Banche dati professionali (ex 3270)
Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


3007
DDL0173-0002
Progetto di legge Camera n. 173 - testo presentato - (DDL13-173)
(suddiviso in 158 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C173. TESTIPDL
...C173.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC173 ZZ13 ZZRL ZZPR
     Onorevoli Colleghi! - Nel corso della XII Legislatura,
  il 24 ottobre 1994, è stata presentata da 240 deputati e
  deputate di tutti i Gruppi una mozione sulle condizioni
  dell'infanzia nel mondo e in Italia che, a partire dalla
  vicenda dei bambini di strada nelle aree metropolitane,
  definiva una serie di impegni per il Governo italiano.
     La mozione è stata discussa il 7 e 8 febbraio 1995
  nell'ambito della sessione dei lavori dell'Assemblea dedicata
  alla famiglia e all'infanzia.  Al termine della sessione è
  stata presentata un risoluzione conclusiva votata praticamente
  all'unanimità (475 favorevoli, 3 contrari, 16 astenuti).  Sulla
  base della risoluzione:
         a)  la Camera dei deputati ha deciso di istituire
  una (seconda) Commissione speciale (oltre a quella presieduta
  dall'onorevole Napolitano) competente in materia
  d'infanzia;
 
                               Pag. 2
 
         b)  la Camera ha impegnato il Governo ad alcuni
  immediati atti concreti per una svolta nel coordinamento delle
  amministrazioni (non solo centrali) che si occupano
  d'infanzia.
     Nella parte restante della Legislatura, la risoluzione ha
  avuto parziale efficace attuazione:
         a)  la Commissione speciale si è insediata nel
  luglio 1995 presieduta da Rosa Russo Jervolino (vice
  presidenti la progressista Chiavacci e l'ex ministro Guidi) e
  ha intensamente lavorato consegnando un documento "per un
  piano d'adozione per l'infanzia" licenziato dopo lunga
  discussione; approvando vari atti di indirizzo sul bilancio,
  sulla cooperazione allo sviluppo, sull'informazione; avviando
  un'interessante indagine conoscitiva; ascoltando con audizioni
  formali e informali svariati soggetti (dalla RAI all'UNICEF,
  dal progetto Axè all'ANSA); incardinando altre proposte di
  legge (contro il turismo sessuale, sull'adozione, sul bambino
  ospedalizzato, ed altre); partecipando ad incontri dell'ONU e
  del Consiglio d'Europa;
         b)  il Governo Dini (in particolare attraverso il
  ministro Ossicini) ha prontamente operato nel rispetto della
  risoluzione istituendo già con un decreto del 20 marzo 1995
  l'Osservatorio Nazionale sui problemi dei minori (e
  successivamente convenzionandosi con l'Istituto Innocenti di
  Firenze), ripensando l'utilizzo dei fondi sui minori a
  rischio, impostando correttamente l'elaborazione del secondo
  rapporto nazionale per l'attuazione della Convenzione di New
  York del 1989 (resa esecutiva con legge n. 176 del 1991),
  contribuendo allo sblocco dei fondi per l'aiuto all'infanzia
  nei paesi in via di sviluppo, sostenendo iniziative dedicate
  alla violenza sui minori nel mondo come la sessione del
  Tribunale Permanente dei Popoli della primavera 1995 a Trento,
  Macerata, Napoli.
     E' auspicabile che, all'inizio della XIII legislatura, si
  ricostituisca, almeno per qualche mese, la Commissione
  speciale.  Con la sessione finanziaria di fine 1995 sono stati
  accantonati in tabella A per la legge sul piano d'azione
  nazionale almeno 10 miliardi.
     La condizione dell'infanzia è conseguenza di assetti
  economici, sociali, culturali, giuridici.  Non accettarla
  passivamente significa voler modificare profondamente quegli
  assetti, rompere apparenti equilibri dati e dinamiche
  apparentemente oggettive.  Il degrado della condizione
  dell'infanzia è la faccia più visibile di un degrado sociale
  complessivo in cui i bambini sono vittime più di altri -
  viventi e ambienti - per la loro fragilità (la naturale
  dipendenza da altri), per la loro vulnerabilità (una
  "variabile" dipendente da altri), e anche per la loro
  indispensabilità (la riproduzione e il futuro della vita).  I
  bambini sono un misuratore biologico dello sviluppo sociale.
  Come è noto la Convenzione internazionale sui diritti del
  fanciullo del 1989 non ne parla in questi termini ed è stata
  talora criticata per disorganicità, frammentarietà, vaghezza
  di contenuto.  Comunque è un passo avanti; comunque induce
  obblighi; e comunque chiama ad una dialettica democratica per
  rimuovere ostacoli, ritardi, errori.
     E' forse discutibile il termine singolare e quantitativo
  "il minore"; è preferibile usare bambini, fanciulli, infanzia,
  anche se talora è giuridicamente indispensabile quel termine
  per la collocazione generazionale sotto i diciotto anni (dopo
  la legge 8 marzo 1975, n.  39, venti anni fa), ossia per
  definire un sistema di relazioni e di peculiare protezione per
  un soggetto in formazione.  E forse il terreno dei "diritti"
  non è esclusivo, non è quello più preciso ed organico;
  "rivendicare" non rende bene il progetto che dovremmo avere in
  testa, anche se il terreno del diritto comunica in modo
  semplice ed efficace un conflitto sociale ed un'opzione
  politica e si ricollega alla frontiera della "cittadinanza" e
  ad una logica "universale" valida per tutto il pianeta.
  L'infanzia non è un mondo a parte, le cui condizioni possano
  migliorare senza che la società sia coinvolta nel suo insieme.
  I protettori di un bambino sono innanzitutto i suoi "genitori"
  (naturali o meno, due uno o tanti) ed una volta
 
                               Pag. 3
 
  responsabilizzati e verificati a tale protezione non vi è
  dubbio che la situazione critica di moltissimi bambini ha come
  causa principale le condizioni di povertà e di insicurezza di
  coloro che li hanno messi al mondo.
     Contemporaneamente il bambino è portatore esclusivo, in
  proprio, autonomo, di diritti, per quanto troppo poco possa
  farli valere personalmente.
     Parlare di "soggetto in evoluzione" aiuta anche a dar
  conto della differenza fra le varie fasi e fasce di età.
     La tutela e la protezione non sono sufficienti a dar conto
  di questa complessità.  I bambini vanno ascoltati di più e
  guardati di meno; i bambini vanno valorizzati anche per
  "difenderli".  Per questo nel titolo della legge si parla di
  sviluppo, evoluzione.
     La Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia fu
  approvata dall'Assemblea delle Nazioni Unite il 20 novembre
  1989 ed è entrata in vigore (dopo le prime venti ratifiche) il
  2 settembre 1990.
  Sulla Convenzione sono ormai note le coordinate di
  giudizio:
       1) dopo l'enunciazione di princìpi morali non cogenti a
  partire dalla Dichiarazione di Ginevra del 1924 e poi dalla
  Dichiarazione ONU del 1959, si è finalmente giunti ad uno
  strumento giuridico con forza di legge che impone obblighi ai
  singoli Stati che la ratificano, accettando reciproche nuove
  obbligazioni in campo internazionale;
       2) pur se molto lentamente, ormai la Convenzione è
  diritto "mondiale" ratificata (secondo i dati del marzo 1995)
  da 170 Stati membri dell'ONU, da 7 firmata ed in via di
  ratifica (fra cui gli USA), solo da 13 né ratificata né
  firmata;
       3) alla sottoscrizione quasi generale non corrisponde né
  l'attuazione formale (meno di un terzo degli Stati hanno
  rispettato il termine di due anni per la presentazione del
  primo rapporto nazionale e per lo più non hanno rispettato
  proprio l'impegno o lo hanno esaudito in forme
  burocratico-cartacee, o "carbonare" come l'Italia), né tanto
  meno l'attuazione sostanziale (come mostrano centinaia di
  esempi concreti per decine di Paesi reali);
       4) il controllo dell'inattuazione è previsto ma non in
  termini efficaci, comunque non si fa e per di più non vi sono
  fondi e poteri sostitutivi; e l'inadempienza dei Governi è
  confermata dal mancato versamento del fondo previsto dai capi
  di Stato nel 1990 o dall'assenza di impegni sui Mondiali dei
  bambini al vertice di Copenaghen; dunque, resta una funzione
  principale, se non esclusiva, della Convenzione, di norma
  potenziale di conflitti istituzionali-culturali-sociali,
  ferita aperta e sanguinante degli assetti economici e
  dell'ordine internazionale dati, paradigma globale ed
  unificante il destino nostro e delle future generazioni sul
  pianeta;
       5) così, anche gli stessi "difetti" interni della
  Convenzione, alcuni ritardi semantici (i limiti della parola
  "minore" singolare-individualistica e
  unidimensionale-protettiva, formule vaghe e sfuggenti), alcune
  definizioni di "compromesso" verso il basso (dall'arruolamento
  all'adozione), alcune gravi assenze (come il diritto
  all'ambiente ed a città sostenibili),... questi stessi
  "difetti" sono in secondo piano, non intaccano la funzione
  positiva decisiva che la Convenzione ha svolto e svolge: aver
  dislocato più avanti la contraddizione di un'infanzia violata
  e negata in modi diversi tanto al sud quanto al nord del
  pianeta (e trovandosi un sud in qualunque nord, anche in
  Italia e anche dentro Palermo...).
     A oltre cinque anni di distanza l'attuazione della
  Convenzione sui diritti dell'infanzia va verificata e
  rilanciata.  Secondo l'ultimo rapporto dell'UNICEF, più della
  metà delle nazioni del mondo in via di sviluppo si trova sulla
  buona strada per raggiungere i traguardi concordati l'anno
  dopo, nel settembre del 1990, sempre a New York, in occasione
  del vertice mondiale per l'infanzia cui hanno partecipato 71
  capi di Stato e di Governo (ove peraltro si era deciso di
  costituire un fondo, poi mai versato, equivalente al bilancio
 
                               Pag. 4
 
  di cinque giorni di guerra del golfo...) traguardi rivolti al
  miglioramento della salute, dell'alimentazione,
  dell'istruzione, contro le carenze di iodio, di vitamina A,
  contro la persistenza delle cinque storiche malattie infantili
  (dal morbillo alla poliomielite), contro l'abbandono
  dell'allattamento al seno, contro le nuove guerre, le nuove
  immunodeficienze, le nuove tossicodipendenze.  Il fatto è che
  tali traguardi dipendono dagli aiuti, i quali non vengono o
  concordati o rispettati o ben indirizzati.  La questione è nota
  e drammatica, chiama in causa le ragioni profonde degli
  squilibri mondiali di cui i bambini sono solo dei sensori.  Non
  ci soffermiamo su tale aspetto, tanto più che la violazione
  dei diritti è propria anche delle nazioni industrializzate,
  anche figlia di un certo nostro sviluppo per il quale i
  bisogni non quantitativi non esistono, non ha voce chi non
  vota e chi non ha voce non esprime bisogni.  Il fenomeno dei
  bambini di strada esemplifica l'analisi.
     I "bambini di strada" nel mondo sono un decisivo
  indicatore sociale, più del prodotto nazionale lordo o della
  stessa alfabetizzazione, circa la qualità della vita umana sul
  pianeta.  I bambini di strada sono un fenomeno moderno,
  metropolitano, non un'eredità di arcaiche comunità; si trovano
  o, meglio, si "perdono" nei Paesi più poveri e in quelli più
  ricchi, non sono un caso ma l'inevitabile sud di qualunque
  nord che scelga solo il profitto come parametro, solo la
  competizione come progresso.  I bambini "in" strada avrebbero
  anche un grande valore pedagogico.  Non sono un male in sé,
  tutt'altro: l'esperienza di uscire da soli, di sentirsi
  sicuri, di cercare altri bambini, di parlare, scegliere,
  giocare con loro e di raccontarlo poi ha valore primario.
  Nelle nostre città medie e nei nostri centri storici spesso i
  bambini non riescono neppure ad uscire per strada sicché la
  loro assenza denuncia anche una patologia, ma il fenomeno vero
  e proprio dei "bambini di strada" è altra cosa.
     Secondo la definizione adottata da vari organismi
  internazionali, non governativi, il bambino di strada è
  qualsiasi ragazzino o ragazzina per il quale la strada (nel
  senso più ampio del termine) sia divenuta la dimora abituale
  e/o la fonte di sussistenza e nella quale non sia
  sufficientemente protetto, controllato o indirizzato da adulti
  responsabili.  E' essenziale mettere in opera programmi che li
  tutelino sul piano del lavoro, prevedano centri di
  accoglienza, possibilità di frequentare la scuola, dimensioni
  affettive.
  La risoluzione approvata dalla Camera.
     Occorrono impegni e interventi per la cooperazione allo
  sviluppo e per la pubblica istruzione, per le politiche
  culturali e informative, giudiziarie e ambientali, esattamente
  come per le politiche familiari.  Proprio partendo da una
  mozione sui bambini di strada presentata da oltre 240 deputati
  e deputate il 20 ottobre 1994, il 7 e 8 febbraio 1995 vi è
  stato un pronunciamento della Camera nella sua interezza, con
  un dibattito e un voto dell'Assemblea: essendo ormai maturo un
  ripensamento anche istituzionale è stata ritenuta opportuna la
  nomina di una Commissione speciale che si è occupata dei
  problemi dell'infanzia nel nostro Paese.  La risoluzione
  contiene precisi impegni.
  Gli impegni del Governo:
  A) Il rapporto sull'infanzia.
     Il Governo doveva presentare entro il marzo 1995 il
  rapporto sull'infanzia e promuovere atti conseguenti al
  rapporto, contribuire specificamente a interventi a favore dei
  bambini di strada (e in questo contesto finanziare il progetto
  Axè), contribuire in tutte le sedi, e soprattutto all'interno
  dell'Unione europea, ad evitare gli abusi contro i minori;
  sostenere infine le iniziative di riflessione e ricerca.
     L'articolo 44 della Convenzione di New York chiedeva agli
  Stati aderenti di consegnare entro due anni un "rapporto sulle
  misure da essi adottate per applicare i diritti
  riconosciuti... e sui progressi compiuti
 
                               Pag. 5
 
  nella realizzazione di tali diritti", indicando "i fattori e
  le eventuali difficoltà che impediscano di assolvere
  pienamente gli obblighi".
     In Italia, la data di entrata in vigore della legge di
  ratifica della Convenzione, prevedeva un primo rapporto entro
  il 12 giugno 1993 (e un secondo entro il 1998).  Tale rapporto
  è stato presentato a fine ottobre 1995.
  Chiediamo di mettere a disposizione della Camera, degli
  operatori, dell'opinione pubblica un'autonoma relazione che
  inglobi il rapporto ufficiale e lo completi per ciò che nella
  Convenzione non c'è e per ciò che la Convenzione chiedeva
  anche come programma d'azione mai attuato.
     Assumere la priorità dei bambini significa assumere una
  chiave di lettura per definire la sostenibilità degli spazi e
  dei tempi urbani: lo sguardo, le aspettative, il ritmo delle
  bambine e dei bambini che nelle case, nelle scuole e nelle
  strade delle città in qualche modo vivono.  Eppure la
  Convenzione del 1989 non parla di città e di ambiente.  E
  nessuno dei tanti diritti citati (forse quello che più ci si
  avvicina è il diritto al riposo e al tempo libero) rende
  assolutamente conto dell'invivibilità delle nostre città,
  della permanente violazione di molti diritti dei bambini che
  vi si esplica ed enfatizza.  Bambine e bambini sono gli
  indicatori biologici, ecologici della qualità della vita
  urbana.  Essi richiedono nuovi alfabeti e nuove percezioni del
  tempo e dello spazio.  Le generazioni hanno molto da apprendere
  l'una dall'altra, tanto più se dal  continuum  di ciascuno
  crescono sordità agli stimoli esterni e automatismi.  Un
  bambino meno solo ci fa stare tutti, ovunque, meglio insieme.
  Sguardo, tatto, udito, olfatto, linguaggio "da bambino" sono
  sensi da ricostituire e rifondare per ogni cittadino.  E dunque
  pensare ad una città a misura di bambino è un buon modo per
  immaginarla adatta a tutti.  La stessa nozione di cittadinanza
  si amplia.  Per il bambino è decisivo il poter-fare, mentre è
  marginale sia il diritto che il dovere di fare.  L'essenziale
  riduzione del tempo di lavoro acquista ancor più senso se il
  tempo "liberato" viene condiviso in luoghi con bambini
  "visibili".
     Ed è un loro "diritto" anche l'esperienza non programmata,
  lo sporcarsi, l'agibilità delle strade, l'acquisizione delle
  sfumature, degli ammiccamenti, dell'ironia.
     Soprattutto è un loro diritto partecipare alle decisioni
  che li riguardano (articolo 12 della Convenzione
  internazionale) anche se pochissimi (singoli, associazioni,
  istituzioni) sembrano rendersi conto dello "scossone"
  giuridico che ciò comporta.
     Non più solo "tutela", non solo più "autodeterminazione";
  va tendenzialmente superata la contrapposizione tra apparente
  autonomia (i  Kiddy libbers)  e dipendenza (i  child
  savers)  con l'acquisizione dell'obiettivo di una evoluzione
  libera, di una sviluppo critico, di una crescita
  consapevole.
     A Fano come a Modena, a Palermo come a Reggio Emilia, a
  Perugia come a Napoli, vi sono interessantissime esperienze
  per valorizzare i bambini e la loro capacità decisionale, vero
  antidoto a logiche plebiscitarie.  Il "rapporto" sull'infanzia
  è un atto di speranza, di fiducia, non un elenco di dolori e
  orrori, che pure ci sono e vanno monitorati, combattuti,
  sconfitti.
  B) L'osservatorio e il centro di coordinamento.
     Promuovere un osservatorio ed un centro permanente di
  interventi organici sui diritti dei minori in Italia è la
  richiesta che negli ultimi anni ha unificato l'associazionismo
  e il volontariato diffuso.  Con ciò si mostrerebbe l'effettivo
  riconoscimento di una svolta istituzionale e culturale.  Basta
  con interventi di emergenza dopo il clamore di eventi
  drammatici subiti dai bambini!  Basta con interventi episodici,
  settoriali, scoordinati!  Basta con leggi solo e soltanto sulla
  carta protettive, basate sulla concezione "generale e
  astratta" del maschio adulto medio!  Osservatori permanenti
  (parlamentare e governativo), una politica preventiva, una
  rete di interventi
 
                               Pag. 6
 
  (non solo e non tanto leggi) organici possono essere impostati
  dal Governo, utilizzando anche le elaborazioni dei gruppi di
  lavoro promossi dagli ex Ministri Bompiani e Contri per
  l'istituzione di un osservatorio nazionale per l'età
  evolutiva, per una legge delega su uno statuto dei minori, per
  la modificazione e l'integrazione della legislazione
  vigente.
     In Italia il disagio dell'infanzia è quantitativamente
  forte e qualitativamente crescente, derivante da cause
  molteplici, come tutte le indagini (Labos, Istat, Unicef e
  Istituto Innocenti, Telefono Azzurro, Arci-ragazzi,
  Legambiente) confermano, soprattutto per quanto riguarda i
  circa dieci milioni di bambini sotto i quattordici anni: calo
  dell'offerta dei servizi sanitari ed assistenziali;
  dispersione scolastica; problemi economico-finanziari;
  mancanza di servizi culturali e ricreativi ed omologazione a
  quelli degli adulti; nuove povertà, solitudini, emarginazioni;
  abusi fisici, lavorativi, psicologici; coinvolgimento in
  attività sempre più macrocriminali; tossico e teledipendenze.
  Nascono meno bambini e crescono in più famiglie ristrette
  numericamente e strutturalmente - funzionalmente fragili.  Nel
  sud tutti questi squilibri si accentuano.
     Luoghi, relazioni, età e contesto sono le variabili da
  considerare per censire le dinamiche reali, differenziare gli
  interventi, individuare tempi e priorità.
     Proponiamo una dimensione autonoma e sistematica delle
  politiche per l'infanzia, diversa e complementare a quella per
  la famiglia.
     Garantire tempo e spazio individuali e collettivi per
  un'infanzia felice e sana è un impegno decisivo di una riforma
  intellettuale e morale del ruolo delle pubbliche istituzioni:
  ospedali educati ed amici e pediatri colti e critici;
  cogestioni "civilmente riconosciute" tra anziani e bambini
  fuori e dentro gli ambiti familiari; riforma
  dell'"ingiustizia" minorile; reciproco arricchimento della
  sempre più diffusa multirazzialità; aree infantili, cioè lente
  e socievoli, del traffico; la sfida del 10 per cento di aree
  protette "nelle" città entro il duemila.
  C) La cooperazione allo sviluppo dell'infanzia.
     Vanno contestualmente trovate nuove motivazioni e maggiore
  impulso alla solidarietà internazionale per i diritti
  dell'infanzia.  Prendiamo il caso del Brasile: lì c'è,
  paradossalmente, l'emblema delle violazioni sostanziali dei
  diritti dei minori e anche l'esempio, con la nuova
  Costituzione e lo Statuto specifico, di molte possibili
  soluzioni giuridico-formali.
     Ovviamente esistono problematiche generali (la guerra, il
  sottosviluppo) ed anche altri sono i casi nazionali
  drammatici, mentre mancava e manca una delineata capacità -
  ecco il punto - della cooperazione italiana allo sviluppo a
  favore dell'infanzia nel mondo.  Secondo l'Organizzazione
  mondiale della sanità sono 100 milioni i ragazzi che vivono
  per strada, bambini senza infanzia.  Violentati e violenti,
  della sola strada o spesso in strada, nei ghetti metropolitani
  dei poveri e dei ricchi, l'emergenza riguarda l'intera America
  latina, il Sud Africa e l'India, Montreal e Manila, Bucarest e
  Nairobi, l'ex Europa dell'Est e l'ex Africa coloniale.  Le
  bambine, discriminate sessualmente, lasciate morire o
  prostituite, ancor più dei bambini.
     Ciò accade però anche nel ricco nord, anche nella
  famiglia, fuori della solita strada, dentro i nuovi abusi.
     Quando e dove le crisi economiche sono più forti,
  aumentano esponenzialmente i maltrattamenti e la
  trascuratezza; aumenta altresì il già diffusissimo lavoro
  minorile, talora in condizioni di schiavitù, figlio del
  mercato e di certa divisione internazionale del lavoro.
     Bonificare, riformare, rilanciare questa funzione
  dell'Italia e dell'Europa nella cooperazione allo sviluppo è
  essenziale!
     Gli studiosi hanno mostrato che la sovrappopolazione è
  spesso effetto della eccessiva mortalità infantile (cioè delle
  scarse aspettative di vita per i tanti figli che una madre fa
  nel Terzo mondo) e della povertà sociale (cioè della necessità
  di moltiplicare lavori non retribuiti per accedere a risorse
  anche marginali).
 
                               Pag. 7
 
     Cooperare allo sviluppo sostenibile dell'infanzia
  significa perciò aggredire i modi di produzione e le ragioni
  di scambio, non elemosinare il  surplus  di prodotti
  dell'occidente; e significa sostenere le ONG (ad esempio Mani
  tese) con specifici progetti legati all'infanzia.  Bonificare,
  riformare, rilanciare questa funzione dell'Italia e
  dell'Europa deve consentire anche di aggredire il fenomeno del
  commercio illegale di bambini e di organi.
  D) I diritti dei bambini di strada, il progetto Axé.
     Negli ultimi anni articoli, inchieste, denunce, hanno
  documentato con efficacia terrificante quanto serve cooperare,
  a tutti i livelli, per garantire l'autonomo sviluppo dei
  bambini.  Forse si dovrebbe valorizzare di più quanto già si
  fa, spesso dal basso, talora con successo, per progettare e
  sperimentare vie d'uscita.  L'esperienza del progetto Axé
  merita un richiamo particolare ed uno specifico impegno per lo
  Stato italiano; può anche costituire un punto di riferimento
  per l'impostazione di imprese educative e per "centri giovani"
  scuola-lavoro in Italia.
     Il progetto Axé è stato attivato nel giugno 1990 (dopo
  anni di preparazione) in collaborazione con il  Movimiento
  nacional dos meninos e meninas de rua  del Brasile (nato nel
  1985) per dare una risposta alla difficile realtà
  dell'infanzia di strada di Salvador de Bahia.
     Il 1^ giugno 1990 vi lavoravano (nelle strade e nelle
  piazze oltre che nella sede centrale e nei laboratori)
  venticinque educatori di strada; attualmente sono oltre
  cinquanta.  Prima di iniziare fu effettuato un rapido
  censimento sul fenomeno; una seconda rilevazione si è svolta
  nel 1993.  Il numero complessivo dei bambini ed adolescenti
  presenti nelle strade della città, nei vari momenti della
  giornata, è passato da 12 mila unità nel 1990 a 16 mila tre
  anni dopo.  All'interno di questa cifra vanno distinti i
  bambini di strada (che vivono "nella e della" strada senza
  altri legami) dai bambini in strada (che mantengono deboli e
  conflittuali rapporti familiari "oltre" la strada), con un
  rapporto medio di uno dei primi ogni dieci.
     Dell'universo dei  meninos de rua  ne sono stati
  finora contattati oltre 2.500 partendo da quelli più
  bisognosi.  Di loro, già circa 500 sono inseriti nelle varie
  attività del progetto il cui obiettivo centrale non è la
  scolarizzazione, ma l'educazione.  Per i bambini ciò significa
  alfabetizzazione, avviamento alla scuola, inserimento (e
  sostegno) nella scuola pubblica; per gli adolescenti anche
  spazi professionalizzati di serigrafia, produzione di carta
  riciclata, falegnameria e da un anno l' atelier  di moda
  con accordi per l'inserimento successivo nel mondo del
  lavoro.
     L'ideatore, il fondatore, il coordinatore-presidente del
  progetto Axé è Cesare Florio La Rocca, un italiano di 56 anni,
  in Brasile da ventisei.  Nato a Firenze, dopo un periodo di
  lavoro con i bambini in Amazzonia, La Rocca è stato a Rio
  segretario di presidenza del FUNABEN  (Fundacao
  national do bem estar do menor).  Successivamente tornato in
  Italia come responsabile di un carcere per i minori a Milano,
  dal 1989 La Rocca si è trasferito a Salvador per organizzare
  il progetto Axé.
     Axé, più o meno, vuol dire "buona fortuna"; nel linguaggio
  rituale della religione sincretica afrobrasiliana, il
  condomblé,  è un saluto che augura pace, benessere e
  gioia.  Al progetto Axé è dedicata l'edizione italiana del
  libro di Gilberto Dimenstein  Storie di strada  (1991),
  distribuito da Terranuova.
     Quando il ragazzo dimostra l'interesse di lasciare la
  strada, il progetto Axé propone le seguenti alternative:
  tornare a casa, affittare una stanza in una pensione, aiutarlo
  per costruire uno spazio abitabile, essere accolto in una
  famiglia che può e vuole accogliere un bambino.  Queste
  decisioni sono prese con l'appoggio dell'educatore.
     Recentemente si è creato un centro di formazione per gli
  educatori di strada aperto a tutte quelle realtà brasiliane
  che lavorano con bambini a rischio.  Nel 1994 sono stati
  formati 72 educatori di strada di varie organizzazioni;
  inoltre il governo
 
                               Pag. 8
 
  dello stato di Bahia ha assegnato all'Axé un casale nel centro
  storico di Salvador la cui destinazione sarà quella di centro
  professionalizzante per i ragazzi.  E dal gennaio 1994 si è
  attivato un rapporto di gemellaggio tra le municipalità di
  Salvador e Napoli, due comunità per molti versi affini,
  mediate proprio dalle potenzialità del progetto Axé.
     L'equilibrio costo-benefìci è una preoccupazione costante
  dell'Axé.  Sono 2.577 i bambini e i ragazzi coperti dal
  progetto con un costo mensile di lire 150 mila  pro
  capite,  suddivisi in 17 per cento di costi del personale e
  83 per cento spesi direttamente per il ragazzo.  Le risorse
  finanziarie sono diversificate per non creare dipendenze
  politico-finanziarie.  Queste sono le fonti:  UNICEF,
  Organizzazione internazionale del lavoro, imprese private,
  Unione europea, Banco interamericano di sviluppo, amici del
  progetto Axé, Ministero degli affari esteri italiano.
     Il finanziamento per il progetto Axé concordato dal
  Ministero approvato il 23 dicembre 1991 con il codice
  1633/FEN/BRA limitato ad un progetto parziale e del valore
  complessivo di lire 721 milioni 190 mila è stato versato
  finora per un'unica quota nel giugno del 1992 di lire 253
  milioni 140 mila.  Il ritardo delle altre annualità rientra in
  un quadro di ritardo dei pagamenti riguardante una gran parte
  delle ONG ma è francamente eccessivo.  Occorre saldare subito e
  rifinanziare.  Non è la sola "cosa" da fare subito a livello
  internazionale.
  E) Clausole sociali e democratiche a livello
  internazionale.
     Circa due anni fa, il 9 febbraio 1994, il Parlamento
  europeo approvava la risoluzione contro lo "sfruttamento
  economico dei prigionieri e dei bambini nel mondo".  Eppure sul
  lavoro minorile un anno fa, Patrick Deveddian, deputato
  gollista vicino a Balladur, ha spiegato in un rapporto
  parlamentare: "Non si può contemporaneamente deplorare la
  miseria del Terzo mondo ed impedirgli di svilupparsi
  utilizzando questa stessa miseria come una opportunità".
     Clausole sociali e clausole democratiche vanno adottate a
  livello internazionale, a livello di Unione europea e poi nei
  singoli Stati.  La futura organizzazione mondiale del commercio
  deve adottare un conseguente regolamento ed i Paesi europei
  dovrebbero trasferire nei Paesi in via di sviluppo non solo
  tecniche e tecnologie ma anche innovazioni sociali.
  F) Il Tribunale permanente dei popoli sull'infanzia.
     Si è infine svolta in Italia la sessione del Tribunale
  permanente dei popoli dedicata alla violazione dei diritti
  fondamentali dell'infanzia e dei minori, a Trento, Macerata e
  Napoli dal 27 marzo al 4 aprile1995.  Il Tribunale permanente
  dei popoli, ideato da Lelio Basso ed insediato a Bologna nel
  giugno 1979, si ricollega storicamente ai tribunali Russell I
  e II dei quali ha raccolto l'eredità morale.
     La sua missione è quella di promuovere il rispetto
  universale ed effettivo dei diritti fondamentali dei popoli e
  delle persone attraverso (finora una ventina) specifiche
  sessioni periodicamente organizzate nei diversi Paesi del
  mondo, nel corso delle quali vengono giudicate le violazioni
  più gravi, determinate le cause e denunciati i colpevoli
  all'opinione pubblica mondiale.
     Il Tribunale è caratterizzato dal pluralismo ideologico
  dei membri della giuria (attualmente una sessantina), scelti
  in tutti i continenti per le loro alte qualità morali,
  scientifiche, culturali.  Le sentenze vengono inviate alle
  principali istanze internazionali e molte sono state discusse
  dalla Commissione per i diritti umani dell'ONU a Ginevra.
  Tutta la documentazione è conservata negli archivi della
  Fondazione internazionale Lelio Basso a Roma.
     La sessione del Tribunale dei popoli sui diritti
  dell'infanzia parte da una constatazione ovvia ma
  rilevantissima per ogni rappresentante istituzionale: una
  serie di flagelli attuali dell'umanità, come la degradazione
  dei servizi pubblici e sociali, la
 
                               Pag. 9
 
  distruzione dell'ambiente, il peso del debito pubblico, ha
  come causa una politica a breve termine, che scarica
  sull'avvenire il problema di far fronte alle conseguenze di
  una gestione sconsiderata delle risorse.  Questo tipo di
  politica impone alle nuove generazioni ed alle generazioni
  che verranno, che pure non hanno partecipato alle decisioni
  attuali, la risoluzione di problemi che rischiano di
  rivelarsi smisurati.  Con le malattie, la malnutrizione,
  l'assenza di educazione, le violenze di cui sono vittime
  milioni di bambini, unite alle condizioni nelle quali
  riusciranno ad arrivare all'età procreativa, si trasmettono
  ai loro discendenti che saranno anch'essi "generazioni
  segnate".
  Questa proposta.
     La presente proposta di legge contiene impegni precisi.  Il
  nostro futuro dipende dalla capacità di costruire un'equità
  intergenerazionale, di coniugare libertà, eguaglianza,
  solidarietà oltre il 2000, il 2010, il 2020.  Tutto ciò si
  collega agli indirizzi sul rapporto genitori-figli e sul
  sostegno alla maternità, così come agli impegni evidenziati
  dalle molteplici mozioni in materia di politiche per la
  famiglia.
     L'obiettivo della legge è una autonoma e organica politica
  per l'infanzia, connessa ma non esaurita da quella per la
  famiglia.  Giacciono in Parlamento molteplici proposte e
  disegni di legge, dedicati ai minori, alcuni complessivi
  collegati al lavoro dei Ministri Bompiani e Contri, altri
  specifici, sull'adozione e l'affidamento, sulla violenza e
  sull' handicap  e molti altri atti legislativi possono
  interessarci (ad esempio sulla bioetica e l'adozione
  internazionale).
     Prima e dopo le leggi ed istituzioni dovrebbero favorire
  od innestare (non sostituire o reprimere) processi di
  autoregolamentazione sociale.  La legge definisce regole
  "principali" e non ideologiche, regole minime e non
  ordinative, regole chiare e non isolate (da strumenti a
  fondi), regole scadenzate e non lasciate a se stesse.  In tale
  senso, la presente proposta di legge vuole essere uno
  strumento per definire in tempi brevi una revisione organica
  di normative complesse sull'infanzia adottate in momenti
  diversi, con presupposti diversi e differenti esiti.
     Non si tratta tanto o soltanto di cambiare od aggiungere
  norme.  Lo stesso dibattito legislativo può servire a
  evidenziare quanto non si può o non si deve "normare", quanto
  necessita prevalentemente di una riforma intellettuale e
  morale, quanto va definito solo come "quadro" per regioni ed
  amministrazioni pubbliche.
     Nella presente proposta di legge parliamo di soggetti in
  età evolutiva (come sinonimo da preferire a "minore", almeno
  in via tendenziale) per sottolineare che l'infanzia è quel
  periodo della vita di ciascuno caratterizzato dalla nascita e
  dallo sviluppo fisico, sociale, intellettuale e psicologico e,
  quindi, anche da alcune "immaturità".
     Anche in Italia, ormai, le conoscenze sullo stato
  dell'infanzia sono molte ed accessibili, grazie soprattutto
  all'impegno di organismi come l'UNICEF (che dopo un primo
  rapporto sulle otto regioni meridionali, del 1985 pubblica
  rapporti aggiornati sulle condizioni dell'infanzia conseguenti
  anche ai nuovi compiti assegnatigli dall'ONU nel 1980), di
  associazioni per e con i ragazzi (ARCI ragazzi, Telefono
  azzurro, eccetera) e dell'attività quinquennale del Consiglio
  nazionale sui problemi dei minori, istituito nel 1985 ed
  insediato nel giugno 1986 (con due relazioni organiche del
  1987 e del 1989, pubblicate nel 1988 e nel 1990).  Proprio
  quest'ultimo fissava gli otto nodi delle condizioni dei minori
  in Italia verso il 2000: diritto ad una famiglia, specificità
  della "prima" infanzia, socializzazione non solo scolastica,
  bambino in città, l'adolescenza (ed i "suoi" gruppi
  informali), minori stranieri, diritto alla protezione,
  informazione su, per e con i ragazzi.  Tutti "nodi" non
  settoriali e non circoscrivibili ad un singolo intervento
  legislativo ed amministrativo.
     Il tema della condizione dell'infanzia e dell'adolescenza
  nel nostro Paese, della necessità di una efficace protezione
  del soggetto in età evolutiva, della indispensabilità di una
  migliore promozione del minore nel
 
                              Pag. 10
 
  suo difficile itinerario di crescita umana è divenuto tema
  centrale nella costruzione di una migliore comunità umana,
  aperta verso un migliore futuro.
  Il quadro legislativo.
     Alla presa di coscienza collettiva della natura
  fondamentale del problema dell'infanzia e dell'adolescenza si
  va accompagnando l'avvertita esigenza di una profonda ed
  organica revisione della legislazione in materia minorile, una
  legislazione fortemente datata e per molti aspetti
  insufficiente.  Basta rilevare, in proposito, che il codice
  civile risale al 1942 (e la riforma del diritto di famiglia ha
  solo marginalmente affrontato il tema di un riconoscimento
  della personalità minorile al di fuori dell'ambito familiare);
  che il codice penale - che prevede norme a tutela anche del
  minore - è del 1930, fortemente influenzato dall'immagine che
  in quell'epoca storica si aveva del soggetto in formazione;
  che gli organi giudiziari a tutela del minore sono
  disciplinati ancora dal regio decreto-legge 20 luglio 1934, n.
  1404, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 maggio
  1935, n. 835, che la mancanza di una legge quadro
  sull'assistenza ai minori non ha reso possibile lo sviluppo
  adeguato di una rete di servizi capaci non solo di tutelare ma
  anche di promuovere uno sviluppo armonico della personalità in
  evoluzione.
     Eppure, dagli anni trenta ad oggi vi è stata una
  profondissima trasformazione nel modo di concepire il soggetto
  minore, i suoi bisogni, i suoi diritti.
  La proposta di revisione legislativa.
     Con la presente proposta di legge si intende dare una
  compiuta risposta all'esigenza di prevedere una disciplina
  legislativa che si preoccupi non solo di riconoscere i diritti
  nei vari ambiti in cui essi devono essere fatti valere, ma
  anche di individuare concreti ed efficaci strumenti affinché i
  diritti proclamati possano essere effettivamente goduti.  Non
  ci si è perciò limitati a riformare il codice civile, la legge
  sull'adozione e sull'affidamento, eccetera, ma si è
  predisposto anche uno strumento di conoscenza della condizione
  dell'infanzia e dell'adolescenza nel nostro Paese, si sono
  date precise indicazioni al legislatore regionale affinché gli
  enti locali possano svolgere in modo adeguato la loro funzione
  di protezione e di promozione del minore nell'ambito dei
  compiti loro propri (per l'attuazione dei diritti sociali dei
  minori).
     Non appare condivisibile l'idea di far approvare dal
  Parlamento una legge di meri princìpi come uno "statuto dei
  minori": una legge di tal fatta è già entrata nel nostro
  ordinamento attraverso la legge 27 maggio 1991, n. 176, che ha
  dato piena ed intera esecuzione alla Convenzione dell'ONU sui
  diritti del fanciullo.
     Non sembra neppure opportuno ricorrere ad una legge delega
  per affrontare questa materia: perché non è possibile
  espropriare il Parlamento di una materia così delicata in cui
  si devono individuare diritti fondamentali della persona,
  delegando ad uffici ministeriali il compito di delineare quali
  debbano essere i diritti dei minori e come debbano essere
  concretamente tutelati (non si è mai, per esempio, pensato di
  predisporre la riforma del diritto di famiglia attraverso una
  legge delega); perché una legge delega - se i princìpi non
  sono del tutto generici ma puntuali - impone tempi di esame
  tutt'altro che celeri in quanto si devono prevedere, ed
  evitare, deformazioni interpretative ed attuative da parte
  dell'esecutivo (i tempi che si sono resi necessari per
  l'approvazione del codice di procedura penale sono
  indicativi); perché l'uso dello strumento della delega
  comporta il rischio di una precarietà della disciplina a
  seguito di contestazioni per eccesso di delega, il che sarebbe
  esiziale quando si tratta di tutela di diritti (l'esperienza
  del codice di procedura penale per minorenni che ha visto
  annullati dalla Corte costituzionale alcuni fondamentali
  istituti per eccesso di delega è stata tutt'altro che
  positiva).
     Si è ritenuto preferibile presentare un testo di tutela e
  sviluppo dei diritti dei
 
                              Pag. 11
 
  soggetti in età evolutiva, maturato anche sulla base di uno
  studio compiuto in materia dalla Fondazione Zancan: nella
  discussione parlamentare le singole soluzioni potranno essere
  meglio calibrate, ma avendo presente tutto il ventaglio di
  problemi e le interconnessioni tra essi.  E sarà anche
  possibile tentare la via di una legislazione quadro
  sintetica.
  L'articolato.
     Gli articoli dall'1 al 5 enunciano, pertanto, alcuni
  diritti fondamentali dei soggetti in età evolutiva, perché
  l'esplicito riconoscimento di essi diviene canone
  interpretativo di tutto il sistema di tutela della personalità
  minorile.  Si sancisce che il soggetto in età evolutiva è
  "soggetto di diritto"
     Si afferma che tutti i diritti riconosciuti al minore sono
  aspetti particolari di un generale diritto all'educazione del
  ragazzo (articolo 1); che il minore, in quanto cittadino, deve
  godere di tutti i diritti e di tutte le libertà costituzionali
  riconosciute ad ogni cittadino (articolo 2); che il minore ha
  un diritto-dovere di partecipare alla vita sociale (articolo
  3); che l'interesse del minore deve sempre prevalere su gli
  interessi degli adulti (articolo 4); che il minore deve poter
  manifestare il proprio pensiero sulle questioni che lo
  riguardano e che nelle procedure giudiziarie od amministrative
  deve essere ascoltato e rappresentato da un curatore speciale
  quando vi sia un conflitto di interessi sia pure potenziale
  (articolo 5).
     Sul piano degli  status  familiari si sancisce il
  diritto dei soggetti in età evolutiva ad essere educati in un
  valido ambiente familiare che sia, possibilmente, quello della
  famiglia di origine, imponendo allo Stato di sostenere le
  famiglie non solo con misure economiche.
     Un'attenzione particolare è stata dedicata al tema dei
  rapporti genitori-figli inquadrati non più nell'ambito della
  potestà genitoriale ma in quello della responsabilità
  genitoriale.
     Diverse disposizioni riguardano la disciplina della
  tutela.
     Sono anche previsti interventi a protezione del minore in
  difficoltà.  La giusta rinuncia ad interventi penali o
  parapenali nei confronti di minori il cui processo di
  socializzazione si sia interrotto, impone una revisione della
  tipologia degli interventi civili a sostegno del minore, oggi
  possibili soltanto attraverso interventi ablativi o limitativi
  della potestà quando sia pregiudizievole la condotta dei
  genitori.  Con le più ampie garanzie giurisdizionali si prevede
  la possibilità di interventi del tribunale per minorenni
  variamente articolati e che possono giungere anche
  all'inserimento del minore in una comunità terapeutica od in
  una comunità educativa protetta.
     Per realizzare una tutela del minore da abusi e violenze
  che non si realizzano solo nell'ambito familiare, appare
  indispensabile consentire una qualche forma di protezione: è
  un assurdo che l'autorità giudiziaria possa intervenire quando
  il genitore tiene un comportamento pregiudizievole per il
  minore ma nulla possa fare quando un comportamento, che può
  gravemente ledere il processo maturativo, sia posto in essere
  dalla pubblica amministrazione.
     Si è ritenuto opportuno, altresì, effettuare alcune
  limitate modifiche alla legge sull'adozione e
  sull'affidamento.  Si ritiene, infatti, che la legge 4 maggio
  1983, n. 184, sia una buona legge nelle sue linee portanti e
  che pertanto, non sia opportuna una sua completa riscrittura
  ma siano comunque utili alcuni aggiustamenti legati
  all'esperienza di questi dieci anni di attuazione.  Vi è, del
  resto, un ampio dibattito in corso sull'adozione che
  giustifica una seria "consultazione" di operatori ed
  associazioni prima di introdurre profonde innovazioni
  legislative.
     Per quanto riguarda l'adozione internazionale si è
  provveduto a garantire maggiormente che il bambino sia
  effettivamente in situazione di abbandono nel suo Paese (unica
  situazione che può legittimare il trapianto in un ambiente di
  vita tanto diverso); che le procedure acquisitive siano
  garantite (attraverso il ricorso obbligatorio
 
                              Pag. 12
 
  ad agenzie autorizzate, eliminando l'attuale pernicioso "fai
  da te"); che la dichiarazione di idoneità non costituisca una
  licenza di operare quando e come si vuole.
     Appare indispensabile anche una profonda revisione della
  norme del codice penale a tutela del minore.
     Il fenomeno della violenza sui minori, che in questi
  ultimi anni è emerso all'attenzione dell'opinione pubblica con
  particolare vivezza, esige un intervento legislativo più
  puntuale di quello previsto dal codice vigente.  Se sul piano
  del diritto civile vi sono state importanti leggi di riforma
  che hanno recepito il progresso culturale compiuto in
  relazione alla personalità del bambino ed ai suoi bisogni, sul
  piano penale nessuna modifica è stata apportata ad un
  ordinamento concepito in un contesto culturale scarsamente
  attento ai diritti di personalità, ed alle esigenze di
  crescita armonica del fanciullo.  La tutela penale oggi vigente
  è tutta orientata alla tutela dell'integrità fisica e
  patrimoniale del minorenne e poco attenta ai problemi di
  tutela della personalità morale e psichica del ragazzo.
  Inoltre l'ordinamento penale è radicato su una immagine spesso
  distorta e parziale del soggetto in età evolutiva: basti
  pensare al fatto che si ritiene ancora lecito l'uso dei mezzi
  di correzione anche se legati alla violenza fisica; che si
  ipotizza un minore di sedici anni così corrotto da non poter
  risentire danni da atti sessuali compiuti su di lui; che si
  lascia esclusivamente alla discrezionalità dei genitori la
  possibilità di perseguire o meno comportamenti gravemente
  lesivi della personalità del ragazzo.
     Si suggerisce di realizzare una migliore tutela della
  personalità del minore dagli eventuali abusi compiuti dai
  mezzi di comunicazione di massa attraverso un codice
  deontologico di autodisciplina.
     Esprimiamo, infatti, perplessità sulla definizione di
  norme sul diritto di cronaca (fra l'altro c'è già la
  Convenzione ONU).
     La strada preferibile è quella di una innovativa
  autodisciplina (assumendo e aggiornando la Carta di Treviso)
  capace di individuare anche formule pratiche di rispetto per
  la vulnerabile riservatezza del minore (ad esempio:
  mantenimento dell'anonimato, qualunque sia la posizione del
  minore rispetto agli eventi, astenendosi anche dalla
  pubblicazione di elementi che possano determinare una
  identificazione certa) e soprattutto di evitare esasperazioni
  e sensazionalismo.
     Anche per l'informazione sull'infanzia vanno promossi non
  l'obbedienza passiva a norme ma l'esercizio dello spirito
  critico, la consapevolezza dei valori in gioco, il diritto dei
  bambini ad essere anche soggetti di informazione.
     Servono maggiore sensibilità, accortezza, delicatezza e
  maggiore rispetto delle riservatezze, dell'intimità e della
  reattività psicologica di soggetti in età evolutiva (più
  fragili ma sempre partecipi di un processo
  formativo-informativo).
     Ciò può anche assumere la forma di protocolli di intesa
  sulla presenza dei bambini nei mezzi di comunicazione di
  massa.
     E' anche auspicabile che sorga una specifica agenzia sulla
  cultura e sulla condizione dell'infanzia, per consentire
  all'opinione pubblica una protezione "a tutto tondo" e non
  solo dei drammi, delle violenze, degli eventi negativi sui
  bambini.
     E' giunto, inoltre, il momento di riconoscere che la
  metodologia di intervento giudiziario nei confronti dei
  problemi delle persone deve essere assai diversa dalla
  metodologia di intervento su questioni patrimoniali, e che
  l'accertamento della verità reale e non solo formale e la
  necessità di acquisire elementi di giudizio e di effettuare
  progetti di recupero impone una azione che non può essere solo
  del giudice ma deve coinvolgere i servizi di promozione della
  personalità umana.  Anche il giudice chiamato a risolvere
  questi conflitti non può essere solo il giudice tecnico (vedi
  non solo la positiva esperienza del tribunale per minorenni ma
  anche quella della magistratura di sorveglianza) ma deve
  essere integrato da esperti nelle scienze umane e non può non
  essere un giudice specializzato.
     Sono previste una serie di norme per assicurare la
  specializzazione e la formazione dei magistrati e degli
  esperti, per
 
                              Pag. 13
 
  disciplinare meglio le procedure (in particolare la procedura
  relativa al tentativo di conciliazione in sede di separazione,
  oggi del tutto inadeguata alla delicatezza del compito di
  affidamento provvisorio del minore), per risolvere il problema
  della corresponsione degli assegni di mantenimento al coniuge
  ed ai figli, oggi troppo spesso elusa con gravi danni per il
  soggetto debole, attraverso l'istituzione di un apposito fondo
  di mantenimento.
     Per attuare una migliore tutela del minore è stata
  prevista l'istituzione di uffici regionali per il benessere
  dell'infanzia, anche in vista dell'adozione di un protocollo
  complementare alla Convenzione di New York che istituisce un
  difensore internazionale  (Ombudsman).
     Appare indispensabile infatti che, a garanzia che i
  diritti dei minori non siano solo formalmente dichiarati e
  praticamente calpestati, esista un organo che possa:
       rappresentare gli interessi diffusi dell'infanzia (oggi
  del tutto trascurati) nei confronti, per esempio, di piani
  urbanistici che trascurano la predisposizione di spazi e di
  verde per i ragazzi, di piani particolareggiati che prevedono
  insediamenti industriali pericolosi in vicinanza delle scuole
  o strade di grandissimo traffico nei pressi di luoghi ove si
  ritrovano i ragazzi, nei confronti di pubblicità inquinanti e
  così via;
       rappresentare un minore coinvolto in azioni giudiziarie,
  sia costituendosi a mezzo di curatore sia promuovendo azioni a
  tutela del minore, sia controllando le decisioni giudiziali
  anche attraverso un potere di impugnazione;
       vigilare affinché gli enti locali predispongano adeguati
  servizi a tutela e promozione dell'infanzia e controllare che
  i servizi non trascurino la loro funzione di protezione e
  promozione della personalità del minore o non compiano abusi
  su di esso (sdradicando senza necessità il bambino dalla
  propria famiglia, recidendo per mere ragioni organizzative i
  legami fraternali e così via);
       coadiuvare i servizi quando altri servizi od agenzie di
  socializzazione (in primo luogo la scuola) operano in
  contrasto con il programma predisposto per il recupero del
  ragazzo, anche attraverso azioni presso il giudice
  amministrativo;
       reperire, preparare e sostenere nella loro azione i
  volontari che assumono l'ufficio di tutore, di curatore
  speciale e di assistente alla protezione del minore;
       rappresentare ai consigli comunali o provinciali, con
  relazioni e petizioni, gravi carenze di intervento a sostegno
  di minori in difficoltà.
     E' stata anche prevista l'istituzione di due osservatori
  sulla condizione dell'infanzia e dell'adolescenza, uno
  parlamentare di monitoraggio della democrazia e di garanzia
  dei progressi della democrazia sostanziale, ed uno
  governativo, di coordinamento e di ricerca sulle politiche pro
  e con l'infanzia.
     Manca oggi una effettiva conoscenza della reale situazione
  della infanzia e dell'adolescenza nel nostro Paese: i dati
  statistici sono frammentari ed insufficienti (basti pensare
  che non è dato sapere quanti dei reati di maltrattamento
  riguardano i minori e quanti le persone anziane; che le
  aggregazioni dei dati sulla salute prendono in considerazione
  fasce di età che comprendono minori e adulti; che i dati sui
  minori ricoverati in istituto non consentono la
  identificazione delle ragioni del ricovero, e quindi, rendono
  difficile una azione efficace per attuare affidamenti
  fa-miliari); manca una conoscenza della differente situazione
  dei minori nel nord e nel sud del Paese e nelle aree
  metropolitane, quando invece i problemi sono totalmente
  diversi in realtà così diversificate; manca una mappa delle
  risorse ed una verifica della loro efficienza; manca un centro
  unitario che raccolga le molte ricerche che in campo minorile
  sono effettuate per impostare su esse una strategia di
  intervento a livello legislativo, politico ed amministrativo;
  manca una verifica dell'impatto delle leggi approvate a tutela
 
                              Pag. 14
 
  del minore, il che consentirebbe adattamenti; manca un
  organismo che possa valutare le conseguenze che leggi in via
  di approvazione che non riguardano direttamente il mondo
  dell'infanzia e dell'adolescenza possono avere sui minori,
  condizionando la loro vita e la loro crescita.  Sarebbe
  estremamente utile un organismo che possa patrocinare
  esperienze pilota a tutela e protezione dei minori.
     Oltre agli osservatori nazionali sarebbe auspicabile che a
  loro volta le regioni istituissero analoghi osservatori a
  livello regionale.
 
DATA=960509 FASCID=DDL13-173 TIPOSTA=DDL LEGISL=13 NCOMM= SEDE=PR NSTA=0173 TOTPAG=0082 TOTDOC=0158 NDOC=0002 TIPDOC=L DOCTIT=0000 COMM= FRL PAGINIZ=0001 RIGINIZ=016 PAGFIN=0014 RIGFIN=011 UPAG=NO PAGEIN=1 PAGEFIN=14 SORTRES= SORTDDL=017300 00 FASCIDC=13DDL0173 SORTNAV=0017300 000 00000 ZZDDLC173 NDOC0002 TIPDOCL DOCTIT0002 NDOC0002



Ritorna al menu della banca dati