| Onorevoli Colleghi! - Nel 1949 l'allora Ministro del
lavoro e della previdenza sociale Fanfani lanciò un programma
straordinario per combattere la disoccupazione costruendo
case, finanziato quasi esclusivamente con i salari dei
lavoratori dipendenti, attraverso un "risparmio forzato".
L'imposta dello 0,35 per cento a carico dei lavoratori è
presentata come contributo previdenziale ma, nei fatti, manca
la corrispondenza tra versamento e beneficio: i lavoratori
sono molti ma i beneficiari sono pochi, e si promettono
prestazioni che la quasi totalità dei contribuenti non potrà
mai godere, ma con la "illusione finanziaria" di voler
conferire un diritto costituzionale garantito in cambio di un
ticket di ingresso.
Allo scadere dei quattordici anni lo Stato aveva sborsato
di suo solo 190 miliardi di lire rispetto ai 630 prelevati dal
monte salari ed almeno 1.260 miliardi di lire che avrebbero
dovuto versare i datori di lavoro nello stesso periodo, per un
totale di 2.080 miliardi di lire di allora.
Con la legge 14 febbraio 1963, n. 60, viene "liquidato" il
patrimonio edilizio della gestione INA-Casa e si istituisce un
programma decennale di costruzione di alloggi per lavoratori
denominato GESCAL (Gestione case lavoratori); rimane il
contributo forzoso a carico dei lavoratori dipendenti secondo
una logica inversamente distributiva: una maggiore tassazione
del proprio salario in vista dell'acquisizione di un diritto,
che rimane comunque aleatorio.
I contributi saranno trattenuti dai datori di lavoro e
versati da questi entro dieci giorni alla GESCAL, insieme con
uno dei contributi della previdenza sociale (INPS), per
l'assicurazione contro le malattie (INAM) e per la
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corresponsione degli assegni familiari. Il contributo doveva
essere versato per sette anni a decorrere dal 1^ aprile 1963,
ma viene a più riprese "prorogato" fino ai nostri giorni
(prossima scadenza 31 dicembre 1998).
Con la legge 19 febbraio 1974, n. 9, si "liquida" la
GESCAL, l'ISES e l'INCIS, si sopprimono gli istituti e si
trasferisce il loro patrimonio alle amministrazioni
competenti, mentre i compiti di assegnazione degli alloggi già
costruiti passano agli istituti autonomi per le case popolari
(IACP), costituiti nel 1903 con la legge Luzzatti, con precisi
e fondamentali riferimenti normativi al testo unico delle
disposizioni sull'edilizia popolare ed economica, approvato
con regio decreto 28 aprile 1938, n. 1165, ed ai decreti del
Presidente della Repubblica n. 1035 e n. 1036 del 1972.
Diverse leggi successive, anche quelle straordinarie a
"favore degli sfratti", destinano sempre trattenute ai
programmi di edilizia popolare, ma si è in presenza di
complete ed ingiustificate "discrepanze" fra le cifre
stanziate e le somme ricavate o ricavabili dalle stesse:
infatti, nel "balletto" di istituzione e soppressione di enti,
di proroghe, di leggi speciali e straordinarie, di "emergenze
abitative", di eventi e catastrofi, di licenziamenti e cassa
integrazione, di interventi "urgenti", si perdono le tracce
della effettiva destinazione dei tributi GESCAL, e di altri
tributi analoghi.
Né il comitato per l'edilizia residenziale (CER) e nemmeno
la Sezione autonoma della Cassa depositi e prestiti, dove i
contributi sono versati, riescono a spiegare (o non vogliono
"rivelare") la effettiva consistenza dei versamenti destinati
allo scopo ed il loro "reale" utilizzo, in particolare da
parte del Ministero del tesoro e dei Ministeri dei lavori
pubblici, della sanità e della difesa, compreso quello del
lavoro e della previdenza sociale: sono plausibili, e
sarebbero da accertare in tutte le sedi, le supposizioni
relative alle evasioni contributive di imprese, enti pubblici
e privati, di "storni" su altri capitoli di bilancio, e
confermerebbero così l'ipotesi di un "uso Jolly " di un
tributo GESCAL (Piano sanitario nazionale, buco presso la
Cassa depositi e prestiti ad esso collegato, estinzione dei
debiti degli enti mutualistici disciolti nei confronti dello
Stato, ingresso dell'INPS e delle amministrazioni statali nel
settore pubblico: tutte operazioni fatte anche a spese del
settore abitativo pubblico e dei lavoratori senza casa).
Risulta parimenti una evasione contributiva da parte delle
aziende pari ad oltre 1.200 miliardi di lire all'anno, almeno
nel periodo esaminato 1978-1987, che si traduce in un
indiretto finanziamento delle aziende stesse a scapito dei
lavoratori e del loro problema casa, mentre la stragrande
maggioranza dei 12.759 miliardi di lire è stata "trattenuta"
per finanziare proprio le aziende che evadono la trattenuta
GESCAL.
Lo Stato, inoltre, attraverso il "gioco" dei residui
attivi e passivi si garantisce una massa di denaro spendibile
su altri fronti, salvo un "generico impegno" a reimmettere
presso la Sezione autonoma della Cassa depositi e prestiti i
fondi "stornati" su altri capitoli di bilancio: si creano in
questo modo dei residui "attivi" (cioè soldi non spesi per lo
scopo, perché nemmeno stanziati, in quanto esiste un "vuoto
legislativo" rispetto all'effettivo impegno) per riempire
questi "vuoti" con gli storni su altre "voci", attraverso
l'utilizzo "combinato" di articoli di legge costruiti ad
incastro (esempio: articolo 35 della legge n. 457 del 1978 che
prevede addirittura tre fonti di finanziamento per l'edilizia
residenziale pubblica).
Per scoprire il trucco bisognerebbe fare i conti e le
verifiche non sulle previsioni di entrata e nemmeno sui soldi
stanziati, ma sui fondi effettivamente erogati, e constatare
come in questo modo i residui "attivi" si trasformino in
"passivi" in quanto la Cassa depositi e prestiti non può
erogarli a causa della lentezza di regioni, comuni ed enti
gestori (esempio: nel decennio 1978-1987 su 23.612 miliardi di
lire di contributi GESCAL, ben 12.759 vengono "evasi" dalle
aziende, i rimanenti 10.853 miliardi di lire coprono gli
impegni di spesa del bilancio statale: e ciò viene dimostrato
dai 9.199 miliardi di lire di residui "passivi" presso la
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Cassa depositi e prestiti dei quali lo Stato si guarda bene
dall'accelerare l'uso, pur dichiarandone lo stanziamento: nei
fatti non li eroga per il "Piano casa").
Ecco spiegato il perché del bassissimo numero di alloggi
popolari realizzati in Italia rispetto ad altri Paesi europei,
rivelando un sistema "falsamente solidaristico" e vessatorio
nella creazione di una falsa coscienza del diritto alla casa
tuttora inesigibile, naturalmente per non mettere in
discussione i livelli della rendita immobiliare e locativa del
"mercato privato e speculativo".
Nei fatti si constata che gli unici contribuenti sono i
lavoratori dipendenti i quali sempre meno possono ottenere
l'assegnazione di alloggi popolari o l'accesso attraverso
questi alla prima ed unica abitazione, alla sicurezza ed alla
stabilità della casa.
Dalle tabelle e dalle relazioni "ufficiali" risulta in
piena evidenza che le somme effettivamente spese per
l'edilizia residenziale pubblica, e quelle "spendibili" (se
non dirottate in altri capitoli e diverse voci di bilancio)
sono stati sempre, e lo sono oggi, soltanto ed unicamente i
contributi GESCAL ed ex-GESCAL, mentre lo Stato di suo, e dal
suo bilancio con stanziamenti diretti, mette ben poco, mentre
in diversi periodi ed in più occasioni ha "drenato" dai fondi
GESCAL i miliardi "freschi" per coprire e sanare impegni
diversi. Infatti presso la Cassa depositi e prestiti esistono
in particolare due capitoli " ad hoc " gestiti e riferiti,
per la edilizia sovvenzionata (IACP, comuni, enti pubblici ed
altri) al capitolo del Ministero del tesoro del bilancio di
previsione, e per l'edilizia agevolata e convenzionata
(cooperative, società e privati) al Ministero dei lavori
pubblici, e tutti e due confluiscono nell'unica Sezione della
Cassa depositi e prestiti.
Anche recentemente (1992-1994) circa 6.870 miliardi di
lire non trasferiti sui conti correnti della Cassa depositi e
prestiti per l'edilizia residenziale pubblica, sono stati
"tamponati" con due girofondi dalla "sovvenzionata" alla
"agevolata" di ben 3 mila miliardi di lire e "coperti" con le
risorse provenienti dai fondi ex-GESCAL e destinati invece
all'edilizia sovvenzionata: cioè, ad esempio, il Ministero del
tesoro non trasferisce i fondi iscritti a bilancio presso la
Cassa depositi e prestiti, come si è verificato per i 1000
miliardi di lire di finanziamento del decreto-legge n. 9 del
1982, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 94 del
1982, e del decreto-legge n. 12 del 1985, convertito, con
modificazioni, dalla legge n. 118 del 1985, mentre lo stesso
Ministero del tesoro al 18 settembre 1997 ancora non provvede
al reintegro dei "girofondi", pari a 6.870 miliardi di lire,
autorizzati con decreto ministeriale 29 luglio 1994, per il
trasferimento alle regioni delle annualità 1993, 1994, 1995 e
1996 e per i programmi straordinari CER per i quali,
utilizzate le giacenze di cassa, risultavano scoperti dei
fondi necessari al pagamento delle annualità slittate,
pagamento temporaneamente fronteggiato con le risorse invece
destinate all'edilizia sovvenzionata provenienti dai fondi
ex-GESCAL, che, comunque, avranno termine con il 31 dicembre
1998.
E' opportuno, comunque, per avere un quadro completo della
situazione di fatto e di quanto non è stato fatto nel settore
della edilizia residenziale pubblica e nella utilizzazione dei
cosiddetti "fondi ex-GESCAL" di cui trattasi, evidenziare i
seguenti prospetti e schemi riassuntivi elaborati dai dati
forniti dall'ultima relazione del Ministero dei lavori
pubblici e del Comitato per l'edilizia residenziale:
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PROSPETTO DEI FINANZIAMENTI DI EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA
CON I FONDI EX-GESCAL RELATIVAMENTE AL PERIODO 1978-31
dicembre 1997 IN ATTUAZIONE DEL "Piano Decennale Casa"
(dati elaborati su fonte Ministero dei lavori pubblici e
CER)
(omissis).
(somme in miliardi di lire)
(omissis).
RIPARTIZIONE ED EROGAZIONI DEI FONDI GESCAL DAL 1987 AL
(omissis).
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Nell'edilizia sovvenzionata si impegnano meno fondi
rispetto a quelli ripartiti dal CER e meno ancora se ne
spendono rispetto a quelli erogati e impegnati presso la Cassa
depositi e prestiti, trasformandosi in "residui attivi" subito
ritrasformati in "residui passivi" ed impiegati e stornati in
altre "voci" del bilancio dello Stato.
Nell'edilizia agevolata, invece, si impegnano più fondi
rispetto a quelli ripartiti e se ne spendono, rispetto a
quelli erogati, ancora di più, ma sempre di meno rispetto a
quelli "impegnati e disponibili": sta anche qui l'arcano
dell'uso dei fondi GESCAL rispetto agli obiettivi previsti
dalle leggi istitutive del "tributo obbligatorio"?
Allo stato attuale circa 800 mila nuclei familiari
risultano assegnatari di alloggi pubblici gestiti da specifici
"enti" quali gli IACP e le aziende territoriali edilizia
residenziale (ATER) che hanno raccolto le gestioni passate
dell'INA-casa e della GESCAL. Moltissime famiglie occupano,
tra l'altro, da oltre venti, trenta e fin anche quaranta anni,
tali alloggi di edilizia popolare ex- INA casa,
ex- GESCAL e IACP assegnati con regolare bando di
concorso ed anche con l'intesa-promessa di entrarne in
possesso stabilmente, e dopo un certo numero di anni in
locazione, attraverso il cosiddetto "riscatto" graduale e
l'uso corretto e costituzionale del risparmio popolare per
permettere anche alle famiglie più deboli e cosiddette
"popolari" l'accesso alla "prima casa". Lo Stato però, che
pure ha contribuito con il solo 4,5 per cento del monte GESCAL
alla loro costruzione, si è nei fatti appropriato di un bene
sociale degli stessi lavoratori e, con la legge 24 dicembre
1993, n. 560, ha deciso di sana pianta, e per coprire tutta
una serie di debiti pregressi degli enti gestori e di altri
organi amministrativi, di mettere in vendita, a prezzi di
mercato speculativo "privato" assolutamente inaccessibili per
la maggior parte delle famiglie attualmente assegnatarie, le
quali tra l'altro rischiano concretamente di perdere la loro
abitazione a favore di banche, finanziarie, società
immobiliari, cooperative e loro consorzi, imprese ed agenzie
varie che ne assumeranno nel frattempo la gestione diretta.
E' chiaro a tutti che ciò è inaccettabile e che occorre
trovare una soluzione equa e dignitosa rispetto alla legge 24
dicembre 1993, n. 560, che ha creato un vero e proprio dramma
alle famiglie, molte delle quali composte da anziani e
lavoratori alle soglie della vecchiaia e che si vedono
minacciati dalla vendita "a terzi estranei" e dalla famigerata
"mobilità obbligatoria", provocando uno stato di agitazione ed
una insicurezza della abitazione che molti di loro non avevano
previsto, dopo anni di lotta impari per cercare di impedire il
degrado delle abitazioni e dei quartieri popolari, nelle quali
hanno effettuato direttamente opere e lavori di manutenzione e
riqualificazione, versando per anni ed anni canoni di affitto
sostanzialmente "a fondo perduto" e rischiando addirittura di
precipitare così, in brevissimo tempo, nella assoluta
precarietà e conseguente stato di povertà ed indigenza a causa
della perdita dell'abitazione.
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