| Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge,
con cui si intende avviare a soluzione il problema dei
lavoratori adibiti a lavori socialmente utili nella pubblica
amministrazione, è stata elaborata, anche nella sua premessa
economico-sociale, dal Centro studi trasformazioni
economico-sociali (Cestes-Proteo), diretto dal professor
Luciano Vasapollo, in collaborazione con l'Associazione
progetto diritti e la Federazione delle rappresentanze
sindacali di base.
Negli ultimi decenni con l'esaurirsi della crescita del
mercato mondiale, con i processi di globalizzazione e
finanziarizzazione dell'economia, con l'imposizione della
ristrutturazione del modello produttivo in aree di intervento
territorialmente definite (vedi Europa di Maastricht),
finalizzate ad una interpretazione in termini di conflitto
della concorrenza internazionale, si è determinata una
situazione ancora più sfavorevole allo sviluppo occupazionale.
Se a ciò si aggiunge l'incremento di produttività dovuto
all'innovazione tecnologica, che non si è tramutato in
maggiori possibilità di sviluppo per l'intera collettività
internazionale né in un'equa redistribuzione della ricchezza
sociale prodotta, ma in semplici incrementi di profitto, si
capisce ancor più come la disoccupazione abbia assunto un
connotato strutturale e non più congiunturale.
Va rilevato che questa "tragica diminuzione"
dell'occupazione non è un fenomeno nuovo dal momento che già
alcuni "padri" del pensiero economico sostenevano che la
disoccupazione sarebbe derivata sempre più dall'innovazione
tecnologica, poiché l'introduzione di nuove tecniche di
produzione risparmia lavoratori ma non lavoro, e che tale
processo è irreversibile dal momento che l'andamento
occupazionale segue quello della produzione solo quando
quest'ultima è in fase discendente.
Il mercato europeo è stato fortemente condizionato dalle
scelte della Germania che, in seguito alla riunificazione, ha
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cercato di equilibrare la propria bilancia dei pagamenti
attuando una politica molto restrittiva che, tra l'altro, ha
influenzato l'intera costruzione dell'Unione europea.
Il modello economico italiano si è distinto per una
accentuazione dei processi di deindustrializzazione a
vantaggio dello sviluppo di un terziario, spesso non ufficiale
e a scarso contenuto di diritti che, accompagnato da
preordinate manovre a prevalente contenuto finanziario, hanno
reso più debole il sistema produttivo e sempre più precario il
reddito disponibile per le famiglie. Distogliere risorse agli
investimenti produttivi privati, colpire la spesa pubblica
(sia quella indirizzata all'assistenza sia quella finalizzata
agli investimenti) abbattendo nei fatti il ruolo di uno Stato
regolatore e occupatore, ha prodotto principalmente "bolle
finanziarie", speculazioni finanziare che inseguono facili
profitti e che, in sostanza, oltre a non produrre ricchezza
non creano posti di lavoro.
Il processo di globalizzazione che ha investito i mercati
mondiali sta portando non tanto ad una scomparsa del lavoro
quanto ad una sua distribuzione "selvaggia"; ci si trova
infatti davanti da un lato a persone che non trovano lavoro e
non riescono a sopravvivere e dall'altro a persone che
arrivano a lavorare fino a sessanta ore in una settimana. La
crisi dei lavori tradizionali, la mancanza di adeguati
processi di formazione, il prevalere della produzione di
servizi su quella di beni materiali, il dominio dei lavori
intellettuali su quelli manuali e ripetitivi, ha portato ad
uno squilibrio nel sistema occupazionale. Il lavoro è,
infatti, sempre più monopolizzato da coloro che detengono la
risorsa immateriale dell'informazione, della comunicazione
conoscitiva, del sapere. In questa situazione è evidente che
la grande industria non è più in grado di rappresentare il
"serbatoio occupazionale" per eccellenza. Anzi, si sta
verificando il fenomeno opposto (si vedano i numerosi
licenziamenti di questi ultimi anni, la delocalizzazione
produttiva, la costituzione di veri e propri "reparti
confino", il ricorso sempre più massiccio da parte delle
imprese a commesse in lavoro nero, grigio, sottopagato e senza
diritti). D'altro canto le scelte monetariste e
deflazionistiche del modello economico italiano e
internazionale relegano le amministrazioni pubbliche ad un
ruolo occupazionale secondario, residuale e, comunque,
subordinato agli inte ressi delle grandi imprese private, non
permettendo più l'assorbimento di quella parte di offerta di
forza lavoro eccedente sul mercato e che dovrebbe essere
indirizzata ad un rafforzamento efficiente dei servizi
pubblici. A questo punto è chiaro come sia anche diminuita
l'importanza del ruolo dello Stato nel processo di formazione
dei lavoratori che, in un contesto di terziarizzazione
accelerata, devono essere costantemente riqualificati,
salvaguardati, inseriti in processi di formazione continua per
tutto l'arco di vita. Infatti la formazione sempre più diverrà
un elemento che caratterizza il nuovo modo di lavorare,
indispensabile per coloro che intendono conquistare nel lavoro
sempre nuovi spazi di decisione, e in questo contesto lo Stato
deve svolgere un ruolo primario sia nei processi di
scolarizzazione sia in quelli di formazione continua e sia,
infine, nella capacità di creare occupazione in lavori non
necessariamente di tipo mercantile. L'occupazione dovrà, anzi,
essere sempre più finalizzata ai nuovi bisogni, in un modello
di sviluppo non basato esclusivamente sulla crescita della
ricchezza materiale ma sull'ampliamento delle risorse
immateriali disponibili per tutta la collettività, in un
contesto, quindi, di sviluppo solidale e ad alti connotati di
compatibilità sociale ed ambientale. E' proprio in tale
contesto che la soluzione più praticabile diventa quella di
creare nuovi lavori e di redistribuire il lavoro esistente. E'
fondamentale, pertanto, puntare sui lavori socialmente
necessari, a forte connotato ecocompatibile e di pubblica
utilità (protezione ambientale, servizi sociali e assistenza
per giovani, anziani, malati, disadattati, occupazione per il
tempo libero e per i bisogni culturali e formativi,
solidarietà sociale in genere) che creano occupazione ma nel
contempo producono beni e servizi di cui oggi vi è bisogno, ma
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di cui scarsa è l'offerta. Si può così sostituire alla logica
della produzione esclusivamente di merci, spesso superflue, ma
comunque finalizzata al profitto d'impresa, la realizzazione
di servizi pubblici essenziali oggi non disponibili. Anche se
i lavori ad alto contenuto sociale e ambientale (questi sì
davvero socialmente necessari) non possono rappresentare da
soli la soluzione al problema dell'occupazione, oggi
costituiscono comunque uno strumento valido per rilanciare il
ruolo di uno Stato interventista ed occupatore andando
incontro a nuovi bisogni, prevalentemente di natura
immateriale, e aiutando nel contempo le persone in situazioni
disagiate. Il lavoro di pubblica utilità a connotato sociale e
ambientale può diventare allora un momento di promozione
occupazionale che si va articolando attraverso iniziative che
coinvolgono disoccupati, cassintegrati, lavoratori in mobilità
per interventi di interesse generale, al fine di realizzare
opere e servizi di utilità pubblica ad alto connotato di
eco-socio-compatibilità.
Il campo di applicazione finora dei lavori socialmente
utili è stato vasto (cura e sostegno dell'infanzia; raccolta
differenziata, gestione delle discariche e degli impianti per
il trattamento di rifiuti solidi urbani; miglioramento della
rete idrica, piani di recupero, conservazione e
riqualificazione di aree urbane) ma ha seguito le vecchie
impostazioni assistenzialiste facendo mantenere ai lavoratori
il loro stato di disoccupazione, trasformandoli di fatto in
lavoratori precari, sottopagati e senza alcuna prospettiva di
un lavoro stabile, a pieno salario e a pieni diritti.
La presente proposta di legge parte, quindi, dalla
considerazione della presenza di migliaia di lavoratori
impiegati in cosiddetti "lavori socialmente utili" nell'ambito
di attività proprie delle amministrazioni pubbliche, che
svolgono da mesi o addirittura da anni funzioni essenziali per
l'espletamento dei compiti istituzionali degli enti, che hanno
accumulato un bagaglio di esperienza e di preparazione che
costituisce un patrimonio non facilmente sostituibile, se non
attraverso costose e lunghe nuove procedure di formazione.
Siamo in presenza di personale assunto precariamente,
anche per lo svolgimento di compiti ed attività non
tradizionalmente propri delle amministrazioni pubbliche, ma
avvertiti dalla pubblica opinione come essenziali ed
ineludibili (si pensi alla protezione dell'ambiente ed alla
tutela del territorio e del patrimonio storico, artistico o
paesaggistico). D'altro canto vi è la necessità di provvedere
ad una sempre più macroscopica carenza di organico da parte
del complesso delle amministrazioni pubbliche aggravata - per
esigenze connesse al ripianamento dei conti pubblici - dal
blocco (totale o parziale) delle assunzioni che si è
determinato negli ultimi anni. Se si effettua un'analisi
relativamente ai dati dell'anno 1997 rispetto all'anno 1996,
la sostanziale tendenza alla diminuzione del personale è
ancora più evidente. Infatti, anche considerando il personale
di ruolo in servizio di una sola parte dell'amministrazione
centrale (Ministeri, scuola, aziende autonome, enti di
ricerca, magistratura e carriera prefettizia, che nel loro
totale rappresentano circa il 65 per cento dei dipendenti
dello Stato, delle aziende autonome ed enti assimilati) si ha,
fra il dicembre 1997 e il dicembre 1996, una variazione
percentuale del 2,59 per cento in meno, che rappresenta
un'ulteriore perdita netta di occupati, solo per i predetti
comparti, di oltre 35 mila posti di lavoro. Si può certamente
affermare che tra fine 1992 e fine 1997, in totale si è
registrata una forte diminuzione netta delle unità di lavoro
dipendenti nelle amministrazioni pubbliche ammontante a oltre
180 mila unità. A fronte di tale ultimo dato si consideri che
al 31 dicembre 1997 risultavano 120.213 i lavoratori impiegati
in lavori socialmente utili che fruivano di sussidio di
disoccupazione (si tratta cioè di disoccupati di lunga durata)
mentre le altre categorie di lavoratori (ad esempio, lista
lavoratori impiegati in lavori socialmente utili, provenienti
da cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS), lista
lavoratori impiegati in lavori socialmente utili provenienti
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da mobilità, eccetera) sono circa 20 mila, per un totale
complessivo di lavoratori impiegati in lavori socialmente
utili di circa 140 mila. Ne deriva, pertanto, che ristabilendo
semplicemente il livello occupazionale nelle amministrazioni
pubbliche del 1992 si potrebbero assumere in pianta stabile,
con pieno salario e pieni diritti, tutti gli attuali
lavoratori addetti ai lavori socialmente utili e qualche altra
decina di migliaia di disoccupati. Tale numero di nuovi
occupati aumenterebbe ulteriormente se il Governo rilanciasse
politiche macroeconomiche per investimenti pubblici
finalizzati alla nuova occupazione.
Le risorse finanziarie aggiuntive per l'immediata
assunzione di tutti i lavoratori addetti ai lavori socialmente
utili ammonterebbe a circa 4 mila miliardi di lire. Tale cifra
ci sembra di per sé "molto ragionevole" se si considera che la
previsione di spesa per l'anno 1998 per le politiche attive
del lavoro è di lire 3.280 miliardi, quella per le politiche
passive è di lire 18 mila miliardi e gli incentivi
all'occupazione sono di circa lire 15 mila miliardi. Inoltre,
come dato a consuntivo (e quindi non previsionale) si tenga
conto che nel 1996 le amministrazioni pubbliche hanno erogato
alle imprese oltre 29 mila miliardi di lire di contributo alla
produzione, oltre 8 mila miliardi di lire sono stati erogati
per contributi alle istituzioni sociali private e oltre 25
mila miliardi di lire sono stati i contributi concessi alle
imprese per investimenti.
A fronte della drammaticità che si può evincere dal
precedente quadro macroeconomico, il quale renderebbe
necessario ed immediato un rafforzamento delle politiche
occupazionali pubbliche, degli investimenti pubblici e delle
prestazioni sociali, si susseguono proposte, provenienti da
partiti di destra e di sinistra, dalla Confindustria, dalla
Banca d'Italia, dai sindacati confederali, fino a una folta
schiera di economisti e di centri studi, che spingono sempre
più alla realizzazione di un modello sociale ed economico che
individua lo Stato non più come garante e regolatore dei
conflitti ma come parte in causa a difesa della centralità non
solo economica ma anche sociale dell'impresa ed interprete
sociale della logica, degli obiettivi e della cultura di un
mercato sempre più deregolamentato.
La presente proposta di legge, anche al fine di sanare una
ingiusta e precaria collocazione occupazionale di migliaia di
giovani e di disoccupati, prevede un censimento delle carenze
di organico da parte delle amministrazioni pubbliche e la
formazione di "bacini" su base regionale formati da lavoratori
utilizzati in progetti di lavori socialmente utili, cui
dovranno attingere - per la copertura delle carenze di
organico rilevate - i diversi enti pubblici (di rilevanza
locale, regionale o interregionale) operanti nel territorio
della regione. La presente proposta di legge prevede, altresì,
disposizioni in ordine alle procedure di selezione del nuovo
personale, al riconoscimento ai fini pensionistici
dell'attività svolta nell'ambito di lavori socialmente utili,
al "prepensionamento" di chi ha avuto accesso ai lavori
socialmente utili dalla collocazione in cassa integrazione di
guadagni straordinari, alla proroga - in via transitoria - dei
lavori socialmente utili con previsione di adeguamento del
trattamento economico e normativo di tali lavoratori a quello
delle corrispondenti qualifiche del pubblico impiego, nonché
norme sulla copertura finanziaria basate sulla tassazione
delle transazioni internazionali di capitale finanziario a
carattere speculativo (Tobin Tax), sull'aumento della
imposizione indiretta sui beni fiscali di investimento e sulla
tassazione dell'innovazione tecnologica che determina
disoccupazione. In tal modo si può invertire la tendenza del
regime fiscale del nostro Paese, ponendo come perno centrale
delle politiche economiche e fiscali la tassazione dei redditi
da capitale e la tassazione delle transazioni internazionali
di capitale finanziario a carattere speculativo, accompagnate
da una seria lotta all'evasione ed all'elusione fiscale. Si
possono così ampliare le possibilità di intervento dello Stato
sociale, abbandonando le politiche monetariste restrittive, le
politiche neo-liberiste dei tagli alla spesa sociale, della
mobilità e della flessibilità; abbandonando la logica di un
sistema dei diritti che si trasforma in benevola carità
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cristiana puntando su finti lavori a sfondo assistenzialistico
e su un terzo settore, un volontariato che non deve sostituire
il Welfare State; ma piuttosto bisogna realizzare una
incisiva politica delle entrate che finalmente punti
direttamente alla riduzione dell'evasione fiscale e alla
tassazione dei capitali. Bisogna allora trovare politiche,
sistemi di controllo in grado effettivamente di snidare i
grandi evasori fiscali, con un profitto e una rendita che non
siano di fatto esentati dalla contribuzione; invertendo così
la tendenza che vede ormai dal 1970 la quota dei trasferimenti
di reddito allo Stato sempre più aumentare a scapito dei
lavoratori, delle famiglie, e a vantaggio delle imprese.
Un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto
di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria
e corretta politica sociale e occupazionale non più basata
sull'assistenzialismo e sulle spese improduttive, ma su un
percorso verso un progetto di una reale democrazia economica
dello sviluppo della solidarietà sociale e del lavoro.
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