| Onorevoli Colleghi! - Le regioni Campania, Puglia,
Basilicata, Sicilia e Calabria sono tra le più intensamente
coltivate a produzioni ortofrutticole. In queste regioni, la
produzione lorda vendibile (PLV) è attestata saldamente
intorno ai 30 mila miliardi di lire; vi si produce olio di
oliva (3 milioni di ettolitri), uva da tavola (14 milioni di
quintali), insalata (3,5 milioni di quintali), carciofi (1,9
milioni di quintali), pomodori (40 milioni di quintali),
patate primaticce (3 milioni di quintali), uva da vino (30
milioni di ettolitri).
Vi sono circa 850 mila aziende e il 16 per cento di
occupati nel settore, più che doppi rispetto al dato
nazionale. E' un dato che l'agricoltura meridionale è
cresciuta molto negli ultimi venticinque anni, sia pure a
macchia di leopardo, e per lo più senza sussidi agli
investimenti, almeno relativamente all'ultimo decennio, in
modo particolare nell'ortofrutticoltura, che ha avuto un
costante rapporto con il mercato.
Nel settore dell'uva da tavola, nella sola Puglia, per
esempio, nel 1970 si contavano 38.881 ettari investiti, se ne
ritrovano oggi 50.227 ettari, con varietà e sistemi di
allevamento rinnovati all'80 per cento. Caratterizza tale
produzione la qualità e la collocazione sui mercati dei
prodotti allo stato fresco, per cui la regione esporta
prodotti per 3 mila miliardi di lire l'anno (all'80 per cento
uva ed ortaggi), ed i forti investimenti produttivi per
ettaro. Per esempio, per gli agrumi si investono 20 milioni di
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lire per ettaro, per l'uva da tavola 20-40 milioni di lire per
ettaro, per gli ortaggi 8-10 milioni di lire per ettaro,
eccetera.
Anche l'occupazione per ettaro è elevata, attestandosi
sulle 80 giornate per ettaro all'anno per gli agrumi, 100-120
giornate per ettaro all'anno per l'uva da tavola e gli
ortaggi, e bisogni minori per olivo e vite da vino.
Da qualche anno questa grande realtà produttiva
dell'agricoltura del sud versa in pesanti difficoltà: negli
anni scorsi ha goduto di prezzi più o meno remunerativi, e
ultimamente (1992-1996) della forte svalutazione della lira;
con la rivalutazione di questa, passata da 1.200 lire per ogni
marco, a sole 980 lire, si è avuto un crollo dei prezzi del
30-40 per cento ed anche più, acuito dagli effetti degli
accordi internazionali GATT, e dalla penetrazione sui mercati
europei dei prodotti mediterranei a basso costo (tunisini,
marocchini, egiziani, turchi). Contemporaneamente vengono al
pettine tutti i nodi irrisolti dell'agricoltura meridionale
con produzioni ortofrutticole mediterranee. Intanto si
comincia a risentire lo squilibrio degli scarsi impegni
comunitari di spesa per il settore ortofrutticolo; questo
contribuisce per il 16 per cento della PLV ma riceve solo il 4
per cento delle erogazioni finanziarie.
Con Agenda 2000 - è notizia di questi giorni - tale
situazione si aggrava ancor di più. I costi di produzione si
accrescono costantemente del 2-3 per cento all'anno; dal 1993
vi è stata l'impennata dei contributi agricoli unificati (CAU)
che sono triplicati, portandosi a lire 40 mila per giornata,
che significa un costo di lire 4 milioni per ettaro per un
impiego di 100 giornate per ettaro all'anno. Ciò ha creato,
pur con sacche consistenti di lavoro nero, un notevole
arretrato che pesa oggi sui bilanci e sulla stessa
sopravvivenza delle aziende agricole.
Per una esiziale coincidenza negli ultimi dodici anni vi è
stata una micidiale sfilza di calamità naturali, sotto forma
di grandine, gelate (ogni anno), siccità (1987-1990),
nubifragi e piogge torrenziali (1995-1996).
Proprio in questa primavera del 1998 si è abbattuta sulle
gemme sbocciate dei vigneti precoci, di frutteti, ortaggi e
agrumeti una vasta gelata che ha distrutto sul nascere le
produzioni dell'anno.
Spesso a tali sciagure si somma la crisi finanziaria di
molte regioni meridionali e di organi periferici dello Stato
(UTE, INPS-SCAU) che evidenziano vischiosità notevoli
nell'applicazione di norme di legge per gli sgravi
contributivi e fiscali a seguito di calamità naturali.
In alcune di tali regioni (Puglia) la loro crisi dipende
da buchi finanziari di precedenti gestioni e per i quali
pagano rate di mutui per centinaia di miliardi di lire
all'anno, per cui tolti i fondi vincolati e le spese per il
personale, quelle obbligatorie e di funzionamento, rimane ben
poco da spendere in investimenti per lo sviluppo e per eventi
straordinari (calamità). Perciò spesso succede che le citate
regioni non paghino i danni derivanti dalle calamità passate,
nonostante la gravosità e la dannosità degli eventi
verificatisi. Peraltro le sofferenze bancarie nel settore
agricolo hanno superato da tempo (con il 23 per cento circa)
quelle degli altri settori, tradizionalmente molto più a
rischio di quello primario. Ma nel sud tali sofferenze si
raddoppiano; nella sola provincia di Taranto al 31 dicembre
1997, questa percentuale era del 52 per cento, in
controtendenza alla media nazionale. Ciò non è solo frutto del
differenziale di tasso tra nord e sud (3 per cento circa) e
dei criteri di affidamento su base patrimoniale anziché
imprenditoriale, ma è spia di un travaglio più grande, come di
un meccanismo virtuoso che si è rotto.
I maggiori (ed unici) progetti di sviluppo delle regioni,
come i POP e il Leader II, per le difficoltà di
reperimento delle risorse proprie, sono partiti più tardi e
con contribuzioni meno allettanti per gli operatori; così si
spiega che quasi tutte tali regioni sono al 38 per cento
nell'utilizzo delle risorse comunitarie, appena sopra la
soglia della revoca.
Ma l'agricoltura intensiva e molto produttiva del sud
accusa altre difficoltà di origine e matrice nazionale.
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L'istituzione dell'imposta sul reddito delle attività
produttive (IRAP) costituirà un notevole aumento del carico
fiscale per l'agricoltura meridionale, che necessita di molta
manodopera ed il cui costo diventa esso stesso imponibile.
In tutti questi anni di calamità decretate ma non pagate,
anche gli UTE non hanno applicato gli sgravi fiscali previsti
per legge (testo unico delle imposte sui redditi, approvato
con decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986) e
l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) non ha
eseguito le norme della legge n. 185 del 1992 per una
riduzione degli oneri previdenziali in occasioni analoghe.
Si è constatata la mancata estensione all'agricoltura del
"pacchetto Treu" sulle nuove assunzioni.
Ma ancora, si assiste, per tante ragioni, alla mancanza di
strutture associative territoriali; sono state riconosciute
solo poche organizzazioni dei produttori, ai sensi del
regolamento (CE) n. 2200/96 del Consiglio, del 28 ottobre
1996, e pertanto, ai sensi della nuova organizzazione comune
di mercato (OCM) ortofrutta, vengono perse quelle fonti
finanziarie che possono ridare slancio allo sviluppo
dell'agricoltura e all'occupazione.
Nella filiera agro-alimentare meridionale mancano o
scarseggiano le fasi extra-agricole a maggiore valore
aggiunto, agro-industria e imprese produttrici di mezzi
tecnici, ed un limite importante è costituito da una rete
ferroviaria e di trasporti oggi del tutto inadeguata.
In tutto questo le aziende agricole rischiano il collasso;
i costi aziendali in costante ed inesorabile aumento, i prezzi
che scendono strutturalmente, i debiti pregressi strangolano
l'impresa agraria che più ha investito negli ultimi venti anni
e ne impediscono qualsiasi azione di sviluppo.
La particolarità dell'agricoltura di queste zone ubicate a
macchia di leopardo, si può riassumere dunque nella prevalenza
di produzioni intensive, caratterizzate da intensi
investimenti di capitali e da forte esigenza di manodopera per
ettaro, con produzione rivolta al mercato, di notevole
vivacità imprenditoriale ma carente di infrastrutture, di
occasioni extragricole nell'ambito della filiera
agro-alimentare, e con notevoli ritardi della politica
regionale.
In questo ambito la politica nazionale di totale adesione
all'Euro e alla globalizzazione dei mercati mondiali ha
spiazzato tale agricoltura, già appesantita da costi alti e
dal pregresso, ancora troppo polverizzata e frantumata e del
tutto inadeguata sotto il profilo organizzativo.
In questo momento le aziende mancano del necessario
slancio per un rinnovato sviluppo, appesantito dal pregresso
SCAU, da mutui e debitoria a tassi elevati.
Diventa del tutto indispensabile un provvedimento che
serva a rilanciare lo sviluppo, consolidando le passività
aziendali, ammortizzandole in un lungo periodo e ai nuovi
tassi. Contemporaneamente va sollecitato lo svecchiamento
dell'imprenditoria agricola, con il passaggio di aziende da
padre a figlio, e promuovendo, con il consolidamento delle
passività gravanti sull'azienda, quelle necessarie azioni di
riconversione delle colture, di diversificazione di indirizzi
e di riorganizzazione aziendale su basi di maggiore
efficienza, che possano fare uscire l'azienda agricola
dall'attuale profonda crisi, per ritrovare la via della
redditività e sviluppare l'occupazione, mantenendo intatta la
capacità produttiva complessiva.
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