  enti tanto valgono quanto valgono gli uomini che li dirigono.
  Nessun ordinamento giuridico può garantire che vengano scelti
  uomini adatti ai posti direttivi, ma alcuni ordinamenti
  rendono più facile ed altri rendono impossibile una tale
  scelta.
     In Italia tutti i governi, qualunque fosse il loro colore
  politico, hanno sempre cercato di adoperare gli organi dello
  Stato ed il pubblico denaro per consolidarsi al potere e
  sopraffare l'opposizione.  Se si vuole che la RAI sia
  indipendente, non possiamo, perciò, affidare al Governo la
  nomina delle persone responsabili delle sue trasmissioni.
  D'altra parte, se il Governo deve continuare a rispondere al
  Parlamento del modo in cui la RAI spende i quattrini dei
  contribuenti, è anche logico che continui a scegliere le
  persone incaricate della sua gestione tecnica e
  finanziaria.
     Noi abbiamo, in conseguenza, pensato di separare le prime
  funzioni dalle seconde, prendendo a modello, piuttosto che il
  comitato dei governatori della BBC, i  Boards of trustees
  che in Inghilterra garantiscono la continuità
  dell'indirizzo politico di alcuni giornali di fama
  internazionale: proponiamo, cioè, di costituire un Comitato di
  garanzia responsabile di fronte al Parlamento del livello
 
                              Pag. 12
 
  culturale di tutte le trasmissioni radiofoniche e televisive,
  della obbiettività delle informazioni e della imparzialità
  della RAI.  In piena indipendenza da ogni altro organo dello
  Stato, dovrebbe stabilire i criteri per la preparazione dei
  programmi, fissare le modalità di svolgimento delle
  discussioni, dei dibattiti e delle repliche sugli argomenti
  controversi, e disporre speciali servizi nel corso delle
  elezioni politiche e amministrative.
     Un consiglio di amministrazione, responsabile di fronte al
  Governo del bilancio della RAI, dovrebbe fornire al Comitato
  di garanzia gli strumenti amministrativi, tecnici e finanziari
  per attuare le proprie decisioni.
     Mentre il consiglio di amministrazione della RAI sarebbe
  ancora nominato dal governo, il comitato di garanzia sarebbe
  nominato dal Parlamento e dal Presidente della Repubblica.
  Anello di congiunzione fra questi due organi sarebbe il
  direttore generale, per la cui nomina chiediamo l'accordo fra
  il comitato di garanzia e il Ministro delle poste e
  telecomunicazioni.
     Non ci nascondiamo che tale sistema può far nascere
  attriti e contrasti fra il Comitato di garanzia e il consiglio
  di amministrazione, ma riteniamo che attriti e contrasti
  potrebbero essere superati senza gravi scosse, come
  continuamente sono superati quelli fra il  Board of trustees
  e la direzione dei giornali.  Nel caso poi che il conflitto
  divenisse troppo grave, il problema, che avesse dato ad esso
  origine, potrebbe essere portato davanti al Parlamento.  Tutti
  sarebbero allora informati delle ragioni della crisi.  E questo
  sarebbe il modo migliore per educare l'opinione pubblica a
  interessarsi all'organizzazione e al funzionamento della
  RAI.
  3)  Modo di scelta dei garanti.
     Non crediamo che sarebbe opportuno affidare la scelta dei
  "garanti" a corpi accademici (Accademia dei Lincei, Consiglio
  nazionale delle ricerche, Consigli delle facoltà di
  giurisprudenza e di scienze politiche, eccetera) e ad
  organizzazioni di categoria (sindacato dei giornalisti,
  sindacato degli scrittori, sindacato degli insegnanti,
  eccetera): una tale soluzione corporativa porterebbe nel
  Comitato la rappresentanza degli interessi sezionali, più o
  meno puliti, dei gruppi incaricati delle scelte, e romperebbe
  tutti i legami tra il Parlamento e la RAI, che conviene,
  invece, conservare, data la grande importanza politica dei
  servizi radiotelevisivi.
     Dopo lunghe discussioni, siamo arrivati a proporre un
  sistema misto: sui sette membri del Comitato di garanzia, due
  dovrebbero essere nominati dal Presidente della Repubblica e
  cinque essere eletti dai presidenti dei gruppi parlamentari di
  tutte e due le Camere.
     Poiché il principale compito del Comitato di garanzia
  sarebbe quello di assicurare l'imparzialità della RAI in
  confronto alle diverse opinioni ed il rispetto dell'articolo
  21 della Costituzione, sarebbe logico attribuire lo stesso
  numero di voti ad ogni presidente di gruppo, indipendentemente
  dalla consistenza numerica del suo gruppo.  Ma diversi amici
  hanno osservato che una tale disposizione apparirebbe troppo
  rivoluzionaria, troppo contraria alle consuetudini del nostro
  Parlamento, e forse potrebbe essere facilmente aggirata dai
  partiti che hanno una più vasta rappresentanza, costituendo
  gruppi solo in apparenza separati.  Abbiamo ripiegato, perciò,
  su una soluzione più moderata, proponendo che ogni presidente
  di gruppo possa dare i suoi voti a non più di due persone.
  Verrebbe così garantita una sufficiente rappresentanza anche
  ai gruppi parlamentari minori.
     Dopo l'elezione fatta così dai presidenti dei gruppi
  parlamentari, il Presidente della Repubblica nominerebbe altri
  due "garanti".  Sarebbe in tal modo riconosciuta, anche
  formalmente l'importanza del Comitato di garanzia nella vita
  nazionale, e si darebbe la possibilità di un intervento
  equilibratore del Capo dello Stato per correggere eventuali
  scelte troppo partigiane fatte dal Parlamento.  Per mio conto
  aggiungo che, quando si tratta di nominare poche persone per
  uffici pubblici molto importanti, ritengo molto più probabile
 
                              Pag. 13
 
  una buona scelta se viene affidata ad una sola persona, che ha
  un'elevata posizione politica, piuttosto che ad assemblee, a
  comitati, a collegi, nei quali è impossibile individuare la
  responsabilità di chi prende effettivamente le decisioni.
     I parlamentari non potrebbero esser nominati nel Comitato
  di garanzia, perché non hanno il tempo disponibile per leggere
  le veline delle trasmissioni e per seguire continuamente i
  servizi radiofonici e televisivi, né hanno alcun interesse a
  fare sul serio un lavoro che elettoralmente non rende, e per
  il quale nessuno sarebbe loro grato".
     Rispetto alla soluzione prospettata da Ernesto Rossi, si
  ritiene di rimandare ad una modifica dei regolamenti
  parlamentari, da attuarsi solo al momento dell'entrata in
  vigore della legge che scaturirà dall'approvazione della
  presente proposta, l'eventuale previsione della costituzione
  di una Giunta, composta da quindici deputati e quindici
  senatori scelti, rispettivamente, dal Presidente della Camera
  dei deputati e dal Presidente del Senato della Repubblica in
  modo da rispettare la consistenza numerica dei gruppi
  parlamentari, a cui attribuire la nomina dei componenti di
  estrazione parlamentare del Comitato di garanzia.  Ciascun
  componente della Giunta potrebbe votare per non più di due
  persone con un sistema di voto limitato.  Verrebbero eletti i
  candidati che, al primo scrutinio, riescono ad ottenere il
  maggior numero di voti.  Con la stessa procedura si potrebbe
  procedere alla rinnovazione del Comitato di garanzia una volta
  giunto a scadenza.
  4)  Norme per la propaganda e i discorsi dei
  parlamentari.
     "Per costruire un argine in difesa del Comitato di
  garanzia là dove è più probabile che il Governo eserciterebbe
  una maggiore pressione, vorremmo anche disciplinare per legge
  la propaganda dei candidati durante le campagne elettorali ed
  i discorsi dei parlamentari durante i lavori delle Camere.
     Non possiamo rimetterci, per regolare queste trasmissioni,
  come si rimettono in Inghilterra, a liberi accordi tra l'ente
  concessionario, il governo e i partiti.
     Noi proponiamo che i partiti che presentano candidati in
  tutte le circoscrizioni abbiano, durante la campagna
  elettorale, eguale disponibilità di tempo per le trasmissioni,
  e quelli che presentano candidati solo in una parte (ma non in
  meno di un decimo) delle circoscrizioni abbiano un tempo
  proporzionalmente minore.
     Soltanto una regola del genere - che ha il suo equivalente
  nelle disposizioni vigenti per l'affissione dei manifesti
  elettorali - metterebbe tutti i partiti in una posizione di
  partenza eguale rispetto alle possibilità offerte dalla RAI,
  mentre un qualsiasi rapporto proporzionale all'importanza
  relativa dei diversi partiti (riconoscibile, ad esempio,
  attraverso l'accertamento del numero dei voti ottenuti nelle
  ultime elezioni) tenderebbe a consolidare le posizioni
  acquisite e a chiudere la strada agli uomini nuovi e alle
  nuove formazioni politiche.
     Entro tre giorni dal termine stabilito dalle leggi vigenti
  per la presentazione delle liste dei candidati, il Comitato di
  garanzia dovrebbe comunicare in quali giorni e in quali ore
  potrebbe essere fatta la propaganda attraverso le stazioni
  trasmittenti.  Lo stesso Comitato determinerebbe poi, mediante
  sorteggio, un turno dei partiti per l'assegnazione del tempo a
  loro disposizione.  Gli oratori sarebbero designati dalle
  direzioni dei partiti e la RAI non potrebbe esercitare alcuna
  censura sui loro discorsi.  La propaganda dovrebbe cessare tre
  giorni prima del giorno per il quale sarebbero indette le
  elezioni.  Dallo scioglimento delle assemblee al giorno delle
  elezioni la RAI dovrebbe escludere da ogni programma le
  trasmissioni che potrebbero influire, anche indirettamente,
  sul voto degli elettori, né dovrebbe consentire ad alcun
  candidato di effettuare trasmissioni di qualsiasi genere, al
  di fuori di quelle a cui avesse diritto come rappresentante di
  un partito.
     Per le trasmissioni radiofoniche e televisive dei deputati
  e dei senatori durante le sessioni parlamentari abbiamo
 
                              Pag. 14
 
  adottato le stesse norme del progetto di legge n. 670,
  presentato alla Camera da ventitrè deputati socialisti il 3
  dicembre dell'anno scorso.  L'unico emendamento importante a
  tale progetto è la soppressione dell'ultimo articolo, che
  affida l'applicazione di tali norme alla commissione
  parlamentare.  Noi proponiamo, invece, di affidarla al comitato
  di garanzia, dato che, per le ragioni già dette, vorremmo
  abolire la commissione parlamentare.
     Il comitato di garanzia dovrebbe assegnare ad ogni gruppo
  parlamentare della Carnera e del Senato 15 minuti (entro le
  ore dalle 13 alle 14 e dalle 21 alla 22), da usufruirsi ogni
  mese per 10 minuti sulla rete nazionale delle trasmissioni
  radiofoniche e per 5 minuti alla televisione.  La designazione
  degli oratori, anche non parlamentari, sarebbe riservata alla
  presidenza di ogni gruppo.  Ai due gruppi misti della Camera
  dei deputati e del Senato sarebbero assegnati 15 minuti alla
  radio e 10 alla televisione.  Il Comitato di garanzia dovrebbe
  comunicare ai presidenti dei gruppi parlamentari, con sette
  giorni di anticipo, i giorni e le ore disponibili per le
  trasmissioni, ed i presidenti dei gruppi dovrebbero stabilire,
  anche in questo caso mediante sorteggio, i turni per
  l'assegnazione del tempo disponibile.
  5)  Le tramissioni di carattere religioso.
     Una questione che abbiamo lasciata insoluta nel progetto
  di legge è quella della disciplina delle trasmissioni delle
  cerimonie di culto e della propaganda religiosa.
     Considerando qual è oggi in Italia la posizione della
  Chiesa cattolica e il vigore col quale indebitamente
  interviene nelle lotte politiche, per mio conto sarei del
  parere che dovrebbe essere consentito alla RAI soltanto di
  trasmettere le cerimonie importanti come fatti di cronaca
  (incoronazione di Papi, nomine di cardinali, beatificazioni,
  eccetera).  La RAI dovrebbe organizzare dibattiti sui problemi
  religiosi (come su tutti gli altri argomenti controversi),
  invitando a parteciparvi i seguaci delle diverse confessioni
  ed anche chi non professa alcuna religione.  Coloro che
  volessero ascoltare la messa cattolica potrebbero mettersi in
  onda con la stazione della Città del Vaticano, mentre coloro
  che volessero ascoltare la messa degli altri culti si
  metterebbero in onda con le stazioni trasmittenti dai Paesi
  protestanti.
     Questo mio punto di vista è sembrato troppo spinto a
  diversi amici.  Abbiamo perciò lasciato la soluzione del
  problema alla discrezione del Comitato di garanzia, che -
  secondo quanto è scritto nel nostro progetto - dovrebbe curare
  che la RAI perseguisse i fini di educazione e di diffusione
  della cultura "al di fuori di particolari concezionì politiche
  e religiose, con criteri di obbiettività e di
  imparzialità".
     Se il Comitato di garanzia verrà mai costituito - nella
  forma da noi proposta od in una forma analoga, che gli
  consenta una sufficiente indipendenza dal Governo - è
  sperabile che vorrà almeno regolare questa materia in modo che
  le cerimonie di culto vengano trasmesse solo in certe ore
  delle giornate festive; che le confessioni non cattoliche
  organizzate abbiano la possibilità di fare trasmissioni su un
  piano di parità con la confessione cattolica; e che vengano
  impedite tutte le trasmissioni di prediche e sermoni, dato che
  prediche e sermoni possono servire, e di fatto continuamente
  servono, a far propaganda in favore di particolari concezioni
  politiche e di particolari partiti, contro altre concezioni
  politiche ed altri partiti ... e, magari, anche contro la
  libertà di coscienza, la libertà di associazione, la libertà
  di stampa, la scuola laica, il matrimonio civile (o meglio -
  per adoperare l'espressione del vescovo di Prato - contro il
  "cosiddetto matrimonio civile").
  6)  Conclusione.
     Come ho detto, noi non siamo favorevoli al sistema
  americano, che mette le stazioni trasmittenti a disposizione
  di chi le paga di più e spinge le società radiofoniche e
  televisive ad accrescere i profitti soddisfacendo i gusti più
  grossolani delle masse; e sappiamo anche che, per ragioni
 
                              Pag. 15
 
  tecniche ed economiche, la concorrenza in Italia fra stazioni
  televisive (di queste sole per ora si parla) non potrebbe
  essere molto diversa dalla concorrenza tra la Edison, la Sade
  e la SME nel settore elettrico.  Ma al monopolio della RAI qual
  è oggi riterremmo preferibile perfino un sistema di pseudo
  concorrenza con tutti i suoi rischi ed i suoi difetti.  I
  "padroni del vapore" ogni tanto litigano fra loro nella
  spartizione del bottino, e queste liti potrebbero aprire
  spiragli, attraverso i quali avrebbero un piccola probabilità
  di farsi ascoltare anche le voci oggi completamente escluse
  dai microfoni della RAI.
     Il nostro ideale politico non è l'unità, il conformismo,
  la quiete.  E' la molteplicità delle forze in contrasto, la
  gara in cui i concorrenti partano da posizioni il più
  possibile eguali, la partecipazione consapevole di tutti i
  cittadini alla vita politica del loro Paese.  La verità che per
  noi ha valore non scende dall'alto; non è la rivelazione o la
  parola del maestro; è la verità di cui riusciamo a convincerci
  ragionando con la nostra testa, mettendo continuamente a
  confronto le nostre idee con i fatti di cui veniamo a
  conoscenza, le nostre teorie con le teorie dei nostri
  avversari.  Se il dogma si sostituisce alla ricerca individuale
  ed alla discussione, se manca il contrasto fra le diverse
  opinioni, se tutti ubbidiscono senza discutere agli ordini
  delle Superiori Autorità, si è in un regime tirannico, anche
  se viene chiamato democrazia cristiana o repubblica
  popolare.
     Oggi la RAI è la "voce del padrone".  Il monopolio statale
  dei servizi radiofonici e televisivi potrà essere giustificato
  solo se e quando la RAI diventerà veramente uno strumento per
  l'educazione liberale e democratica del popolo italiano".
                           *  *  *
     Il convegno cui si è fatto cenno all'inizio si concluse
  approvando il progetto di riforma della radio e della
  televisione, auspicando che le forze democratiche italiane
  sapessero svolgere un'azione efficace per ottenere che
  strumenti di informazione e di formazione culturale di tanta
  importanza nella vita moderna non continuassero ad essere
  usati nell'esclusivo interesse di una parte politica.  Tra la
  fine della XII legislatura e l'inizio di quella attuale, il
  dibattito fra le forze politiche in Parlamento, anche sulla
  base di altre proposte di legge, è sembrato orientarsi verso
  le soluzioni indicate dal progetto di riforma di Ernesto Rossi
  e che, dopo averlo fatto nella XII legislatura, ripresentiamo
  oggi con la seguente proposta di legge.  E' auspicabile, anzi
  indispensabile, che la riforma della RAI, il ruolo del
  servizio pubblico radiotelevisivo, siano affrontati secondo
  criteri davvero innovativi rispetto a quanto avvenuto dopo la
  riforma del 1975, al di là della legge n. 206 del 1993 la cui
  natura straordinaria richiede, appunto, una nuova
  normativa.
 
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