| Onorevoli Colleghi! - Nel corso della XII Legislatura,
il 24 ottobre 1994, è stata presentata da 240 deputati e
deputate di tutti i Gruppi una mozione sulle condizioni
dell'infanzia nel mondo e in Italia che, a partire dalla
vicenda dei bambini di strada nelle aree metropolitane,
definiva una serie di impegni per il Governo italiano.
La mozione è stata discussa il 7 e 8 febbraio 1995
nell'ambito della sessione dei lavori dell'Assemblea dedicata
alla famiglia e all'infanzia. Al termine della sessione è
stata presentata un risoluzione conclusiva votata praticamente
all'unanimità (475 favorevoli, 3 contrari, 16 astenuti). Sulla
base della risoluzione:
a) la Camera dei deputati ha deciso di istituire
una (seconda) Commissione speciale (oltre a quella presieduta
dall'onorevole Napolitano) competente in materia
d'infanzia;
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b) la Camera ha impegnato il Governo ad alcuni
immediati atti concreti per una svolta nel coordinamento delle
amministrazioni (non solo centrali) che si occupano
d'infanzia.
Nella parte restante della Legislatura, la risoluzione ha
avuto parziale efficace attuazione:
a) la Commissione speciale si è insediata nel
luglio 1995 presieduta da Rosa Russo Jervolino (vice
presidenti la progressista Chiavacci e l'ex ministro Guidi) e
ha intensamente lavorato consegnando un documento "per un
piano d'adozione per l'infanzia" licenziato dopo lunga
discussione; approvando vari atti di indirizzo sul bilancio,
sulla cooperazione allo sviluppo, sull'informazione; avviando
un'interessante indagine conoscitiva; ascoltando con audizioni
formali e informali svariati soggetti (dalla RAI all'UNICEF,
dal progetto Axè all'ANSA); incardinando altre proposte di
legge (contro il turismo sessuale, sull'adozione, sul bambino
ospedalizzato, ed altre); partecipando ad incontri dell'ONU e
del Consiglio d'Europa;
b) il Governo Dini (in particolare attraverso il
ministro Ossicini) ha prontamente operato nel rispetto della
risoluzione istituendo già con un decreto del 20 marzo 1995
l'Osservatorio Nazionale sui problemi dei minori (e
successivamente convenzionandosi con l'Istituto Innocenti di
Firenze), ripensando l'utilizzo dei fondi sui minori a
rischio, impostando correttamente l'elaborazione del secondo
rapporto nazionale per l'attuazione della Convenzione di New
York del 1989 (resa esecutiva con legge n. 176 del 1991),
contribuendo allo sblocco dei fondi per l'aiuto all'infanzia
nei paesi in via di sviluppo, sostenendo iniziative dedicate
alla violenza sui minori nel mondo come la sessione del
Tribunale Permanente dei Popoli della primavera 1995 a Trento,
Macerata, Napoli.
E' auspicabile che, all'inizio della XIII legislatura, si
ricostituisca, almeno per qualche mese, la Commissione
speciale. Con la sessione finanziaria di fine 1995 sono stati
accantonati in tabella A per la legge sul piano d'azione
nazionale almeno 10 miliardi.
La condizione dell'infanzia è conseguenza di assetti
economici, sociali, culturali, giuridici. Non accettarla
passivamente significa voler modificare profondamente quegli
assetti, rompere apparenti equilibri dati e dinamiche
apparentemente oggettive. Il degrado della condizione
dell'infanzia è la faccia più visibile di un degrado sociale
complessivo in cui i bambini sono vittime più di altri -
viventi e ambienti - per la loro fragilità (la naturale
dipendenza da altri), per la loro vulnerabilità (una
"variabile" dipendente da altri), e anche per la loro
indispensabilità (la riproduzione e il futuro della vita). I
bambini sono un misuratore biologico dello sviluppo sociale.
Come è noto la Convenzione internazionale sui diritti del
fanciullo del 1989 non ne parla in questi termini ed è stata
talora criticata per disorganicità, frammentarietà, vaghezza
di contenuto. Comunque è un passo avanti; comunque induce
obblighi; e comunque chiama ad una dialettica democratica per
rimuovere ostacoli, ritardi, errori.
E' forse discutibile il termine singolare e quantitativo
"il minore"; è preferibile usare bambini, fanciulli, infanzia,
anche se talora è giuridicamente indispensabile quel termine
per la collocazione generazionale sotto i diciotto anni (dopo
la legge 8 marzo 1975, n. 39, venti anni fa), ossia per
definire un sistema di relazioni e di peculiare protezione per
un soggetto in formazione. E forse il terreno dei "diritti"
non è esclusivo, non è quello più preciso ed organico;
"rivendicare" non rende bene il progetto che dovremmo avere in
testa, anche se il terreno del diritto comunica in modo
semplice ed efficace un conflitto sociale ed un'opzione
politica e si ricollega alla frontiera della "cittadinanza" e
ad una logica "universale" valida per tutto il pianeta.
L'infanzia non è un mondo a parte, le cui condizioni possano
migliorare senza che la società sia coinvolta nel suo insieme.
I protettori di un bambino sono innanzitutto i suoi "genitori"
(naturali o meno, due uno o tanti) ed una volta
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responsabilizzati e verificati a tale protezione non vi è
dubbio che la situazione critica di moltissimi bambini ha come
causa principale le condizioni di povertà e di insicurezza di
coloro che li hanno messi al mondo.
Contemporaneamente il bambino è portatore esclusivo, in
proprio, autonomo, di diritti, per quanto troppo poco possa
farli valere personalmente.
Parlare di "soggetto in evoluzione" aiuta anche a dar
conto della differenza fra le varie fasi e fasce di età.
La tutela e la protezione non sono sufficienti a dar conto
di questa complessità. I bambini vanno ascoltati di più e
guardati di meno; i bambini vanno valorizzati anche per
"difenderli". Per questo nel titolo della legge si parla di
sviluppo, evoluzione.
La Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia fu
approvata dall'Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre
1989 ed è entrata in vigore (dopo le prime venti ratifiche) il
2 settembre 1990.
Sulla Convenzione sono ormai note le coordinate di
giudizio:
1) dopo l'enunciazione di princìpi morali non cogenti a
partire dalla Dichiarazione di Ginevra del 1924 e poi dalla
Dichiarazione ONU del 1959, si è finalmente giunti ad uno
strumento giuridico con forza di legge che impone obblighi ai
singoli Stati che la ratificano, accettando reciproche nuove
obbligazioni in campo internazionale;
2) pur se molto lentamente, ormai la Convenzione è
diritto "mondiale" ratificata (secondo i dati del marzo 1995)
da 170 Stati membri dell'ONU, da 7 firmata ed in via di
ratifica (fra cui gli USA), solo da 13 né ratificata né
firmata;
3) alla sottoscrizione quasi generale non corrisponde né
l'attuazione formale (meno di un terzo degli Stati hanno
rispettato il termine di due anni per la presentazione del
primo rapporto nazionale e per lo più non hanno rispettato
proprio l'impegno o lo hanno esaudito in forme
burocratico-cartacee, o "carbonare" come l'Italia), né tanto
meno l'attuazione sostanziale (come mostrano centinaia di
esempi concreti per decine di Paesi reali);
4) il controllo dell'inattuazione è previsto ma non in
termini efficaci, comunque non si fa e per di più non vi sono
fondi e poteri sostitutivi; e l'inadempienza dei Governi è
confermata dal mancato versamento del fondo previsto dai capi
di Stato nel 1990 o dall'assenza di impegni sui Mondiali dei
bambini al vertice di Copenaghen; dunque, resta una funzione
principale, se non esclusiva, della Convenzione, di norma
potenziale di conflitti istituzionali-culturali-sociali,
ferita aperta e sanguinante degli assetti economici e
dell'ordine internazionale dati, paradigma globale ed
unificante il destino nostro e delle future generazioni sul
pianeta;
5) così, anche gli stessi "difetti" interni della
Convenzione, alcuni ritardi semantici (i limiti della parola
"minore" singolare-individualistica e
unidimensionale-protettiva, formule vaghe e sfuggenti), alcune
definizioni di "compromesso" verso il basso (dall'arruolamento
all'adozione), alcune gravi assenze (come il diritto
all'ambiente ed a città sostenibili),... questi stessi
"difetti" sono in secondo piano, non intaccano la funzione
positiva decisiva che la Convenzione ha svolto e svolge: aver
dislocato più avanti la contraddizione di un'infanzia violata
e negata in modi diversi tanto al sud quanto al nord del
pianeta (e trovandosi un sud in qualunque nord, anche in
Italia e anche dentro Palermo...).
A oltre cinque anni di distanza l'attuazione della
Convenzione sui diritti dell'infanzia va verificata e
rilanciata. Secondo l'ultimo rapporto dell'UNICEF, più della
metà delle nazioni del mondo in via di sviluppo si trova sulla
buona strada per raggiungere i traguardi concordati l'anno
dopo, nel settembre del 1990, sempre a New York, in occasione
del vertice mondiale per l'infanzia cui hanno partecipato 71
capi di Stato e di Governo (ove peraltro si era deciso di
costituire un fondo, poi mai versato, equivalente al bilancio
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di cinque giorni di guerra del golfo...) traguardi rivolti al
miglioramento della salute, dell'alimentazione,
dell'istruzione, contro le carenze di iodio, di vitamina A,
contro la persistenza delle cinque storiche malattie infantili
(dal morbillo alla poliomielite), contro l'abbandono
dell'allattamento al seno, contro le nuove guerre, le nuove
immunodeficienze, le nuove tossicodipendenze. Il fatto è che
tali traguardi dipendono dagli aiuti, i quali non vengono o
concordati o rispettati o ben indirizzati. La questione è nota
e drammatica, chiama in causa le ragioni profonde degli
squilibri mondiali di cui i bambini sono solo dei sensori. Non
ci soffermiamo su tale aspetto, tanto più che la violazione
dei diritti è propria anche delle nazioni industrializzate,
anche figlia di un certo nostro sviluppo per il quale i
bisogni non quantitativi non esistono, non ha voce chi non
vota e chi non ha voce non esprime bisogni. Il fenomeno dei
bambini di strada esemplifica l'analisi.
I "bambini di strada" nel mondo sono un decisivo
indicatore sociale, più del prodotto nazionale lordo o della
stessa alfabetizzazione, circa la qualità della vita umana sul
pianeta. I bambini di strada sono un fenomeno moderno,
metropolitano, non un'eredità di arcaiche comunità; si trovano
o, meglio, si "perdono" nei Paesi più poveri e in quelli più
ricchi, non sono un caso ma l'inevitabile sud di qualunque
nord che scelga solo il profitto come parametro, solo la
competizione come progresso. I bambini "in" strada avrebbero
anche un grande valore pedagogico. Non sono un male in sé,
tutt'altro: l'esperienza di uscire da soli, di sentirsi
sicuri, di cercare altri bambini, di parlare, scegliere,
giocare con loro e di raccontarlo poi ha valore primario.
Nelle nostre città medie e nei nostri centri storici spesso i
bambini non riescono neppure ad uscire per strada sicché la
loro assenza denuncia anche una patologia, ma il fenomeno vero
e proprio dei "bambini di strada" è altra cosa.
Secondo la definizione adottata da vari organismi
internazionali, non governativi, il bambino di strada è
qualsiasi ragazzino o ragazzina per il quale la strada (nel
senso più ampio del termine) sia divenuta la dimora abituale
e/o la fonte di sussistenza e nella quale non sia
sufficientemente protetto, controllato o indirizzato da adulti
responsabili. E' essenziale mettere in opera programmi che li
tutelino sul piano del lavoro, prevedano centri di
accoglienza, possibilità di frequentare la scuola, dimensioni
affettive.
La risoluzione approvata dalla Camera.
Occorrono impegni e interventi per la cooperazione allo
sviluppo e per la pubblica istruzione, per le politiche
culturali e informative, giudiziarie e ambientali, esattamente
come per le politiche familiari. Proprio partendo da una
mozione sui bambini di strada presentata da oltre 240 deputati
e deputate il 20 ottobre 1994, il 7 e 8 febbraio 1995 vi è
stato un pronunciamento della Camera nella sua interezza, con
un dibattito e un voto dell'Assemblea: essendo ormai maturo un
ripensamento anche istituzionale è stata ritenuta opportuna la
nomina di una Commissione speciale che si è occupata dei
problemi dell'infanzia nel nostro Paese. La risoluzione
contiene precisi impegni.
Gli impegni del Governo:
A) Il rapporto sull'infanzia.
Il Governo doveva presentare entro il marzo 1995 il
rapporto sull'infanzia e promuovere atti conseguenti al
rapporto, contribuire specificamente a interventi a favore dei
bambini di strada (e in questo contesto finanziare il progetto
Axè), contribuire in tutte le sedi, e soprattutto all'interno
dell'Unione europea, ad evitare gli abusi contro i minori;
sostenere infine le iniziative di riflessione e ricerca.
L'articolo 44 della Convenzione di New York chiedeva agli
Stati aderenti di consegnare entro due anni un "rapporto sulle
misure da essi adottate per applicare i diritti
riconosciuti... e sui progressi compiuti
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nella realizzazione di tali diritti", indicando "i fattori e
le eventuali difficoltà che impediscano di assolvere
pienamente gli obblighi".
In Italia, la data di entrata in vigore della legge di
ratifica della Convenzione, prevedeva un primo rapporto entro
il 12 giugno 1993 (e un secondo entro il 1998). Tale rapporto
è stato presentato a fine ottobre 1995.
Chiediamo di mettere a disposizione della Camera, degli
operatori, dell'opinione pubblica un'autonoma relazione che
inglobi il rapporto ufficiale e lo completi per ciò che nella
Convenzione non c'è e per ciò che la Convenzione chiedeva
anche come programma d'azione mai attuato.
Assumere la priorità dei bambini significa assumere una
chiave di lettura per definire la sostenibilità degli spazi e
dei tempi urbani: lo sguardo, le aspettative, il ritmo delle
bambine e dei bambini che nelle case, nelle scuole e nelle
strade delle città in qualche modo vivono. Eppure la
Convenzione del 1989 non parla di città e di ambiente. E
nessuno dei tanti diritti citati (forse quello che più ci si
avvicina è il diritto al riposo e al tempo libero) rende
assolutamente conto dell'invivibilità delle nostre città,
della permanente violazione di molti diritti dei bambini che
vi si esplica ed enfatizza. Bambine e bambini sono gli
indicatori biologici, ecologici della qualità della vita
urbana. Essi richiedono nuovi alfabeti e nuove percezioni del
tempo e dello spazio. Le generazioni hanno molto da apprendere
l'una dall'altra, tanto più se dal continuum di ciascuno
crescono sordità agli stimoli esterni e automatismi. Un
bambino meno solo ci fa stare tutti, ovunque, meglio insieme.
Sguardo, tatto, udito, olfatto, linguaggio "da bambino" sono
sensi da ricostituire e rifondare per ogni cittadino. E dunque
pensare ad una città a misura di bambino è un buon modo per
immaginarla adatta a tutti. La stessa nozione di cittadinanza
si amplia. Per il bambino è decisivo il poter-fare, mentre è
marginale sia il diritto che il dovere di fare. L'essenziale
riduzione del tempo di lavoro acquista ancor più senso se il
tempo "liberato" viene condiviso in luoghi con bambini
"visibili".
Ed è un loro "diritto" anche l'esperienza non programmata,
lo sporcarsi, l'agibilità delle strade, l'acquisizione delle
sfumature, degli ammiccamenti, dell'ironia.
Soprattutto è un loro diritto partecipare alle decisioni
che li riguardano (articolo 12 della Convenzione
internazionale) anche se pochissimi (singoli, associazioni,
istituzioni) sembrano rendersi conto dello "scossone"
giuridico che ciò comporta.
Non più solo "tutela", non solo più "autodeterminazione";
va tendenzialmente superata la contrapposizione tra apparente
autonomia (i Kiddy libbers) e dipendenza (i child
savers) con l'acquisizione dell'obiettivo di una evoluzione
libera, di una sviluppo critico, di una crescita
consapevole.
A Fano come a Modena, a Palermo come a Reggio Emilia, a
Perugia come a Napoli, vi sono interessantissime esperienze
per valorizzare i bambini e la loro capacità decisionale, vero
antidoto a logiche plebiscitarie. Il "rapporto" sull'infanzia
è un atto di speranza, di fiducia, non un elenco di dolori e
orrori, che pure ci sono e vanno monitorati, combattuti,
sconfitti.
B) L'osservatorio e il centro di coordinamento.
Promuovere un osservatorio ed un centro permanente di
interventi organici sui diritti dei minori in Italia è la
richiesta che negli ultimi anni ha unificato l'associazionismo
e il volontariato diffuso. Con ciò si mostrerebbe l'effettivo
riconoscimento di una svolta istituzionale e culturale. Basta
con interventi di emergenza dopo il clamore di eventi
drammatici subiti dai bambini! Basta con interventi episodici,
settoriali, scoordinati! Basta con leggi solo e soltanto sulla
carta protettive, basate sulla concezione "generale e
astratta" del maschio adulto medio! Osservatori permanenti
(parlamentare e governativo), una politica preventiva, una
rete di interventi
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(non solo e non tanto leggi) organici possono essere impostati
dal Governo, utilizzando anche le elaborazioni dei gruppi di
lavoro promossi dagli ex Ministri Bompiani e Contri per
l'istituzione di un osservatorio nazionale per l'età
evolutiva, per una legge delega su uno statuto dei minori, per
la modificazione e l'integrazione della legislazione
vigente.
In Italia il disagio dell'infanzia è quantitativamente
forte e qualitativamente crescente, derivante da cause
molteplici, come tutte le indagini (Labos, Istat, Unicef e
Istituto Innocenti, Telefono Azzurro, Arci-ragazzi,
Legambiente) confermano, soprattutto per quanto riguarda i
circa dieci milioni di bambini sotto i quattordici anni: calo
dell'offerta dei servizi sanitari ed assistenziali;
dispersione scolastica; problemi economico-finanziari;
mancanza di servizi culturali e ricreativi ed omologazione a
quelli degli adulti; nuove povertà, solitudini, emarginazioni;
abusi fisici, lavorativi, psicologici; coinvolgimento in
attività sempre più macrocriminali; tossico e teledipendenze.
Nascono meno bambini e crescono in più famiglie ristrette
numericamente e strutturalmente - funzionalmente fragili. Nel
sud tutti questi squilibri si accentuano.
Luoghi, relazioni, età e contesto sono le variabili da
considerare per censire le dinamiche reali, differenziare gli
interventi, individuare tempi e priorità.
Proponiamo una dimensione autonoma e sistematica delle
politiche per l'infanzia, diversa e complementare a quella per
la famiglia.
Garantire tempo e spazio individuali e collettivi per
un'infanzia felice e sana è un impegno decisivo di una riforma
intellettuale e morale del ruolo delle pubbliche istituzioni:
ospedali educati ed amici e pediatri colti e critici;
cogestioni "civilmente riconosciute" tra anziani e bambini
fuori e dentro gli ambiti familiari; riforma
dell'"ingiustizia" minorile; reciproco arricchimento della
sempre più diffusa multirazzialità; aree infantili, cioè lente
e socievoli, del traffico; la sfida del 10 per cento di aree
protette "nelle" città entro il duemila.
C) La cooperazione allo sviluppo dell'infanzia.
Vanno contestualmente trovate nuove motivazioni e maggiore
impulso alla solidarietà internazionale per i diritti
dell'infanzia. Prendiamo il caso del Brasile: lì c'è,
paradossalmente, l'emblema delle violazioni sostanziali dei
diritti dei minori e anche l'esempio, con la nuova
Costituzione e lo Statuto specifico, di molte possibili
soluzioni giuridico-formali.
Ovviamente esistono problematiche generali (la guerra, il
sottosviluppo) ed anche altri sono i casi nazionali
drammatici, mentre mancava e manca una delineata capacità -
ecco il punto - della cooperazione italiana allo sviluppo a
favore dell'infanzia nel mondo. Secondo l'Organizzazione
mondiale della sanità sono 100 milioni i ragazzi che vivono
per strada, bambini senza infanzia. Violentati e violenti,
della sola strada o spesso in strada, nei ghetti metropolitani
dei poveri e dei ricchi, l'emergenza riguarda l'intera America
latina, il Sud Africa e l'India, Montreal e Manila, Bucarest e
Nairobi, l'ex Europa dell'Est e l'ex Africa coloniale. Le
bambine, discriminate sessualmente, lasciate morire o
prostituite, ancor più dei bambini.
Ciò accade però anche nel ricco nord, anche nella
famiglia, fuori della solita strada, dentro i nuovi abusi.
Quando e dove le crisi economiche sono più forti,
aumentano esponenzialmente i maltrattamenti e la
trascuratezza; aumenta altresì il già diffusissimo lavoro
minorile, talora in condizioni di schiavitù, figlio del
mercato e di certa divisione internazionale del lavoro.
Bonificare, riformare, rilanciare questa funzione
dell'Italia e dell'Europa nella cooperazione allo sviluppo è
essenziale!
Gli studiosi hanno mostrato che la sovrappopolazione è
spesso effetto della eccessiva mortalità infantile (cioè delle
scarse aspettative di vita per i tanti figli che una madre fa
nel Terzo mondo) e della povertà sociale (cioè della necessità
di moltiplicare lavori non retribuiti per accedere a risorse
anche marginali).
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Cooperare allo sviluppo sostenibile dell'infanzia
significa perciò aggredire i modi di produzione e le ragioni
di scambio, non elemosinare il surplus di prodotti
dell'occidente; e significa sostenere le ONG (ad esempio Mani
tese) con specifici progetti legati all'infanzia. Bonificare,
riformare, rilanciare questa funzione dell'Italia e
dell'Europa deve consentire anche di aggredire il fenomeno del
commercio illegale di bambini e di organi.
D) I diritti dei bambini di strada, il progetto Axé.
Negli ultimi anni articoli, inchieste, denunce, hanno
documentato con efficacia terrificante quanto serve cooperare,
a tutti i livelli, per garantire l'autonomo sviluppo dei
bambini. Forse si dovrebbe valorizzare di più quanto già si
fa, spesso dal basso, talora con successo, per progettare e
sperimentare vie d'uscita. L'esperienza del progetto Axé
merita un richiamo particolare ed uno specifico impegno per lo
Stato italiano; può anche costituire un punto di riferimento
per l'impostazione di imprese educative e per "centri giovani"
scuola-lavoro in Italia.
Il progetto Axé è stato attivato nel giugno 1990 (dopo
anni di preparazione) in collaborazione con il Movimiento
nacional dos meninos e meninas de rua del Brasile (nato nel
1985) per dare una risposta alla difficile realtà
dell'infanzia di strada di Salvador de Bahia.
Il 1^ giugno 1990 vi lavoravano (nelle strade e nelle
piazze oltre che nella sede centrale e nei laboratori)
venticinque educatori di strada; attualmente sono oltre
cinquanta. Prima di iniziare fu effettuato un rapido
censimento sul fenomeno; una seconda rilevazione si è svolta
nel 1993. Il numero complessivo dei bambini ed adolescenti
presenti nelle strade della città, nei vari momenti della
giornata, è passato da 12 mila unità nel 1990 a 16 mila tre
anni dopo. All'interno di questa cifra vanno distinti i
bambini di strada (che vivono "nella e della" strada senza
altri legami) dai bambini in strada (che mantengono deboli e
conflittuali rapporti familiari "oltre" la strada), con un
rapporto medio di uno dei primi ogni dieci.
Dell'universo dei meninos de rua ne sono stati
finora contattati oltre 2.500 partendo da quelli più
bisognosi. Di loro, già circa 500 sono inseriti nelle varie
attività del progetto il cui obiettivo centrale non è la
scolarizzazione, ma l'educazione. Per i bambini ciò significa
alfabetizzazione, avviamento alla scuola, inserimento (e
sostegno) nella scuola pubblica; per gli adolescenti anche
spazi professionalizzati di serigrafia, produzione di carta
riciclata, falegnameria e da un anno l' atelier di moda
con accordi per l'inserimento successivo nel mondo del
lavoro.
L'ideatore, il fondatore, il coordinatore-presidente del
progetto Axé è Cesare Florio La Rocca, un italiano di 56 anni,
in Brasile da ventisei. Nato a Firenze, dopo un periodo di
lavoro con i bambini in Amazzonia, La Rocca è stato a Rio
segretario di presidenza del FUNABEN (Fundacao
national do bem estar do menor). Successivamente tornato in
Italia come responsabile di un carcere per i minori a Milano,
dal 1989 La Rocca si è trasferito a Salvador per organizzare
il progetto Axé.
Axé, più o meno, vuol dire "buona fortuna"; nel linguaggio
rituale della religione sincretica afrobrasiliana, il
condomblé, è un saluto che augura pace, benessere e
gioia. Al progetto Axé è dedicata l'edizione italiana del
libro di Gilberto Dimenstein Storie di strada (1991),
distribuito da Terranuova.
Quando il ragazzo dimostra l'interesse di lasciare la
strada, il progetto Axé propone le seguenti alternative:
tornare a casa, affittare una stanza in una pensione, aiutarlo
per costruire uno spazio abitabile, essere accolto in una
famiglia che può e vuole accogliere un bambino. Queste
decisioni sono prese con l'appoggio dell'educatore.
Recentemente si è creato un centro di formazione per gli
educatori di strada aperto a tutte quelle realtà brasiliane
che lavorano con bambini a rischio. Nel 1994 sono stati
formati 72 educatori di strada di varie organizzazioni;
inoltre il governo
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dello stato di Bahia ha assegnato all'Axé un casale nel centro
storico di Salvador la cui destinazione sarà quella di centro
professionalizzante per i ragazzi. E dal gennaio 1994 si è
attivato un rapporto di gemellaggio tra le municipalità di
Salvador e Napoli, due comunità per molti versi affini,
mediate proprio dalle potenzialità del progetto Axé.
L'equilibrio costo-benefìci è una preoccupazione costante
dell'Axé. Sono 2.577 i bambini e i ragazzi coperti dal
progetto con un costo mensile di lire 150 mila pro
capite, suddivisi in 17 per cento di costi del personale e
83 per cento spesi direttamente per il ragazzo. Le risorse
finanziarie sono diversificate per non creare dipendenze
politico-finanziarie. Queste sono le fonti: UNICEF,
Organizzazione internazionale del lavoro, imprese private,
Unione europea, Banco interamericano di sviluppo, amici del
progetto Axé, Ministero degli affari esteri italiano.
Il finanziamento per il progetto Axé concordato dal
Ministero approvato il 23 dicembre 1991 con il codice
1633/FEN/BRA limitato ad un progetto parziale e del valore
complessivo di lire 721 milioni 190 mila è stato versato
finora per un'unica quota nel giugno del 1992 di lire 253
milioni 140 mila. Il ritardo delle altre annualità rientra in
un quadro di ritardo dei pagamenti riguardante una gran parte
delle ONG ma è francamente eccessivo. Occorre saldare subito e
rifinanziare. Non è la sola "cosa" da fare subito a livello
internazionale.
E) Clausole sociali e democratiche a livello
internazionale.
Circa due anni fa, il 9 febbraio 1994, il Parlamento
europeo approvava la risoluzione contro lo "sfruttamento
economico dei prigionieri e dei bambini nel mondo". Eppure sul
lavoro minorile un anno fa, Patrick Deveddian, deputato
gollista vicino a Balladur, ha spiegato in un rapporto
parlamentare: "Non si può contemporaneamente deplorare la
miseria del Terzo mondo ed impedirgli di svilupparsi
utilizzando questa stessa miseria come una opportunità".
Clausole sociali e clausole democratiche vanno adottate a
livello internazionale, a livello di Unione europea e poi nei
singoli Stati. La futura organizzazione mondiale del commercio
deve adottare un conseguente regolamento ed i Paesi europei
dovrebbero trasferire nei Paesi in via di sviluppo non solo
tecniche e tecnologie ma anche innovazioni sociali.
F) Il Tribunale permanente dei popoli sull'infanzia.
Si è infine svolta in Italia la sessione del Tribunale
permanente dei popoli dedicata alla violazione dei diritti
fondamentali dell'infanzia e dei minori, a Trento, Macerata e
Napoli dal 27 marzo al 4 aprile1995. Il Tribunale permanente
dei popoli, ideato da Lelio Basso ed insediato a Bologna nel
giugno 1979, si ricollega storicamente ai tribunali Russell I
e II dei quali ha raccolto l'eredità morale.
La sua missione è quella di promuovere il rispetto
universale ed effettivo dei diritti fondamentali dei popoli e
delle persone attraverso (finora una ventina) specifiche
sessioni periodicamente organizzate nei diversi Paesi del
mondo, nel corso delle quali vengono giudicate le violazioni
più gravi, determinate le cause e denunciati i colpevoli
all'opinione pubblica mondiale.
Il Tribunale è caratterizzato dal pluralismo ideologico
dei membri della giuria (attualmente una sessantina), scelti
in tutti i continenti per le loro alte qualità morali,
scientifiche, culturali. Le sentenze vengono inviate alle
principali istanze internazionali e molte sono state discusse
dalla Commissione per i diritti umani dell'ONU a Ginevra.
Tutta la documentazione è conservata negli archivi della
Fondazione internazionale Lelio Basso a Roma.
La sessione del Tribunale dei popoli sui diritti
dell'infanzia parte da una constatazione ovvia ma
rilevantissima per ogni rappresentante istituzionale: una
serie di flagelli attuali dell'umanità, come la degradazione
dei servizi pubblici e sociali, la
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distruzione dell'ambiente, il peso del debito pubblico, ha
come causa una politica a breve termine, che scarica
sull'avvenire il problema di far fronte alle conseguenze di
una gestione sconsiderata delle risorse. Questo tipo di
politica impone alle nuove generazioni ed alle generazioni
che verranno, che pure non hanno partecipato alle decisioni
attuali, la risoluzione di problemi che rischiano di
rivelarsi smisurati. Con le malattie, la malnutrizione,
l'assenza di educazione, le violenze di cui sono vittime
milioni di bambini, unite alle condizioni nelle quali
riusciranno ad arrivare all'età procreativa, si trasmettono
ai loro discendenti che saranno anch'essi "generazioni
segnate".
Questa proposta.
La presente proposta di legge contiene impegni precisi. Il
nostro futuro dipende dalla capacità di costruire un'equità
intergenerazionale, di coniugare libertà, eguaglianza,
solidarietà oltre il 2000, il 2010, il 2020. Tutto ciò si
collega agli indirizzi sul rapporto genitori-figli e sul
sostegno alla maternità, così come agli impegni evidenziati
dalle molteplici mozioni in materia di politiche per la
famiglia.
L'obiettivo della legge è una autonoma e organica politica
per l'infanzia, connessa ma non esaurita da quella per la
famiglia. Giacciono in Parlamento molteplici proposte e
disegni di legge, dedicati ai minori, alcuni complessivi
collegati al lavoro dei Ministri Bompiani e Contri, altri
specifici, sull'adozione e l'affidamento, sulla violenza e
sull' handicap e molti altri atti legislativi possono
interessarci (ad esempio sulla bioetica e l'adozione
internazionale).
Prima e dopo le leggi ed istituzioni dovrebbero favorire
od innestare (non sostituire o reprimere) processi di
autoregolamentazione sociale. La legge definisce regole
"principali" e non ideologiche, regole minime e non
ordinative, regole chiare e non isolate (da strumenti a
fondi), regole scadenzate e non lasciate a se stesse. In tale
senso, la presente proposta di legge vuole essere uno
strumento per definire in tempi brevi una revisione organica
di normative complesse sull'infanzia adottate in momenti
diversi, con presupposti diversi e differenti esiti.
Non si tratta tanto o soltanto di cambiare od aggiungere
norme. Lo stesso dibattito legislativo può servire a
evidenziare quanto non si può o non si deve "normare", quanto
necessita prevalentemente di una riforma intellettuale e
morale, quanto va definito solo come "quadro" per regioni ed
amministrazioni pubbliche.
Nella presente proposta di legge parliamo di soggetti in
età evolutiva (come sinonimo da preferire a "minore", almeno
in via tendenziale) per sottolineare che l'infanzia è quel
periodo della vita di ciascuno caratterizzato dalla nascita e
dallo sviluppo fisico, sociale, intellettuale e psicologico e,
quindi, anche da alcune "immaturità".
Anche in Italia, ormai, le conoscenze sullo stato
dell'infanzia sono molte ed accessibili, grazie soprattutto
all'impegno di organismi come l'UNICEF (che dopo un primo
rapporto sulle otto regioni meridionali, del 1985 pubblica
rapporti aggiornati sulle condizioni dell'infanzia conseguenti
anche ai nuovi compiti assegnatigli dall'ONU nel 1980), di
associazioni per e con i ragazzi (ARCI ragazzi, Telefono
azzurro, eccetera) e dell'attività quinquennale del Consiglio
nazionale sui problemi dei minori, istituito nel 1985 ed
insediato nel giugno 1986 (con due relazioni organiche del
1987 e del 1989, pubblicate nel 1988 e nel 1990). Proprio
quest'ultimo fissava gli otto nodi delle condizioni dei minori
in Italia verso il 2000: diritto ad una famiglia, specificità
della "prima" infanzia, socializzazione non solo scolastica,
bambino in città, l'adolescenza (ed i "suoi" gruppi
informali), minori stranieri, diritto alla protezione,
informazione su, per e con i ragazzi. Tutti "nodi" non
settoriali e non circoscrivibili ad un singolo intervento
legislativo ed amministrativo.
Il tema della condizione dell'infanzia e dell'adolescenza
nel nostro Paese, della necessità di una efficace protezione
del soggetto in età evolutiva, della indispensabilità di una
migliore promozione del minore nel
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suo difficile itinerario di crescita umana è divenuto tema
centrale nella costruzione di una migliore comunità umana,
aperta verso un migliore futuro.
Il quadro legislativo.
Alla presa di coscienza collettiva della natura
fondamentale del problema dell'infanzia e dell'adolescenza si
va accompagnando l'avvertita esigenza di una profonda ed
organica revisione della legislazione in materia minorile, una
legislazione fortemente datata e per molti aspetti
insufficiente. Basta rilevare, in proposito, che il codice
civile risale al 1942 (e la riforma del diritto di famiglia ha
solo marginalmente affrontato il tema di un riconoscimento
della personalità minorile al di fuori dell'ambito familiare);
che il codice penale - che prevede norme a tutela anche del
minore - è del 1930, fortemente influenzato dall'immagine che
in quell'epoca storica si aveva del soggetto in formazione;
che gli organi giudiziari a tutela del minore sono
disciplinati ancora dal regio decreto-legge 20 luglio 1934, n.
1404, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 maggio
1935, n. 835, che la mancanza di una legge quadro
sull'assistenza ai minori non ha reso possibile lo sviluppo
adeguato di una rete di servizi capaci non solo di tutelare ma
anche di promuovere uno sviluppo armonico della personalità in
evoluzione.
Eppure, dagli anni trenta ad oggi vi è stata una
profondissima trasformazione nel modo di concepire il soggetto
minore, i suoi bisogni, i suoi diritti.
La proposta di revisione legislativa.
Con la presente proposta di legge si intende dare una
compiuta risposta all'esigenza di prevedere una disciplina
legislativa che si preoccupi non solo di riconoscere i diritti
nei vari ambiti in cui essi devono essere fatti valere, ma
anche di individuare concreti ed efficaci strumenti affinché i
diritti proclamati possano essere effettivamente goduti. Non
ci si è perciò limitati a riformare il codice civile, la legge
sull'adozione e sull'affidamento, eccetera, ma si è
predisposto anche uno strumento di conoscenza della condizione
dell'infanzia e dell'adolescenza nel nostro Paese, si sono
date precise indicazioni al legislatore regionale affinché gli
enti locali possano svolgere in modo adeguato la loro funzione
di protezione e di promozione del minore nell'ambito dei
compiti loro propri (per l'attuazione dei diritti sociali dei
minori).
Non appare condivisibile l'idea di far approvare dal
Parlamento una legge di meri princìpi come uno "statuto dei
minori": una legge di tal fatta è già entrata nel nostro
ordinamento attraverso la legge 27 maggio 1991, n. 176, che ha
dato piena ed intera esecuzione alla Convenzione dell'ONU sui
diritti del fanciullo.
Non sembra neppure opportuno ricorrere ad una legge delega
per affrontare questa materia: perché non è possibile
espropriare il Parlamento di una materia così delicata in cui
si devono individuare diritti fondamentali della persona,
delegando ad uffici ministeriali il compito di delineare quali
debbano essere i diritti dei minori e come debbano essere
concretamente tutelati (non si è mai, per esempio, pensato di
predisporre la riforma del diritto di famiglia attraverso una
legge delega); perché una legge delega - se i princìpi non
sono del tutto generici ma puntuali - impone tempi di esame
tutt'altro che celeri in quanto si devono prevedere, ed
evitare, deformazioni interpretative ed attuative da parte
dell'esecutivo (i tempi che si sono resi necessari per
l'approvazione del codice di procedura penale sono
indicativi); perché l'uso dello strumento della delega
comporta il rischio di una precarietà della disciplina a
seguito di contestazioni per eccesso di delega, il che sarebbe
esiziale quando si tratta di tutela di diritti (l'esperienza
del codice di procedura penale per minorenni che ha visto
annullati dalla Corte costituzionale alcuni fondamentali
istituti per eccesso di delega è stata tutt'altro che
positiva).
Si è ritenuto preferibile presentare un testo di tutela e
sviluppo dei diritti dei
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soggetti in età evolutiva, maturato anche sulla base di uno
studio compiuto in materia dalla Fondazione Zancan: nella
discussione parlamentare le singole soluzioni potranno essere
meglio calibrate, ma avendo presente tutto il ventaglio di
problemi e le interconnessioni tra essi. E sarà anche
possibile tentare la via di una legislazione quadro
sintetica.
L'articolato.
Gli articoli dall'1 al 5 enunciano, pertanto, alcuni
diritti fondamentali dei soggetti in età evolutiva, perché
l'esplicito riconoscimento di essi diviene canone
interpretativo di tutto il sistema di tutela della personalità
minorile. Si sancisce che il soggetto in età evolutiva è
"soggetto di diritto"
Si afferma che tutti i diritti riconosciuti al minore sono
aspetti particolari di un generale diritto all'educazione del
ragazzo (articolo 1); che il minore, in quanto cittadino, deve
godere di tutti i diritti e di tutte le libertà costituzionali
riconosciute ad ogni cittadino (articolo 2); che il minore ha
un diritto-dovere di partecipare alla vita sociale (articolo
3); che l'interesse del minore deve sempre prevalere su gli
interessi degli adulti (articolo 4); che il minore deve poter
manifestare il proprio pensiero sulle questioni che lo
riguardano e che nelle procedure giudiziarie od amministrative
deve essere ascoltato e rappresentato da un curatore speciale
quando vi sia un conflitto di interessi sia pure potenziale
(articolo 5).
Sul piano degli status familiari si sancisce il
diritto dei soggetti in età evolutiva ad essere educati in un
valido ambiente familiare che sia, possibilmente, quello della
famiglia di origine, imponendo allo Stato di sostenere le
famiglie non solo con misure economiche.
Un'attenzione particolare è stata dedicata al tema dei
rapporti genitori-figli inquadrati non più nell'ambito della
potestà genitoriale ma in quello della responsabilità
genitoriale.
Diverse disposizioni riguardano la disciplina della
tutela.
Sono anche previsti interventi a protezione del minore in
difficoltà. La giusta rinuncia ad interventi penali o
parapenali nei confronti di minori il cui processo di
socializzazione si sia interrotto, impone una revisione della
tipologia degli interventi civili a sostegno del minore, oggi
possibili soltanto attraverso interventi ablativi o limitativi
della potestà quando sia pregiudizievole la condotta dei
genitori. Con le più ampie garanzie giurisdizionali si prevede
la possibilità di interventi del tribunale per minorenni
variamente articolati e che possono giungere anche
all'inserimento del minore in una comunità terapeutica od in
una comunità educativa protetta.
Per realizzare una tutela del minore da abusi e violenze
che non si realizzano solo nell'ambito familiare, appare
indispensabile consentire una qualche forma di protezione: è
un assurdo che l'autorità giudiziaria possa intervenire quando
il genitore tiene un comportamento pregiudizievole per il
minore ma nulla possa fare quando un comportamento, che può
gravemente ledere il processo maturativo, sia posto in essere
dalla pubblica amministrazione.
Si è ritenuto opportuno, altresì, effettuare alcune
limitate modifiche alla legge sull'adozione e
sull'affidamento. Si ritiene, infatti, che la legge 4 maggio
1983, n. 184, sia una buona legge nelle sue linee portanti e
che pertanto, non sia opportuna una sua completa riscrittura
ma siano comunque utili alcuni aggiustamenti legati
all'esperienza di questi dieci anni di attuazione. Vi è, del
resto, un ampio dibattito in corso sull'adozione che
giustifica una seria "consultazione" di operatori ed
associazioni prima di introdurre profonde innovazioni
legislative.
Per quanto riguarda l'adozione internazionale si è
provveduto a garantire maggiormente che il bambino sia
effettivamente in situazione di abbandono nel suo Paese (unica
situazione che può legittimare il trapianto in un ambiente di
vita tanto diverso); che le procedure acquisitive siano
garantite (attraverso il ricorso obbligatorio
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ad agenzie autorizzate, eliminando l'attuale pernicioso "fai
da te"); che la dichiarazione di idoneità non costituisca una
licenza di operare quando e come si vuole.
Appare indispensabile anche una profonda revisione della
norme del codice penale a tutela del minore.
Il fenomeno della violenza sui minori, che in questi
ultimi anni è emerso all'attenzione dell'opinione pubblica con
particolare vivezza, esige un intervento legislativo più
puntuale di quello previsto dal codice vigente. Se sul piano
del diritto civile vi sono state importanti leggi di riforma
che hanno recepito il progresso culturale compiuto in
relazione alla personalità del bambino ed ai suoi bisogni, sul
piano penale nessuna modifica è stata apportata ad un
ordinamento concepito in un contesto culturale scarsamente
attento ai diritti di personalità, ed alle esigenze di
crescita armonica del fanciullo. La tutela penale oggi vigente
è tutta orientata alla tutela dell'integrità fisica e
patrimoniale del minorenne e poco attenta ai problemi di
tutela della personalità morale e psichica del ragazzo.
Inoltre l'ordinamento penale è radicato su una immagine spesso
distorta e parziale del soggetto in età evolutiva: basti
pensare al fatto che si ritiene ancora lecito l'uso dei mezzi
di correzione anche se legati alla violenza fisica; che si
ipotizza un minore di sedici anni così corrotto da non poter
risentire danni da atti sessuali compiuti su di lui; che si
lascia esclusivamente alla discrezionalità dei genitori la
possibilità di perseguire o meno comportamenti gravemente
lesivi della personalità del ragazzo.
Si suggerisce di realizzare una migliore tutela della
personalità del minore dagli eventuali abusi compiuti dai
mezzi di comunicazione di massa attraverso un codice
deontologico di autodisciplina.
Esprimiamo, infatti, perplessità sulla definizione di
norme sul diritto di cronaca (fra l'altro c'è già la
Convenzione ONU).
La strada preferibile è quella di una innovativa
autodisciplina (assumendo e aggiornando la Carta di Treviso)
capace di individuare anche formule pratiche di rispetto per
la vulnerabile riservatezza del minore (ad esempio:
mantenimento dell'anonimato, qualunque sia la posizione del
minore rispetto agli eventi, astenendosi anche dalla
pubblicazione di elementi che possano determinare una
identificazione certa) e soprattutto di evitare esasperazioni
e sensazionalismo.
Anche per l'informazione sull'infanzia vanno promossi non
l'obbedienza passiva a norme ma l'esercizio dello spirito
critico, la consapevolezza dei valori in gioco, il diritto dei
bambini ad essere anche soggetti di informazione.
Servono maggiore sensibilità, accortezza, delicatezza e
maggiore rispetto delle riservatezze, dell'intimità e della
reattività psicologica di soggetti in età evolutiva (più
fragili ma sempre partecipi di un processo
formativo-informativo).
Ciò può anche assumere la forma di protocolli di intesa
sulla presenza dei bambini nei mezzi di comunicazione di
massa.
E' anche auspicabile che sorga una specifica agenzia sulla
cultura e sulla condizione dell'infanzia, per consentire
all'opinione pubblica una protezione "a tutto tondo" e non
solo dei drammi, delle violenze, degli eventi negativi sui
bambini.
E' giunto, inoltre, il momento di riconoscere che la
metodologia di intervento giudiziario nei confronti dei
problemi delle persone deve essere assai diversa dalla
metodologia di intervento su questioni patrimoniali, e che
l'accertamento della verità reale e non solo formale e la
necessità di acquisire elementi di giudizio e di effettuare
progetti di recupero impone una azione che non può essere solo
del giudice ma deve coinvolgere i servizi di promozione della
personalità umana. Anche il giudice chiamato a risolvere
questi conflitti non può essere solo il giudice tecnico (vedi
non solo la positiva esperienza del tribunale per minorenni ma
anche quella della magistratura di sorveglianza) ma deve
essere integrato da esperti nelle scienze umane e non può non
essere un giudice specializzato.
Sono previste una serie di norme per assicurare la
specializzazione e la formazione dei magistrati e degli
esperti, per
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disciplinare meglio le procedure (in particolare la procedura
relativa al tentativo di conciliazione in sede di separazione,
oggi del tutto inadeguata alla delicatezza del compito di
affidamento provvisorio del minore), per risolvere il problema
della corresponsione degli assegni di mantenimento al coniuge
ed ai figli, oggi troppo spesso elusa con gravi danni per il
soggetto debole, attraverso l'istituzione di un apposito fondo
di mantenimento.
Per attuare una migliore tutela del minore è stata
prevista l'istituzione di uffici regionali per il benessere
dell'infanzia, anche in vista dell'adozione di un protocollo
complementare alla Convenzione di New York che istituisce un
difensore internazionale (Ombudsman).
Appare indispensabile infatti che, a garanzia che i
diritti dei minori non siano solo formalmente dichiarati e
praticamente calpestati, esista un organo che possa:
rappresentare gli interessi diffusi dell'infanzia (oggi
del tutto trascurati) nei confronti, per esempio, di piani
urbanistici che trascurano la predisposizione di spazi e di
verde per i ragazzi, di piani particolareggiati che prevedono
insediamenti industriali pericolosi in vicinanza delle scuole
o strade di grandissimo traffico nei pressi di luoghi ove si
ritrovano i ragazzi, nei confronti di pubblicità inquinanti e
così via;
rappresentare un minore coinvolto in azioni giudiziarie,
sia costituendosi a mezzo di curatore sia promuovendo azioni a
tutela del minore, sia controllando le decisioni giudiziali
anche attraverso un potere di impugnazione;
vigilare affinché gli enti locali predispongano adeguati
servizi a tutela e promozione dell'infanzia e controllare che
i servizi non trascurino la loro funzione di protezione e
promozione della personalità del minore o non compiano abusi
su di esso (sdradicando senza necessità il bambino dalla
propria famiglia, recidendo per mere ragioni organizzative i
legami fraternali e così via);
coadiuvare i servizi quando altri servizi od agenzie di
socializzazione (in primo luogo la scuola) operano in
contrasto con il programma predisposto per il recupero del
ragazzo, anche attraverso azioni presso il giudice
amministrativo;
reperire, preparare e sostenere nella loro azione i
volontari che assumono l'ufficio di tutore, di curatore
speciale e di assistente alla protezione del minore;
rappresentare ai consigli comunali o provinciali, con
relazioni e petizioni, gravi carenze di intervento a sostegno
di minori in difficoltà.
E' stata anche prevista l'istituzione di due osservatori
sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza, uno
parlamentare di monitoraggio della democrazia e di garanzia
dei progressi della democrazia sostanziale, ed uno
governativo, di coordinamento e di ricerca sulle politiche pro
e con l'infanzia.
Manca oggi una effettiva conoscenza della reale situazione
della infanzia e dell'adolescenza nel nostro Paese: i dati
statistici sono frammentari ed insufficienti (basti pensare
che non è dato sapere quanti dei reati di maltrattamento
riguardano i minori e quanti le persone anziane; che le
aggregazioni dei dati sulla salute prendono in considerazione
fasce di età che comprendono minori e adulti; che i dati sui
minori ricoverati in istituto non consentono la
identificazione delle ragioni del ricovero, e quindi, rendono
difficile una azione efficace per attuare affidamenti
fa-miliari); manca una conoscenza della differente situazione
dei minori nel nord e nel sud del Paese e nelle aree
metropolitane, quando invece i problemi sono totalmente
diversi in realtà così diversificate; manca una mappa delle
risorse ed una verifica della loro efficienza; manca un centro
unitario che raccolga le molte ricerche che in campo minorile
sono effettuate per impostare su esse una strategia di
intervento a livello legislativo, politico ed amministrativo;
manca una verifica dell'impatto delle leggi approvate a tutela
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del minore, il che consentirebbe adattamenti; manca un
organismo che possa valutare le conseguenze che leggi in via
di approvazione che non riguardano direttamente il mondo
dell'infanzia e dell'adolescenza possono avere sui minori,
condizionando la loro vita e la loro crescita. Sarebbe
estremamente utile un organismo che possa patrocinare
esperienze pilota a tutela e protezione dei minori.
Oltre agli osservatori nazionali sarebbe auspicabile che a
loro volta le regioni istituissero analoghi osservatori a
livello regionale.
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