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Testi integrali degli Atti Parlamentari della XIII Legislatura

Documento


60683
DDL5066-0002
Progetto di legge Camera n. 5066 - testo presentato - (DDL13-5066)
(suddiviso in 13 Unità Documento)
Unità Documento n.2 (che inizia a pag.1 dello stampato)
...C5066. TESTIPDL
...C5066.
RELAZIONE
ZZDDL ZZDDLC ZZNONAV ZZDDLC5066 ZZ13 ZZRL ZZPR
     Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge,
  con cui si intende avviare a soluzione il problema dei
  lavoratori adibiti a lavori socialmente utili nella pubblica
  amministrazione, è stata elaborata, anche nella sua premessa
  economico-sociale, dal Centro studi trasformazioni
  economico-sociali (Cestes-Proteo), diretto dal professor
  Luciano Vasapollo, in collaborazione con l'Associazione
  progetto diritti e la Federazione delle rappresentanze
  sindacali di base.
     Negli ultimi decenni con l'esaurirsi della crescita del
  mercato mondiale, con i processi di globalizzazione e
  finanziarizzazione dell'economia, con l'imposizione della
  ristrutturazione del modello produttivo in aree di intervento
  territorialmente definite (vedi Europa di Maastricht),
  finalizzate ad una interpretazione in termini di conflitto
  della concorrenza internazionale, si è determinata una
  situazione ancora più sfavorevole allo sviluppo occupazionale.
  Se a ciò si aggiunge l'incremento di produttività dovuto
  all'innovazione tecnologica, che non si è tramutato in
  maggiori possibilità di sviluppo per l'intera collettività
  internazionale né in un'equa redistribuzione della ricchezza
  sociale prodotta, ma in semplici incrementi di profitto, si
  capisce ancor più come la disoccupazione abbia assunto un
  connotato strutturale e non più congiunturale.
     Va rilevato che questa "tragica diminuzione"
  dell'occupazione non è un fenomeno nuovo dal momento che già
  alcuni "padri" del pensiero economico sostenevano che la
  disoccupazione sarebbe derivata sempre più dall'innovazione
  tecnologica, poiché l'introduzione di nuove tecniche di
  produzione risparmia lavoratori ma non lavoro, e che tale
  processo è irreversibile dal momento che l'andamento
  occupazionale segue quello della produzione solo quando
  quest'ultima è in fase discendente.
     Il mercato europeo è stato fortemente condizionato dalle
  scelte della Germania che, in seguito alla riunificazione, ha
 
                               Pag. 2
 
  cercato di equilibrare la propria bilancia dei pagamenti
  attuando una politica molto restrittiva che, tra l'altro, ha
  influenzato l'intera costruzione dell'Unione europea.
     Il modello economico italiano si è distinto per una
  accentuazione dei processi di deindustrializzazione a
  vantaggio dello sviluppo di un terziario, spesso non ufficiale
  e a scarso contenuto di diritti che, accompagnato da
  preordinate manovre a prevalente contenuto finanziario, hanno
  reso più debole il sistema produttivo e sempre più precario il
  reddito disponibile per le famiglie.  Distogliere risorse agli
  investimenti produttivi privati, colpire la spesa pubblica
  (sia quella indirizzata all'assistenza sia quella finalizzata
  agli investimenti) abbattendo nei fatti il ruolo di uno Stato
  regolatore e occupatore, ha prodotto principalmente "bolle
  finanziarie", speculazioni finanziare che inseguono facili
  profitti e che, in sostanza, oltre a non produrre ricchezza
  non creano posti di lavoro.
     Il processo di globalizzazione che ha investito i mercati
  mondiali sta portando non tanto ad una scomparsa del lavoro
  quanto ad una sua distribuzione "selvaggia"; ci si trova
  infatti davanti da un lato a persone che non trovano lavoro e
  non riescono a sopravvivere e dall'altro a persone che
  arrivano a lavorare fino a sessanta ore in una settimana.  La
  crisi dei lavori tradizionali, la mancanza di adeguati
  processi di formazione, il prevalere della produzione di
  servizi su quella di beni materiali, il dominio dei lavori
  intellettuali su quelli manuali e ripetitivi, ha portato ad
  uno squilibrio nel sistema occupazionale.  Il lavoro è,
  infatti, sempre più monopolizzato da coloro che detengono la
  risorsa immateriale dell'informazione, della comunicazione
  conoscitiva, del sapere.  In questa situazione è evidente che
  la grande industria non è più in grado di rappresentare il
  "serbatoio occupazionale" per eccellenza.  Anzi, si sta
  verificando il fenomeno opposto (si vedano i numerosi
  licenziamenti di questi ultimi anni, la delocalizzazione
  produttiva, la costituzione di veri e propri "reparti
  confino", il ricorso sempre più massiccio da parte delle
  imprese a commesse in lavoro nero, grigio, sottopagato e senza
  diritti).  D'altro canto le scelte monetariste e
  deflazionistiche del modello economico italiano e
  internazionale relegano le amministrazioni pubbliche ad un
  ruolo occupazionale secondario, residuale e, comunque,
  subordinato agli inte ressi delle grandi imprese private, non
  permettendo più l'assorbimento di quella parte di offerta di
  forza lavoro eccedente sul mercato e che dovrebbe essere
  indirizzata ad un rafforzamento efficiente dei servizi
  pubblici.  A questo punto è chiaro come sia anche diminuita
  l'importanza del ruolo dello Stato nel processo di formazione
  dei lavoratori che, in un contesto di terziarizzazione
  accelerata, devono essere costantemente riqualificati,
  salvaguardati, inseriti in processi di formazione continua per
  tutto l'arco di vita.  Infatti la formazione sempre più diverrà
  un elemento che caratterizza il nuovo modo di lavorare,
  indispensabile per coloro che intendono conquistare nel lavoro
  sempre nuovi spazi di decisione, e in questo contesto lo Stato
  deve svolgere un ruolo primario sia nei processi di
  scolarizzazione sia in quelli di formazione continua e sia,
  infine, nella capacità di creare occupazione in lavori non
  necessariamente di tipo mercantile.  L'occupazione dovrà, anzi,
  essere sempre più finalizzata ai nuovi bisogni, in un modello
  di sviluppo non basato esclusivamente sulla crescita della
  ricchezza materiale ma sull'ampliamento delle risorse
  immateriali disponibili per tutta la collettività, in un
  contesto, quindi, di sviluppo solidale e ad alti connotati di
  compatibilità sociale ed ambientale.  E' proprio in tale
  contesto che la soluzione più praticabile diventa quella di
  creare nuovi lavori e di redistribuire il lavoro esistente.  E'
  fondamentale, pertanto, puntare sui lavori socialmente
  necessari, a forte connotato ecocompatibile e di pubblica
  utilità (protezione ambientale, servizi sociali e assistenza
  per giovani, anziani, malati, disadattati, occupazione per il
  tempo libero e per i bisogni culturali e formativi,
  solidarietà sociale in genere) che creano occupazione ma nel
  contempo producono beni e servizi di cui oggi vi è bisogno, ma
 
                               Pag. 3
 
  di cui scarsa è l'offerta.  Si può così sostituire alla logica
  della produzione esclusivamente di merci, spesso superflue, ma
  comunque finalizzata al profitto d'impresa, la realizzazione
  di servizi pubblici essenziali oggi non disponibili.  Anche se
  i lavori ad alto contenuto sociale e ambientale (questi sì
  davvero socialmente necessari) non possono rappresentare da
  soli la soluzione al problema dell'occupazione, oggi
  costituiscono comunque uno strumento valido per rilanciare il
  ruolo di uno Stato interventista ed occupatore andando
  incontro a nuovi bisogni, prevalentemente di natura
  immateriale, e aiutando nel contempo le persone in situazioni
  disagiate.  Il lavoro di pubblica utilità a connotato sociale e
  ambientale può diventare allora un momento di promozione
  occupazionale che si va articolando attraverso iniziative che
  coinvolgono disoccupati, cassintegrati, lavoratori in mobilità
  per interventi di interesse generale, al fine di realizzare
  opere e servizi di utilità pubblica ad alto connotato di
  eco-socio-compatibilità.
     Il campo di applicazione finora dei lavori socialmente
  utili è stato vasto (cura e sostegno dell'infanzia; raccolta
  differenziata, gestione delle discariche e degli impianti per
  il trattamento di rifiuti solidi urbani; miglioramento della
  rete idrica, piani di recupero, conservazione e
  riqualificazione di aree urbane) ma ha seguito le vecchie
  impostazioni assistenzialiste facendo mantenere ai lavoratori
  il loro stato di disoccupazione, trasformandoli di fatto in
  lavoratori precari, sottopagati e senza alcuna prospettiva di
  un lavoro stabile, a pieno salario e a pieni diritti.
     La presente proposta di legge parte, quindi, dalla
  considerazione della presenza di migliaia di lavoratori
  impiegati in cosiddetti "lavori socialmente utili" nell'ambito
  di attività proprie delle amministrazioni pubbliche, che
  svolgono da mesi o addirittura da anni funzioni essenziali per
  l'espletamento dei compiti istituzionali degli enti, che hanno
  accumulato un bagaglio di esperienza e di preparazione che
  costituisce un patrimonio non facilmente sostituibile, se non
  attraverso costose e lunghe nuove procedure di formazione.
     Siamo in presenza di personale assunto precariamente,
  anche per lo svolgimento di compiti ed attività non
  tradizionalmente propri delle amministrazioni pubbliche, ma
  avvertiti dalla pubblica opinione come essenziali ed
  ineludibili (si pensi alla protezione dell'ambiente ed alla
  tutela del territorio e del patrimonio storico, artistico o
  paesaggistico).  D'altro canto vi è la necessità di provvedere
  ad una sempre più macroscopica carenza di organico da parte
  del complesso delle amministrazioni pubbliche aggravata - per
  esigenze connesse al ripianamento dei conti pubblici - dal
  blocco (totale o parziale) delle assunzioni che si è
  determinato negli ultimi anni.  Se si effettua un'analisi
  relativamente ai dati dell'anno 1997 rispetto all'anno 1996,
  la sostanziale tendenza alla diminuzione del personale è
  ancora più evidente.  Infatti, anche considerando il personale
  di ruolo in servizio di una sola parte dell'amministrazione
  centrale (Ministeri, scuola, aziende autonome, enti di
  ricerca, magistratura e carriera prefettizia, che nel loro
  totale rappresentano circa il 65 per cento dei dipendenti
  dello Stato, delle aziende autonome ed enti assimilati) si ha,
  fra il dicembre 1997 e il dicembre 1996, una variazione
  percentuale del 2,59 per cento in meno, che rappresenta
  un'ulteriore perdita netta di occupati, solo per i predetti
  comparti, di oltre 35 mila posti di lavoro.  Si può certamente
  affermare che tra fine 1992 e fine 1997, in totale si è
  registrata una forte diminuzione netta delle unità di lavoro
  dipendenti nelle amministrazioni pubbliche ammontante a oltre
  180 mila unità.  A fronte di tale ultimo dato si consideri che
  al 31 dicembre 1997 risultavano 120.213 i lavoratori impiegati
  in lavori socialmente utili che fruivano di sussidio di
  disoccupazione (si tratta cioè di disoccupati di lunga durata)
  mentre le altre categorie di lavoratori (ad esempio, lista
  lavoratori impiegati in lavori socialmente utili, provenienti
  da cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS), lista
  lavoratori impiegati in lavori socialmente utili provenienti
 
                               Pag. 4
 
  da mobilità, eccetera) sono circa 20 mila, per un totale
  complessivo di lavoratori impiegati in lavori socialmente
  utili di circa 140 mila.  Ne deriva, pertanto, che ristabilendo
  semplicemente il livello occupazionale nelle amministrazioni
  pubbliche del 1992 si potrebbero assumere in pianta stabile,
  con pieno salario e pieni diritti, tutti gli attuali
  lavoratori addetti ai lavori socialmente utili e qualche altra
  decina di migliaia di disoccupati.  Tale numero di nuovi
  occupati aumenterebbe ulteriormente se il Governo rilanciasse
  politiche macroeconomiche per investimenti pubblici
  finalizzati alla nuova occupazione.
     Le risorse finanziarie aggiuntive per l'immediata
  assunzione di tutti i lavoratori addetti ai lavori socialmente
  utili ammonterebbe a circa 4 mila miliardi di lire.  Tale cifra
  ci sembra di per sé "molto ragionevole" se si considera che la
  previsione di spesa per l'anno 1998 per le politiche attive
  del lavoro è di lire 3.280 miliardi, quella per le politiche
  passive è di lire 18 mila miliardi e gli incentivi
  all'occupazione sono di circa lire 15 mila miliardi.  Inoltre,
  come dato a consuntivo (e quindi non previsionale) si tenga
  conto che nel 1996 le amministrazioni pubbliche hanno erogato
  alle imprese oltre 29 mila miliardi di lire di contributo alla
  produzione, oltre 8 mila miliardi di lire sono stati erogati
  per contributi alle istituzioni sociali private e oltre 25
  mila miliardi di lire sono stati i contributi concessi alle
  imprese per investimenti.
     A fronte della drammaticità che si può evincere dal
  precedente quadro macroeconomico, il quale renderebbe
  necessario ed immediato un rafforzamento delle politiche
  occupazionali pubbliche, degli investimenti pubblici e delle
  prestazioni sociali, si susseguono proposte, provenienti da
  partiti di destra e di sinistra, dalla Confindustria, dalla
  Banca d'Italia, dai sindacati confederali, fino a una folta
  schiera di economisti e di centri studi, che spingono sempre
  più alla realizzazione di un modello sociale ed economico che
  individua lo Stato non più come garante e regolatore dei
  conflitti ma come parte in causa a difesa della centralità non
  solo economica ma anche sociale dell'impresa ed interprete
  sociale della logica, degli obiettivi e della cultura di un
  mercato sempre più deregolamentato.
     La presente proposta di legge, anche al fine di sanare una
  ingiusta e precaria collocazione occupazionale di migliaia di
  giovani e di disoccupati, prevede un censimento delle carenze
  di organico da parte delle amministrazioni pubbliche e la
  formazione di "bacini" su base regionale formati da lavoratori
  utilizzati in progetti di lavori socialmente utili, cui
  dovranno attingere - per la copertura delle carenze di
  organico rilevate - i diversi enti pubblici (di rilevanza
  locale, regionale o interregionale) operanti nel territorio
  della regione.  La presente proposta di legge prevede, altresì,
  disposizioni in ordine alle procedure di selezione del nuovo
  personale, al riconoscimento ai fini pensionistici
  dell'attività svolta nell'ambito di lavori socialmente utili,
  al "prepensionamento" di chi ha avuto accesso ai lavori
  socialmente utili dalla collocazione in cassa integrazione di
  guadagni straordinari, alla proroga - in via transitoria - dei
  lavori socialmente utili con previsione di adeguamento del
  trattamento economico e normativo di tali lavoratori a quello
  delle corrispondenti qualifiche del pubblico impiego, nonché
  norme sulla copertura finanziaria basate sulla tassazione
  delle transazioni internazionali di capitale finanziario a
  carattere speculativo  (Tobin Tax),  sull'aumento della
  imposizione indiretta sui beni fiscali di investimento e sulla
  tassazione dell'innovazione tecnologica che determina
  disoccupazione.  In tal modo si può invertire la tendenza del
  regime fiscale del nostro Paese, ponendo come perno centrale
  delle politiche economiche e fiscali la tassazione dei redditi
  da capitale e la tassazione delle transazioni internazionali
  di capitale finanziario a carattere speculativo, accompagnate
  da una seria lotta all'evasione ed all'elusione fiscale.  Si
  possono così ampliare le possibilità di intervento dello Stato
  sociale, abbandonando le politiche monetariste restrittive, le
  politiche neo-liberiste dei tagli alla spesa sociale, della
  mobilità e della flessibilità; abbandonando la logica di un
  sistema dei diritti che si trasforma in benevola carità
 
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  cristiana puntando su finti lavori a sfondo assistenzialistico
  e su un terzo settore, un volontariato che non deve sostituire
  il  Welfare State;  ma piuttosto bisogna realizzare una
  incisiva politica delle entrate che finalmente punti
  direttamente alla riduzione dell'evasione fiscale e alla
  tassazione dei capitali.  Bisogna allora trovare politiche,
  sistemi di controllo in grado effettivamente di snidare i
  grandi evasori fiscali, con un profitto e una rendita che non
  siano di fatto esentati dalla contribuzione; invertendo così
  la tendenza che vede ormai dal 1970 la quota dei trasferimenti
  di reddito allo Stato sempre più aumentare a scapito dei
  lavoratori, delle famiglie, e a vantaggio delle imprese.
     Un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto
  di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria
  e corretta politica sociale e occupazionale non più basata
  sull'assistenzialismo e sulle spese improduttive, ma su un
  percorso verso un progetto di una reale democrazia economica
  dello sviluppo della solidarietà sociale e del lavoro.
 
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