| Onorevoli Colleghi! - I convegni de il "Mondo"
appartengono ormai al patrimonio della democrazia italiana, ad
una stagione politica caratterizzata insieme da intransigenza
e concretezza.
Nel 1960 veniva pubblicato da Laterza con il titolo "Verso
il regime" il volume che raccoglie gli atti dell'omonimo
convegno che con le relazioni di Mario Boneschi e Leopoldo
Piccardi denunciava la situazione in Italia in cui "la
Costituzione è rimasta come un edificio al rustico; privata
delle sue articolazioni democratiche, la Repubblica ha
mantenuto la struttura centralizzata e autoritaria del vecchio
Stato fascista e prefascista, le istituzioni sono avvolte in
un'atmosfera di discredito e di sfiducia, il conformismo
dilaga perché, a torto o a ragione, il cittadino medio,
pressato dal bisogno, ritiene che all'infuori della protezione
dei potenti nulla si possa avere e che, d'altra parte, ogni
abuso sia possibile a chi gode i favori della classe politica.
La crescente confusione fra Stato e governo, fra gli interessi
e le leggi dello Stato italiano e gli interessi e le finalità
di un'istituzione extrastatale verso la quale i governanti
democristiani si mostrano più ossequienti che verso la
Costituzione repubblicana; la censura, larvata, capziosa,
sorniona, che raggiunge ogni attività del cittadino e insidia
tutte le sue conoscenze; lo strapotere dei monopoli, che si
servono dei mezzi pubblici per una politica privata, sono
altrettanti fattori che fanno gravemente temere delle sorti
delle democrazia in Italia".
Dopo oltre trent'anni, in condizioni del tutto nuove e
originali, con la caduta del potere democristiano e della
partitocrazia, si torna a parlare di pericolo dell'instaursi
di un regime.
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E' significativo che tale denuncia nell'VIII Convegno
degli Amici del Mondo (31 gennaio-1 febbraio 1959), trovasse
il momento pregnante nella relazione di Ernesto Rossi "Per una
riforma della RAI" perché "l'utilizzazione dei grandi
strumenti moderni di persuasione, la radio e la T.V., per il
"lavaggio dei cervelli", il graduale addormentamento
dell'elettorato, la falsa euforia delle cifre ufficiali, il
cieco egoismo dei privilegiati, la massificazione
intellettuale del ceto medio, preparano il regime e creano le
premesse di un nuovo tipo di dittatura morbida".
Nell'introduzione Paolo Pavolini esplicitava il senso
della proposta "Scopo di questi convegni, infatti, è suggerire
temi di meditazione non linee o programmi politici, oppure
affrontare particolari problemi concreti. Uno di questi
problemi è rappresentato dalla radio e dalla televisione,
strumenti per loro natura innocui e imparziali, di cultura, di
diletto e di informazione, che per volontà del regime
democristiano sono divenuti invece armi illegittime di
pressione politica, veicoli di faziosità clericali, o
semplicemente di scemenze. Ernesto Rossi ha preparato un
completo progetto di riforma della RAI-TV che tende a
riportare l'ente e le sue espressioni ai compiti che sono loro
propri. In un intervento riportato in questo volume si dice
che gli Amici del "Mondo" si sono dimostrati un pò simili al
monte della favola, che dopo aver posto sotto accusa tutto il
regime nel suo insieme e nei suoi maggiori istituti, si sono
contentati di partorire il topolino della riforma di un ente
di importanza assai inferiore ai temi trattati. Non siamo
d'accordo con questo appunto. Con il progetto di riforma della
RAI-TV gli Amici del "Mondo" hanno voluto dare un saggio di
concretezza e fornire un esempio di come si deve affrontare in
pratica un tema preciso, per portare subito la lotta con il
regime in Parlamento, nei ristretti limiti in cui questa lotta
oggi è possibile; per fornire a tutti i deputati e senatori di
buona volontà un progetto già pronto su cui impegnarsi; per
mostrare al paese quale può essere domani il metodo da usare
per aprire nella sede adatta quella serie di dibattiti su
argomenti precisi a cui gli zelatori del regime dovranno per
forza rispondere. Se anche non sarà possibile raccogliere una
maggioranza parlamentare per approvare il progetto degli Amici
del "Mondo" sulla RAI-TV, e il Parlamento vorrà respingere
questa ragionevole proposta, non si sarà certo perduto il
tempo. Il regime va incalzato e logorato senza tregua; a
questo progetto se ne aggiungeranno altri: prima o poi, è
fatale, il paese finirà per comprendere".
Tale fiducia riposta nella capacità dei cittadini di
capire rappresentava un segno di ottimismo della volontà,
frustrato per troppo tempo, e che oggi va riaffermato anche se
gli scarti di umore, gli alti e bassi delle convinzione che si
registrano nell'opinione pubblica fa spesso sorgere dei
dubbi.
Il progetto di legge fu immediatamente presentato in
Parlamento il 12 marzo 1959, da Ugo La Malfa. Successivamente,
il 22 giugno 1964, al Senato Ferruccio Parri presentò un
disegno di legge sulla riforma della RAI che teneva largamente
presente il progetto La Malfa "le cui direttive generali erano
state discusse e vagliate da un convegno di studiosi e
giuristi" (sic!) - la non citazione di Rossi e degli Amici del
Mondo è piuttosto curiosa - "tenuto alcuni anni avanti a
Roma".
Il 25 febbraio 1965 l'identico testo fu presentato alla
Camera da Lajolo, Marchesi, Pajetta, Alicata, Rossana
Rossanda.
Oggi che la questione informazione è diventata addirittura
esplosiva per gli effetti sulle decisioni dei cittadini e per
il ruolo proprietario del Presidente del Consiglio, si
ripropone l'urgenza di un dibattito e di decisioni sul
servizio pubblico, sul duopolio, e sull' antitrust. E'
paradossale che si sia iniziato il confronto con l'offensiva
sulla RAI, con le conseguenti, forzate dimissioni dei
"professori" e l'elezione di un nuovo consiglio
d'amministrazione. Le polemiche sulle nomine, le proposte di
attribuire all'IRI la nomina del consiglio d'amministrazione e
la necessità di una riforma della "legge Mammì", mi ha
convinto a ripresentare il testo di riforma di Ernesto Rossi
non per mera provocazione intellettuale, ma perché in un
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momento in cui si usa e abusa di rivendicazioni liberali e
liberaldemocratiche è bene tornare alle origini e soprattutto
perché in un momento in cui occorre rifondare un "sistema"
azzerando metodi di faziosità, censure, lottizzazioni, una
proposta antica ma non polverosa può servire come termine di
paragone anche per dimostrare che meglio si poteva fare in
passato.
Per queste ragioni non si è ritenuto di intervenire con
modifiche all'articolato se non con quelle indispensabili alle
mutate condizioni normative. L'articolato quindi va letto
tenendo conto che fu scritto in una situazione di monopolio,
con presenza di una sola rete e con assenza del colore.
Ma proprio la riflessione preoccupata del peso sulla
democrazia dei mezzi di comunicazione dimostra la modernità
del pensiero di Ernesto Rossi che qui di seguito viene
riproposto pressoché integralmente:
"L'amico Piccardi ha detto in quali direzioni ci dovremmo
muovere per opporci allo scivolamemto, che sta divenendo
sempre più rapido, verso il "regìme". Al "regime" ci spingono
tutte le forze reazionarie del nostro paese: i grandi baroni
delle industrie del Nord per conservare i loro privilegi
monopolistici e per sbarazzarsi dei sindacati operai; i
latifondisti meridionali che temono la riforma agraria e la
riduzione del dazio sul grano; i profittatori delle
speculazioni edilizie, dei lavori pubblici del contrabando del
petrolio, della farina importata dalla POA, che non ammettono
intrusioni di parlamentari, giornalisti o agenti del fisco nei
loro affari pritati; i generali che sperano aumenti di spese
militari ed un ampliamento dell'organico degli alti gradi
dell'esercito; i burocrati desiderosi di ampliare ancor più al
di fuori di ogni controllo, i loro feudi nella pubblica
amministraazione; le supreme gerarchie ecclesiastiche, che
aspirano ad un ordinamento completamente conforme ai princìpi
affermati nel Sillabo.
Bisogna riconoscere che nell'attuale situazione interna ed
internazionale, è ben difficile fare attecchire le delicate
pianticelle liberali, appena poggiate dalla Costituente sul
suolo ancor tutt'ingombro dei residui appestati del regime
fascista.
Indipendenza della stampa e indipendenza dalla RAI.
Visentini ha osservato che il tema della mia relazione
poteva sembrare una risposta scherzosa al tema della relazione
Piccardi. Domanda Piccardi: "Che cosa fare?" - e Rossi
risponde: "una riforma della RAI". Questa boutade è
giustificata soltanto dalla composizione tipografica del
nostro biglietto d'invito. Dopo la rassegna panoramica della
situazione fatta da Piccardi, una risposta del genere sarebbe
il classico topolino partorito dalla montagna.
Col nostro progetto di legge sulla RAI intendiamo solo
portare un esempio di come possono trovare applicazione, in un
caso particolare, i suggerimenti di Piccardi, per meglio
chiarire il nostro pensiero, e per continuare in quella che è
ormai la tradizione dei convegni degli Amici del "Mondo" di
dare una impostazione il più possibile concreta ai problemi
della vita politica italiana. Fra i problemi che ci sembravano
più maturi nella pubblica opinione abbiamo scelto quello della
RAI, perché pensiamo che presenti una maggiore probabilità di
essere effettivamente risolto nel senso da noi desiderato. Lo
stesso facemmo nel I convegno dedicato ai monopoli
industriali, quando presentammo un progetto di legge per la
"irizzazione" dei servizi telefonici. Neppure allora pensavamo
che fosse possibile dare una soluzione soddisfacente al
problema dei monopoli con tale "irizzazione". Ma la nostra
proposta poteva servire a concretare, in un caso particolare,
come avremmo voluto tradurre in pratica le nostre affermazioni
teoriche. L'esperienza ha poi dimostrato che il caso era bene
scelto, perché la nostra proposta è stata in sostanza
accettata ed è divenuta legge: l'anno scorso i pacchetti
azionari della TETI e della SET sono passati alla STET del
gruppo IRI.
Che il problema della RAI sia oggi sentito da molti come
un problema attuale e importante mi pare dimostrato anche
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dalle manifestazioni di insofferenza che ci sono state
ultimamente per alcune trasmissioni radiofoniche e televisive.
Mi basterà ricordare le critiche sollevate dalle conferenze
stampa del Presidente del Consiglio, Fanfani, trasmesse alla
TV e dalla serie di trasmissioni televisive intitolata:
"Cinquant'anni di vita italiana".
Tutti ormai hanno capito quali pericolosi strumenti per il
condizionamento dei cervelli, e quindi per la instaurazione di
un regime totalitario, sono diventate la RAI e la TV.
La presente mia relazione è la continuazione e il
completamento delle relazioni che presentai l'anno scorso al
nostro convegno su "Stampa in allarme". Mi soffermai allora
sui pericoli che le nostre istituzioni democratiche corrono
per il fatto che la maggior parte dei giornali "indipendenti"
sono finanziati, direttamente o indirettamente, dai "padroni
del vapore". Ora intendo richiamare la vostra attenzione sui
pericoli che corrono le medesime istituzioni per il fatto che
le trasmissioni radiofoniche e televisive sono fatte da un
unica società, controllata esclusivamente dal governo, e sono,
in conseguenza, al servizio esclusivo della Democrazia
cristiana e del Vaticano.
Nella relazione dell'anno scorso sulla stampa, sostenni
che l'unica vera garanzia al diritto che, nei regimi
democratici, tutti i cittadini dovrebbero avere di essere
informati in modo veritiero e completo sugli avvenimenti e
sulle varie correnti dell'opinione pubblica, e la molteplicità
delle imprese giornalistiche indipendenti (indipendenti non
dai finanziatori, ché tale indiPendenza non potrà mai aversi,
ma indipendenti le une dalle altre, cioè non collegate ad un
unico centro, attraverso catene della Confindustria o intese
fra i maggiori gruppi capitalistici). Solo quando ci siano
parecchi giornali che sostengono interessi ed opinioni
diverse, il veleno emesso da un giornale può trovare un
contravveleno negli altri giornali. Altre possibili garanzie -
dissi allora - sono la pubblicità delle fonti di finanziamento
dei giornali e l'ampliamento e rafforzamento di quel diritto
di rettifica che già si trova nella nostra legge sulla stampa.
Infine, suggerii una riforma del nostro ordinamento giuridico
per acclimatare anche nel nostro paese i Boards of
trustees che assicurano la continuità dell'indirizzo
politico ad alcuni giornali inglesi di fama internazionale.
Col progetto di legge che ho l'incarico di illustrarvi,
noi non chiediamo di abolire il monopolio della RAI, perché
non vogliamo aumentare ancor più la potenza dei "padroni del
vapore", dato che solo loro domani avrebbero i mezzi
finanziari necessari per costruire nuove stazioni radiofoniche
e televisive, in concorrenza con la RAI. Chiediamo, invece, di
rendere la RAI il più possibile indipendente dal governo, per
conciliare il monopolio col diritto riconosciuto a tutti i
cittadini nell'articolo 21 della Costituzione, di manifestare
liberamente il loro pensiero "con ogni mezzo di
trasmissione".
L'"ordigno vociferante".
Il 15 novembre 1926, l'onorevole L. Hore Belisha (che poi
fu, per diverse volte, ministro nei governi conservatori)
salutò alla Camera dei Comuni con queste parole l'avvento
dell'era della radio, che "rendeva per la prima volta
possibile in Inghilterra una vera democrazia":
"Il sistema rappresentativo è soltanto un espediente; non
è il sistema che avremmo voluto avere. Abbiamo adottato questo
sistema solo perché non era possibile attuare una reale
democrazia, giacché una reale democrazia presuppone che tutti
i cittadini si riuniscano, come facevano ad Atene, per
ascoltare i discorsi. Per mezzo della radio, per la prima
volta possiamo associare tutta la collettività al nostro
Parlamento e darle la possibilità di ascoltare i discorsi,
come nell'antica Atene, per conoscere le opinioni dei propri
rappresentanti".
Hore Belisha era una persona intelligente, ma aveva forse
una opinione troppo favorevole della democrazia ateniese;
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certo, nel 1926, aveva una idea troppo rosea di quelle che
avrebbero potuto essere le conseguenze politiche della
diffusione della radio. Mentre la lettura stimola la
riflessione e sviluppa il senso critico, la radio tende, in
generale, a convincere facendo appello ai sentimenti più
elementari, senza discussione e senza riflessione.
Si fa più fatica - osservava anni fa Luigi Einaudi - a
leggere la parola trasferita dai piombi della tipografia sulla
carta dei giornali che non ad ascoltare ad ogni ora del giorno
il verbo pronunciato dall'ordigno vociferante nella stanza in
cui si vive. Quella parola entra come uno stillicidio nel
cervello dell'ascoltatore; a poco a poco lo rende incapace di
ragionare e lo inebetisce.
Già prima della televisione l'influenza della radio nel
suscitare stati d'animo collettivi di paura, di odio, di
entusiasmo, era immensamente maggiore di quella del cinema e
della stampa. C'e ancora chi ricorda quel che avvenne più di
venti anni fa, quando, il 30 ottobre 1937, una stazione di
New, York trasmise un adattamento del romanzo popolare La
guerra dei due mondi di H. G. Wells.
"Prima che l'emissione fosse terminata - riferisce Jacque
Kaiser in Mort d'une Liberté citando le fonti - si poté
vedere su tutta l'estensione degli Stati Uniti della gente che
pregava Dio, urlava, fuggiva perdutamente, per scampare alla
morte che stava per arrivare da parte dei marziani. Alcuni si
precipitavano per salvare dal supposto pericolo i parenti;
altri trasmettevano per telefono il loro addio od i loro
consigli alle persone amate, e si affrettavano ad informare i
vicini; altri ancora cercavano di avere notizie più precise
dalle redazioni dei giornali o dalle stazioni radiofoniche
emittenti, oppure chiamavano autombulanze e auto della
polizia.
I radioascoltatori di quella trasmissione - scrive Kaiser
- furono valutati fra i sei e i dodici milioni; circa due
milioni credettero veri i fatti annunciati dalla radio; più
del 70 per cento furono presi dal panico; il 28 per cento
avevano ricevuto un'educazione superiore".
Questo accadde negli Stati uniti, il paese più ricco e
tecnicamente più progredito del mondo, in cui da generazioni e
completamente scomparso l'analfabetismo e le case editrici, i
giornali, i settimanali sfornano in continuazione migliaia di
tonnellate di carta stampata...
La TV nei regimi totalitari ed in quelli
democratici.
Sappiamo tutti quale diabolico strumento fu "l'ordigno
vociferante" dell'EIAR durante il fatidico ventennio. E che
cosa può essere la televisione in un regime totalitario lo ha
esattamente previsto Giorgio Orwell nel romanzo: 1984.
Nonostante sia comparso dieci anni fa, quando la televisione
era ancora ai primi passi, questo romanzo ci fa ben capire
quale terribile forza suggestionatrice la Tv mette al servizio
delle dittature.
Anche nei regimi democratici la TV - se non viene regolata
in modo da rendere continuamente possibili le repliche
dell'opposizione, la presentazione delle tesi non conformiste,
i dibattiti su tutte le questioni controverse - può riuscire
assai più pericolosa della radio. La testimonianza della vista
dà, infatti, una certezza che non dà la testimonianza
dell'udito. L'oratore alla TV può suggestionare molto più
facilmente guardando negli occhi e accompagnando le parole coi
gesti, e può far trangugiare i più ributtanti beveroni di
propaganda, mescolandoli ai dolci sorrisi delle belle ragazze
ed ai movimenti delle gambe delle ballerine.
In un foglio della sinistra democristiana (e precisamente
nel primo numero di quest'anno di "Politica") pochi giorni fa
ho letto una severa critica della trasmissione: "Cinquant'anni
di storia italiana". Il direttore del quindicinale, Nicola
Pistelli, in essa giustamente rileva che - con gli strumenti
di cui oggi dispongono tutti i governi - neanche il fascismo
avrebbe più bisogno, per affermarsi, degli aspetti violenti
che lo caratterizzarono nel 1921: "forse gli basterebbe
addormentare la coscienza della gente intorno ai
televisori".
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Basta osservare le facce imbambolate dei telespettatori
che assistono, in un pubblico locale, alla più idiota
trasmissione della TV per convincersi che dallo schermo emana
un vero fluido ipnotico, che ottenebra le facoltà critiche e
volitive, trattenendo per ore davanti al video, qualunque
stupidaggine venga ammannita.
Nella democrazia a suffragio universale questo fluido ha
effetti straordinari durante le campagne elettorali.
Nessuna dichiarazione alla stampa ed alla radio - ha
scritto André Siegfried dopo le elezioni presidenziali
americane del 1952 - avrebbe permesso la straordinaria
autodifesa del vice presidente Nixon, durante la sua campagna
elettorale; i suoi argomenti valevano quello che valevano, ma,
apparendo sugli schermi accanto alla moglie, egli produceva
con la sua presenza un potente effetto, derivante da una
sollecitazione emotiva.
Che cosa sarebbe successo - possiamo domandarci - per la
Repubblica, se la televisione fosse stata già quella che è
oggi, ed Umberto di Savoia avesse potuto presentarsi al video
tenendo in collo il principino? A questa domanda ho già
risposto sul "Mondo", che se Umberto avesse seguito i consigli
degli esperti in propaganda televisiva, senza dire neppure una
parola sui problemi costituzionali, molto probabilmente
saremmo ancora in regime monarchico. E questa probabilità
diventa per me certezza se Umberto avesse potuto presentarsi
sullo schermo assieme ad una moglie del genere della
principessa Grace di Monaco.
Commentando il grande successo che Anthony Eden aveva
ottenuto la settimana prima alla televisione, con le sue
risposte alle domande postegli dai quattro giornalisti
specializzati in politica estera, il " New Statesman and
Nation " del 27 novembre 1954 ha scritto:
"Le battaglie politiche del futuro saranno vinte da coloro
che sapranno meglio profittare della possibilità che la TV
offre di parlare all'elettore, da uomo ad uomo, nell'intimità
della sua casa.
Faremmo bene a tener sempre presente questa previsione per
non trovarci davanti alle più amare sorprese".
Gli abbonati alle radioaudizioni ed alla
televisione.
Nel 1938 il numero degli abbonati alle radioaudizioni in
Italia era di 978 mila; alla fine del 1948 era più che
raddoppiato: 2 milioni e 205 mila; alla fine del 1958 gli
abbonati erano 7 milioni 138 mila: la percentuale delle
famiglie abbonate sul totale delle famiglie italiane era già
salita al 56,53 per cento. L'incremento netto degli
abbonamenti continua a crescere: e stato di 187 mila nel 1956,
di 307 mila nel 1957, di 423 mila nel 1958; in pochi anni
arriveremo alla saturazione completa del mercato, come già è
avvenuto negli Stati Uniti, in Inghilterra e in molti altri
paesi economicamente più progrediti.
Alla fine del 1958 gli abbonati alla televisione erano 673
mila, più del triplo che nel 1954. Da una inchiesta eseguita
nel giugno del 1957 dalla RAI, in collaborazione con
l'Istituto Doxa, nelle regioni del Mezzogiorno incluse nelle
reti televisive solo al principio di quell'anno (Puglia,
Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna), risulta che le
trasmissioni televisive erano allora seguite, in quelle
regioni, dal 42 per cento della popolazione adulta
complessiva: 110 mila adulti disponevano di un televisore in
casa propria; circa 1,9 milioni di persone si recavano ad
assistere alle trasmissioni, con frequenze varie, nei locali
pubblici, mentre poco più di un milione si recavano in casa di
amici o parenti, e 200 mila circa alternavano entrambe le
possibilità; il telegiornale era normalmente seguito, nella
sua prima edizione serale, da circa mezzo milione di adulti,
che salivano ad oltre un milione il giovedi e la domenica.
Alla fine del 1958 il numero degli abbonati alla televisione
era salito a 1 milione e 96 mila, cioè erano abbonati alla TV
l'8,68 per cento delle famiglie italiane.
Le notizie, i commenti, i discorsi trasmessi attraverso
l'etere, hanno, quindi, anche nelle zone più depresse, una
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diffusione molto maggiore di quelli trasmessi attraverso la
stampa; arrivano in paesi dove ancora non esiste né una
rivendita di giornali, né un cinema, né una scuola;
interessano alle vicende politiche nazionali ed internazionali
non solo la popolazione che era stata sinora appena raggiunta
dai giornali sportivi, dai giornali a fumetti e dai
fotogiornali, ma anche gli analfabeti: una massa enorme, che
non ha alcuna educazione politica, che accetta informazioni e
commenti per motivi passionali, senza il minimo esame critico;
che crede nei sortilegi, negli amuleti, nelle stregonerie, nel
miracolo di san Gennaro, nelle lacrime delle madonne; che può
essere facilmente indirizzata nelle più opposte direzioni
dagli esperti di psicologia collettiva.
Questa massa costituisce un elemento determinante della
composizione del nostro Parlamento e quindi della natura del
nostro Governo.
Il problema della RAI, perciò, non è un problema
d'importanza marginale: è un problema, come si dice, "di
fondo", per chi vuole consolidare e sviluppare le istituzioni
democratiche in Italia.
La RAI e il Parlamento italiano.
Ad analoghi risultati, ben poco soddisfacenti per il
nostro amor proprio di italiani, arriveremmo confrontando le
relazioni ed i resoconti delle discussioni parlamentari nei
due paesi.
In Inghilterra il problema delle trasmissioni
radiofoniche-televisive è stato oggetto di diverse importanti
inchieste parlamentari (comitato Sykes del 1923, comitato
Crawford del 1925, comitato Ullswater del 1935, comitato
Beveridge del 1949, di frequenti relazioni nei "libri bianchi"
governativi, e di lunghe discussioni alla Camera dei Comuni
(sul rinnovo delle licenze alla BBC, sul diritto di veto del
Postmaster, sulla istituzione della ITA, sui servizi
d'oltremare, ecc.). Nel Parlamento italiano, invece, il
problema non è mai stato seriamente discusso: anche il rinnovo
della concessione in esclusiva per venti anni alla RAI e il
passaggio del pacchetto azionario di maggioranza della RAI
dalla SIP all'IRI, sono stati disposti nel 1952 alla
chetichella, con semplici provvedimenti amministrativi, senza
alcun intervento della Camera e del Senato.
Da undici anni funziona (o meglio non funziona) una
commmissione parlamentare, alla quale il decreto 3 aprile
1947, n. 428, ha affidato il compito di assicurare
l'indipendenza e l'obbiettività informativa delle
radiodiffusioni. Quando venne istituita, il giornale "Il
Popolo" scrisse che "il criterio al quale si ispirava il
lavoro della commissione in materia politica era quello di
assicurare, attraverso un organo particolarmente sensisibile e
capace di portare la sua voce in tutti gli ambienti della vita
pubblica e privata, qual è la radio, il giuoco della
discussione e la possibilità di esprimesi a tutti i
rappresentanti dei partiti".
Poiché è necessario, pena il decadimento degli ideali di
libertà e di democrazia, che dinnanzi al microfono si
avvicendino gli oratori di tutte le correnti politiche (...)
si è ritenuto opportuno creare un mezzo che, pariteticamente
valutandone e rappresentandone gli interessi, ne equilibri e
coordini le manifestazioni. Viene così meno il pericolo che un
partito o un gruppo di partiti, profittando della sua salita
al potere, monopolizzi a suo utile e profitto esclusivo il più
efficace mezzo di educazione del popolo.
Ma lo strumento allora costruito non era certo uno
strumento adeguato al raggiungimento di questo fine. Parlando
sulla RAI ad un convegno a Firenze, il 16 maggio 1954, Piero
Calamandrei disse che la commissione parlamentare per l'alta
vigilanza era una "commissione fantasma". Io direi piuttosto
che è una "commissione truffa" una delle tante porte dipinte
sui muri della nostra pubblica amministrazione, con sopra, a
grandi caratteri luminosi, la scritta: "Supremo organo di
controllo". Servono a mascherare le responsabilità,
consentendo ai ministri di rispondere a chi protesta: "Ha
sbagliato uscio: si rivolga al piano di sotto".
La Commissione parlamentare non ha alcun effettivo potere:
può esercitare soltanto un controllo "a posteriori" e
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presentare le sue eventuali doglianze al governo. L'articolo
12 della legge 3 aprile 1947, n. 428, che istituì la
commissione, dispone che essa "trasmette le sue deliberazioni
alla Presidenza del Consiglio dei ministri, che deve impartire
al presidente dell'ente concessionario le disposizioni
necessarie per curarne l'esecuzione e deve informare il
Ministro delle poste e telecomunicazioni", ma l'articolo 18
stabilisce anche che "per la trasmissione di notizie di
carattere politico-militare o di notizie attuali di carattere
finanziario o economico, capaci di pregiudicare i rapporti
internazionali, il credito dello Stato, o interessi di
carattere generale, l'ente con cessionario può interpellare la
presidenza del Consiglio ed in tale caso deve osservarne le
istituzioni".
Come il gruppo democristiano interpreta queste due
disposizioni contraddittorie, e che cosa intende per
indipendenza della RAI, è spiegato molto chiaramente nella
relazione che un membro della commissione, l'onorevole Tozzi
Condivi, presentò il 13 giugno 1955:
"L'Ente concessionario - egli scrisse - non può
dimenticare, non deve dimenticare che esercita una funzione
per conto dello Stato, il quale, in democrazia, è retto da un
potere esecutivo, il quale è strumento della maggioranza per
la realizzazione di un programma accettato dalla maggioranza
della nazione. Pertanto la funzione della nostra commissione,
secondo l'evidente spirito del legislatore è e rimane questa:
controllare che le direttive date siano rispettate dall'ente,
riferendone in caso di violazione, proprio alla presidenza del
Consiglio dei ministri! Non dice neppure, il decreto, che si
debba riferire al Parlamento; stabilisce che si deve riferire
alla presidenza del Consiglio dei ministri, la quale, a sua
volta, risponde di fronte al Parlamento ed alla nazione.
Sapendo che le sue trasmissioni entrano nelle case di
tutti, la RAI - aggiunse l'onorevole democristiano - per non
offendere alcuno, deve nelle materie libere, cercare di
corrispondere proporzionalmente ai desideri di tutti, deve
usare dei criteri di obbiettività ed imparzialità".
Ma chi può essere giudice spassionato? Quando si parla di
obbiettività, umanamente, non può prescindersi dalla
soggettività, ed è indubbio che l'obbiettività della RAI sarà
naturalmente, direi più inconsciamente, influenzata dalla
soggettività della magggioranza. Questa realtà precisa di uno
Stato democratico, nel quale la direzione e la responsabilità
della cosa pubblica sono attribuite alla maggioranza, non può
non influenzare l'obbiettività e l'indipendenza politica della
RAI, la quale esercita un servizio per conto dello Stato. Se
questa non fosse stata la volontà del legislatore, allora,
così come per il comitato che formula le direttive artistiche,
si sarebbe dovuto creare un organo indipendente dal
Parlamento, il quale avrebbe dovuto operare in spazi astrali,
là dove sussiste l'obbiettività pura per eccellenza.
Perché tutti potessero avere piena libertà di esprimere le
loro opinioni - secondo l'onorevole Tozzi Condivi - sarebbe
necessario lasciare libero l'esercizio della radio a diverse
società private, così come avviene in altri Stati, ed
analogamente a quanto per la stampa è disposto anche in
Italia.
Fino a tanto che questo non sarà, non sarà neppure
possibile fare diversamente, e l'obbiettività sarà sempre
relativa o, per meglio dire, dovrà sempre tenere come criterio
dominante l'interesse dello Stato, rappresentato di volta in
volta da maggioranze che possono mutare e le quali non
potranno mai permettere - come in nessuno Stato permettono -
che un loro servizio eserciti della propaganda, segua delle
direttive, in contrasto con le direttive della politica della
maggioranza, la quale è, per costituzione, l'espressione
parlamentare dell'intera nazione.
Sulla base di questi princìpi "democratici", l'onorevole
Tozzi Condivi concluse l'esame delle veline delle trasmissioni
effettuate dalla RAI affermando che "la RAI si è sforzata al
massimo di attuare quella inumana clausola di obbiettività e
di imparzialità che le è stata imposta, dopo aver premesso
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che, però, non può discostarsi dalle direttive della
Presidenza del Consiglio dei ministri!!".
La parola "inumana" è fra virgolette nel testo della
relazione, e nella stessa relazione sono anche i due punti
esclamativi.
Il 10 giugno 1954 gli onorevoli Farini, comunista, e
Schiavetti, socialista, hanno presentato una proposta di legge
(n. 966) per estendere la vigilanza della commissione
parlamentare a tutti i programmi delle radiodiffusioni e delle
trasmissioni televisive e per sottoporre al suo parere
vincolante l'approvazione dei programmi e la nomina del
presidente e del consigliere delegato della RAI.
Noi siamo decisamente contrari a proposte di questo
genere. Anche se la commissione potesse veramente farsi
ubbidire dai funzionari della RAI, non potrebbe mai dare
ordini sgraditi al governo, perché è formata di rappresentanti
dei gruppi parlamentari in rapporto proporzionale alla
consistenza numerica di ogni gruppo, e quindi riflette nella
sua composizione la composizione stessa della maggioranza
governativa.
La commissione parlamentare non può essere rinvigorita con
ricostituenti. E' nata morta, va seppellita.
La BBC e il Parlamento inglese.
Perché possiate avere un altro termine di confronto
consentitemi di ricordare alcune battute di una discussione
che si svolse alla Camera dei Comuni sulla BBC, il 14 maggio
1956, subito dopo la crisi di Suez.
Quel che più stupisce l'italiano che legge il resoconto di
tale discussione è che le critiche, allora rivolte alla BBC,
non vennero dai laburisti scontenti per l'eccessivo
conformismo governativo della BBC; vennero dai conservatori,
che accusavano la BBC di indebolire la politica estera inglese
e di seminare l'indisciplina fra le truppe combattenti, dando
troppo rilievo alle opinioni dell'opposizione.
Nessuno dei deputati mise neppure in discussione la
libertà della BBC per i servizi interni, in tempi normali; ma
i conservatori sostennero che il governo aveva il dovere di
esercitare un certo controllo sulle trasmissioni all'estero,
durante le crisi internazionali, in cui erano impegnate le
forze armate della Gran Bretagna.
Il deputato conservatore Rawlison, dopo aver riconosciuto
che, anche in quell'occasione, la BBC aveva equamente
distribuito il tempo delle trasmissioni tra governativi e
oppositori, sostenne che la libertà della BBC non poteva
essere egualmente ampia nei servizi per l'interno e in quelli
per l'estero. Egli lesse alcuni brani del " Manchester
Guardian ", trasmessi pochi giorni prima dai servizi
d'oltremare, in cui la politica governativa riguardo al canale
di Suez era definita "pazzesca, completamente sbagliata, sotto
ogni riguardo morale, militare e politico".
"Se queste parole - osservò il deputato conservatore -
sono state ascoltate dai nostri soldati, attraverso un
servizio pagato dai contribuenti inglesi, non potrebbero aver
suscitato in loro delle perplessità?"
L'onorevole Wigg lo interruppe esclamando:
"Spero bene di sì!"
Immaginate cosa sarebbe successo dopo una simile
interruzione nel Parlamento italiano ... L'indipendente
interruttore sarebbe stato per lo meno bollato con un marchio
di infamia come traditore della patria. Invece l'onorevole
Rawlison pacatamente ribatté:
"Dall'interruzione dell'onorevole collega mi è parso di
capire che egli spera che la perplessità e la divisione
fossero state effettivamente suscitate fra i nostri soldati
dalle trasmissioni radio proprio nel momento in cui stavano
per muovere all'assalto".
Poi riprese:
"La radio per l'estero deve parlare in nome del governo
inglese (interruzioni: "Oh! Oh!"). Dovrebbe trasmettere la
politica estera del governo in carica. Ben s'intende che io
parlo solo delle trasmissioni di politica estera, per
Pag. 10
l'estero, Queste trasmissioni dovrebbero rispecchiare la
politica del governo in carica, che è sostenuta dalla
maggioranza di questa Camera. Essa sola dovrebbe andare
all'estero nel nome di questo paese".
L'onorevole Gordon Walker replicò:
"La BBC si è fatta una straordinaria reputazione in tutto
il mondo solo perché riporta liberamente, obbiettivamente e
imparzialmente le varie opinioni che vengono sostenute nel
nostro paese. Se accettassimo le stupefacenti idee
dell'onorevole Rawlison sulla censura e le direttive del
governo, egli forse potrebbe essere soddisfatto nel sentire
che tutte le cose che desidera vengono effettivamente
trasmesse attraverso l'etere, ma le trasmissioni non
entrerebbero nelle orecchie di nessuno".
Ed un altro deputato laburista, l'onorevole Pannel,
disse:
"A poco a poco, col passare degli anni, la BBC si è fatta
una buona reputazione per l'onestà con la quale riporta le
notizie. Uno degli appunti più gravi che si muovono ai
giornali è che, in generale, gli abitanti del nostro paese
credono sempre meno a quel che leggono sui loro fogli.
Leggiamo i giornali per distrarci e per divertirci, ma ci
rivolgiamo alla radio per essere informati in modo
veritiero".
La BBC aveva riportato ampiamente gli articoli del
"Manchester Guardian" (che vende solo 300-400 mila copie), e
non aveva dato uno spazio corrispondente alla loro tiratura ai
giornali che avevano una diffusione di due o tre milioni di
copie, "perché - osservò l'onorevole Pannel - l'influenza
politica dei giornali era in rapporto inverso alla loro
circolazione".
L'onorevole Wigg disse che il suo collega conservatore,
nonostante sedesse da molti anni alla Camera dei Comuni, non
aveva ancora capito la procedura con la quale erano assegnate
le ore per le trasmissioni politiche. Pareva non sapesse che
esisteva un accordo tra i partiti politici e la BBC, per il
quale ogni partito, in qualsiasi momento, poteva fare una
trasmissione radio.
"Se un giorno - concluse - dovesse essere scritto
l'epitaffio della democrazia, esso potrebbe consistere nelle
lettere BBC. La democrazia non può vivere se non ha una buona
informazione; fondamento della democrazia non è la possibilità
di mettere ogni cinque anni un pezzetto di foglio in un'urna;
democrazia significa che ogni cittadino è positivamente
associato al lavoro del corpo politico".
Nella risposta conclusiva, l'onorevole Alport, assistente
del Postmaster Generale, riconobbe che nelle situazioni del
genere di quella che si era aperta con la crisi nel Medio
Oriente, la BBC, navigando tra Scilla e Cariddi, poteva
facilmente essere sbattuta dalle tempeste un poco più a destra
o un poco più a sinistra.
"Ma il sapere che occhi vigilanti seguono continuamente la
BBC - egli dichiarò - per vedere come porta il grave carico
delle sue responsabilità, e il fatto che il suo operato forma
oggetto di discussioni in Parlamento, sono cose di grande
importanza per la BBC e costituiscono una garanzia per il
pubblico di tutte le tendenze politiche".
Vi prego di scusarmi per questa mia lunga digressione: ma
ho ritenuto opportuno illustrare, con un esempio, quali
delicati problemi politici ha fatto nascere il nuovo strumento
di comunicazione delle idee, e come, nei periodi di crisi,
riesca difficile, anche in un paese veramente democratico,
qual è l'Inghilterra, dare i servizi radio in modo da
conciliare le contrastanti esigenze.
D'altra parte, ritengo possa essere istruttivo riconoscere
con quale serietà viene discussa nella Camera dei Comuni
l'attività della BBC, e come tutti gli uomini politici
inglesi, anche i conservatori al governo, siano continuamente
preoccupati di garantire la sua indipendenza, perché dia
servizi imparziali e oggettivi.
Il progetto di legge.
Da quanto ho esposto finora mi pare risulti
sufficientemente dimostrata la necessità di una radicale
riforma della RAI per assicurare l'imparzialità e
l'obiettività dei suoi servizi. A questo fine abbiamo
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preparato lo schema di progetto di legge che passo ora ad
illustrare nei punti essenziali.
1) Trasformazione della RAI in ente di diritto
pubblico.
La RAI è una società per azioni.
E' questa, però, una "finzione giuridica": in realtà la
RAI ha soltanto la forma della società commerciale, in quanto
suo compito è quello di prestare un servizio pubblico, non di
distribuire dividendi agli azionisti; il suo capitale sociale
è sottoscritto quasi completamente dallo Stato, non dai
privati; la volontà del suo consiglio di amministrazione (sei
membri di nomina governativa e dieci nominati dall'assemblea
generale, formata di rappresentanti dell'IRI e della SIP) si
identifica con la volontà del governo; il suo collegio
sindacale è presieduto da un funzionario della Ragioneria
generale; la nomina del suo presidente, del suo consigliere
delegato e del suo direttore generale è fatta dal governo; il
governo le assicura l'esclusività dei servizi radiofonici e
televisivi; i suoi canoni di abbonamento sono stabiliti con
decreto ministeriale e riscossi con la stessa procedura delle
imposte; e - last but not least - comunque vadano le
cose, la RAI non può fallire.
Questa finzione giuridica, in pratica, mette i servizi
radiofonici e televisivi alle complete dipendenze del governo
in carica; rende più difficile ottenere che la RAI venga
veramente gestita come un servizio pubblico; agevola, con la
rappresentanza degli azionisti nel consiglio di
amministrazione, la collusione tra i gruppi capitalistici
privati ed i funzionari dello Stato; sottrae la contabilità
della RAI al controllo della Corte dei conti e del
Parlamento.
Nel progetto di legge noi proponiamo, perciò, di
trasformare la RAI da società per azioni in un ente di diritto
pubblico.
Non abbiamo previsto alcuna norma per l'operazione
finanziaria con la quale dovrebbe essere attuata questa
riforma, né per regolare quella che dovrebbe poi essere la sua
vita interna: l'assunzione ed il licenziamento del personale,
la procedura per le spese, i contratti, le transazioni, i
giudizi; i controlli da esercitare sulle sue contabilità,
eccetera. Queste materie andrebbero disciplinate nel
regolamento e nello statuto dell'ente (sulla falsariga degli
ordinamenti vigenti per la Banca Nazionale del Lavoro, la
Cassa del Mezzogiorno, l'ENI), in modo da consentire all'ente
la massima possibile autonomia finanziaria, la rapidità delle
decisioni e l'agilità dei movimenti, indispensabili per
un'efficiente gestione e per un continuo adeguamento delle sue
strutture organizzative e dei suoi impianti alle variazioni
delle conoscenze tecniche e dei gusti degli utenti.
2) Costituzione di un Comitato di garanzia.
Il problema principale da risolvere per raggiungere i fini
che ci proponiamo è quello della scelta dei dirigenti. Gli
enti tanto valgono quanto valgono gli uomini che li dirigono.
Nessun ordinamento giuridico può garantire che vengano scelti
uomini adatti ai posti direttivi, ma alcuni ordinamenti
rendono più facile ed altri rendono impossibile una tale
scelta.
In Italia tutti i governi, qualunque fosse il loro colore
politico, hanno sempre cercato di adoperare gli organi dello
Stato ed il pubblico denaro per consolidarsi al potere e
sopraffare l'opposizione. Se si vuole che la RAI sia
indipendente, non possiamo, perciò, affidare al Governo la
nomina delle persone responsabili delle sue trasmissioni.
D'altra parte, se il Governo deve continuare a rispondere al
Parlamento del modo in cui la RAI spende i quattrini dei
contribuenti, è anche logico che continui a scegliere le
persone incaricate della sua gestione tecnica e
finanziaria.
Noi abbiamo, in conseguenza, pensato di separare le prime
funzioni dalle seconde, prendendo a modello, piuttosto che il
comitato dei governatori della BBC, i Boards of trustees
che in Inghilterra garantiscono la continuità
dell'indirizzo politico di alcuni giornali di fama
internazionale: proponiamo, cioè, di costituire un Comitato di
garanzia responsabile di fronte al Parlamento del livello
Pag. 12
culturale di tutte le trasmissioni radiofoniche e televisive,
della obbiettività delle informazioni e della imparzialità
della RAI. In piena indipendenza da ogni altro organo dello
Stato, dovrebbe stabilire i criteri per la preparazione dei
programmi, fissare le modalità di svolgimento delle
discussioni, dei dibattiti e delle repliche sugli argomenti
controversi, e disporre speciali servizi nel corso delle
elezioni politiche e amministrative.
Un consiglio di amministrazione, responsabile di fronte al
Governo del bilancio della RAI, dovrebbe fornire al Comitato
di garanzia gli strumenti amministrativi, tecnici e finanziari
per attuare le proprie decisioni.
Mentre il consiglio di amministrazione della RAI sarebbe
ancora nominato dal governo, il comitato di garanzia sarebbe
nominato dal Parlamento e dal Presidente della Repubblica.
Anello di congiunzione fra questi due organi sarebbe il
direttore generale, per la cui nomina chiediamo l'accordo fra
il comitato di garanzia e il Ministro delle poste e
telecomunicazioni.
Non ci nascondiamo che tale sistema può far nascere
attriti e contrasti fra il Comitato di garanzia e il consiglio
di amministrazione, ma riteniamo che attriti e contrasti
potrebbero essere superati senza gravi scosse, come
continuamente sono superati quelli fra il Board of trustees
e la direzione dei giornali. Nel caso poi che il conflitto
divenisse troppo grave, il problema, che avesse dato ad esso
origine, potrebbe essere portato davanti al Parlamento. Tutti
sarebbero allora informati delle ragioni della crisi. E questo
sarebbe il modo migliore per educare l'opinione pubblica a
interessarsi all'organizzazione e al funzionamento della
RAI.
3) Modo di scelta dei garanti.
Non crediamo che sarebbe opportuno affidare la scelta dei
"garanti" a corpi accademici (Accademia dei Lincei, Consiglio
nazionale delle ricerche, Consigli delle facoltà di
giurisprudenza e di scienze politiche, eccetera) e ad
organizzazioni di categoria (sindacato dei giornalisti,
sindacato degli scrittori, sindacato degli insegnanti,
eccetera): una tale soluzione corporativa porterebbe nel
Comitato la rappresentanza degli interessi sezionali, più o
meno puliti, dei gruppi incaricati delle scelte, e romperebbe
tutti i legami tra il Parlamento e la RAI, che conviene,
invece, conservare, data la grande importanza politica dei
servizi radiotelevisivi.
Dopo lunghe discussioni, siamo arrivati a proporre un
sistema misto: sui sette membri del Comitato di garanzia, due
dovrebbero essere nominati dal Presidente della Repubblica e
cinque essere eletti dai presidenti dei gruppi parlamentari di
tutte e due le Camere.
Poiché il principale compito del Comitato di garanzia
sarebbe quello di assicurare l'imparzialità della RAI in
confronto alle diverse opinioni ed il rispetto dell'articolo
21 della Costituzione, sarebbe logico attribuire lo stesso
numero di voti ad ogni presidente di gruppo, indipendentemente
dalla consistenza numerica del suo gruppo. Ma diversi amici
hanno osservato che una tale disposizione apparirebbe troppo
rivoluzionaria, troppo contraria alle consuetudini del nostro
Parlamento, e forse potrebbe essere facilmente aggirata dai
partiti che hanno una più vasta rappresentanza, costituendo
gruppi solo in apparenza separati. Abbiamo ripiegato, perciò,
su una soluzione più moderata, proponendo che ogni presidente
di gruppo possa dare i suoi voti a non più di due persone.
Verrebbe così garantita una sufficiente rappresentanza anche
ai gruppi parlamentari minori.
Dopo l'elezione fatta così dai presidenti dei gruppi
parlamentari, il Presidente della Repubblica nominerebbe altri
due "garanti". Sarebbe in tal modo riconosciuta, anche
formalmente l'importanza del Comitato di garanzia nella vita
nazionale, e si darebbe la possibilità di un intervento
equilibratore del Capo dello Stato per correggere eventuali
scelte troppo partigiane fatte dal Parlamento. Per mio conto
aggiungo che, quando si tratta di nominare poche persone per
uffici pubblici molto importanti, ritengo molto più probabile
Pag. 13
una buona scelta se viene affidata ad una sola persona, che ha
un'elevata posizione politica, piuttosto che ad assemblee, a
comitati, a collegi, nei quali è impossibile individuare la
responsabilità di chi prende effettivamente le decisioni.
I parlamentari non potrebbero esser nominati nel Comitato
di garanzia, perché non hanno il tempo disponibile per leggere
le veline delle trasmissioni e per seguire continuamente i
servizi radiofonici e televisivi, né hanno alcun interesse a
fare sul serio un lavoro che elettoralmente non rende, e per
il quale nessuno sarebbe loro grato".
Rispetto alla soluzione prospettata da Ernesto Rossi, si
ritiene di rimandare ad una modifica dei regolamenti
parlamentari, da attuarsi solo al momento dell'entrata in
vigore della legge che scaturirà dall'approvazione della
presente proposta, l'eventuale previsione della costituzione
di una Giunta, composta da quindici deputati e quindici
senatori scelti, rispettivamente, dal Presidente della Camera
dei deputati e dal Presidente del Senato della Repubblica in
modo da rispettare la consistenza numerica dei gruppi
parlamentari, a cui attribuire la nomina dei componenti di
estrazione parlamentare del Comitato di garanzia. Ciascun
componente della Giunta potrebbe votare per non più di due
persone con un sistema di voto limitato. Verrebbero eletti i
candidati che, al primo scrutinio, riescono ad ottenere il
maggior numero di voti. Con la stessa procedura si potrebbe
procedere alla rinnovazione del Comitato di garanzia una volta
giunto a scadenza.
4) Norme per la propaganda e i discorsi dei
parlamentari.
"Per costruire un argine in difesa del Comitato di
garanzia là dove è più probabile che il Governo eserciterebbe
una maggiore pressione, vorremmo anche disciplinare per legge
la propaganda dei candidati durante le campagne elettorali ed
i discorsi dei parlamentari durante i lavori delle Camere.
Non possiamo rimetterci, per regolare queste trasmissioni,
come si rimettono in Inghilterra, a liberi accordi tra l'ente
concessionario, il governo e i partiti.
Noi proponiamo che i partiti che presentano candidati in
tutte le circoscrizioni abbiano, durante la campagna
elettorale, eguale disponibilità di tempo per le trasmissioni,
e quelli che presentano candidati solo in una parte (ma non in
meno di un decimo) delle circoscrizioni abbiano un tempo
proporzionalmente minore.
Soltanto una regola del genere - che ha il suo equivalente
nelle disposizioni vigenti per l'affissione dei manifesti
elettorali - metterebbe tutti i partiti in una posizione di
partenza eguale rispetto alle possibilità offerte dalla RAI,
mentre un qualsiasi rapporto proporzionale all'importanza
relativa dei diversi partiti (riconoscibile, ad esempio,
attraverso l'accertamento del numero dei voti ottenuti nelle
ultime elezioni) tenderebbe a consolidare le posizioni
acquisite e a chiudere la strada agli uomini nuovi e alle
nuove formazioni politiche.
Entro tre giorni dal termine stabilito dalle leggi vigenti
per la presentazione delle liste dei candidati, il Comitato di
garanzia dovrebbe comunicare in quali giorni e in quali ore
potrebbe essere fatta la propaganda attraverso le stazioni
trasmittenti. Lo stesso Comitato determinerebbe poi, mediante
sorteggio, un turno dei partiti per l'assegnazione del tempo a
loro disposizione. Gli oratori sarebbero designati dalle
direzioni dei partiti e la RAI non potrebbe esercitare alcuna
censura sui loro discorsi. La propaganda dovrebbe cessare tre
giorni prima del giorno per il quale sarebbero indette le
elezioni. Dallo scioglimento delle assemblee al giorno delle
elezioni la RAI dovrebbe escludere da ogni programma le
trasmissioni che potrebbero influire, anche indirettamente,
sul voto degli elettori, né dovrebbe consentire ad alcun
candidato di effettuare trasmissioni di qualsiasi genere, al
di fuori di quelle a cui avesse diritto come rappresentante di
un partito.
Per le trasmissioni radiofoniche e televisive dei deputati
e dei senatori durante le sessioni parlamentari abbiamo
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adottato le stesse norme del progetto di legge n. 670,
presentato alla Camera da ventitrè deputati socialisti il 3
dicembre dell'anno scorso. L'unico emendamento importante a
tale progetto è la soppressione dell'ultimo articolo, che
affida l'applicazione di tali norme alla commissione
parlamentare. Noi proponiamo, invece, di affidarla al comitato
di garanzia, dato che, per le ragioni già dette, vorremmo
abolire la commissione parlamentare.
Il comitato di garanzia dovrebbe assegnare ad ogni gruppo
parlamentare della Carnera e del Senato 15 minuti (entro le
ore dalle 13 alle 14 e dalle 21 alla 22), da usufruirsi ogni
mese per 10 minuti sulla rete nazionale delle trasmissioni
radiofoniche e per 5 minuti alla televisione. La designazione
degli oratori, anche non parlamentari, sarebbe riservata alla
presidenza di ogni gruppo. Ai due gruppi misti della Camera
dei deputati e del Senato sarebbero assegnati 15 minuti alla
radio e 10 alla televisione. Il Comitato di garanzia dovrebbe
comunicare ai presidenti dei gruppi parlamentari, con sette
giorni di anticipo, i giorni e le ore disponibili per le
trasmissioni, ed i presidenti dei gruppi dovrebbero stabilire,
anche in questo caso mediante sorteggio, i turni per
l'assegnazione del tempo disponibile.
5) Le tramissioni di carattere religioso.
Una questione che abbiamo lasciata insoluta nel progetto
di legge è quella della disciplina delle trasmissioni delle
cerimonie di culto e della propaganda religiosa.
Considerando qual è oggi in Italia la posizione della
Chiesa cattolica e il vigore col quale indebitamente
interviene nelle lotte politiche, per mio conto sarei del
parere che dovrebbe essere consentito alla RAI soltanto di
trasmettere le cerimonie importanti come fatti di cronaca
(incoronazione di Papi, nomine di cardinali, beatificazioni,
eccetera). La RAI dovrebbe organizzare dibattiti sui problemi
religiosi (come su tutti gli altri argomenti controversi),
invitando a parteciparvi i seguaci delle diverse confessioni
ed anche chi non professa alcuna religione. Coloro che
volessero ascoltare la messa cattolica potrebbero mettersi in
onda con la stazione della Città del Vaticano, mentre coloro
che volessero ascoltare la messa degli altri culti si
metterebbero in onda con le stazioni trasmittenti dai Paesi
protestanti.
Questo mio punto di vista è sembrato troppo spinto a
diversi amici. Abbiamo perciò lasciato la soluzione del
problema alla discrezione del Comitato di garanzia, che -
secondo quanto è scritto nel nostro progetto - dovrebbe curare
che la RAI perseguisse i fini di educazione e di diffusione
della cultura "al di fuori di particolari concezionì politiche
e religiose, con criteri di obbiettività e di
imparzialità".
Se il Comitato di garanzia verrà mai costituito - nella
forma da noi proposta od in una forma analoga, che gli
consenta una sufficiente indipendenza dal Governo - è
sperabile che vorrà almeno regolare questa materia in modo che
le cerimonie di culto vengano trasmesse solo in certe ore
delle giornate festive; che le confessioni non cattoliche
organizzate abbiano la possibilità di fare trasmissioni su un
piano di parità con la confessione cattolica; e che vengano
impedite tutte le trasmissioni di prediche e sermoni, dato che
prediche e sermoni possono servire, e di fatto continuamente
servono, a far propaganda in favore di particolari concezioni
politiche e di particolari partiti, contro altre concezioni
politiche ed altri partiti ... e, magari, anche contro la
libertà di coscienza, la libertà di associazione, la libertà
di stampa, la scuola laica, il matrimonio civile (o meglio -
per adoperare l'espressione del vescovo di Prato - contro il
"cosiddetto matrimonio civile").
6) Conclusione.
Come ho detto, noi non siamo favorevoli al sistema
americano, che mette le stazioni trasmittenti a disposizione
di chi le paga di più e spinge le società radiofoniche e
televisive ad accrescere i profitti soddisfacendo i gusti più
grossolani delle masse; e sappiamo anche che, per ragioni
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tecniche ed economiche, la concorrenza in Italia fra stazioni
televisive (di queste sole per ora si parla) non potrebbe
essere molto diversa dalla concorrenza tra la Edison, la Sade
e la SME nel settore elettrico. Ma al monopolio della RAI qual
è oggi riterremmo preferibile perfino un sistema di pseudo
concorrenza con tutti i suoi rischi ed i suoi difetti. I
"padroni del vapore" ogni tanto litigano fra loro nella
spartizione del bottino, e queste liti potrebbero aprire
spiragli, attraverso i quali avrebbero un piccola probabilità
di farsi ascoltare anche le voci oggi completamente escluse
dai microfoni della RAI.
Il nostro ideale politico non è l'unità, il conformismo,
la quiete. E' la molteplicità delle forze in contrasto, la
gara in cui i concorrenti partano da posizioni il più
possibile eguali, la partecipazione consapevole di tutti i
cittadini alla vita politica del loro Paese. La verità che per
noi ha valore non scende dall'alto; non è la rivelazione o la
parola del maestro; è la verità di cui riusciamo a convincerci
ragionando con la nostra testa, mettendo continuamente a
confronto le nostre idee con i fatti di cui veniamo a
conoscenza, le nostre teorie con le teorie dei nostri
avversari. Se il dogma si sostituisce alla ricerca individuale
ed alla discussione, se manca il contrasto fra le diverse
opinioni, se tutti ubbidiscono senza discutere agli ordini
delle Superiori Autorità, si è in un regime tirannico, anche
se viene chiamato democrazia cristiana o repubblica
popolare.
Oggi la RAI è la "voce del padrone". Il monopolio statale
dei servizi radiofonici e televisivi potrà essere giustificato
solo se e quando la RAI diventerà veramente uno strumento per
l'educazione liberale e democratica del popolo italiano".
* * *
Il convegno cui si è fatto cenno all'inizio si concluse
approvando il progetto di riforma della radio e della
televisione, auspicando che le forze democratiche italiane
sapessero svolgere un'azione efficace per ottenere che
strumenti di informazione e di formazione culturale di tanta
importanza nella vita moderna non continuassero ad essere
usati nell'esclusivo interesse di una parte politica. Tra la
fine della XII legislatura e l'inizio di quella attuale, il
dibattito fra le forze politiche in Parlamento, anche sulla
base di altre proposte di legge, è sembrato orientarsi verso
le soluzioni indicate dal progetto di riforma di Ernesto Rossi
e che, dopo averlo fatto nella XII legislatura, ripresentiamo
oggi con la seguente proposta di legge. E' auspicabile, anzi
indispensabile, che la riforma della RAI, il ruolo del
servizio pubblico radiotelevisivo, siano affrontati secondo
criteri davvero innovativi rispetto a quanto avvenuto dopo la
riforma del 1975, al di là della legge n. 206 del 1993 la cui
natura straordinaria richiede, appunto, una nuova
normativa.
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