| Onorevoli Colleghi! - Il confronto politico-legislativo
intorno ai problemi della scuola si è incentrato, in
quest'ultima fase, sull'opzione di anticipare un primo
elevamento dell'obbligo di istruzione rispetto al complessivo
riordino del sistema scolastico e formativo, che risulta così
di fatto rinviato. E' una scelta che ha suscitato non poche
perplessità per i rischi che comportano in simili materie
scelte frammentarie. Ma poiché questo è oggi il terreno su cui
ci si misura, riteniamo non solo opportuno ma doveroso
presentare una proposta di legge che si collochi in
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quest'ambito di intervento, in armonia con le linee direttive
della proposta organica di riforma dei gradi scolastici che è
stata presentata a suo tempo. E proprio perché questo è lo
spirito animatore della presente proposta di legge, riteniamo
opportuno illustrarlo anche richiamando alcuni delle
motivazioni di ordine complessivo che avevamo indicato nella
relazione di presentazione del progetto di legge più ampio.
Ai sistemi formativi dei Paesi più sviluppati sono rivolte
domande sempre più esigenti. Ad essi è richiesto di formare
alla cittadinanza; preparare al lavoro; far accedere
all'istruzione superiore l'intera popolazione e non soltanto
un' élite, favorendo in tutti i modi l'eguaglianza delle
opportunità e la mobilità sociale verso l'alto; costruire le
classi dirigenti; fornire impulso allo sviluppo economico;
conferire all'educazione i caratteri di un'attività che dura
tutta una vita.
I Ministri competenti in materia di educazione dei Paesi
membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico (OCSE) riunitisi a Parigi nel 1996, hanno chiesto di
monitorare gli sviluppi delle politiche scolastiche dei Paesi
membri, per individuare più chiaramente i progressi in questo
campo. Ma se è relativamente facile descrivere l'espansione
dei sistemi scolastici evidenziando gli accresciuti tassi di
scolarità, assai più difficile è stabilire se simili
investimenti riescano a sortire effetti. I milioni di giovani
in più che frequentano le aule scolastiche ed universitarie
per un numero più elevato di anni affrontano con una migliore
preparazione l'ingresso nel mondo degli adulti e del lavoro. E
le condizioni in cui quest'ingresso si realizza sono tali da
indurli a protrarre la propria educazione per l'intero arco
della vita?
In realtà, l'opinione pubblica, i Governi, gli operatori,
sono consapevoli dell'inadeguatezza della maggior parte dei
modelli formativi tuttora vigenti. Le ragioni sono ormai note.
Tempo di vita e tempo di lavoro, età della formazione ed età
del lavoro, ruoli dirigenti e ruoli esecutivi, contenuti
formativi d'eccellenza e contenuti formativi
professionalizzanti, tutto era scandito secondo gerarchie e
cadenze stabili e prevedibili. Quest'insieme "ben ordinato"
sta crollando sotto la spinta dei mutamenti produttivi,
economici e sociali indotti dalla globalizzazione e per
effetto delle trasformazioni profonde cui il Welfare State
è stato costretto. I mutamenti hanno sconvolto ruoli,
contenuti, tempi, rapporti tra le generazioni.
Dal punto di vista della quantità, inoltre, la scuola
italiana "disperde" al livello del diploma, circa il 50 per
cento della generazione in età, al livello della laurea circa
il 90 per cento. Alla dispersione si deve aggiungere il
fenomeno dell'evasione dell'obbligo, soprattutto al sud, e
quello della fuga dal post-obbligo, soprattutto al nord.
Queste medie ci collocano molto al di sotto della media
dell'OCSE. Per non parlare dei nostri diretti partner e
concorrenti economici; USA, Germania, Gran Bretagna e Francia.
Se la media dell'OCSE è del 70 per cento dei diplomati e in
Germania raggiunge il 90 per cento, la produttività della
nostra scuola è certamente molto bassa.
Le cause della dispersione si possono ricondurre alla
rigidità dei percorsi scolastici, al centralismo
politico-amministrativo, alla cultura pedagogica dominante,
fondata sulla centralità dell'insegnare, invece che su quella
dell'apprendere.
Le cause dell'evasione e soprattutto della fuga si devono,
al nord, alla spinta delle famiglie verso il lavoro subìto e,
al sud, a condizioni di povertà economica e deprivazione
culturale.
Tra le riforme necessarie c'è innanzitutto il
rovesciamento della filosofia formativa della scuola fondata
sull'unicità del percorso formativo e sul primato assoluto
della funzione docente. Al centro del processo formativo deve
stare il soggetto che apprende e si forma, nella concretezza
della sua condizione sociale, culturale, ambientale. La scuola
deve prevedere, per questo, in ogni suo grado, larghi margini
di opzione, deve articolare l'onnicomprensività, deve adottare
"la pedagogia del successo", valorizzando attitudini e
interessi. Occorre pertanto una nuova strutturazione
dell'apparato formativo, che preveda un minimo comune
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denominatore di strumenti culturali, sufficiente per muoversi
nella società contemporanea, e una pluralità di percorsi
flessibili e di curricula, ai quali i giovani possano accedere
consapevolmente.
Dunque: un nuovo ordine dei cicli, una ridefinizione dei
programmi, nuove tecniche di apprendimento ed insegnamento, ma
prima ancora un nuovo assetto istituzionale e amministrativo
sia del sistema nazionale dell'istruzione che dei singoli
istituti scolastici.
Oggi, in Italia, in materia di istruzione, tutto è
"ingessato" perché l'istruzione è unica in tutto il Paese e
per tutti i destinatari: quella decisa e pianificata da parte
del Ministero della pubblica istruzione. Al contrario,
solamente il pluralismo dell'offerta formativa permette una
risposta corretta alla domanda e alla libertà di scelta degli
aventi diritto. Ne esce rafforzato il compito della
Repubblica, che è di dettare le norme generali sull'istruzione
statale e non statale, pubblica e privata; e dello Stato, che
è di garantire i cittadini facendo osservare le norme.
Le scuole di Stato, finalmente autonome dall'ente che le
istituisce, sono chiamate, d'ora in avanti, a progettare
l'offerta in risposta alla domanda, non in attuazione della
pianificazione del Ministro della pubblica istruzione ma in
base alla committenza sociale, visto che le risorse
provengono, attraverso l'imposizione, dai privati cittadini.
In questo modo esisteranno scuole secondo modelli autonomi,
cioè un pluralismo di scuole con il relativo pluralismo
dell'offerta e della responsabilità dei risultati. Allo Stato
competerà la valutazione degli stessi.
La presente proposta di legge si prefigge l'obiettivo
iniziale di innalzare l'obbligo dell'istruzione a sedici anni
attraverso un sistema "duale". Un'attenzione particolare va
infatti data al rapporto della scuola con il mondo del lavoro;
tale rapporto deve divenire organico e sinergico. E' tempo che
nasca anche nel nostro Paese un sistema duale della formazione
che riabiliti e valorizzi adeguatamente la formazione
professionale. L'obbligo scolastico previsto fino ai sedici
anni interessa per queste ragioni in modo differenziato ed
articolato la scuola e la formazione professionale.
L'obiettivo prioritario della presente proposta di legge è
quello di consentire il passaggio: dalla centralità delle
discipline alla centralità dell'alunno; dalla centralità delle
nozioni alla centralità della cultura come approccio ai
problemi della vita e come palestra di libertà; dalla
centralità della burocrazia alla centralità dell'efficienza e
dell'efficacia del sistema, attraverso una pari dignità tra i
gradi scolastici e tra questi e i soggetti statali e non
statali coinvolti nel sistema formativo.
Rispetto alla formazione professionale non possiamo fare a
meno di evidenziare che il modello italiano è rimasto l'unico
in Europa che non si è posto in sintonia con lo sviluppo
industriale e con le nuove logiche della società complessa in
cui viviamo. Sicché la formazione professionale è rimasta, nel
nostro sistema scolastico, isolata, in una posizione
subalterna e di emarginazione, sino a porsi come alternativa
finale di ripiego rispetto a fenomeni che purtroppo
caratterizzano negativamente il nostro sistema scolastico
(evasione, dispersione, insuccessi).
L'idea che l'istruzione e la formazione professionale
siano qualcosa che sta "al servizio di" o che è "strumentale
a", cioè qualcosa di subalterno, di inferiore, di sottoposto,
di subordinato, è radicata storicamente; intendiamo dire nella
storia del sistema scolastico italiano. Il sistema scolastico
secondario, infatti, è nato più di cento anni fa in maniera
dicotomica, cioè con una netta divaricazione tra l'istruzione
classica e l'istruzione tecnica. La spaccatura tra i due
ordini di scuola fu aspramente critica fin dall'inizio, ma
rimase nell'ordinamento e permane tuttora nella percezione
comune anche degli uomini di cultura. Sul gradino superiore
stanno i licei. Su quelli inferiori stanno prima gli istituti
tecnici e poi, via via, gli istituti professionali e la
formazione professionale. Una vera e propria gerarchia, non
solo e non tanto di prestigio, ma soprattutto di natura, di
essenza, di qualità. Nel nostro Paese, insomma, la formazione
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professionale è stata percepita come percorso di pari dignità
culturale e pedagogica rispetto a quello scolastico solo da
coloro che l'hanno vissuta (enti, docenti, studenti,
famiglia). Di questa concezione prioritaria, invece, non c'è
traccia nei documenti legislativi in vigore, né nelle proposte
di riforma del Governo Prodi. La formazione professionale
sembra ridotta a schiava della scuola nel documento
governativo sul "riordino dei cicli scolastici" e a serva del
lavoro nel pacchetto che contiene le "norme in materia di
promozione dell'occupazione". Si tratta, in entrambi i casi di
visioni riduttive e penalizzanti della formazione
professionale.
L'ipotesi della formazione professionale, così, come si
evince dalla presente proposta di legge, al contrario,
raccoglie le indicazioni dell'OCSE per creare un sistema nel
quale vi sia meno separazione, nei singoli programmi, tra le
forme di insegnamento di impostazione generale e quelle
orientate all'avviamento a specifici settori professionali;
affinché una volta compiuta la transizione al lavoro, le
persone si vedano offrire possibilità di riprendere gli studi
a pieno tempo, nonché di seguire percorsi di istruzione e
formazione permanente a tempo parziale; affinché i certificati
ed i diplomi siano trasferibili da un particolare contesto del
sistema scolastico ad un altro; affinché, infine, i meccanismi
di finanziamento che, facilitando l'accesso da parte di
categorie in condizioni svantaggiate, consentano loro di non
interrompere l'istruzione e la formazione.
Il sistema proposto è, per questo, duale nel senso di
un'effettiva compenetrazione ed interazione tra i due aspetti
(culturale e professionale) ed è innovativo nel senso che per
la prima volta, nel ridisegnare la scuola italiana; si pongono
sullo stesso piano lo studio e il lavoro.
In sostanza, la presente proposta di legge innalza
l'obbligo scolastico di due anni e ne prevede l'assolvimento
anche negli istituti di formazione professionale che devono
passare tutti, in ossequio al dettato costituzionale, alle
regioni.
La formazione professionale, in altre parole, assume pari
dignità al canale scolastico e sono previste forme di
passaggio fra scuola e formazione.
Particolare rilievo è dato nell'ambito della formazione
professionale ai rapporti con la realtà produttiva e con
l'apprendistato al fine complessivo di eliminare la
separazione drammatica fra mondo della scuola e della
formazione e mondo del lavoro che ha contribuito fino ad oggi
alla crescita del grave fenomeno della disoccupazione
giovanile intellettuale.
La presente proposta di legge intende orientare il nostro
ordinamento scolastico e formativo verso l'Europa consentendo
ai nostri giovani di essere competitivi sul piano europeo ed
internazionale.
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