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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


59902
DDL4992-0002
Progetto di legge Camera n. 4992 - testo presentato - (DDL13-4992)
(suddiviso in 8 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C4992. TESTIPDL
...C4992.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC4992 ZZ13 ZZRL ZZPR
     Onorevoli Colleghi! - Le regioni Campania, Puglia,
  Basilicata, Sicilia e Calabria sono tra le più intensamente
  coltivate a produzioni ortofrutticole.  In queste regioni, la
  produzione lorda vendibile (PLV) è attestata saldamente
  intorno ai 30 mila miliardi di lire; vi si produce olio di
  oliva (3 milioni di ettolitri), uva da tavola (14 milioni di
  quintali), insalata (3,5 milioni di quintali), carciofi (1,9
  milioni di quintali), pomodori (40 milioni di quintali),
  patate primaticce (3 milioni di quintali), uva da vino (30
  milioni di ettolitri).
     Vi sono circa 850 mila aziende e il 16 per cento di
  occupati nel settore, più che doppi rispetto al dato
  nazionale.  E' un dato che l'agricoltura meridionale è
  cresciuta molto negli ultimi venticinque anni, sia pure a
  macchia di leopardo, e per lo più senza sussidi agli
  investimenti, almeno relativamente all'ultimo decennio, in
  modo particolare nell'ortofrutticoltura, che ha avuto un
  costante rapporto con il mercato.
     Nel settore dell'uva da tavola, nella sola Puglia, per
  esempio, nel 1970 si contavano 38.881 ettari investiti, se ne
  ritrovano oggi 50.227 ettari, con varietà e sistemi di
  allevamento rinnovati all'80 per cento.  Caratterizza tale
  produzione la qualità e la collocazione sui mercati dei
  prodotti allo stato fresco, per cui la regione esporta
  prodotti per 3 mila miliardi di lire l'anno (all'80 per cento
  uva ed ortaggi), ed i forti investimenti produttivi per
  ettaro.  Per esempio, per gli agrumi si investono 20 milioni di
 
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  lire per ettaro, per l'uva da tavola 20-40 milioni di lire per
  ettaro, per gli ortaggi 8-10 milioni di lire per ettaro,
  eccetera.
     Anche l'occupazione per ettaro è elevata, attestandosi
  sulle 80 giornate per ettaro all'anno per gli agrumi, 100-120
  giornate per ettaro all'anno per l'uva da tavola e gli
  ortaggi, e bisogni minori per olivo e vite da vino.
     Da qualche anno questa grande realtà produttiva
  dell'agricoltura del sud versa in pesanti difficoltà: negli
  anni scorsi ha goduto di prezzi più o meno remunerativi, e
  ultimamente (1992-1996) della forte svalutazione della lira;
  con la rivalutazione di questa, passata da 1.200 lire per ogni
  marco, a sole 980 lire, si è avuto un crollo dei prezzi del
  30-40 per cento ed anche più, acuito dagli effetti degli
  accordi internazionali GATT, e dalla penetrazione sui mercati
  europei dei prodotti mediterranei a basso costo (tunisini,
  marocchini, egiziani, turchi).  Contemporaneamente vengono al
  pettine tutti i nodi irrisolti dell'agricoltura meridionale
  con produzioni ortofrutticole mediterranee.  Intanto si
  comincia a risentire lo squilibrio degli scarsi impegni
  comunitari di spesa per il settore ortofrutticolo; questo
  contribuisce per il 16 per cento della PLV ma riceve solo il 4
  per cento delle erogazioni finanziarie.
     Con Agenda 2000 - è notizia di questi giorni - tale
  situazione si aggrava ancor di più.  I costi di produzione si
  accrescono costantemente del 2-3 per cento all'anno; dal 1993
  vi è stata l'impennata dei contributi agricoli unificati (CAU)
  che sono triplicati, portandosi a lire 40 mila per giornata,
  che significa un costo di lire 4 milioni per ettaro per un
  impiego di 100 giornate per ettaro all'anno.  Ciò ha creato,
  pur con sacche consistenti di lavoro nero, un notevole
  arretrato che pesa oggi sui bilanci e sulla stessa
  sopravvivenza delle aziende agricole.
     Per una esiziale coincidenza negli ultimi dodici anni vi è
  stata una micidiale sfilza di calamità naturali, sotto forma
  di grandine, gelate (ogni anno), siccità (1987-1990),
  nubifragi e piogge torrenziali (1995-1996).
     Proprio in questa primavera del 1998 si è abbattuta sulle
  gemme sbocciate dei vigneti precoci, di frutteti, ortaggi e
  agrumeti una vasta gelata che ha distrutto sul nascere le
  produzioni dell'anno.
     Spesso a tali sciagure si somma la crisi finanziaria di
  molte regioni meridionali e di organi periferici dello Stato
  (UTE, INPS-SCAU) che evidenziano vischiosità notevoli
  nell'applicazione di norme di legge per gli sgravi
  contributivi e fiscali a seguito di calamità naturali.
     In alcune di tali regioni (Puglia) la loro crisi dipende
  da buchi finanziari di precedenti gestioni e per i quali
  pagano rate di mutui per centinaia di miliardi di lire
  all'anno, per cui tolti i fondi vincolati e le spese per il
  personale, quelle obbligatorie e di funzionamento, rimane ben
  poco da spendere in investimenti per lo sviluppo e per eventi
  straordinari (calamità).  Perciò spesso succede che le citate
  regioni non paghino i danni derivanti dalle calamità passate,
  nonostante la gravosità e la dannosità degli eventi
  verificatisi.  Peraltro le sofferenze bancarie nel settore
  agricolo hanno superato da tempo (con il 23 per cento circa)
  quelle degli altri settori, tradizionalmente molto più a
  rischio di quello primario.  Ma nel sud tali sofferenze si
  raddoppiano; nella sola provincia di Taranto al 31 dicembre
  1997, questa percentuale era del 52 per cento, in
  controtendenza alla media nazionale.  Ciò non è solo frutto del
  differenziale di tasso tra nord e sud (3 per cento circa) e
  dei criteri di affidamento su base patrimoniale anziché
  imprenditoriale, ma è spia di un travaglio più grande, come di
  un meccanismo virtuoso che si è rotto.
     I maggiori (ed unici) progetti di sviluppo delle regioni,
  come i POP e il  Leader  II, per le difficoltà di
  reperimento delle risorse proprie, sono partiti più tardi e
  con contribuzioni meno allettanti per gli operatori; così si
  spiega che quasi tutte tali regioni sono al 38 per cento
  nell'utilizzo delle risorse comunitarie, appena sopra la
  soglia della revoca.
     Ma l'agricoltura intensiva e molto produttiva del sud
  accusa altre difficoltà di origine e matrice nazionale.
 
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     L'istituzione dell'imposta sul reddito delle attività
  produttive (IRAP) costituirà un notevole aumento del carico
  fiscale per l'agricoltura meridionale, che necessita di molta
  manodopera ed il cui costo diventa esso stesso imponibile.
     In tutti questi anni di calamità decretate ma non pagate,
  anche gli UTE non hanno applicato gli sgravi fiscali previsti
  per legge (testo unico delle imposte sui redditi, approvato
  con decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986) e
  l'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) non ha
  eseguito le norme della legge n. 185 del 1992 per una
  riduzione degli oneri previdenziali in occasioni analoghe.
     Si è constatata la mancata estensione all'agricoltura del
  "pacchetto Treu" sulle nuove assunzioni.
     Ma ancora, si assiste, per tante ragioni, alla mancanza di
  strutture associative territoriali; sono state riconosciute
  solo poche organizzazioni dei produttori, ai sensi del
  regolamento (CE) n. 2200/96 del Consiglio, del 28 ottobre
  1996, e pertanto, ai sensi della nuova organizzazione comune
  di mercato (OCM) ortofrutta, vengono perse quelle fonti
  finanziarie che possono ridare slancio allo sviluppo
  dell'agricoltura e all'occupazione.
     Nella filiera agro-alimentare meridionale mancano o
  scarseggiano le fasi extra-agricole a maggiore valore
  aggiunto, agro-industria e imprese produttrici di mezzi
  tecnici, ed un limite importante è costituito da una rete
  ferroviaria e di trasporti oggi del tutto inadeguata.
     In tutto questo le aziende agricole rischiano il collasso;
  i costi aziendali in costante ed inesorabile aumento, i prezzi
  che scendono strutturalmente, i debiti pregressi strangolano
  l'impresa agraria che più ha investito negli ultimi venti anni
  e ne impediscono qualsiasi azione di sviluppo.
     La particolarità dell'agricoltura di queste zone ubicate a
  macchia di leopardo, si può riassumere dunque nella prevalenza
  di produzioni intensive, caratterizzate da intensi
  investimenti di capitali e da forte esigenza di manodopera per
  ettaro, con produzione rivolta al mercato, di notevole
  vivacità imprenditoriale ma carente di infrastrutture, di
  occasioni extragricole nell'ambito della filiera
  agro-alimentare, e con notevoli ritardi della politica
  regionale.
     In questo ambito la politica nazionale di totale adesione
  all'Euro e alla globalizzazione dei mercati mondiali ha
  spiazzato tale agricoltura, già appesantita da costi alti e
  dal pregresso, ancora troppo polverizzata e frantumata e del
  tutto inadeguata sotto il profilo organizzativo.
     In questo momento le aziende mancano del necessario
  slancio per un rinnovato sviluppo, appesantito dal pregresso
  SCAU, da mutui e debitoria a tassi elevati.
     Diventa del tutto indispensabile un provvedimento che
  serva a rilanciare lo sviluppo, consolidando le passività
  aziendali, ammortizzandole in un lungo periodo e ai nuovi
  tassi.  Contemporaneamente va sollecitato lo svecchiamento
  dell'imprenditoria agricola, con il passaggio di aziende da
  padre a figlio, e promuovendo, con il consolidamento delle
  passività gravanti sull'azienda, quelle necessarie azioni di
  riconversione delle colture, di diversificazione di indirizzi
  e di riorganizzazione aziendale su basi di maggiore
  efficienza, che possano fare uscire l'azienda agricola
  dall'attuale profonda crisi, per ritrovare la via della
  redditività e sviluppare l'occupazione, mantenendo intatta la
  capacità produttiva complessiva.
 
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