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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


4001
DDL0217-0002
Progetto di legge Camera n. 217 - testo presentato - (DDL13-217)
(suddiviso in 4 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C217. TESTIPDL
...C217.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC217 ZZ13 ZZRL ZZPR
     Onorevoli Colleghi! - A distanza di quasi vent'anni dal
  varo e dalla attuazione delle leggi 29 luglio 1975, n. 405
  (Istituzione dei consultori familiari), 23 dicembre 1978, n.
  833 (Istituzione del servizio sanitario nazionale) e 22 maggio
  1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e
  sull'interruzione volontaria della gravidanza), sentiamo
  l'esigenza di potenziare e riqualificare l'attività dei
  consultori familiari per la preparazione alla maternità ed
  alla paternità responsabili, per l'assistenza durante la
  gravidanza e la preparazione al parto, per i problemi della
  coppia e della famiglia e per un'efficace prevenzione
  dell'interruzione volontaria della gravidanza.
     Avvertiamo l'urgenza di investire maggiormente sui
  consultori, potenziandone il numero e la diffusione sul
  territorio nazionale e riqualificandoli per consentire di
  svolgere in modo compiuto il ruolo che a loro è stato
  attribuito dalle leggi di riferimento.
     Serve, a nostro avviso, un provvedimento urgente che
  riaffidi la gestione del servizio agli enti locali (ai comuni
  e ai consorzi dei comuni), come previsto dalla legge n. 405
  del 1975, in vigore fino alla approvazione della legge di
  riforma sanitaria n. 833 del 1978.
     Affermiamo questa necessità perché ci sembra che lo stato
  di "marasma" in cui versa la sanità, soprattutto in certe zone
  del nostro Paese, non sia in grado di consentire in tempi
  rapidi né una diffusione del servizio, là dove esso è
  totalmente assente o è decisamente insufficiente, né una sua
  riqualificazione, ritenuta urgente da molti anni.
     Il documento conclusivo del comitato sulle attività
  consultoriali, operante dal 1987 al 1989 presso il Comitato
 
                               Pag. 2
 
  operativo materno-infantile del Ministero della sanità indica
  - giustamente - alcune prioritarie ipotesi di
  riqualificazione, rimaste fino ad oggi colpevolmente "sulla
  carta".
     Innanzitutto viene considerata adeguata la presenza di un
  consultorio ogni 3000 donne in età feconda nelle zone rurali,
  ogni 6000-8000 donne nelle zone urbane.  Questa indicazione
  comporterebbe la realizzazione di un consultorio ogni
  diecimila abitanti nelle zone rurali e di uno ogni
  20.000-25.000 nelle zone urbane.
     Un'indicazione, questa, ben lontana, come vedremo, dalla
  realtà.  Sempre nello stesso documento viene, inoltre, ribadita
  l'esigenza:
         a)  di realizzare i consultori dove mancano;
         b)  di garantire un orario minimo settimanale di
  apertura:
         c)  di prevedere la presenza di tutti gli operatori
  richiesti dalle leggi regionali di attuazione della legge n.
  405 del 1975 (anche se non tutti a tempo pieno, la maggioranza
  dei quali è spesso assente dai consultori o è "imprestata"
  agli stessi da altri servizi piu strutturati per un numero di
  ore totalmente insufficiente a garantire una buona qualità
  delle prestazioni;
         d)  di consentire una adeguata formazione e un
  reale aggiornamento del personale:
         e)  di promuovere l'interdisciplinarietà del
  servizio, fino ad oggi troppo caratterizzato in senso
  medico-sanitario, fatto questo che svilisce e priva della sua
  specifica identità il servizio consultoriale.
     Noi concordiamo con tutti gli obiettivi di
  riqualificazione qui indicati e consideriamo che vadano
  raggiunti senza ulteriori dannose attese.
     Ci preme anche fare riferimento alla risoluzione sulla
  famiglia approvata dalla Camera dei deputati l'8 febbraio
  1995, nella parte che impegna il Governo "al completamento
  della rete consultoriale e all'incentivazione del ricorso al
  consultorio per un'efficace azione di prevenzione dell'aborto,
  in conformità alla risoluzione votata all'unanimità dalla
  Commissione affari sociali della Camera il 19 ottobre
  1994".
     Facciamo inoltre presente che in seguito all'indagine
  effettuata nei primi mesi del 1990 presso gli assessorati
  regionali competenti, risultano attivi in Italia 2635
  consultori familiari pubblici.  (In effetti, il dato è in
  eccesso perché secondo l'Istituto superiore di sanità, il
  numero è inferiore in quanto nel conteggio degli assessorati
  regionali sono inclusi anche i consultori ginecologici e
  pediatrici e non solo quelli familiari in senso stretto).  In
  linea di massima, il numero fornito si riferisce ai dati del
  1988 (vedi allegato 1).
     La distribuzione territoriale rivela una disomogeneità
  preoccupante: i consultori al Nord sono il 53,9 per cento del
  totale: al Centro sono il 26,4 per cento e al Sud solo il 19,7
  per cento.
     In riferimento ai dati di Sicilia, Calabria, Campania e
  Molise si registrano punte di oltre diecimila donne in età
  feconda per consultorio.
     Anche rispetto allo  standard  del Piano sanitario
  nazionale (pur molto alto e lontano dalle indicazioni previste
  dagli esperti) di un consultorio ogni diecimila abitanti nelle
  zone rurali e uno ogni 23.000 nelle zone urbane, notiamo che
  la distribuzione territoriale dell'utenza per consultorio
  registra una situazione di grave inadeguatezza numerica ancor
  più marcata al Sud.
     Riportiamo un solo dato che ci sembra estremamente
  significativo: mentre in Sicilia è operante il 50,3 per cento
  dei consultori previsti (96 su 191 indicati dal piano
  regionale), l'Umbria segnala 36 consultori in  surplus
  rispetto allo  standard.
     Tuttavia, l'analisi strettamente numerica può essere
  fuorviante.  Ci fornisce, cioè, un dato più ottimista di quanto
  non sia la realtà effettiva.
     Dei 43 consultori presenti in Calabria, infatti, 13
  funzionano solo in parte:  Trento segnala la presenza di un
  totale di 146 consultori, ma si tratta di 62 consultori
  ginecologici, 81 pediatrici e solo 3 sono i consultori
 
                               Pag. 3
 
  familiari in senso stretto.  Anche in Lombardia i servizi
  consultoriali non sono tutti quelli previsti dalla legge 405:
  sono solo 118 mentre, degli altri segnalati, 190 sono
  realizzati come distretto e 41 come semplici ambulatori.
     C'è da registrare inoltre che spesso la gamma di servizi
  offerti non si discosta molto da quella di un ambulatorio
  ginecologico.
     Guardiamo ora dove hanno la loro sede i consultori.
     Prevalentemente sono collocati presso edifici con funzione
  sanitaria.
     Anche questa dislocazione non facilita l'assunzione di un
  ruolo autonomo e correttamente improntato a princìpi di
  integrazione tra aspetti sanitari e sociali dell'intervento,
  che invece costituiscono la caratteristica principale del
  "vero" consultorio.  In tutte le regioni che sono state in
  grado di fornire questa informazione, i due terzi dei
  consultori risultano accorpati ad altre strutture delle unità
  sanitarie locali (ora aziende sanitarie locali).  Le
  informazioni fornite dal Ministero della sanità permettono di
  evidenziare una situazione che ha conseguenze estremamente
  negative e che è caratterizzata dall'assorbimento del servizio
  consultoriale all'interno del distretto sanitario, che finisce
  per "dissolvere" il consultorio e favorire una sua
  assimilazione ai presidi sanitari di base di tipo
  ambulatoriale.
     Un altro accenno lo dedichiamo alla questione (oggi fuori
  moda, si potrebbe dire) della gestione sociale.  In base al
  dettato legislativo, il servizio che connota il suo intervento
  come sociale e preventivo, chiama vari organismi di base e
  associazioni a contribuire alla sua gestione in una forma di
  partecipazione che prevede la programmazione, la metodologia
  di intervento e il controllo delle attività.  La gestione
  sociale, come strumento per garantire la rispondenza e la
  congruità delle attività del consultorio alle esigenze degli
  utenti per la quale il movimento delle donne si è lungamente
  battuto (come del resto per la creazione dei consultori
  pubblici), è prevista da tutte le leggi regionali seppure in
  varie forme.
     Tuttavia essa, come riconosce il Dipartimento
  socio-culturale del servizio studi della Camera dei deputati,
  ha trovato attuazione solo nei primi anni, prevalentemente
  prima del passaggio dei consultori alla gestione delle unità
  sanitarie locali.  Di questa gestione non vi è traccia, se non
  in qualche eccezionale esperienza.  Ci sembra invece utile per
  una efficace riqualificazione del servizio rispettare anche
  questa norma.  Per proseguire nella nostra osservazione sullo
  "stato" dei consultori nel nostro Paese, ci preme riferire
  quanto detto nella relazione dell'Istituto superiore di sanità
  nel novembre del 1990.  Leggiamo testualmente a commento della
  tabella che si riporta: "Esiste una diversità sul numero dei
  consultori presenti nel territorio nazionale.  Ciò dipende dal
  modo della rilevazione.  Come si è detto, l'Istituto superiore
  di sanità ha avuto cura di verificare nel processo di
  acquisizione dei dati presso i responsabili regionali cosa si
  intendesse effettivamente per consultori per cui non sono
  stati considerati tali le sedi distaccate o quelli esistenti
  solo sulla carta.  Ciò nonostante, i presenti dati non
  costituiscono necessariamente un quadro realistico della
  situazione perché, soprattutto al Sud, non è infrequente la
  mancanza di quasi tutto il personale previsto.  Inoltre è
  necessario tener conto che si tratta di servizi con alta
  mobilità del personale (soprattutto ginecologi e pediatri) e
  possono esserci periodi di carenza per gravi ritardi nelle
  sostituzioni.
     E' evidente la grande sperequazione esistente sul
  territorio nazionale.  Nel meridione, dove si hanno i tassi di
  presenza più bassi, la situazione è aggravata dalle condizioni
  degradate di funzionamento: organico non completo, spesso
  precario, sedi non sempre idonee e talvolta francamente
  fatiscenti.  Non ci si può meravigliare di trovare in queste
  situazioni gli operatori, quelli che ci sono, fortemente
  demotivati".
     Vogliamo, ora, fare riferimento alla risoluzione approvata
  dalla Commissione affari sociali nella scorsa legislatura in
  merito alla prevenzione dell'interruzione volontaria della
 
                               Pag. 4
 
  gravidanza e al ruolo che, in questo contesto, i consultori
  familiari debbono svolgere.
     La Commissione impegna il Governo a "privilegiare lo
  spazio preventivo offerto dai consultori, affinché esso prenda
  la sua fisionomia di nodo di una rete di servizi (ente
  locale-scuola-volontariato-USL), punto di osservazione e punto
  attivo di prevenzione non solo per la donna, ma rivolto anche
  alle coppie e alle famiglie, instaurando a questo riguardo un
  dialogo con le regioni - in quanto deputate all'istituzione di
  questi servizi - affinché sia potenziato il numero dei
  consultori, specie nelle zone dove è maggiormente avvertita la
  loro carenza, e siano riqualificati, se necessario, secondo le
  proposte elaborate dal Comitato operativo materno-infantile
  che ha operato presso il Ministero della sanità dal 1987 al
  1989, con una opportuna azione di stimolo e di controllo,
  nonché sia verificata l'adeguatezza delle disponibilità
  finanziarie stanziate a tal fine e il loro effettivo ed
  efficace utilizzo (vedi deliberazione fondo CIPE del 6
  febbraio 1990)".  Come si vede, l'impegno è preciso e vorremmo
  che anche questo non fosse considerato appartenente ad un'era
  che non c'è più.  Con la presente proposta di legge intendiamo
  dare un contributo determinante alla realizzazione della parte
  preventiva contenuta nella legge n. 194 del 1978 che
  regolamenta l'interruzione volontaria della gravidanza.
     Ci interessa dire che anche il decreto del Presidente
  della Repubblica 1^ marzo 1994 "Approvazione del Piano
  sanitario nazionale per il triennio 1994-1996", nel capitolo
  riguardante la tutela materno-infantile, indica tra gli
  interventi da compiere l'adeguamento quantitativo e
  qualitativo dei consultori (con particolare riguardo alle
  attività di consulenza genetica).
     Ci interessa sottolineare ora che in cifre assolute le
  interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel 1993
  (questi i dati più recenti forniti dal Ministro della sanità)
  sono 150.893, che la riduzione rispetto al 1992 è del 2,8 per
  cento e che vi è un decremento costante del fenomeno a partire
  dal 1983 pari al 33,7 per cento.
     Il tasso di abortività del 1992, pari al 10,7, è stato
  inferiore a quello del 1983 del 36,7 per cento (16,9).
     Un decennio quindi di costante calo, incoraggiante ma non
  tale da dichiararci soddisfatti e da considerare adeguata
  l'opera di prevenzione.
     Il tasso di abortività in Italia risulta superiore - ad un
  confronto con i dati internazionali - solo a quello
  dell'Olanda, della Germania e della Finlandia, mentre risulta
  più contenuto rispetto alla Francia, alla Gran Bretagna, alla
  Svezia, alla Norvegia e agli Stati Uniti (dove risulta più del
  doppio).
     Una stima della diffusione dell'aborto clandestino
  effettuata con modelli matematici quantifica tali interventi
  in 57.000, con una riduzione rispetto al 1983 del 43 per
  cento.
     A questi dati ci inducono a riflettere e a far riflettere
  sul ruolo dei consultori in rapporto alla prevenzione
  dell'aborto.  Un indicatore interessante lo offre l'ultima
  relazione del Ministro della sanità sullo stato di attuazione
  della legge n. 194 del 1978 riferita al 1993: nelle regioni
  con un più alto tasso di presenza dei consultori familiari o
  nelle regioni con una più alta percentuale di certificazioni
  presso i consultori familiari si è avuto un decremento più
  rapido del tasso di incidenza dell'aborto e un incremento
  minore dell'abortività ripetuta.  Questo dato ci fa ritenere
  che il passaggio attraverso il consultorio debba essere
  assolutamente incrementato per una più efficace prevenzione
  dell'aborto.
     Per quanto riguarda le modalità di svolgimento
  dell'interruzione volontaria di gravidanza, il Ministro della
  sanità rileva che prevalente è la certificazione effettuata
  dal medico di fiducia (47,3 per cento), seguita dalla
  certificazione del servizio ostetrico-ginecologico che
  effettua l'interruzione (28,4 per cento) e che all'ultimo
  posto si pone il consultorio che certifica solo nella misura
  del 22,4 per cento.  Vogliamo evidenziare, proseguendo la
  nostra analisi, che il ricorso all'aborto per una quota
  preponderante non è una scelta elettiva, ma il risultato di
  uno scadente uso e di una limitata conoscenza dei metodi
 
                               Pag. 5
 
  contraccettivi, impiegati al momento del concepimento da oltre
  il 70 per cento delle donne che in seguito hanno abortito.
     Sempre il Ministro della sanità conclude la sua indagine
  indicando quali interventi prioritari la realizzazione di veri
  e propri programmi di prevenzione e il miglioramento della
  qualità dei servizi, affidando un ruolo centrale ai consultori
  che vanno adeguatamente riqualificati.  Ora noi consideriamo
  urgente, sulla base dei dati e delle considerazioni esposte,
  non dilazionare le misure necessarie per rendere efficienti i
  consultori pubblici su tutto il territorio nazionale.  Il
  sostegno alle donne, alle coppie e alle famiglie, l'educazione
  sessuale alle giovani e ai giovani e la promozione della
  salute e della maternità e paternità responsabili hanno
  bisogno di consultori efficaci distribuiti su tutto il
  territorio nazionale.  Individuiamo nel passaggio alla gestione
  comunale - in vigore prima della riforma sanitaria - la
  premessa che può consentire di eliminare i gravi limiti
  denunciati.  Il passaggio di gestione ai comuni ed ai consorzi
  dei comuni può favorire la realizzazione degli obiettivi
  individuati nei punti  a), b), c), d), e)  già esposti e
  può anche facilitare la realizzazione di nuovi consultori, per
  i quali servono fondi che difficilmente possono gravare sul
  settore della sanità, fortemente in crisi e penalizzato
  proprio sul versante degli interventi di prevenzione.
     La  ratio  che caratterizza la legge istitutiva del
  consultorio familiare può trovare attuazione coerente
  togliendo alla sanità un servizio che non è e non deve essere
  solo sanitario.  La sua restituzione alla gestione dei comuni e
  dei loro consorzi può senz'altro, a nostro avviso, facilitare
  la realizzazione concreta del carattere integrato
  socio-sanitario che gli è proprio e può meglio raccordare il
  servizio agli altri servizi sociali e socio-sanitari che già
  operano sul territorio e sono di competenza comunale.
  Registriamo ancora che i comuni del 1996 non sono più quelli
  di un tempo: la legge di riforma delle autonomie locali e la
  stessa legge elettorale comunale con l'elezione diretta del
  sindaco danno ai comuni maggiori competenze, stabilità
  amministrativa e restituiscono loro - quale istanza
  istituzionale più vicina al cittadino - quella dignità ed
  autorevolezza di intervento che, per molti decenni, erano
  state loro ingiustamente sottratte.
     In conclusione, poiché il consultorio familiare svolge
  l'attività nell'area della prevenzione, deve essere capovolto
  il tradizionale modo di operare passando dalla situazione in
  cui il servizio aspetta che la persona, la coppia, la famiglia
  si presenti, alla situazione in cui si fa carico di
  raggiungere chi ha "il problema".  La specificità del
  consultorio familiare, rispetto ad altri servizi sociali o
  sanitari più specializzati (e settoriali), dovrebbe essere
  quello di una struttura operativa in contatto con il tessuto
  sociale e con i suoi bisogni primari colti nella loro
  quotidianità e normalità.  A differenza degli altri servizi più
  specialistici, il consultorio familiare dovrebbe operare con
  una "presa in carico" dei problemi, non aspettando che questi
  si manifestino, ma prevenendoli attraverso la conoscenza dei
  bisogni effettivi della comunità.  Sulla base di queste
  considerazioni e degli obiettivi indicati, proponiamo una
  modifica della legge 29 luglio 1975, n. 405, che esclude il
  passaggio dei consultori alle USL, passaggio, nel frattempo
  avvenuto.  E' evidente che il consultorio familiare comunale
  dovrà mantenere uno stretto contatto con le strutture del
  servizio sanitario.
 
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